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2008

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L'eredità del '68

 

La Rivoluzione nelle tendenze

 

Commentando i capi d’abbigliamento presentati nelle sfilate di moda a Milano qualche mese fa, i giornalisti si servivano volentieri di aggettivi quali "romantico", "aggressivo", "sensuale", "misterioso". Ma, come è possibile applicare a dei pezzi di stoffa valutazioni che appartengono chiaramente alle categorie dello spirito?

La risposta è semplice: non si riferivano ai vestiti, incapaci per natura di possedere caratteristiche morali, ma alle reazioni che suscitavano negli spettatori. Mentre alcuni vestiti ispiravano sogni romantici, altri provocavano aggressività o lasciavano alleggiare un’aria di mistero. Esercitavano, cioè, un’influenza sullo stato d’animo degli spettatori per mezzo delle percezioni sensoriali.


Il ruolo degli ambienti 

Questo che si dà con i vestiti, si dà anche con altre realtà materiali con le quali l’uomo viene a contatto: suoni, forme, colori, sapori, odori. Dio ha stabilito misteriose e profonde relazioni tra queste realtà materiali e certi stati d’animo dell’uomo. Ecco perché, per esempio, possiamo parlare di un profumo "ingenuo" piuttosto che "sensuale", "maschile" piuttosto che "femminile", "tradizionale" piuttosto che "trasgressivo". 

Ma è vero anche l’inverso: se da una parte l’uomo subisce l’influenza delle realtà materiali che lo circondano, d’altra parte egli tende a modellarle secondo il suo spirito. Mettiamo a confronto, per esempio, l’abbigliamento dell’Ancien Régime, riflesso d’una mentalità che in tutto cercava la raffinatezza, con le mode apparse negli anni ‘60 come manifestazione dello spirito hippie. Al primo corrispondeva il minuetto come musica e il salotto come ambiente, mentre alle seconde si addice il rock’n roll e la discoteca. 

Si stabilisce così un circuito per il quale l’uomo modella le realtà che lo circondano ed esse, a loro volta, esercitano su di lui una profonda influenza. E tutto questo, sottolineiamo, ancor prima che l’intervento dell’intelletto abbia dato un contenuto ideologico a questi fenomeni. "Gli uomini — spiega Plinio Corrêa de Oliveira — si formano ambienti a loro immagine e somiglianza, in cui i loro costumi e civiltà si espandono. Ma è anche vero, in larga misura, l’inverso: gli ambienti formano a loro immagine e somiglianza gli uomini, i costumi, le civiltà"

In questo modo, è possibile influire sull’uomo non solo attraverso un’argomentazione dottrinale, indirizzata cioè all’intelletto. Anche attraverso la manipolazione degli ambienti e di altre realtà materiali si possono influenzare a fondo le mentalità, e indurre persone, famiglie e popoli a formarsi una certa condizione spirituale. Si tratta di un’azione tendenziale. 


Le tre profondità della Rivoluzione 

Molto si è scritto sulle dottrine e sui fatti delle grandi rivoluzioni che hanno costellato la storia moderna. Esiste al riguardo una folta e autorevole bibliografia controrivoluzionaria. Poco o niente, invece, si è detto su questo aspetto previo e più profondo: la componente tendenziale, cioè quella che si manifesta attraverso vestiti, musiche, ambienti, stili artistici e via dicendo. 

Ecco un significativo contributo del prof. Plinio Corrêa de Oliveira. Nel processo rivoluzionario egli distingue tre profondità: nelle tendenze, nelle idee e nei fatti. "Possiamo distinguere nella Rivoluzione tre profondità, che cronologicamente fino a un certo punto si compenetrano. La prima, cioè la più profonda, consiste in una crisi delle tendenze. Queste tendenze disordinate, che per loro propria natura lottano per realizzarsi, non conformandosi più a tutto un ordine di cose che è a esse contrario, cominciano a modificare le mentalità, i modi di essere, le espressioni artistiche e i costumi. (...) Da questi strati profondi, la crisi passa al terreno ideologico. (...) Questa trasformazione delle idee si estende, a sua volta, al terreno dei fatti". 

Ogni rivoluzione possiede queste tre profondità. La Rivoluzione francese, per esempio, è chiaramente frutto delle dottrine illuministiche e liberali del che poi hanno prodotto i fatti del 1789. Ma queste dottrine sono sorte in un ambiente già agitato da profonde trasformazioni nel campo delle tendenze. Per esempio, nel gusto eccessivo della regina Maria Antonietta per la sua fattoria, l’Hameau, dove riparava per sfuggire al protocollo della Corte, si poteva scorgere la profonda sazietà delle nuove generazioni per i fasti dell’Ancien Régime. E, come sappiamo, la noia è l’anticamera del rifiuto.

 "Bisogna vivere come si pensa, se no, prima o poi, si finisce col pensare come si è vissuto", diceva Paul Bourget.

 A sua volta, la Rivoluzione francese diede origine a tutt’una serie di manifestazioni tendenziali che hanno contribuito possentemente alla sua propagazione. Basti pensare che ebbe come simbolo una musica, la Marseillaise, che da sola ha probabilmente entusiasmato più persone per la causa rivoluzionaria che non i libri di Rousseau o di Montesquieu. 

Fino a metà del secolo XX, il fattore ideologico rimaneva comunque di vitale importanza, visto trattarsi d’una umanità che ancora privilegiava — anzi, in certi casi, perfino divinizzava — la ragione, e alla quale serviva, dunque, un’articolata argomentazione intellettuale. 


La dimensione tendenziale

Ma già dagli anni 1950 comincia a profilarsi ciò che Paolo VI più tardi chiamerà la "civiltà dell’immagine", col sorgere d’una generazione caratterizzata dalla spontaneità delle reazioni primarie, senza il controllo dell’intelligenza né la partecipazione effettiva della volontà; dal predominio della fantasia e delle "esperienze" sulla analisi metodica della realtà. È questa la generazione che farà il ‘68. 

Senza in niente sminuire il contributo degli intellettuali — pensiamo a Ginsberg negli USA e a Marcuse in Francia — la rivoluzione del ‘68 è stata predominantemente tendenziale, sia nella sua genesi che nei suoi sviluppi. La minigonna e il bikini hanno fatto più per la rovina della moralità, che non i libri di Wilhelm Reich e della scuola freudo-marxista, che la stragrande maggioranza dei ragazzi probabilmente ignora nel modo più assoluto. 

Il prof. Plinio Corrêa de Oliveira è stato sempre molto attento a questa dimensione tendenziale della Rivoluzione. Dal 1951 sul mensile Catolicismo egli teneva la rubrica "Ambienti, costumi, civiltà", nella quale analizzava le trasformazioni nei tipi umani, negli stili artistici, nella moda. Già da allora egli prevedeva che queste trasformazioni preparavano una grande rivoluzione, abbozzata poi nel suo libro «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione», del 1959.

Categoria: Giugno 2008

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