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2003

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Sancta Maria Militum: la “Madonna delle milizie”

 

Sulla costa meridionale dello splendido triangolo siciliano, sorge la bella cittadina di Scicli, fondata dai Romani nel 212 a.c. Divenuta città reale con i Normanni, ebbe da Federico II il motto araldico “Urbis inclita e vittoriosa”. Essendo, per posizione geografica, una finestra perennemente aperta agli sguardi della sua “grande sorella” Africa, è stata più volte esposta alle incursioni dei “meno fratelli” musulmani.

Fin qui, niente di nuovo sotto il sole, dato che il mondo intero conosce il variegato scenario storico‑culturale della Sicilia, che il suo popolo ha saputo fondere armoniosamente, riuscendo a trasformare la realtà bizantina come l’araba, la normanna e la sveva, l’angioina e l’aragonese in una civiltà autentica e diversa.

Ciò che forse è meno noto è che proprio a Scicli, nel ragusano, si venera, sia in un dipinto del settecento, che in una statua di grandezza naturale, la Madonna delle Milizie.

Si racconta che nel 1091, l’emiro Belcane, capo dei saraceni, sognava, di occupare l’intera isola, nonostante fosse già stato battuto più volte in terra siciliana dal Gran Conte Ruggero d’Altavilla. Sicuro della vittoria, si prendeva beffa di Ruggero e dei cristiani, giurando di volerne fare un macello.

Ma ahimè, anche questa volta Belcane aveva fatto male i suoi conti. Infatti il conte Ruggero, nonostante l’inferiorità numerica delle sue truppe, non si perse d’animo, anzi invitò tutti i cavalieri e i fanti che trovò nella città di Scicli e nei dintorni, a combattere insieme a lui in nome di Dio.

Nessuno di quei cavalieri e di quei fanti si tirò indietro, anzi si precipitò per sbarrare il passo dell’invasore, ma vistisi alle prese con forze soverchianti, s’appigliarono all’unica ancora di salvezza: invocare fervidamente l’aiuto della Madonna, affinché li liberasse dal giogo di quel tiranno, nemico giurato dei seguaci di Suo Figlio.

E fu così che la Regina del Cielo apparve miracolosamente “su un cavallo bianchissimo, ricca d’una celeste armatura, con in capo una corona regale e con in mano una spada, la quale sfolgorava in tal guisa che feriva i saraceni negli occhi. Bella poi in sì gran maniera, che in terra non poteva figurarsi bellezza maggiore. Rivolta allora al suo popolo sciclitano disse: En adsum, ecce me, Civitas dilecta, protegam te dextera mea (1). E in così dire, postasi alla testa dell’esercito cristiano e dato di sprone il cavallo cominciò a vibrare la spada contro i nemici del Suo Figliolo, che più ne uccise ella sola con quel potente suo braccio, di quello che si sarebbe potuto sperare da un esercito intero” (2).

Quello stesso giorno, dopo che l’emiro Belcane perse la vita sotto il brando del valoroso Ruggero, la Madre di Dio, prima di salire al cielo lasciò impressa su una dura pietra le orme del suo cavallo.

In verità, circa la natura dell’orma lasciata sulla pietra vi sono pareri discordanti. Infatti alcuni sostengono che la Vergine avesse impresso in quella pietra il vestigio del suo medesimo piede all’atto dello smontar da cavallo. La verità è che non è facile optare per l’una o per l’altra tesi dal momento che oggi non è più possibile capire se si tratti di pedata umana o di cavallo. Colpevole di ciò è il tempo, il cui inesorabile trascorrere leviga anche le più dure pietre; e la devozione dei fedeli che nel toccarla sembrano sentire ancora di più l’ardente amore della loro Madre Celeste.

L’“insigne miraculum” non passò inosservato neppure alla Sacra Congregazione dei Riti, la quale, sotto il pontificato di Clemente XII, decretò, il 10 marzo del 1736 che “ogni anno, il sabato prima della Domenica di Passione, venisse celebrata, con solenne magnificenza e devozione la festa di Sancta Maria Militum nella chiesa distante tre miglia dalle mura della città di Scicli, in ricordo del miracolo avvenuto nell’anno 1091”  (3).

Circa la veridicità storica di questo sovrannaturale intervento della SS. Vergine, nessuno può dubitare, perché, nonostante i pochi documenti a noi pervenuti, ben s’inserisce nello scenario delle grandi imprese militari del Gran Conte Ruggero impegnato in quei dì ad espugnare le ultime resistenze saracene arroccate ai forti di Butera e Noto.

Dunque, questa “inconsueta” iconografia della Madonna a cavallo, non è certo frutto di una antica tradizione che affonda le sue radici in arcaici riti superstiziosi, propri di un popolo abituato a fantasticare della liberazione dal giogo dello straniero. Questo infatti è un falso storico, frutto di vecchi clichés di stampo illuminista, facilmente contestabili.

Né tantomeno siamo in presenza di un avvenimento meramente folkloristico. Infatti ogni anno, verso la fine di maggio, viene riproposto, in ricordo di quel glorioso dì, un finto combattimento tra cristiani e saraceni, che attrae numerosi turisti, i quali incuriositi dalla stranezza dell’avvenimento si recano festanti a Scicli. Ma non è certo sulla base del folklore che la Santa Sede si è pronunciata...

In verità, l’intervento sovrannaturale della Regina delle Milizie va inserito nel provvidenziale disegno divino della nostra redenzione, all’interno del quale Maria SS. è l’aurora che rischiara il cammino della peregrinante umanità, immersa nelle tenebre del peccato. È il braccio sempre armato che colpisce tutti coloro che vogliono annientare il popolo eletto di Dio. È Colei che da sola vince tutte le eresie nel mondo intero (4). È Colei che il popolo cristiano ha sempre venerato con l’appellativo auxilium christianorum. Questo è il ruolo assegnatoLe dall’inizio dei tempi: “Porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (5).

Lo straordinario avvenimento di Scicli è solo un particolare di questo maestoso disegno divino. Tanti altri ne potremmo illustrare come esempio. Primo tra tutti, la vittoria dei cristiani contro i turchi a Lepanto, avvenuta il 7 ottobre del 1571, in memoria della quale S. Pio V, allora pontefice, istituì la festa in onore di Maria SS.ma delle Vittorie.

La mezzaluna che campeggiava sulla bandiera di Belcane è la stessa che venne ammainata a Lepanto, per issare al suo posto, allo squillo di trombe, la bandiera pontificia; è la stessa mezzaluna che intrecciata ad un martello è divenuta il simbolo del comunismo; è la stessa mezzaluna che l’iconografia classica vuole che venga calpestata dalla Vergine insieme al diabolico serpente dell’Eden.

Nell’iconografia classica, la mezzaluna è stata sempre un simbolo della potenza anticristiana, “un simbolo delle forze demoniache che sempre hanno osteggiato e sempre osteggeranno l’affermarsi del Regno di Cristo” (6).

Storia di un passato ormai sepolto? Non diremmo proprio, anche alla luce dei recenti avvenimenti in Italia.

Di fronte alla nuova minaccia di un islam sempre più militante, i cattolici non possono non sperare, al di là dei fattori temporali, anche nell’aiuto provvidenziale che, come mostra l’episodio di Scicli, non manca mai nei momenti cruciali, purché si invochi la Madre di Dio con Fede incrollabile.

 

Note _____________________________

1. Eccomi qui, Città diletta, ti proteggerò con la mia mano destra.

2. AA.VV. Sancta Maria Militum, ed. Scuola Salesiana del Libro, Catania, p. 50.

3. Ibid. pag. 32.

4. Così canta la settima antifona dell’ufficio di Maria Santissima Vergine.

5. Genesi 3,15.

6. AA.VV. op.cit. pag. 25.

Categoria: Dicembre 2003

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