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2003

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“In Russia non esiste democrazia”

Intervista con Vladimir Bukovskij

 

Letterato e storico russo, Vlamidir Bukovskij è stato fin da giovane un esponente di spicco della dissidenza antisovietica e come tale ha subito la prigione, il lager. Nel 1976 è stato liberato nel quadro di uno scambio di prigionieri. Riparato in Inghilterra, ha continuato la sua battaglia anticomunista, smascherando l’inganno della perestrojka di Gorbaciov e dei nuovi poteri post‑sovietici. Dal 1999 è presidente internazionale dei Comitati per la Libertà.

 

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TFP — Sono in molti a dire che il comunismo sia ormai finito. Questo è vero? Qual è la vera situazione in Russia oggi?

Bukovskij — Il comunismo, storicamente, è condannato al fallimento. Ma questo lo sapevamo già tutti. Io, per esempio, sapevo che il comunismo sarebbe fallito da quando avevo 14 anni. È condannato perché non può funzionare. Ma, materialmente, il comunismo non è ancora scomparso. Lasciamo perdere Europa Orientale e Russia, vediamo Cina, Corea del Nord, Cuba, ecc. Il sistema comunista in molti paesi è ancora molto forte. La Corea del Nord, un piccolo paese, è in grado di spaventare tutto il mondo con le sue minacce nucleari. Dire che, come fenomeno, come pericolo per il mondo, il comunismo sia morto non corrisponde dunque alla realtà.

Riguardo Europa Orientale, Russia e in generale i cosiddetti paesi post‑comunisti, i residui del sistema sovietico sono ancora molto forti. Magari possono non essere più ideologicamente comunisti, perchè l’ideologia appunto è crollata, ma molti altri elementi del sistema sono ancora in piedi. Il sistema economico è franato, non è più un’economia pianificata, ma tanti altri elementi del comunismo sono ancora lì.

Non sarebbe dunque onesto dire che il comunismo sia finito. Non è finito. Esso continua, cambia aspetto, subisce metamorfosi, tenta di salvare ciò che può salvare del vecchio sistema. Siamo in presenza di un processo in svolgimento. È presto per dire quale ne sarà l’esito. Non possiamo dunque dire che la Russia è un paese democratico.

TFP — Cosa pensare allora del governo Putin?

Bukovskij — Il governo Putin sta cercando di ricomporre il potere del centro, diciamo il potere del Cremlino. È chiaro che non ci riuscirà totalmente, perché prima il potere del Cremlino era strettamente collegato all’ideologia, al sistema totalitario. Non credo che riescano più a restaurare un sistema totalitario, ma possono ripristinare il potere centrale su molti aspetti della vita, rendendo i russi sempre più infelici.

TFP — In un certo senso si torna indietro.

Bukovskij — In questo momento, si. Si sta addirittura parlando di ricostituire l’Unione Sovietica in qualche forma, come un’unione economica. Ne farebbero parte Ucraina, Bielorussia ed altri paesi. Semmai ci riuscissero, sarà comunque un sistema fallimentare. In ogni caso, la situazione è estremamente incerta, perché non si sono realizzate riforme profonde. La società civile non possiede nessun potere. I resti del sistema comunista sono ancora troppo forti, controllano ancora troppi aspetti della vita. Non è una democrazia, e non mi sembra che potrà essere una democrazia per molto tempo ancora.

TFP — Ma questo fa parte di un piano? Ciò che ha fatto Gorbaciov, ciò che ha fatto Ieltsin, questi cambiamenti, facevano parte di un disegno liberalizzante che l’Occidente avrebbe dovuto appoggiare?


Bukovskij — Io non credo che facessero parte di un piano. Quel che è successo, secondo me, era inevitabile. La caduta del comunismo non è stata opera di Gorbaciov. Era inevitabile. Il sistema è crollato perché era fallito. Ad un certo punto le loro ambizioni globali sono diventate troppo vaste per la ristretta base economica sulla quale poggiavano. Si sono spinti troppo oltre, promovendo la rivoluzione in Angola, Nicaragua, Cuba, Afghanistan e via dicendo. Il costo delle impresse militari, il costo di mantenere quel vasto impero diventò man mano eccessivo, trascinando il sistema nel baratro.

Dopo aver fallito, dopo che alcuni pezzi del sistema erano già caduti, era impossibile tornare allo stesso modello economico di prima. Sono stati dunque costretti a partire alla ricerca d’un modello economico alternativo. Ed è ciò che vengono tentando senza successo ormai da dieci anni. Hanno abbandonato il modello precedente, non possiamo dire che quello sia ancora un’economia pianificata, ma soprattutto non possiamo dire che sia un’economia di libero mercato.

TFP — Non è un sistema di libero mercato?

Bukovskij — Assolutamente no. Non possiamo dire che esista un sistema di libero mercato quando tutta l’economia è controllata da una mafia. Due sono i fattori che fanno un’economia libera. Anzitutto il diritto inalienabile di proprietà privata, e poi la libera concorrenza. Né l’una né l’altra esistono quando l’economia è controllata da una mafia. Ma scherziamo! Oggi è Yukos, domani Putin espropria Yukos. Non esiste il diritto di proprietà. E non esiste nemmeno la libera concorrenza.

In Russia, quando due poteri si contendono un mercato, si uccidono a vicenda. Non è la concorrenza di un prodotto sul mercato. È la concorrenza di chi ha più kalashnikov. Questo non è libero mercato. Noi abbiamo un mercato mafioso, regolato da norme interne al mondo mafioso. Ufficialmente abbiamo un libero mercato. In realtà no. Non esiste concorrenza, non esiste il diritto di proprietà, non esiste una struttura giuridica che serva da fondamento per un tale mercato.

TFP — Quando Gorbaciov lanciò la perestroika e la glasnost, molti esponenti dell’Occidente sostennero questi sviluppi col pretesto che avrebbero portato alla fine del comunismo. Cosa dovrebbe adesso proporre l’Occidente per fare veramente bene alla Russia, cioè per permetterle di uscire da questo caos?

Bukovskij — Quando Gorbaciov avviò quelle riforme, l’Occidente gli diede appoggio totale, molto più di ciò che si meritava. Lei sa quanti soldi hanno dato a Gorbaciov in sette anni? Quarantacinque miliardi di dollari! Non potevano dargli di più. I leader dell’Occidente, come Margaret Thatcher, Ronald Reagan e Helmut Kohl, appoggiarono Gorbaciov anche quando questi cominciò a uccidere persone, quando favorì il conflitto fra armeni e azerbaijani, quando inviò le truppe speciali in Lituania. Quando ormai erano in tanti a dire che non meritava più nessun tipo di appoggio, l’Occidente continuava a sostenerlo. Lo hanno sostenuto finché hanno potuto.

Per esempio, quando l’URSS era sull’orlo del collasso, i leader occidentali si sono spinti perfino oltre le regole della diplomazia per difendere l’unità dell’URSS. Nel settembre 1991, Bush padre è andato a Kiev e ha fatto quel famoso discorso agli ucraini pregandoli di non separarsi dalla Russia. Non si può immaginare un discorso più stupido. Era un paese di 50 milioni di abitanti che era stato indipendente e voleva tornare ad esserlo. Come fermarlo? Eppure, Bush padre si sentì costretto a appoggiare Gorbaciov perfino su questo punto.

TFP — Ma questo appoggio fece bene a Russia?

Bukovskij — No, fece anzi molto male. Il sistema sovietico era insostenibile. Lo avrebbero dovuto semplicemente smantellare il più velocemente possibile, per permettere alle persone di costruire una nuova società. Tutti questi aiuti hanno, in pratica, frenato la possibilità di reali sviluppi, permettendo al sistema di perpetuarsi. Le cose sarebbero cambiate molto più velocemente se il sistema fosse semplicemente crollato. Sarebbe stato forse più duro, ma in fondo più salutare. Ciò che l’Occidente avrebbe dovuto fare allora era insistere sullo smantellamento del sistema.

Quando sono andato in Russia nel 1991, ho parlato con molti leader, insistendo perché fosse fatto un processo ai responsabili del vecchio sistema. Se la parola “processo” suonava troppo forte, l’avremmo potuta chiamare “commissione internazionale”. Dobbiamo comunque aprire gli archivi, conoscere i loro crimini. Non dobbiamo processare tutti, ma solo alcuni tra i massimi responsabili. Non vogliamo aprire altri gulag. Dobbiamo processare il regime. Alcuni leader ne erano convinti. Altri invece se ne sono usciti con questa affermazione: Ciò che Lei propone è l’esatto opposto a quello che i governi occidentale chiedono. Sono loro a chiedere di non aprire gli archivi.

TFP — Se Lei mi permette, vorrei parlare della Chiesa ortodossa. All’inizio si oppose al comunismo subendone la persecuzione. A un certo punto però, il governo si accorse che la poteva utilizzare per imporre il comunismo. Sicché essa divenne, in pratica, il braccio religioso del Cremlino. Qual è la situazione oggi in questo campo?

Bukovskij — Già all’inizio degli anni ‘30, la Chiesa ortodossa, come era esistita per più d’un millennio, non c’era più. Quasi tutti i vescovi, sacerdoti e monaci erano morti o in prigione, le chiese erano chiuse, le proprietà ecclesiastiche confiscate. E sarebbe tutto rimasto così se non fosse stato per la guerra con Germania. Nel 1941, tre milioni di soldati russi si arresero ai tedeschi. Un fatto senza precedenti nella nostra storia. Il movente era chiaro. Non si sono arresi perché sopraffatti dalla Wehrmacht, ma perché volevano arrendersi.

Quando Stalin capì che la nazione non lo avrebbe difeso e che, nonostante tutti i suoi kolkhoz ed i suoi gulag, si sarebbe arresa volentieri ai tedeschi, capì che qualsiasi riferimento all’ideale comunista sarebbe stato inutile. Decise allora di tornare alle radici dell’anima russa. Nel 1941 Stalin riaprì molte chiese, ripescò i preti rimasti nei campi di concentramento e diede loro parrocchie. Stalin ricreò la Chies ortodossa a sua immagine e somiglianza. Durante la guerra egli non parlò mai di comunismo, ma fece sempre riferimento alle vecchie tradizioni russe, alla Madre Russia e via dicendo. In un momento decisivo, il 7 novembre 1941, quando Mosca era accerchiata dai tedeschi, egli tenne uno storico discorso nella piazza Rossa. Sa come chiamò i russi? Non “compagni”, ma “fratelli e sorelle”, usando dunque linguaggio religioso. Stalin era molto scaltro.

Diciamolo chiaramente: la chiesa che Stalin ricreò non era più la Chiesa ortodossa di sempre. I vescovi dovevano essere strettamente legati al KGB e nessuno poteva essere ordinato sacerdote, e tanto meno diventare vescovo, senza l’autorizzazione del KGB. Detto francamente, il clero era composto quasi esclusivamente da agenti del KGB. Oggi questo si sa, è di dominio pubblico perché abbiamo trovato i documenti. Oggi si conoscono, per esempio, i nomi in codice dei vari vescovi. Quello dell’attuale Patriarca di Mosca era Drozdov. Io mi domando: possiamo accettare questi personaggi come leader spirituali e riconoscere in loro la vera Chiesa ortodossa?

Perciò l’autorità morale della Chiesa ortodossa russa è molto bassa. Essa è poco più d’una estensione del potere temporale del Cremlino. Non si può governare la Russia solo col terrore, con la forza, con i gulag. Ci vuole anche un elemento di potere spirituale. E questo elemento è fornito dalla Chiesa ortodossa.

TFP — Ma questa è una situazione che riguarda piuttosto la gerarchia. Com’è la situazione del basso clero e dei fedeli?

Bukovskij — Dal 1991 non serve più l’autorizzazione del KGB per diventare sacerdote ortodosso. Cominciano quindi a emergere un certo numero di preti giovani che non appartengono più a questa realtà. Io credo che siano gente onesta e che abbiano veramente fede. Ma il resto è solo corruzione.

Categoria: Dicembre 2003

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