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2004

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S. Pio X: un santo per tutte le stagioni

 

Il 30 maggio p.v. ricorre un anniversario il quale, ci possiamo scommettere, passerà largamente inosservato da molti mezzi di propaganda. Ci riferiamo al cinquantesimo della canonizzazione di Papa San Pio X (1903-1914).

Perché questo silenzio? La risposta non è difficile: per molti S. Pio X è un santo scomodo. Egli rappresenta, infatti, l’esatto opposto di certi errori che, purtroppo, sono andati man mano insinuandosi in non pochi ambienti cattolici fino a sfociare nell’odierno progressismo. La sua canonizzazione costituisce, a contrariu sensu, una condanna di questo progressismo, al punto che da più parti si è alzata l’incredibile voce chiedendo la sua “decanonizzazione”.

Nel rendere omaggio a questo grande Santo, Tradizione Famiglia Proprietà affida alla sua preziosa intercessione tutti i suoi amici e collaboratori.

 

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- Bonsoir, Emminence. Enfin j’ai l’honneur de faire la connaissance du Patriarche de Venise. Très enchanté!

- Gallice non loquor.

- Gallice non loquis? Ergo non es papabilis!

- Verum est, Emminentissime Domine, non sum papabilis. Deo gratias!

Questo insolito dialogo fra il cardinale Lécot di Bordeaux e il cardinale Giuseppe Sarto, svoltosi durante il Conclave del luglio 1903, riassume il concetto che in molti avevano dell’allora Patriarca di Venezia: un bravo curato campagnolo che non sapeva nemmeno parlare il francese e che, dunque, non era per niente “papabile”.

 

La fermezza di un Vescovo

Eppure, come vescovo di Mantova il porporato aveva già dato mostre d’una chiarezza di vedute nonché d’una fermezza di animo che ne avrebbero avallato un concetto ben più lusinghiero. Bastino due esempi.

A Mantova vi era l’uso che il 14 maggio, genetliaco del re Umberto, le autorità civili e militari assistessero al Te Deum in Cattedrale e poi passassero per una cerimonia simile alla Sinagoga. Questa parificazione tra la Cattedrale e la Sinagoga urtava il sentimento di mons. Sarto, il quale nel 1889, pochi giorni prima del 14 marzo, si decise di mettere fine alla consuetudine, ponendo alle autorità cittadine questo chiaro dilemma: o in Cattedrale o in Sinagoga.

Sconcertato per questo ultimatum, il Prefetto della città chiese istruzioni sul da farsi all’On. Crispi, allora Presidente del Consiglio dei Ministri. La risposta del vecchio garibaldino, che ben conosceva il carattere di mons. Sarto, fu: né il Cattedrale né in Sinagoga. E così fu risparmiata a Mantova questo uso che aveva destato non poca confusione fra i fedeli.

In un altro episodio, il Sindaco di Cavriana, uno dei grossi paesi della Diocesi, ci teneva a solennizzare il 20 settembre, anniversario della breccia di Porta Pia. Abusando della debolezza del Parroco, voleva che fossero suonate le campane. Venendo a conoscenza del fatto, mons Sarto andò personalmente in paese quel giorno, proibì che suonassero le campane e poi spiegò al popolo riunito nella Chiesa madre: “Le campane non devono servire per commemorare avvenimenti che hanno fatto piangere il Vicario di Cristo, offeso la Chiesa, contristato il cuore dei cattolici di tutto il mondo”. Inutile dire che il Sindaco dovette piegarsi.

 

Umili origini

Nato il 2 giugno 1835 a Riese (TV) nel seno d’una famiglia umile e profondamente cattolica, Giuseppe Melchiorre Sarto conobbi da bambino la povertà. Studente al liceo di Castelfranco Veneto, distante 7 chilometri da Riese, egli doveva fare a piedi il viaggio andata e ritorno portando in mano il suo unico paio di scarpe, che indossava soltanto per entrare in scuola.

Nel 1850 ricevette la tonsura dalle mani del Vescovo di Treviso e una borsa per studiare nel seminario di Padova, dove venne ordinato sacerdote nel 1858. Come vice parroco di Tombolo durante nove anni, cominciò a dare mostre di quelle virtù che faranno le persone esclamare al suo passaggio: ecco un santo!

Nel 1867 fu nominato arciprete di Salzano e, successivamente, canonico della Cattedrale di Treviso, Rettore del seminario diocesano e Vicario Generale. In questa veste egli praticamente governò la diocesi per diversi anni, vista la salute cagionevole del vescovo, mons. Zanelli. Alla morte di questi fu nominato Vicario Capitolare in sede vacante. Tra le sue conquiste vi è quella di aver organizzato l’istruzione religiosa per gli allievi delle scuole pubbliche, all’epoca perfettamene laiche.

La sua fama di uomo santo nonché di eccellente amministratore gli valse nel 1884 la nomina di vescovo di Mantova. La sua prima preoccupazione fu quella di ripristinare il seminario che, in meno di un anno, decuplicò il numero di iscritti. Diffuse anche la teologia tomista e il canto gregoriano, inaugurando le scuole serali di dottrina cattolica per adulti. Creato cardinale nel 1893, fu nominato Patriarca di Venezia. Dovette però aspettare 18 mesi per prendere possesso della sua sede, dovuto all’opposizione del governo. Come Patriarca ebbe le prime divergenze con i cosiddetti democratici cristiani, le cui dottrine condannò con fermezza.

 

Un Papa coraggioso

Alla morte di Leone XIII, nel 1903, partì alla volta di Roma per partecipare al Conclave. Le prime votazioni diedero la preferenza al Cardinale Rampolla del Tindaro, Segretario di Stato di Leone XIII ritenuto da molti il suo naturale successore. Con non poca sorpresa, però, il Patriarca di Venezia raccolse alcuni consensi. “Le Loro Eminenze si divertono alle mie spese...”, commentava turbato.

Quando ormai l’elezioni di Rampolla era data per scontata, successe il colpo di scena che avrebbe cambiato la storia della Chiesa nel secolo XX. Chiedendo la parola, il Cardinale Puzyna di Cracovia dichiarò che l’Imperatore di Austria-Ungheria, Francesco Giuseppe, intendendo far uso di antica prerogativa, lanciava il veto contro l’antico Segretario di Stato. Allora le preferenze si volsero per il Cardinale Sarto che, però, non si sentiva all’altezza della missione.

A questo punto, il Cardinale Decano incaricò il Segretario del Sinodo, mons. Rafael Merry del Val, di recarsi dal Patriarca per pregarlo di accettare. Ecco il suo racconto:

“Era circa mezzogiorno quando entrai nella silenziosa e oscura Cappella Paolina. La lampada ardeva di vivida luce davanti al SS.mo Sacramento ed in alto, ai lati del quadro di Nostra Signora del Buon Consiglio, erano accese alcune candele. Scorsi un Cardinale inginocchiato sul pavimento, assorto in profonda preghiera, con la testa fra le mani. Era il Cardinale Sarto. M’inginocchiai al suo fianco e, a voce bassa, gli manifestai la commissione affidatami.

“Sua Eminenza, appena ebbe inteso la mia ambasciata, sollevò la testa e volse lentamente il suo sguardo verso di me, mentre copiose lacrime sgorgavano dai suoi occhi. Davanti a così grande angoscia trattenni quasi il respiro nell’attesa di una sua risposta.

-- Si, si, monsignore, dica al Cardinale Decano che mi faccia questa carità.

“In quel momento mi sembrò che egli ripetesse le parole del Divino Maestro nell’Orto del Gethsemani: Transeat a me calix iste.

“Le sole parole che io ebbi la forza di pronunciare furono: Eminenza, si faccia coraggio!”

Coraggio, ecco ciò che contraddistingue il pontificato di S. Pio X. Spinto da un ardente “zelo per la casa del Signore” (Sal. 68,10), egli contrastò gli errori della Rivoluzione a 360 gradi: dal campo teologico a quello socio-politico, dal campo artistico a quello liturgico, dal campo morale a quello diplomatico. Nell’impossibilità di riassumere in poche righe il suo pontificato, ci limitiamo a risaltarne alcuni aspetti.

 

Istaurare omnia in Christo

S. Pio X riteneva “la malattia dei nostri tempi” la radicale negazione dei diritti di Dio, sia nelle anime che nella società. Quindi il suo lemma: Istaurare omnia in Christo.

Questa restaurazione era anzitutto spirituale. Il Pontefice si trovava davanti un mondo in crisi. Per lui, tutti i problemi non erano che aspetti di un’unica crisi fondamentale che aveva come specifico campo d’azione l’uomo stesso. In altri termini, si trattava d’una crisi della Fede nel più profondo dell’anima dell’uomo contemporaneo, che da qui inquinava tutti gli aspetti della sua personalità e tutte le sue attività. Bisognava prima di tutto convertire l’umanità peccatrice.

Donde la riforma dei seminari e degli studi ecclesiastici, la comunione precoce per i bambini, il ripristino della liturgia e del canto sacro, la promozione della teologia scolastica e tante altre iniziative che fanno del suo pontificato uno dei più “spirituali” dei tempi moderni.

Ma la restaurazione doveva essere anche temporale. S. Pio X aveva una chiara idea che non bastava la conversione delle anime. Bisognava pure restaurare la civiltà cristiana: “Nostro dovere è, dunque, difendere la verità e la legge di Cristo, (...) ricondurre sulle vie dell’equità così nella vita pubblica come nella privata, sia sul terreno politico e sia su quello sociale tutti gli uomini. (...) Sappiamo benissimo che Noi urteremo non pochi. (...) Il Sommo Pontefice, investito da Dio del supremo Magistero, non può assolutamente separare le cose che appartengono alla fede ed ai costumi dalla politica. (...) Dunque, ufficio nostro apostolico è di confutare e rigettare i principi della moderna filosofia e le sentenze del diritto civile che mettono le cose umane per una via contraria al prescritto della legge eterna. (Enciclica E supremi apostolatus).

 

Il contrasto col cattolicesimo democratico

A metà dell’800, come risposta alle ingiustizie causate dalla rivoluzione industriale, era sorto il cosiddetto “cattolicesimo sociale” che, purtroppo, si era lasciato influenzare in alcuni suoi ambienti da dottrine e da atteggiamenti di matrice socialista. Questo cedimento a sinistra diede origine alla corrente nota come “cattolicesimo democratico”.

Capeggiata da don Romolo Murri, questa corrente sovversiva prese il sopravento all’interno del movimento cattolico italiano nel 1903, nel corso del 19° congresso nazionale dell’Opera dei Congressi tenutosi a Bologna. Profondamente dispiaciuto per l’esito del congresso e, in modo generale, con la piega che avevano preso alcuni settori dell’Opera, nel dicembre 1903 S. Pio X pubblicò il motu proprio Fin dalla prima, in cui delineava un “ordinamento fondamentale per l’azione sociale dei cattolici”. Due brani ne sintetizzano lo spirito:

“La Società umana, quale Dio l’ha stabilita, è composta di elementi ineguali, come ineguali sono i membri del corpo umano: renderli tutti eguali è impossibile, e ne verrebbe la distruzione della medesima Società. (...)

“L’uomo ha sui beni della terra non solo il semplice uso, come i bruti; ma sì ancora il diritto di proprietà stabile: né soltanto proprietà di quelle cose, che si consumano usandole; ma anche di quelle cui l’uso non consuma.”

I cristiani democratici risposero con insolenza. Forse un’altro Pontefice avrebbe scelto di temporeggiare. S. Pio X, invece, non esitò. Dopo aver pubblicato l’enciclica Il fermo proposito, egli scomunicò don Murri e chiuse l’Opera dei Congressi. Nel 1910, con la lettera apostolica Notre Charge Apostolique, egli condannò una simile corrente in Francia, il movimento Le Sillon capeggiato da Marc Sangier, sopranominato “il profeta della democrazia cristiana”.

 

La lotta contro il modernismo

Ma forse ciò che ha contraddistinto di più il suo pontificato sia stata la lotta contro il modernismo.

Covato in ambienti intellettuali di “avanguardia” sotto forme variegate e non sempre d’accordo tra loro verso la fine dell’800, il Modernismo voleva attuare profonde riforme nella dottrina e nella struttura della Chiesa, a pretesto di adattarla allo “spirito dei tempi”. Secondo Alfred Loisy (1857-1940), principale esponente della corrente, lo scopo era “cambiare la Chiesa, la sua costituzione, le sue dottrine e i suoi riti” (Alfred Loisy, citato in Vincent Maumus, Les Modernistes, Beauchesne, Parigi 1909, p. 93).

Dopo ripetuti e inutili avvertimenti, S. Pio X si vide costretto a passare all’azione. Nel 1906 egli pubblicò l’enciclica Pieni l’animo, nella quale condannava severamente le tendenze innovatrici. Ma la battaglia era appena cominciata. Nell’allocuzione del 17 aprile 1907, egli stigmatizzò “questo assalto che costituisce non solo una eresia ma la sintesi, l’essenza velenosa di tutte le eresie”. Poi, il 3 luglio, il Santo Uffizio pubblicò il decreto Lamentabili Sane Exitu, contenente un syllabus di 65 proposizioni moderniste condannate.

Finalmente, l’8 settembre S. Pio X pubblicò l’enciclica Pascendi Dominici Gregis, nella quale qualificava il Modernismo “la cloaca dove sfociano tutte le eresie”, e i modernisti “i più perniciosi avversari della Chiesa”. Diversi esponenti della corrente furono successivamente scomunicati.

Tutti gli storici coincidono nel ritenere che questi energici interventi ritardarono la comparsa del “progressismo” e del “catto-comunismo” di almeno mezzo secolo.

 

Il supremo sacrificio

S. Pio X si oppose strenuamente alla I Guerra Mondiale. La prospettiva d’un conflitto generalizzato, con l’inevitabile sequela di morte e di distruzione, dilacerava il suo cuore di pastore. Egli fremeva nel considerare che, vista la triste situazione morale dell’epoca, molte anime si sarebbero perse.

Ma la sua posizione non aveva niente di quel pacifismo sdolcinato e arrendevole, un pacifismo fine a se stesso, che si è fatto largo in ambienti cattolici solo molto tempo dopo. Papa Sarto era soprattutto preoccupato con i danni che tale guerra avrebbe fatalmente arrecato alla civiltà cristiana che egli con tanto affanno voleva restaurare: “Invitai il mondo a istaurare omnia in Christo perché previde la tempesta quando gli altri si ostinavano a non vedere. Ormai è troppo tarde. Per noi, per la Chiesa, l’Europa è lo spirituale, il sacro e pacifico impero che i martiri e i santi hanno creato e unificato sulle rovine del paganesimo e della barbarie. Adesso la civiltà precipita verso la catastrofe”.

S. Pio X morì il 21 agosto 1914 sopraffatto dalla tristezza nel vedere che la guerra che egli aveva tanto temuto era purtroppo scoppiata.

Categoria: Marzo 2004

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