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2008

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L'eredità del '68

 

1968: “Un rasoio che separò il passato dal futuro”

 

Secondo Time, “il ‘68 fu un rasoio che separò il passato dal futuro”. Più che rasoio, però, il 1968 fu una pietra miliare, cioè un anno cruciale ed emblematico, di quel gigantesco e multiforme processo rivoluzionario che aveva già avuto il 1789 e il 1917.

Prime avvisaglie

Qualcosa covava già da tempo. Dagli Stati Uniti, e poi dall’Inghilterra, arrivavano nuovi ritmi musicali — boogie-woogie, blues,  rock’n roll — nonché nuovi tipi umani — teddy boys, hipsters, beatnicks — espressioni d’una intera generazione che non si riconosceva più nei canoni tradizionali e bramava per cambiamenti di fondo. Era come un’onda di urto, immensa ma ancora sorda, che saliva dagli abissi. Disdegnata da molti come una pazzia passeggera di ragazzi sballati, che sarebbe subito rientrata in riga, per gli osservatori più avveduti, invece, quest’onda indicava che qualcosa di epocale stava per esplodere.

Già nel 1959, nel saggio «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione», il prof. Plinio Corrêa de Oliveira scorgeva in queste tendenze le prime avvisaglie d’una nuova onda rivoluzionaria, la 4ª, sulla scia di quel processo storico iniziato col Protestantesimo (1ª Rivoluzione), e continuato con la Rivoluzione francese (2ª Rivoluzione) e col Comunismo (3ª Rivoluzione).

 “Così come lo abbiamo descritto — diceva il pensatore cattolico — il processo rivoluzionario nelle anime ha prodotto nelle ultime generazioni, e specialmente negli adolescenti d’oggi, che si lasciano ipnotizzare dal ‘rock and roll’, un modo di essere dello spirito caratterizzato dalla spontaneità delle reazioni primarie, senza il controllo dell’intelligenza né la partecipazione effettiva della volontà; dal predominio della fantasia e delle ‘esperienze’ sulla analisi metodica della realtà. Tutto ciò, in larga misura, è frutto di una pedagogia che riduce quasi a nulla la parte della logica e della vera formazione della volontà” (1).

Come in un’atmosfera satura di gas infiammabile, bastava una scintilla per far scoppiare tutto. Questa scintilla fu la rivolta nell’Università di Berkeley, in California, nell’autunno 1964. Da qui, sull’onda della controcultura sempre più diffusa, la ribellione giovanile cominciò a incendiare il mondo.

Poi venne il 1968, iniziato proprio male. A gennaio c’era stata l’offensiva del Tet che, nonostante si fosse saldata con una vittoria americana, segnò l’inizio del crollo in Vietnam, suscitando ondate di proteste antiamericane in tutto il mondo. Il 4 aprile veniva ucciso a Memphis Martin Luther King, il leader nero del Movimento per i diritti civili. La tensione razziale saliva alle stelle, costringendo la Guardia Nazionale a pattugliare le strade. Nell’auge del conflitto, più di duemila città americane erano nel caos. Il 5 giugno cadde assassinato l’idolo della sinistra democratica Bob Kennedy. Ad agosto i carri armati sovietici stroncavano nel sangue la “Primavera di Praga”, mandando onde di urto in tutta  l’Europa orientale.

Contestazione generale

Sulla scia di quanto era successo a Berkeley, l’ambiente studentesco era in tumulto. Ovunque risuonava la canzone dei Thunderclap Newman: “Call out the instigator, because there’s something in the air. Hand out the arms and ammo, because the revolution’s here — Chiamate l’agitatore, perché c’è qualcosa nell’aria. Distribuite le armi e munizioni, perché la rivoluzione è qui”. C’era, infatti, “qualcosa nell’aria”. Dall’Università Cattolica di Milano agitata da Mario Capanna all’Università di Berlino incendiata da Rudy “il Rosso” Dutschke, dall’Università Autonoma del Messico, dove decine di ragazzi vengono uccisi dalla polizia, alle università di Madrid, Barcellona e Siviglia, militarizzate per ordine di Franco, la protesta studentesca dilaga in tutto il mondo e si fa sempre più aggressiva, fino a sfociare in quello che sarà il ‘68 per antonomasia: la rivoluzione della Sorbonne, a Parigi.

La protesta non risparmia nemmeno il mondo comunista, dove intellettuali ungheresi contestano “il sistema di censura” del Partito mentre studenti polacchi si scontrano con la polizia a Varsavia e a Belgrado erompe la contestazione universitaria. Ad aprile, una riunione straordinaria del Comitato centrale del Partito Comunista sovietico parla di “crisi dei Paesi dell’Est”.

Queste agitazioni giovanili si intrecciavano poi con sommosse operaie che infuriavano in diversi Paesi, portando la tensione sociale a un livello tale che un giornalista scrisse che c’era in atto una “contestazione generale”. Generale non solo nel senso che interessava quasi tutto il mondo, ma anche e soprattutto perché andava a toccare ogni campo della società e della cultura.

Un’idea descrive e compendia il ‘68: libertà illimitata. Alla base di tutto c’era una fortissima voglia di liberarsi da ogni forma di autorità e di legittima gerarchia, una spinta anarchica nel senso proprio e radicale del termine. Per la prima volta nella storia si proponeva una lotta della sensibilità libertaria di tutta una generazione contro il sistema di valori dominante. Nelle barricate del ‘68 si inneggiava alla rivoluzione culturale di Mao Tse Tung, si annunciava la morte dello Stato e della società organizzata, si prospettava la fine della Ragione, e con essa il tramonto della civiltà, si proclamava la nascita d’una nuova era storica nella quale gli istinti sarebbero stati finalmente “liberi” dopo duemila anni di repressione. Si contestava dunque la famiglia e anche il tradizionale ruolo dei sessi. Niente restava in piedi.

Nessuno slogan riassume meglio questa spinta anarchica del celebre “vietato vietare”, scritto in rosso su un muro della Facoltà di lettere di Nanterre.

Rivoluzione culturale

Pare sia stato lo storico Ferdinand Braudel a designare per primo questa contestazione generale una “Rivoluzione culturale”. L’espressione è giusta. Quello che soffiava nel mondo non era un vento qualsiasi. Come spiega un sito dedicato al ‘68: “Un vento di filosofica follia si trasmette dalla costa californiana al mondo: sono i valori borghesi del secolo, l’abbigliamento, la musica, la cultura tradizionale, a venire lacerati, dissacrati e travolti in un’ondata provocatoria, ubriacante e irritante di giovinezza” (2). I suoi alfieri parlavano di “rivoluzione totale”. “L’idea tradizionale di rivoluzione è tramontata — proclamava Herbert Marcuse, filosofo del ‘68 — adesso dobbiamo intraprendere una sorta di diffusa e totale disintegrazione del sistema”.

Il ‘68 insorge contro qualsiasi norma, contestando in modo radicale e simultaneo ogni forma di autorità e di coazione morale o legale, sia nell’ambito individuale che in quello sociale. Sebbene sia chiaramente una continuazione e una radicalizzazione delle rivoluzioni precedenti, vale a dire la francese del 1789 e la comunista del 1917, essa possiede tuttavia delle caratteristiche che la distinguono.

—  Non insorge in nome della classe operaia né si produce negli eschemi della sinistra tradizionale. Gli analisti parlano di “movimenti di massa”, formati da gruppi socialmente disomogenei: studenti, operai, gruppi etnici, femministe, e via dicendo.

—  Prospetta niente di meno che una totale e radicale trasformazione della società in ogni suo aspetto e perfino del tipo umano finora vigente. “La rivoluzione culturale — scrive Pierre Fougeyrollas — significa una rivoluzione nella maniera di sentire, agire e pensare, una rivoluzione nelle maniere di vivere, insomma una rivoluzione della civiltà”.

—  Sposta il fulcro della rivoluzione dall’ambito esterno, socio‑politico, all’ambito interno, psicologico e morale. Dopo aver cancellato le gerarchie in campo ecclesiastico (protestantesimo), sociopolitico (rivoluzione francese) ed economico (comunismo), la rivoluzione deve cancellare anche quella in interiore homini, in virtù della quale la Fede illumina la ragione e questa guida la volontà, che a sua volta domina la sensibilità.

Rivoluzione nelle tendenze

Ma forse il mutamento più interessante sta nel modo di fare la rivoluzione. Per la prima volta nella storia, la spinta rivoluzionaria viene propagata non tanto ideologicamente quanto per via tendenziale, cioè attraverso la musica, la moda, la cultura, i colori, l’arte. La contestazione degli anni ‘60 viaggia sull’onda dello ‘hippismo’, del rock’n roll, delle droghe allucinogene, dell’abbigliamento sgangherato e dei cappelli lunghi. Il rock’n roll fece più per il ‘68 che tutti i libri di Marcuse.

D’altronde, il ‘68 fu unico anche perché non ebbe praticamente nessun contraddittorio. Mentre il Protestantesimo aveva suscitato la Contro-Riforma, la Rivoluzione francese la Contro-Rivoluzione e il comunismo l’anticomunismo, il ‘68 non suscitò praticamente nessuna reazione di fondo. Non ci fu una musica che contrastasse il rock’n roll, né un tipo umano che sbancasse l’hippie.

E questo ci porta ad una domanda finale.

Sconfitta o vittoria?

Il ‘68 è stato vittorioso? No, sul piano immediato. Sì — eccome! — in profondità e sul lungo termine.

In Francia, la rivolta della Sorbonne durò poco. Gli eccessi delle barricate suscitarono sdegno e indignazione nella società benpensante. Il 30 maggio seicentomila francesi marciarono a Parigi contro il caos rivoluzionario e in appoggio al presidente De Gaulle, che non ebbe difficoltà a vincere per larga maggioranza (60,16%) le elezioni legislative del 23 giugno.

Anche nel resto del mondo l’ardore rivoluzionario andò scemando, sostituito da uno spirito sempre più conformista. Una ad una le università furono evacuate, le strade ripulite, l’ordine ristabilito e la vita riprese come prima. La guerra del Vietnam, motivo di tante proteste, finì nel 1974, e lo stesso movimento hippie perse il suo fascino. Negli Stati Uniti l’opinione pubblica andò placandosi salvo poi reagire vigorosamente, dando vita al “conservative revival” che portò Ronald Reagan al potere nel 1980. Uno degli slogan dei conservatori era proprio “the sixties are over! — gli anni ‘60 sono finiti!”. Con sfumature, questo fenomeno si ripeté in altri Paesi. Mentre in politica trionfava il neo-liberismo e i Partiti comunisti si tramutavano in “democratici”, le nuove generazioni ripudiavano decisamente lo spirito contestatario per abbracciare un consumismo sfrenato che fa orrore ai genitori sessantottini.

Per un osservatore superficiale, la rivoluzione del ‘68 sarebbe quindi morta e seppellita. In profondità, però, è ben il contrario: il ‘68 è stata la rivoluzione più vittoriosa della storia.

Le diverse reazioni contro il ‘68 deploravano i suoi eccessi anarchici, ma non toccavano le sue radici. Come macchia d’olio, la mentalità, il modo d’essere, l’abbigliamento, la musica, il tipo umano del ‘68 cominciarono ad imporsi in Occidente fino a diventare dominanti. Oggi, le ragazze di famiglie conservatrici si vestono come nemmeno le Passionarie delle barricate osavano e la musica che nel ‘68 era pegno di rivoluzione viene suonata perfino in chiesa.

Nel 1986, il leader della Sorbonne Daniel Cohen Bendit dichiarava: “Il frutto più visibile del 1968 si osserva nei comportamenti delle genti, nel loro abbigliamento, nella vita quotidiana, nell’educazione, nel femminismo, nella cultura” (3). E ancora qualche mese fa egli si vantava ai giornalisti: "Abbiamo vinto sul piano culturale!"

Senza barricate né frastuono, i “moderati” di oggi sono arrivati laddove puntavano gli estremisti del ‘68. E la società nel suo complesso è diventata “sessantottina”. Che immensa trasformazione!

Note

1. Plinio Corrêa de Oliveira, «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione», Roma, Luci sull’Est, p. 71.

2. www.cronologia/leonardo.it

3. New York Times, 1-9-1986.

Categoria: Giugno 2008

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