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2004

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The Passion

 

Parlando di controtendenza, ecco l’ultimo film di Mel Gibson.

 Alla luce di quanto detto nel precedente articolo, non possiamo non ravvisare nello strepitoso successo di La Passione di Cristo, che ha già incassato più di 300 milioni di dollari, un segno dell’anelito di ampi settori dell’opinione pubblica americana a una visione di Nostro Signore Gesù Cristo, e quindi della Chiesa, molto più realistica e quindi distante anni luce da quella che certo progressismo ha cominciato ad esibirci a partire degli anni ‘60. Al punto che, da diverse parti, si è sentito un vero e proprio grido di allarme: questo film ci fa tornare indietro! Se fosse proprio così, verrebbe dire che, nonostante le apparenze del contrario, sono in molti a non sentirsi a loro agio di fronte a certe tendenze dei nuovi tempi.

Il Cristo di Gibson, d’altronde perfettamente consono ai testi evangelici, è infatti un Cristo sofferente, ferito, lacerato, che offre fino all’ultima goccia del Suo Preziosissimo Sangue per la nostra salvezza e redenzione. Un Cristo che rispecchia in modo clamoroso le parole del profeta: “Dalla pianta dei piedi alla testa non c’è in esso una parte illesa, ma ferite e lividure e piaghe aperte, che non sono state ripulite, né fasciate, né curate con olio” (Is. 1,6). Un Cristo che ci rammenta quindi il valore della sofferenza, della penitenza, che ci invita alla serietà, alla compostezza, alla conversione. Insomma, un Cristo da Venerdì Santo.

Una certa scuola ha voluto dimenticare questo Cristo per mettere in mostra esclusivamente il Cristo Risorto. È chiaro che la Risurrezione è il coronamento della Redenzione. Ma questa si è compiuta sostanzialmente col sacrificio del Figlio di Dio sulla croce. Questa visione sembra, però, urtare coloro che vogliono presentare la religione come un fatto quasi del tutto festoso, “pasquale” appunto, dove il dolore causato dai peccati degli uomini è pressoché assente.

Dietro queste due visioni si celano due mentalità antitetiche. Una crede nei valori assoluti del bene, ma anche nel peccato ed è quindi consapevole che “la vita dell’uomo sulla terra è una battaglia” (Giobbe, 7,1). Un’altra ritiene che i mali del mondo siano solo frutto di malintesi o di ignoranza e che, dunque, un atteggiamento “aperto” e accondiscendente potrebbe risolvere tutto.

Il film di Mel Gibson ci mostra che non sempre queste scuole moderne riescono a penetrare il cuore delle masse, cioè a mutare il sensum fidei. Oltre al fatto teologico, qui ci troviamo davanti a un fenomeno sociologico che deve far riflettere.

Non spetta a noi in questa sede analizzare i meriti artistici del film. Ci interessa cogliere il suo significato di “segno dei tempi”. “Il Cristo secondo Mel Gibson -- commenta Alberto Melloni sul Corriere della Sera -- sembra fiutare una stagione spirituale nuova”. Solo che, in questo caso, la “novità” punta nel senso della tradizione. Nell’opinione del prof. Melloni, condivisa poi da altri commentatori, il successo del film di Gibson solleva perplessità “riguardo l’assetto istituzionale della Chiesa, le relazioni ecumeniche, i rapporti interreligiosi”, cioè proprio quei “luoghi cruciali” che hanno caratterizzato alcune moderne tendenze all’interno del cristianesimo più recente.

Insomma, qualcosa di nuovo (anzi, d’antico) si muove sotto il sole.

Categoria: Marzo 2004

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