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2004

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A proposito del Giubileo Giacobeo 

S. Giacomo Maggiore: Apostolo, Martire e Cavaliere

 

di Julio Loredo

 

È ormai un dato acquisito considerare gli attentati dell’11 marzo a Madrid un vero e proprio spartiacque storico per l’Europa. Per la prima volta il fondamentalismo islamico è riuscito a dettare la politica interna di un Paese membro della Comunità Europea, imponendo un regime socialista laddove da anni governava il centro-destra. Qualche giorno dopo il massacro, fonti terroristiche hanno fatto sapere che questo era solo “il primo atto” e che non desisteranno fino alla totale riconquista di El Andalus, vale a dire il dominio islamico sulla penisola iberica. Ma si fermeranno lì? 

A prendere sul serio le parole del presidente egiziano Gamal Nasser, che nel 1962 ammoniva “la nostra gloria non sarà completa finché i cavalieri di Allah non calpesteranno S. Pietro e Notre Dame”, sembra proprio che la cavalcata musulmana non si fermerà ai Pirenei. 

Al di là delle vicende politico-militari, è in gioco un conflitto di mentalità. Da quando i seguaci di Allah hanno invaso la penisola nel 711, travolgendo il regno visigotico, Spagna è stata sempre divisa fra i partigiani dell’accomodamento buonista -- i cosiddetti mozarabi -- e quelli invece favorevoli alla resistenza a oltranza. Piaccia o no a Zapatero e compagnia bella, Spagna può oggi considerarsi un paese europeo solo perché storicamente l’hanno spuntata quest’ultimi. 

Oggi, invece, la situazione è profondamente cambiata. Quattordici anni di governo socialista, dal 1982 al 1996, sono riusciti a “rigirare la Spagna come un pedalino”, per usare le parole non certo eleganti ma molto espressive dell’ex ministro socialista Rodríguez de la Borbolla. La “rivoluzione tremenda ma tranquilla” attuata dai socialisti in quel periodo è riuscita a trasformare la Spagna del “sì” e del “no” nella Spagna del “forse”. 

Lo sapevano benissimo i terroristi che hanno messo le bombe su quei treni. Sapevano che la Spagna così sfibrata non avrebbe retto il colpo. Ed ecco che oggi, come conseguenza diretta degli attentati terroristici, la patria del Cid Campeador si ritrova con un presidente che non fa segreto del suo mozarabismo. 

Coincidenza o provvidenzialità che sia, questo ribaltamento avviene nell’Anno Giubilare Giacobeo, cioè dedicato in modo speciale alla memoria di colui che rappresenta per diametrum, l’opposto dello spirito mozarabe: l’Apostolo san Giacomo Maggiore. 

Per ricordare questa straordinaria figura, riproponendolo come modello per l’Europa di oggi, riproduciamo qui di seguito un riassunto della conferenza tenuta recentemente a Tortona (AL) da Julio Loredo, dell’Associazione Tradizione Famiglia Proprietà.

 

*    *    *    *    *

 

Un Apostolo prediletto fra storia e leggenda

L’Apostolo san Giacomo, detto Maggiore per distinguerlo dall’altro Giacomo figlio di Alfeo, è un personaggio assai insolito. Dopo aver svolto un ruolo cospicuo nelle vicende evangeliche, su di lui cala un velo di silenzio. Gli Atti degli Apostoli riferiscono appena il suo martirio, e anche le notizie storiche sono scarse. Egli diventa una figura emblematica nella storia dei popoli ispanici per via di fatti che costeggiano la leggenda. Leggenda d’altronde fortemente contestata dai liberali, però corroborata da alcuni documenti incontrovertibili che fanno pensare che fra storia e leggenda vi sia una separazione molto meno netta di quanto non gradiscano questi signori. 

Questa non è la sede per approfondire l’argomento, ma io mi domando: anche nel caso non corrispondano interamente alla verità storica, le leggende vanno respinte come semplici fiabe, belle ma senza sostanza? Oppure sono qualcosa che, entrando nell’immaginario collettivo di un popolo, producono comunque effetti concreti sulla mentalità, la cultura e, quindi, anche sulla storia di quel popolo? Possiamo dire che in questo modo la leggenda si fa storia acquisendo una capacità di produrre o di condizionare avvenimenti che spesso supera quella dei fattori politici, sociali o economici.

Scartare le leggende, confinandole nell’ambito delle “fiabe”, è un modo sicuro per amputare la storia di uno dei suoi elementi più profondi e dinamici. Ben diceva il pensatore e leader cattolico prof. Plinio Corrêa de Oliveira: “Dietro ogni grande leggenda c’è una grande realtà”. Ma andiamo al nostro personaggio. 

Giacomo fece parte del primo nucleo di Apostoli assieme a suo fratello Giovanni Evangelista, a Simone Pietro e al fratello di questi Andrea. Successivamente, egli fu scelto uno dei tre prediletti con cui Nostro Signore ebbe una particolare intimità, distinguendoli dagli altri in occasioni particolarmente solenni, appunto Pietro, Giacomo e Giovanni.

Solo a questi Nostro Signore diede un nuovo nome, chiamando Simone di Kefa, cioè roccia, e designando Giacomo e Giovanni come Boanerges, cioè Figli del Tuono. Solo loro furono testimoni della Trasfigurazione; solo loro erano presenti alla risurrezione della figlia di Giairo e alla guarigione della suocera di Pietro; solo loro accompagnarono Nostro Signore nell’agonia dell’orto. Giacomo ebbe poi l’inestimabile dono di ospitare a casa la Madonna, affidata ai piedi della Croce al suo fratello. Ed è chiaro che la Santissima Vergine ebbe perciò un ruolo importante nella sua formazione spirituale e, successivamente, nel suo apostolato. Infine, Giacomo fu il primo Apostolo a versare il sangue per Cristo. Egli è, anzi, l’unico Apostolo il cui martirio è riferito nelle Sacre Scritture. È quindi con giustezza che molti considerano san Giacomo Maggiore come il principale Apostolo dopo san Pietro.

 

 

Sintesi delle virtù e dei difetti del popolo spagnolo

San Giacomo è stato proclamato Patrono di Spagna, o meglio “Patrono dei popoli delle Spagne” perché la visione tradizionale di Spagna è quella d’una realtà sovranazionale comprendente diversi popoli. Questa scelta è arbitraria o è invece fondata? Io mi inclino per la seconda ipotesi. In Giacomo troviamo, infatti, una sintesi delle virtù ma anche dei difetti del popolo spagnolo, quest’ultimi presenti, è chiaro, prima della sua santificazione. Comincio per i difetti, sui quali credo di poter parlare senza offendere nessuno tranne che me stesso.

 

Un primo difetto è l’ambizione individualista. In Spagna diciamo más vale ser cabeza de ratón que cola de león (“meglio essere testa di topo che coda di leone”). San Giacomo non fu affatto immune a questa cupidigia. Leggiamo in san Matteo: “Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedeo con i suoi figli, e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: ‘Che cosa vuoi?’. Gli rispose: ‘Dì che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno’" (Matt. 20, 20-21).

 

Questa ambizione sfrenata è atta a seminare disunione, proprio come successe fra gli Apostoli: “All’udire questo, gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni”. (Mc. 10, 41). Questo ritratta perfettamente quella mancanza di unione interna che ha tante volte portato Spagna alla rovina: dall’invasione musulmana nel secolo VIII, frutto della divisione fra il partito di Witiza e quello del Re Don Rodrigo, alla perdita dell’impero coloniale nel ‘800, frutto della divisione fra conservatori e liberali.

In terzo luogo, notiamo in san Giacomo una forte tendenza alla passionalità. Quando trovano per strada uno che scacciava il demoni senza autorizzazione, i due Boanerges subito lo fanno zittire: “Giovanni prese la parola dicendo: ‘Maestro, abbiamo visto un tale che scacciava demoni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non è con noi tra i tuoi seguaci’” (Lc 9, 49). In un altro episodio, quando i samaritani si rifiutano di ricevere Nostro Signore, “i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: ‘Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?’” (Lc. 9, 54). Questo desiderio sarebbe lodevole si fosse dettato dall’ira santa, come nel caso di Elia Profeta che fece scendere fuoco dal cielo diverse volte. Ma in questo caso era frutto dell’orgoglio e dello spirito di vendetta. E quindi “Gesù si voltò e li rimproverò” (Ibid. 55).

 

Ma in san Giacomo vediamo anche il riflesso delle nostre virtù. Fra tutte le nazioni cattoliche, piacque alla Provvidenza che Spagna rifulgesse specialmente per l’imitazione di una delle insondabili perfezioni di Nostro Signore Gesù Cristo, proclamata dal profeta Simeone quando, ricevendo in braccio il Bambino Gesù, esclamò: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione” (Lc. 2, 34). Spagna è chiamata ad adempiere in modo esimio l’ammonizione dell’altro Giacomo: “Fratelli miei, il vostro ‘sì’ sia sì, e il vostro ‘no’ no” (Gia. 5, 12).

Ecco la Spagna tradizionale, eroica e cavalleresca. Solo su questa scia essa può ritrovare se stessa e compiere le grandi epopee che l’hanno caratterizzata: dalla Reconquista alla Contro-Riforma, dall’evangelizzazione dell’America alla battaglia di Lepanto; dalle insorgenze anti-napoleoniche dell’800 alla vittoria sul comunismo nel 1939.

Forse possiamo affermare che i tre Apostoli prediletti raffigurano le tre virtù teologali: Pietro la fede, Giacomo la speranza, Giovanni la carità.

 

Secondo san Tommaso, la speranza è il desiderio di un bene futuro possibile ma difficile da ottenere. In questo senso, “la speranza si distingue dal semplice desiderio. Questo ha per oggetto qualunque bene, ed è un atto della potenza concupiscibile; la speranza invece è un atto della potenza irascibile” (Summa Theologiae 1-2, q. 40, a. 1). Continua l’Angelico: “La speranza di qualcosa di arduo implica un atto di magnanimità, si oppone al timore, ispira fiducia. Dalla speranza nasce l’audacia, che è un atto della virtù della fortezza” (Id. 2-2, q. 129, a. 6). E finisce: “l’atto più perfetto della fortezza è il martirio”.

Ecco il ritratto perfetto di san Giacomo Maggiore, il Figlio del Tuono. Egli fu il primo a lasciare la Palestina per recarsi in Hispania, allora il Finis Terrae. Egli fu il primo a tornare in Palestina quando gli altri non erano nemmeno partiti. Egli fu il primo a predicare il Vangelo in modo così pubblico e provocante che attirò le ire di Erode, meritandole il martirio. Egli perciò si propone come il modello dei cavalieri e dei guerrieri. In lui rifulgono gli attributi del perfetto cavaliere cristiano: magnanimità, intraprendenza, fiducia, audacia, fortezza, martirio.

 

L’apostolato di Giacomo in Spagna 

Eccoci dunque arrivati al sodo del mio intervento: l’apostolato di san Giacomo in Spagna, tuttora tema di un acceso dibattito accademico.

 

Secondo l’opinione di molti storici, l’Apostolo lasciò Palestina per Spagna nell’anno 42 e vi rimasse fino all’inizio del 44, giacché il suo martirio ebbe luogo nella Pasqua di quell’anno. Egli sicuramente arrivò alle coste della Betica, l’attuale Andalusia, compiendo successivamente un periplo per la penisola seguendo il tracciato delle strade romane. Egli soggiornò più a lungo nella provincia Tarraconense, l’attuale Aragona. I risultati furono però deludenti. Scoraggiato, sull’orlo di mollare, egli fu consolato dalla stessa Madonna che gli apparve circondata di angeli ai margini del fiume Ebro. Questo fatto, chiaramente un fenomeno di bilocazione giacché la Madonna era ancora viva, diede luogo al culto della Virgen del Pilar. Tornando in Palestina, Giacomo subì il martirio di spada per ordine di Erode Agripa, un fatto raccolto anche da Eusebio da Cesarea nella sua Storia della Chiesa, scritta all’inizio del IV secolo.

I discepoli raccolsero di secreto il corpo e lo imbarcarono su una nave diretta in Iria Flavia, capitale della Galizia romana. Prendendo la via romana a Brigantium, interrarono il corpo nei pressi del luogo chiamato Libero Donum. Lì eressero un altare di marmo noto come Arca Marmorea, del quale ci danno testimonianze placche collocate da diverse Re. Questo altare fu successivamente trascurato, restandone appena la tradizione. Così rimase fino all’813, quando fu rinvenuto dall’eremita Pelayo ai tempi di Alfonso I il Casto. Pelayo ebbe la visione d’una scia di stelle, con ogni probabilità la Via Lactea, donde il nome di Campus Stellae, o Compostela. Avvisato il vescovo di Iria Flavia, Teodomiro, si procedette agli scavi, che portarono alla luce il sepolcro, identificato da un’iscrizione. Alfonso I allora consacrò il Regno all’Apostolo san Giacomo.

Alla fine del secolo XVI il vescovo di Santiago Juan San Clemente dovette nascondere il corpo del Santo per sottrarlo ai protestanti inglesi. Più d’un secolo dopo, all’epoca del Cardinale Payá, le reliquie furono ritrovate laddove le aveva nascoste San Clemente. A questo punto si realizzò la prima grande ricerca storica sulle reliquie, con l’intervento dei più noti storici, archeologi e scienziati. Furono raccolti documenti con una minuziosità quasi incredibile. Il processo fu inviato a Roma la quale, ancora non soddisfatta, ordinò nuove ricerche. Finalmente, il 1 novembre 1884 con la Bolla Deus omnipotens, Papa Leone XIII ratificò la sentenza della Commissione speciale di ricerca.

 

Questo risolutivo verdetto pontificio venne a confermare l’immemorabile tradizione sulla presenza di san Giacomo in Spagna, risaliente ai tempi apostolici, come lo dimostrano la biografia di san Clemente scritta da Esiquio e un’opera di san Girolamo, e lo confermano altri documenti come il Breviarum Apostolorum, codice latino del secolo VII, che ripropone i Cataloghi Bizantini, testi greci del secolo V. Cornelio a Lapide, nella sua Comentaria in Scripturam Sacram, parla di “universalis immemorabilis non tantum Hispaniae, sed et fidelium ubique traditio cui refragari nemo potest”. 

 

La battaglia di Clavijo

La ripresa del culto a san Giacomo è strettamente legata a un fatto, storico secondo alcuni leggendario secondo altri: la battaglia di Clavijo. 

Intorno all’anno 842 l’emiro di Córdoba Abderramán II reclamò da Ramiro I, nipote di quel Alfonso che aveva rinvenuto il sepolcro dell’Apostolo, il pagamento del tributo detto “delle 100 vergini”. Dopo aver sentito i suoi consiglieri, Ramiro si rifiutò ed anzi ordinò l’invasione delle terre more. I cristiani furono inizialmente sbaragliati nei pressi di Nájera e si rifugiarono nella località di Clavijo. Quella sera, l’Apostolo rivestito di armatura e impugnando una spada apparve al Re e gli disse: 

“Sappiate che Nostro Signore Gesù Cristo ha distribuito tutte le provincie della terra fra gli angeli, miei fratelli, e a me ha dato Spagna. Siate forte e saldo, perché io sono Santiago, apostolo di Gesù Cristo, e vengo per aiutarti. Sappiate che domani mattina, con l’aiuto di Dio, sconfiggerai i mori che ti accerchiano, anche se moriranno molti dei tuoi, a cui sta riservata la gloria del paradiso. E perché siate certo di questo, tu mi vedrai domani su un cavallo bianco, con una bandiera bianca e portando in mano una grande spada rifulgente. Non esitate ad uccidere i mori gridando ‘Dio aiuta Santiago!’ Con questo grido a tutti vincerai e le passerai a spada”. 

Ramiro raccontò la visione ai vescovi e ai nobili, e l’esercito cristiano ne fu molto rincuorato. Il giorno dopo, in mezzo alla terribile battaglia, san Giacomo adempì alla sua promessa apparendo sopra un cavallo bianco con in mano una spada rifulgente ed incutendo terrore nei seguaci di Maometto che lasciarono sul campo migliaia di morti. Ramiro fece allora voto perpetuo a san Giacomo di offrire le primizie delle raccolte alla chiesa di Santiago. Questo voto, soppresso temporalmente dalle Cortes di Cadiz nel 1812, fu definitivamente abolito solo negli anni 1930.

 

Santiago matamoros

D’allora in poi gli spagnoli sono sempre entrati in battaglia al grido di Santiago! Con questo grido cacciarono i mori via dalla penisola; con questo grido conquistarono il più grande impero mai esistito; con questo grido ripresero per la Chiesa parte dell’Europa caduta nell’eresia protestante; con questo grido sconfissero la flotta turca nella battaglia di Lepanto; e ancora nel 1936 con questo grido i requetés si lanciavano all’assalto delle trincee comuniste. 

L’episodio di Clavijo diede origine alla figura di Santiago matamoros, vale a dire san Giacomo uccidemori, che esercitò una potente influenza su tutto il Medioevo. Basti ricordare che san Luigi IX, Re di Francia e crociato, morì pregando la Messa di san Giacomo, secondo racconta Dom Guéranger nel suo celebre L’Année Liturgique. 

La figura di Santiago matamoros ebbe poi un curioso riscontro nel Nuovo Mondo nella figura, non meno guerriera, di un Santiago, al meno temporalmente, mataindios. Dico temporalmente giacché gli indios successivamente si convertirono in massa, entrando in questo modo a far parte della cristianità ispanica con una cultura forte e propria, quella latinoamericana. 

Il fatto è riferito da un testimone non sospetto: un nipote del penultimo imperatore Inca, chiamato Garcilaso de la Vega el Inca. Nella sua Historia General del Perú, egli descrive come duecento spagnoli erano accerchiati in Cuzco da migliaia di indios. Estremati, decisero di fare un’uscita disperata. Sentiamo l’Inca Garcilaso: 

“Caricarono contro gli indios, chiamando a grandi voci la Santa Vergine e l’Apostolo Santiago. (...) Dopo 5 ore di combattimento i fedeli erano esausti e i loro cavalli stremati. (...) In quest’ora piacque a Nostro Signore favorirli con la presenza del Beato Apostolo Santiago, patrono di Spagna, il quale apparve visibilmente, palesandosi e agli spagnoli e agli indios, sopra un bel cavallo bianco, ricoperto dell’abito d’un ordine militare con in mano una spada che sembrava un lampo tanto era il fulgore che emetteva. Terrorizzati, gli indios gridavano: ‘Chi è questo Viracocha [cioè Signore] che porta in mano la illapa [il lampo]?’ Laddove il santo caricava, gli indios fuggivano spaventati”. (Historia General del Perú, vol. 1, p. 177.) 

L’episodio è immortalato in un quadro che si trova in una cappella laterale della cattedrale di Cuzco, in Perú. Lo stesso Inca Garcilaso, vissuto pochi decenni dopo, racconta di aver “conosciuto molti indios nonché spagnoli che presero parte a quella guerra”. Egli riferisce come questi veterani, indicando il quadro, esclamavano: “Ecco il Viracocha che ci distruggeva su questa piazza!”.

Questo carattere guerriero di san Giacomo è raccolto perfino nel Breviaro Romano che, nel proprio di Spagna al 25 luglio, recita: “Quando da ogni parti infieriva la guerra, Tu apparvi in mezzo alla battaglia, abbattendo con furia i mori scatenati, con tuo cavallo e tua spada”. Si tratta, ovviamente, del Breviaro in uso prima della riforma conciliare.

Ne capitolo 807 della Primera Crónica General, Re Alfonso X il Saggio racconta un episodio assai curioso. All’epoca di Fernando I il Magno si recò in pellegrinaggio a Compostella il vescovo greco Estiano. Di mentalità razionalista, derideva il culto guerriero a san Giacomo, chiamandolo di “pescatore sempliciotto”. Una notte, san Giacomo gli apparve rivestito di tutte le armi e gli disse: “Estiano, tu disprezzi i pellegrini che mi chiamano cavaliere e dici che non lo sono. Mai più debbi dubitare che io sono un cavaliere di Cristo e aiuto i cristiani contro i mori”. A conferma della visione, san Giacomo rivelò al vescovo che il giorno dopo Re Fernando espugnerebbe finalmente Coimbra, accerchiata da diversi mesi. Egli comunicò questa visione al popolo congregato nella cattedrale per la Messa mattutina. E così fu. La notizia della presa di Coimbra giunse due giorni più tardi.

 

Un santo scomodo... e perciò necessario

Ben possiamo immaginare che un tale santo cavaliere riesca piuttosto scomodo ai pacifisti. Negli ultimi anni non sono mancati perfino appelli affinché molte sue statue, ritenute offensive nei confronti dei “fratelli musulmani”, vengano tolte dagli altari e seppellite in qualche museo di arte sacra. 

Noi dobbiamo invece proclamare non solo la perennità dell’Apostolo san Giacomo, ma anzi la sua pressante attualità come modello di fronte a sfide che, per un curioso parallelismo storico, sembrano riproporre a distanza di più di mille anni le stesse situazioni affrontati dai cristiani visigoti quando le orde di Al Tarik varcarono lo stretto di Gibilterra.

 

Allora si opposero due partiti: i partigiani dell’accomodamento buonista, i cosiddetti mozarabi impersonati dal vescovo traditore Don Opas, e quelli invece favorevoli alla resistenza a oltranza raccolti attorno al principe Don Pelayo. Piaccia o no agli odierni pacifisti, Spagna può oggi considerarsi un paese europeo solo perché storicamente l’hanno spuntata quest’ultimi.

Speriamo che la storia si ripeta.

Categoria: Giugno 2004

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