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2009

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Centenario di Plinio Corrêa de Oliveira

 

Eco fedelissima del Supremo Magistero

 

di Roberto de Mattei

 

 

[Nelle prossime pagine offriamo ai nostri lettori uno scorcio dei vari atti tenutisi in Italia in occasione del centenario della nascita del prof. Plinio Corrêa de Oliveira. Cominciamo con l’intervento del prof. Roberto de Mattei nel corso del solenne convegno nella Sala del Vasari del Palazzo della Cancelleria Apostolica, a Roma (foto sopra).]

 

Cos’altro potrei aggiungere a quanto è stato detto dagli illustri conferenzieri che mi hanno preceduto?


Eppure, potremmo continuare a parlare per ore di Plinio Corrêa de Oliveira. Ma cento anni dopo la sua nascita, tredici anni dopo la sua morte, un velo di mistero avvolge ancora la sua figura.

Un velo di mistero che i suoi avversari, i suoi detrattori, ma anche molti dei suoi discepoli non sono riusciti a penetrare.

 
Fu un grande pensatore? Senza dubbio.

È autore di venti libri, di migliaia di articoli, di circa un milione di pagine inedite, tratte dalle conferenze, ma anche di colloqui privati, densi di insegnamento che teneva ogni giorno. Solo il futuro ci farà conoscere la ricchezza e la profondità del suo pensiero.

Fu un grande uomo di azione? Certamente.

Non fu un intellettuale classico e restrittivo del termine: un uomo immerso nei libri e avulso dalla realtà. Partecipò intensamente alla vita politica, culturale e sociale del proprio tempo e questo tempo, che rifiutava, volle cambiare con la sua azione.

Fu dunque parlamentare, direttore di giornali, fondatore di un’associazione, come la TFP, che alla sua morte era diffusa nei cinque continenti, ed era entrata nel Guinnes dei primati, con campagne come quella per la Lituania Libera, nel 1990, in cui raccolse cinque milioni di firme.


Fu, con altrettanta certezza, un maestro spirituale.

Plinio Corrêa de Oliveira era dotato del carisma del discernimento degli spiriti: penetrava, per virtù naturali e soprannaturali, nelle menti e nei cuori degli interlocutori che aveva di fronte. Questo spiega la sua capacità di guidare migliaia di uomini di tutti i continenti, le età e condizioni sociali.

Ma tutte queste caratteristiche colgono solo alcuni aspetti, per quanto importanti, della sua poliedrica personalità, che ci appare come un prisma dalle mille luci e dalle mille sfaccettature.

Quale fu dunque il significato profondo della vita di quest’uomo, che attraversò il suo secolo senza rivelare il suo segreto? Possiamo avvicinarci a questo mistero attraverso la definizione che di una sua opera, «La libertà della Chiesa nello Stato comunista», diede nel 1963 il cardinale Giuseppe Pizzardo, allora Prefetto della Sacra Congrega-zione per i Seminari.

Ebbene, il cardinale Piz-zardo, in una lettera che figura come prefazione di questo importante studio, lo definisce “eco fedelissima del supremo Magistero della Chiesa”.


Solo il Papa, e i vescovi in unione con il Papa, sono la voce e l’organo ufficiale del Supremo Magistero della Chiesa. I fedeli, i semplici fedeli come chi vi parla, e come Plinio Corrêa de Oliveira fu, sono detti tali per la fedeltà con cui ricevono, vivono e ritrasmettono il Magistero della Chiesa, in una parola se ne fanno eco.

Ma Plinio Corrêa de Oliveira non fu eco del supremo e perenne Magistero della Chiesa solo nelle sue opere: egli lo fu soprattutto nella sua vita: egli incarnò, per così dire, questo Magistero, facendone un insegnamento non solo trasmesso, ma innanzitutto vissuto, a immagine di Nostro Signore che di sé disse “Io sono la Via, la Verità, la Vita”.
La Via, la Verità, la Vita di Nostro Signore è quella del suo Corpo Mistico, la Chiesa da Lui fondata sul Calvario.

Plinio Corrêa de Oli-veira conobbe ed amò la storia della Chiesa fin dalle sue origini, fin da quando il Corpo Mistico venne alla luce sgorgando, con il sangue e con l’acqua, dal costato trafitto di Cristo.


Plinio Corrêa de Oliveira venerava san Disma, il Buon Ladrone e san Longino, il centurione che si convertì sul Golgota. Con commozione ricordava le gesta dei martiri.


Se fosse vissuto nei primi secoli della Chiesa, egli avrebbe affrontato a fronte alta i tribunali romani, avrebbe confessato la sua fede con fermezza e avrebbe affrontato con coraggio indomito le fiere nelle arene dei circhi.

 
Se Plinio Corrêa de Oliveira fosse vissuto nell’epoca costantiniana, quando la Chiesa, uscita dalle catacombe, affrontava i nemici interni, più pericolosi di quelli esterni, sarebbe stato in prima fila per difendere la purezza della fede. Avrebbe seguito nei lunghi esili sant’Atanasio, perseguitato dagli ariani; si sarebbe levato pubblicamente contro Nestorio per difendere l’onore della Madonna, come Eusebio di Dorilea, un semplice laico; sarebbe stato a fianco dei grandi Papi, come san Leone e san Gregorio, che proclamavano il primato di Roma, contro le pretese bizantine e le sopraffazioni longobarde nei secoli bui che precedettero l’alba luminosa del Medioevo.

Il suo cuore avrebbe esultato di gioia, in quella notte di Natale dell’anno 800, in cui Carlo Magno fu incoronato a Roma e il Sacro Romano Impero vide la luce.

Nella solenne cerimonia in cui san Leone III cingeva della corona imperiale il capo del re dei Franchi, egli avrebbe intravisto tutti gli splendori della Cristianità che nasceva, una Cristianità che egli stesso avrebbe descritto con questa parole: “la società soprannaturale, la Chiesa, stese su tutta l’Europa la sua tessitura gerarchica, e dalle nebbie della Scozia, fino alle pendici del Vesuvio, andarono fiorendo le diocesi, i monasteri, le chiese cattedrali, conventuali o parrocchiali, e, intorno ad esse, gli ovili di Cristo (…) In forza di queste energie umane rivitalizzate dalla Grazia, nacquero regni e stirpi nobili, costumi cortesi e leggi giuste, le corporazioni e la cavalleria, la scolastica e l’università, lo stile gotico e il canto dei menestrelli”.

Plinio Corrêa de Oliveira, che proclamò la Crociata del XX secolo, sarebbe stato tra i primi a rispondere all’appello del Beato Urbano II a prendere la croce.

Avrebbe pianto di gioia avvicinandosi, a piedi scalzi e con la spada in pugno, alle sacre mura di Gerusalemme. Avrebbe impugnato la spada non per imporre la fede, ma per difendere la Civiltà cristiana minacciata, con Simone di Montfort, contro i catari nel cuore della Francia e con i Cavalieri teutonici contro le tribù pagane nei paesi baltici.

Nella perdita dello spirito di crociata egli vide l’inizio della decadenza del Medioevo, sostituito dallo spirito edonistico dell’Umanesimo che preparò la strada alla prima grande Rivoluzione: la Rivoluzione protestante, che infranse l’unità dell’ecumene cristiano.


Plinio Corrêa de Oliveira avrebbe salutato con entusiasmo la discesa in campo di un ordine religioso schierato a battaglia quale fu la Compagnia di Gesù di sant’Ignazio di Loyola. Non avrebbe avuto pietà per i rivoltosi dello spirito, sarebbe stato controversista come san Francesco di Sales e come san Roberto Bellarmino e avrebbe combattuto i protestanti, al seguito di Alessandro Farnese nelle lande delle Fiandre o nelle terre della Boemia, con Wallenstein.

Lo spirito di Crociata non è amore per la violenza, ma desiderio di offrire la propria vita per il Signore. In questo spirito, Plinio Corrêa de Oliveira avrebbe versato il suo sangue nel mare tumultuoso di Lepanto o sugli spalti di Vienna assediata dai Turchi.

Nessuno come lui studiò e conobbe la Rivoluzione francese, la II Grande Rivoluzione, matrice di tutti gli errori del nostro tempo. Egli l’avrebbe affrontata a viso aperto per stroncarla sul nascere.

Avrebbe voluto essere un principe del sangue francese, non per emigrare, ma per mettersi alla testa della insorgenza antigiacobina in Vandea; sarebbe accorso in Calabria, accanto al cardinal Ruffo, o in Tirolo, al fianco di Andreas Hofer.

La Provvidenza volle che egli non fosse nulla di tutto questo, ma volle che di tutto questo fosse, nella sua persona prima che nella sua opera, l’eco fedelissima nel XX secolo. Eco non solo del Magistero perenne della Chiesa, ma della sua vita pulsante, delle sue lotte, dei suoi dolori, dei suoi trionfi.

Egli morì il 3 ottobre del 1995, festa, secondo l’antico calendario, che egli seguiva, di santa Teresina del Bambin Gesù. E santa Teresina, nella sua Storia dell’anima, scrive queste toccanti parole: “Sento la vocazione di Guerriero, di Sacerdote, di Apostolo, di Dottore, di Martire; insomma, sento il bisogno, il desiderio di compiere per te, Gesù, tutte le opere più eroiche. Sento nella mia anima il coraggio di un Crociato, di uno Zuavo Pontificio: vorrei morire su un campo di battaglia per la difesa della Chiesa...”.

Fu questo lo spirito e la vocazione di Plinio Corrêa de Oliveira. Santa Teresina morì a 24 anni, realizzando nel supremo sacrificio della sua giovane vita, la propria aspirazione a questa vocazione universale. Plinio Corrêa de Oliveira visse molto a lungo, realizzando nella sua opera e nel suo esempio personale, la medesima aspirazione di santa Teresina. Egli sentiva in sé, come santa Teresina, la vocazione del Guerrierio e del Sacerdote, dell’Apostolo, del Dottore e del Martire.

Egli, come santa Teresina, avrebbe potuto dire: “vorrei morire su un campo di battaglia per la difesa della Chiesa”.

 
Il suo campo di battaglia fu la lunga notte del secolo XX: Con lo spirito del Crociato, traversò il Novecento, il secolo forse più oscuro della storia, affrontando e combattendo, fino alla morte il Comunismo, la III Grande Rivoluzione nella storia e con esso ogni forma di totalitarismo, e ogni forma di progressismo, laico e cattolico, a cui sempre oppose il perenne Magistero della Chiesa.

Eppure egli non fu inimitabile. Egli fu un uomo come noi. Non solo Plinio Corrêa de Oliveira, ma ogni uomo, ogni donna, ognuno di noi può essere eco fedelissima della dottrina e della vita della Chiesa, nella misura in cui faccia proprie le parole che Plinio Corrêa de Oliveira affidò al proprio testamento: “Le persone, istituzioni e dottrine che ho amato durante la vita e che attualmente amo, le amo perché erano o sono secondo la Santa Chiesa, e nella misura in cui fossero o siano secondo la Santa Chiesa. Allo stesso modo, mai ho combattuto istituzioni, persone o dottrine se non perché erano opposte alla Santa Chiesa e nella misura in cui lo erano”.

Plinio Corrêa de Oliveira fu un’eco fedelissima della Chiesa perché non si limitò ad amare, o ad odiare, alla luce della Chiesa, ciò che nel corso della sua vita ebbe di fronte. Egli amò tutto ciò che in duemila anni la Chiesa aveva amato, definito e promosso; detestò tutto ciò che la Chiesa, in duemila anni, aveva rifiutato, combattuto, anatemizzato.

Nella figura di Plinio Corrêa de Oliveira noi dobbiamo oggi amare e celebrare non un uomo, ma la Chiesa stessa, una, santa, cattolica e apostolica, e romana: la scritta di vir catholicus, apostolicus, plene romanus, che noi oggi leggiamo sulla tomba di Plinio a San Paolo, riassume la sua vocazione.

Nelle parole e nell’insegnamento di Plinio Corrêa de Oliveira, dobbiamo cogliere l’eco di una voce limpida e accorata, una voce che viene da lontano e che non si estingue nei secoli; nella sua vita, nel suo esempio, dobbiamo cogliere una luce che si rifrange di secolo in secolo, fino alla fine dei tempi; nella sua figura dobbiamo scorgere una bandiera tante volte caduta, sempre risollevata.

È questa bandiera che noi oggi solleviamo ancora una volta da terra, con questo incontro e con la nostra opera di ogni giorno. Nel suo nome oggi, a Roma, lanciamo un manifesto e un programma di azione cattolico, apostolico, plene romanus. È un movimento di amore alla Chiesa romana, quello a cui oggi diamo voce ed espressione.

Il centenario della nascita di Plinio Corrêa de Oliveira coincide con il cinquantenario della nascita di Pio XII, morto il 9 ottobre 1958. Di questo grande Papa, Plinio Corrêa de Oliveira raccolse in un certo senso il testimone.

Nel 1959, mentre si diffondeva un clima di euforico ottimismo, per l’annuncio del Concilio Vaticano II, che faceva presagire la fine dell’opposizione tra la Chiesa ed il mondo, Plinio Corrêa de Oliveira, nelle pagine di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, ci ricordava che la vita sulla terra è la lotta incessante tra due Città sempre nemiche: la Città di Dio e quella di Satana: e che di fronte a questo conflitto inestinguibile tra la Chiesa e il mondo, non esiste la possibilità di un compromesso o di un terzo partito.

Il titolo del libro di Massimo Introvigne, «Una battaglia nella notte», è appropriato. Plinio Corrêa de Oliveira condusse una difficile battaglia nella lunga notte del suo tempo, che fu anche, ed è, la notte della Chiesa. Ma egli previde che alla notte sarebbe seguita la luce, facendosi apostolo del trionfo del Cuore Immacolato di Fatima.

Nell’oscurità della notte Plinio intravedeva le luci sacrali dell’alba del Regno di Maria. “un’epoca di virtù – scriveva nel 1957– in cui l’umanità, riconciliata con Dio, nel grembo della Chiesa, vivrà in terra secondo la legge, preparandosi per le glorie del cielo”.

Quella stessa notte e quella stessa luce, che Pio XII, in quello stesso 1957, un anno prima di morire, nel messaggio di Pasqua del 21 aprile, descriveva con  parole che Plinio Corrêa de Oliveira avrebbe fatto proprie:

“Molti intravedono già – e lo confessano – che a questa notte del mondo si è giunti perché è stato arrestato Gesù, perché si è voluto renderlo estraneo alla vita familiare, culturale e sociale; perché si è sollevato il popolo contro di Lui, perché è stato crocifisso e fatto muto e inerte”.

Anche la notte che precedette la risurrezione di Gesù, ci ricorda in quel messaggio profetico Pio XII, “fu notte di desolazione e di pianto, fu notte di tenebra”. “Notte vera, notte di passione, di angoscia, di tenebre; eppure notte beata: vere beata nox; perché sola meritò di conoscere il tempo e l’ora nella quale Cristo risorse da morte, ma soprattutto, perché di essa fu scritto: la notte s’illuminerà come il giorno: et nox sicut dies illuminabitur. Una notte che preparava l’alba e lo splendore di un giorno luminoso; un’angoscia, una tenebra, una ignominia, una passione, che preparavano la gioia, la luce, la gloria, la risurrezione”.

Categoria: Marzo 2009

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