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2007

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Attualità

 

Dico: due questioni di fondo

 

Tra i molteplici aspetti sollevati dalle polemiche intorno ai Dico, vale a dire l’iniziativa legislativa che intende legittimare le “coppie di fatto”, sulla quale sono scorsi fiumi di inchiostro in questi ultimi mesi, vorremmo rilevarne due che, a nostro parere, stanno al cuore della questione:

— È ormai chiaro che, nonostante il nome generico (“Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi”), i Dico riguardino esclusivamente le coppie omosessuali, visto che per tutti gli altri tipi di convivenza vi sono già strumenti che permettono comunque di fornirli d’una base legale. Detto in parole povere: vogliono legalizzare il “matrimonio omosessuale”. Il che solleva ipso facto il problema etico e teologico della legittimità della condotta omosessuale: si può legittimare una condotta che, oltre a violare punti basilari della morale cristiana, sovverte gravemente l’ordine naturale e, perciò, nuoce alla società stessa?

— La Chiesa cattolica, per bocca dei suoi più autorevoli rappresentanti, compreso Papa Benedetto XVI, ha espresso una posizione assai netta: i cattolici non possono in nessun modo favorire questo disegno di legge, e questo vale anche per i cattolici in Parlamento. Tanto è bastato per scatenare le varie sinistre contro questa “intrusione” della Chiesa in campo politico. Sullo sfondo, il delicato problema della missione che Nostro Signore Gesù Cristo ha affidato alla Sua Chiesa, e della sua libertà di realizzarla. Può la Chiesa tacere in circostanze dove il silenzio implica l’apostasia? E possono le autorità civili toglierle la libertà di compiere la sua missione divina?


Non licet

La dottrina della Chiesa in tema di omosessualità è molto chiara: “Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che ‘gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati’. Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati”. (1)

La semplice inclinazione omosessuale, anche se intrinsecamente disordinata, non costituisce di per sé un peccato. Può provenire da cause varie, anche senza colpa della persona. Lo stesso Catechismo mette in risalto che “la sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile”. Una persona che prova questa inclinazione ma che resiste, e riesce quindi a controllarsi, merita rispetto e comprensione. Tutt’altra è la situazione di uno che cede e pratica atti di omosessualità. In questo caso si tratta d’una condotta gravemente riprovevole.

Come vediamo, il magistero della Chiesa scaturisce da tre fonti: la Sacra Scrittura, la Tradizione, la legge naturale. Quanto alla prima, la sua dottrina è assai chiara e non ammette interpretazioni ambigue. Qualcuno potrà obbiettare che si tratti d’una letteratura debitrice verso le varie epoche nelle quali fu scritta. Dev’essere tuttavia rilevato che esiste un’evidente coerenza all’interno delle Scritture per quanto riguarda il giudizio sul comportamento omosessuale. Una coerenza successivamente mantenuta dalla Chiesa sin dall’inizio e fino ai giorni nostri. In duemila anni di storia, la Tradizione — e questa comprende non solo il magistero dei Papi e dei vescovi, ma anche l’autorevole opinione dei Padri, dei Dottori e dei santi — è stata unanime nel condannare l’omosessualità come peccato gravissimo.


Ma anche a prescindere dalle fonti soprannaturali, secondo la stessa legge naturale la condotta omosessuale è obbiettivamente disordinata, dal momento che priva l’atto sessuale della sua finalità essenziale e indispensabile, cioè la procreazione. L’atto sessuale è, certo, accompagnato da piacere. E questo è un bene perché, diversamente, l’uomo potrebbe trascurare questa importante funzione procreatrice. Ma fare del puro piacere il principale motivo dell’atto sovverte l’ordine naturale in quanto sostituisce la finalità col corollario.

I principi contenuti nella legge naturale, come ha rammentato recentemente il Papa, sono “norme inderogabili e cogenti che non dipendono dalla volontà del legislatore e neppure dal consenso che gli Stati possono ad esse prestare. Sono infatti norme che precedono qualsiasi legge umana: come tali, non ammettono interventi in deroga da parte di nessuno”. (2)


Questo magistero sulla famiglia come istituzione fondata sul matrimonio fra uomo e donna è uno di quei “valori non negoziabili” dei quali ha tanto parlato Benedetto XVI, cioè valori il cui abbandono implicherebbe l’apostasia. La Chiesa non può tacere. Per obbligo di stretta fedeltà alla sua missione divina deve dire: non licet.


Ego tibi dabo claves regni caelorum


E questo ci porta al secondo quesito: reiterando publicamente il suo magistero bimillenario sull’omosessualità, e ammonendo i cattolici a non sostenere leggi che la favoriscano, distruggendo in questo modo l’istituzione della famiglia, la Chiesa avrebbe sconfinato dalla sua missione spirituale, invadendo il campo temporale?


Per istituzione divina, la Chiesa è “Madre e maestra di tutte le genti”, come insegnava Giovanni XXIII nell’enciclica che reca appunto questo titolo. Questa missione comprende il potere spirituale diretto in rebus fidei et morum, cioè in materia di fede e costumi (morale), nonché il potere indiretto sul campo temporale, nella misura in cui vi siano coinvolte tali materie. È questo e non altro il simbolismo delle due chiavi sullo stemma pontificio, quella d’oro e quella d’argento, in riferimento ai poteri conferiti da Gesù Cristo a Pietro e suoi successori (Matt. 16, 19).


D’altronde, essendo la legge naturale una “partecipazione della legge eterna nella creatura razionale” (3), la Chiesa ne è pure la sua genuina tutrice.


Rispettando perfettamente l’autonomia propria del campo temporale, la Chiesa ha dunque l’obbligo di annunciare il messaggio del Vangelo alla società. Ciò le impone anche di annunciare ai capi delle nazioni, ai governi ed agli Stati il loro dovere di conformare le legislazioni e la concreta politica alla dottrina morale contenuta nelle Sacre Scritture e nella legge naturale.


Una falsa “laicità”


Contro la missione della Chiesa insorgono quindi i difensori della “laicità”, forse senza rendersi conto che una cosa è affermare la separazione fra Chiesa e Stato, ma tutt’altra è affermare che lo Stato non può essere vincolato all’ordine morale. Questo errore, puntualmente denunciato da Giovanni Paolo II (v. pag. 16), porta in ultima analisi alla rovina dello Stato.


Qual è allora la logica da cui sono mossi i difensori dei Dico?


Non è altra che la Rivoluzione culturale del ‘68, quella “diffusa e totale disintegrazione del sistema” della quale parlava Marcuse, compiuta da una radicale liberazione degli istinti contro i freni inibitori, interni ed esterni, basati su secoli di cultura e di civiltà cristiana. Uno dei punti saldi di questa rivoluzione è, appunto, la libertà sessuale illimitata. Per sua stessa natura, questa esplosione passionale tende a trascinare nel vortice delle lotte contro ogni autorità e “repressione” tutte le attività e tutti i rapporti umani: nella famiglia, nel lavoro, nella scuola, nell’economia, nella cultura, nella politica e via dicendo.


In questo senso, l’energica posizione assunta dalla Chiesa in Italia in questo frangente si rivelerà una battaglia in difesa non solo delle radici cristiane del nostro Paese, ma della civiltà tout court.


Note______________________________


1. Catechismo della Chiesa Cattolica, 2357.
2. Discorso ai partecipanti al Congresso internazionale sul diritto naturale, Pontificia Università Lateranense, 12 febbraio 2007.
3. Summa Theologica, I-II, 90-94.

Categoria: Maggio 2007

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