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2010

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Attualità

Dolore e gioia in un fausto anniversario

di Julio Loredo

 

Con parole molto ferme, che riportiamo nel riquadro qui a fianco, Papa Benedetto XVI ha ricordato ai vescovi brasiliani la condanna, nel 1984, alla Teologia della liberazione, durante la loro recente visita ad limina apostolorum.


Una teologia rivoluzionaria


Sorta in America Latina negli anni 1960-1970, la Teologia della liberazione nasce dalla radicalizzazione di certi postulati della cosiddetta Nouvelle Théologie, condannata da Pio XII in diverse occasioni, e particolarmente nell’enciclica Humani generis del 1950. I “nuovi teologi” — Chenu, Congar, Lubac, Rahner e compagnia bella — cercavano di situare la Rivelazione nella storia, negandole pertanto il suo carattere atemporale e immutabile, e finendo per cadere nell’immanentismo storicista.


Facendo un passo avanti, e noncuranti delle condanne di Pio XII, i teologi della liberazione affermavano che Dio si rivela in un aspetto concreto della storia, e cioè nei processi rivoluzionari. Per trovare Dio, dunque, non occorre cercarLo nelle Sacre Scritture e, tanto meno, nella Tradizione della Chiesa. Bisogna cercarLo nelle lotte popolari, nelle insorgenze guerrigliere, nei processi di “liberazione” dal capitalismo, insomma negli ingenti sforzi allora in atto per imporre il comunismo in America Latina.

D’altronde, la Teologia della liberazione non si presentava come una scuola di pensiero, bensì come una “prassi”, concretamente una prassi rivoluzionaria. “Ciò che intendiamo per teologia della liberazione è il coinvolgimento nel processo rivoluzionario”, sentenziava il peruviano Gustavo Gutiérrez, caposcuola della corrente. Mossi da questa bramosia, i liberazionisti si ingaggiavano nelle lotte politiche delle sinistre. Non pochi sono giunti alla lotta armata. Nel 1968, per esempio, è venuto alla luce in Brasile il “Documento Comblin”, un testo preparato nel Seminario di Recife sotto l’egida di mons. Helder Câmara, e che tratteggiava le tappe di una insurrezione popolare, fino all’instaurazione di una dittatura socialista con tanto di “tribunali rivoluzionari”.

Questo cedimento a sinistra finì per trascinare anche i vertici. I vescovi moderati, in realtà la maggioranza, si sono auto-emarginati, rimettendo la leadership della Chiesa latino-americana nelle mani dei vari Helder Câmara in Brasile, Silva Henríquez in Cile, Luis Bambarén in Perù, Samuel Ruiz in Messico, Leónidas Proaño in Ecuador, e via dicendo. Vale a dire, proprio gli alfieri di questa “opzione preferenziale” per il socialismo. Rimarrà tristemente nella storia, per esempio, la ribellione, nel 1985, di ben diciassette vescovi brasiliani contro le misure disciplinari inflitte dal Vaticano nei confronti del teologo della liberazione Leonardo Boff.

Questo sviluppo in campo cattolico veniva poi incontro, fino a diventare un tutt’uno, ai processi rivoluzionari allora in corso in America Latina, che registrava un forte avanzo del comunismo, sia per le vie istituzionali che per quelle insurrezionali. In questo modo il comunismo, che di per sé sarebbe rimasto un fenomeno marginale in America Latina, ha visto convergere nelle sue fila masse di cattolici, con l’esplicita o implicita connivenza di non pochi prelati.


La prima denuncia

È fatto storico che la prima denuncia pubblica della Teologia della liberazione, ben undici anni prima dell’Istruzione Libertatis Nuntius della Congregazione per la Dottrina della Fede, è stata quella dell’associazione Tradición y Acción por un Perú mayor, consorella delle TFP, e della quale chi scrive si onora di essere socio fondatore. Questa denuncia era tanto più emblematica quanto era proprio il Perù, insieme al Brasile, la fucina della corrente liberazionista. Si trattava del manifesto “Teologia della liberazione, o marxismo per cristiani?”, del dicembre 1973, ampiamente divulgato in campagne pubbliche dai giovani di Tradición y Acción.


La denuncia situava il sorgere della Teologia della liberazione nel contesto politico di allora, segnato appunto dalla concomitanza di diverse rivoluzioni in atto in altrettanti Paesi latino-americani, con le quali entrava in simbiosi. Denunciava poi quanto questa teologia si staccasse dalla vera dottrina cattolica, fino a segnare una vera e propria rottura che spesso sfociava nell’eresia.


Particolarmente biasimato l’uso indiscriminato dell’analisi marxista, proprio uno dei punti centrali dell’Istruzione che, undici anni dopo, emanerà il Vaticano. Dopo una rigorosa analisi, basata soprattutto sul libro di P. Gustavo Gutiérrez «Teología de la liberación - Perspectivas» (Lima, 1971), caposaldo di questa corrente, il manifesto concludeva che eravamo di fronte a un tentativo di traghettare i cattolici a sinistra. Più che “teologia della liberazione”, il libro si sarebbe dovuto  chiamare “marxismo per cristiani”...


Il dolore e la gioia


La campagna di diffusione di questo documento di denuncia  non era per niente esente da rischi. Anzi. Il Perù attraversava allora il periodo più buio della dittatura filo-comunista del generale Juan Velasco Alvarado, e ogni dissidenza era severamente punita. Mentre la cricca liberazionista ostentava un imbarazzato silenzio, la reazione del governo non si è fatta aspettare.


A cominciare dal gennaio 1974, quando il quotidiano governativo La Nueva Crónica pubblicava ben due pagine contro Tradición y Acción, al discorso presidenziale di aprile nel quale Velasco inveiva contro “quei signorini di nomi lunghi che, usando simboli araldici, distribuiscono la loro robaccia nelle chiese dei quartieri perbene”, fino al discorso di luglio in cui, affermando che “il governo non tollererà nessuna contro-rivoluzione”, il presidente prometteva di “far cadere su taluni personaggi tutto il peso della giustizia rivoluzionaria”, l’antagonismo del governo nei confronti di Tradición y Acción è andato crescendo.


Evidentemente, la Junta militare riteneva la Teologia della liberazione un fattore sine qua non per il perseguimento dei suoi disegni comunistizzanti.


Qualche settimana dopo, tutti i componenti dell’associazione eravamo in esilio... Il più grande di noi aveva 22 anni...


Per il prof. Plinio Corrêa de Oliveira e per tutti coloro che lo seguivamo nelle fila delle diverse TFP, il cedimento a sinistra di parte del clero latino-americano suscitava un indicibile dolore per ciò che esso comportava di “auto-demolizione” della Sposa di Cristo. Un dolore aumentato dal fatto che reagire contro questo cedimento non di rado implicava andare contro le direttive di  alcuni vescovi che, in più di un’occasione, erano giunti al parossismo di agitare la minaccia di scomunica canonica contro chi vi si opponeva. Un sommo dolore, infine, nel vedere che, fino all’Istruzione del 1984, dalla Cattedra di Pietro non arrivava una parola definitiva


Oltre al dolore, però, emerge chiara e forte un’immensa gioia. La gioia di essere stati, pur in mezzo alla bufera, sempre fedeli al Supremo Magistero della Chiesa. La gioia di essere stati, già nella prima giovinezza, all’avanguardia del combattimento contro questo processo rovinoso per la Chiesa e per la civiltà cristiana. La gioia, cioè, di aver compiuto il dovere fino in fondo.


L’Istruzione Libertatis nuntius è stata come un getto d’acqua fresca nell’incendio divampante. Un’acqua per la quale i cattolici latino-americani saranno sempre e eternamente grati.

Categoria: Marzo 2010

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