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2010

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Attualità

 

Il comuno-capitalismo spinge i cinesi al suicidio


La Cina sta pagando a carissimo prezzo questo suo “balzo in avanti” nell’avventura capitalista, pur conservando un assetto statale ancora sostanzialmente comunista. L’Occidente è approdato nel libero mercato dopo processi storici ben precisi, che hanno gradatamente creato le strutture e la cultura sulle quali poggia questo tipo di economia. Niente di ciò esiste nella Cina forgiata da Mao Tse Tung.

Gli scompensi psicologici creati da questo comuno-capitalismo selvaggio stanno causando vere e proprie stragi nella popolazione. Ogni due minuti un cinese si suicida, secondo la France Presse. Gli antichi clan familiari si sono sgretolati senza che nuove strutture solidali offrano una qualche copertura ai cittadini. Persone sempre più numerose affondano in una solitudine patologica, con forme di stress finora sconosciute. Questa depressione, secondo gli studi, affetta ben il 65% della popolazione, specialmente quella urbana. Di conseguenza, gli ospedali psichiatrici sono strapieni. Ogni anno più di 300mila cinesi scelgono di togliersi la vita. E ciò rappresenta il 25% del totale mondiale. Senza parlare dei quasi 3milioni che, secondo il China Daily, tentano il suicidio. Inoltre la Cina è l’unico paese al mondo in cui i suicidi femminili sono più numerosi di quelli degli uomini: ben il 58%. Il suicidio è la principale causa dei decesi fra i giovani.

Fra i fattori che inducono a questa sorta di smarrimento collettivo v’è la mancanza di punti di riferimento di tipo religioso. Spiega lo psicologo Zhu Wanli: “Qui non è come nell’Occidente, dove la maggior parte delle persone professa una fede religiosa. Qui quasi nessuno ha una religione definita”.

 

La pillola anticoncezionale ha provocato una “catastrofe demografica”


Il chimico austriaco Carl Djerassi (foto a dx.), inventore della pillola anticoncezionale, adesso ha qualche ripensamento. Secondo il giornale viennese Der Standard, Djerassi oggi deplora che la sua invenzione abbia causato “una vera catastrofe demografica”. Secondo lui, il controllo delle nascite “ha provocato uno scenario di orrore”. Nella maggior parte dell’Europa “non c’è più un nesso fra la sessualità e la riproduzione. Nella cattolica Austria, dove la media dei figli per famiglia è di 1,4, questa dissociazione è completa”. I giovani austriaci che hanno smesso di avere figli, sentenzia Djerassi, stanno “compiendo un suicidio nazionale”.

Questo mea culpa arriva ormai troppo tardi per porre rimedio alla situazione. Non però così tardi da non poter trarne una lezione, evitando di compiere oggi un passo del quale domani ci dovremmo pentire. Ci riferiamo, ovviamente, all’attuale polemica in Italia sulla RU480. Vogliamo anche noi compiere un suicidio nazionale?

 

Le conquiste femministe portano infelicità

Le conquiste femministe degli ultimi trentacinque anni potranno anche aver “liberato” la donna da tanti “pregiudizi”, ma l’hanno resa molto più infelice di prima. È quanto affermano, dati alla mano, due economisti americani, Betsey Stevenson e Justin Wolfers, nel recente studio The Paradox of Declining Female Happiness.

“La vita delle donne negli Stati Uniti è migliorata negli ultimi trentacinque anni secondo molti indicatori oggettivi – affermano Stevenson e Wolfers – ma gli studi mostrano che l’indice di infelicità delle donne, sia assolutamente che in rapporto ai maschi, è aumentato di parecchio”. Fra i fattori che più spingono le donne alla depressione e all’insoddisfazione, primeggia il declino della famiglia tradizionale. L’alto indice di divorzio e il conseguente aumento delle convivenze e dei figli naturali destabilizza psicologicamente molto più le donne che gli uomini. Tutti gli indicatori studiati mostrano che le donne che si dedicano primariamente alla famiglia, in un quadro di stabilità, sono molto più felici di quelle che lavorano. Questa è una costante in tutti i Paesi industrializzati.

La stessa uguaglianza fra i sessi, che oggettivamente potrebbe sembrare un bene, si rivela invece una trappola: “Se facciamo un’analisi più profonda degli aspetti psicologici della felicità, vediamo che la maggior uguaglianza fra i sessi conduce a un calo del benessere percepito dalle donne, conduce cioè ad una maggiore infelicità”.

“Le grandi aspettative sollevate dal movimento femminista degli anni ’70 – concludono Stevenson e Wolfers – sono ormai esaurite”.

 

La maggioranza degli inglesi respinge l’evoluzionismo

Più della metà degli inglesi (51% contro 40%) ritiene che l’evoluzionismo non riesca a spiegare tutta la complessità della vita e che, di conseguenza, serva un disegno intelligente che governi l’apparizione dell’ordine nell’universo. Inoltre, più di un terzo ritiene che l’universo sia stato creato da Dio.

Ecco i dati che emergono da un sondaggio dell’agenzia ComRes pubblicati da The Telegraph di Londra. La situazione dell’ipotesi evoluzionista è molto peggiorata nel Regno Unito dopo che uno dei suoi più radicali partigiani, il biologo Richard Dawkins (foto a sin.), ha promosso una campagna di cartelli sulle fiancate degli autobus urbani, che invitavano a “dimenticare Dio”. In questo modo egli ha fatto notare come l’evoluzionismo sia, in fondo, una ideologia atea.

Informato del risultato del sondaggio, Dawkins ha risposto che “gran parte della popolazione inglese è ignorante come un maiale – ignorant as a pig”, frase tratta dall’autobiografia di Charles Darwin che, però, la applicava a se stesso…

 

Stati Uniti: classi separate

Negli anni ‘60-‘70, all’insegna dell’uguaglianza tra i sessi, vista come qualcosa di molto “moderno”, si procedette all’integrazione nelle scuole. Fino allora si era ritenuto che, a partire da una certa età, conviene educare i maschi e le femmine separatamente. Questo, anzitutto, per ovvi motivi di pudore. Ma anche perché le rispettive capacità scolastiche sono naturalmente diverse. Questa diversità, però, cominciò ad essere vista come “discriminante”.

Oggi, quasi mezzo secolo dopo, davanti agli evidenti vantaggi del sistema tradizionale, molte scuole pubbliche americane stanno tornando indietro. Ormai sono più di 450 le public schools che hanno messo maschi e femmine in classi separate, offrendo poi ad ognuno un’educazione adatta alla loro natura. I risultati non si sono fatti aspettare: non solo la disciplina è molto migliorata, ma anche il rendimento scolastico è aumentato sensibilmente.

In New York, una dozzina di scuole hanno già adottato il “nuovo” approccio, con risultati assai soddisfacenti. “Abbiamo ricevuto un sacco di critiche – rivela Paul Cannon, preside della Scuola Pubblica 140 – ma i risultati sono lì per chiunque li voglia vedere. E noi facciamo ciò che funziona bene”. Cannon spiega che, per diversi anni, egli aveva inutilmente tentato tutte le formule possibili per migliorare l’ambiente nella sua scuola, finché è venuto a conoscenza di sperienze di classi separate per sesso in scuole della Carolina del Nord: “Ecco la soluzione! Mi sono detto. E la formula ha funzionato!”.

Per promuovere questo tipo di educazione nel 2006 è nata la National Association for Single-Sex Public Education (NASSPE), che nel ottobre 2010 realizzerà il suo VI Congresso internazionale a Las Vegas.

 

Medvedev difende Stalin

Nel corso delle commemorazioni per i settanta anni della II Guerra mondiale, il presidente russo Dimitri Medvedev (a sin. col Patriarca Kyril) ha difeso Josef Stalin (a dx.), qualificando di “cinica menzogna” l’idea che il Cremlino abbia in qualche modo collaborato con l’aggressione nazista. Il pupillo di Putin farebbe meglio a tornare nei banchi di scuola. Durante tutta la prima parte del conflitto, infatti, l’URSS fu la fedele alleata del Terzo Reich nell’aggressione ai Paesi dell’Europa centrale. Per chiarire la questione, il governo russo ha nominato una commissione per “ricostruire la verità storica”. La commissione, però, è quasi esclusivamente composta di ufficiali del FSB, il servizio segreto erede del KGB. Non serve un profeta per indovinare che il verdetto non sarà di condanna…

 

L’Unione Europea è democratica?

Il verdetto della Corte di Strasburgo ordinando la rimozione dei Crocifissi dalle scuole italiane è caduto come un fulmine: letale e devastatore, ma anche chiarificatore. Ormai, anche per i più testardi, dovrebbe essere chiaro che, lungi dall’essere un innocuo accordo economico e politico, l’Unione Europea sta diventando una dittatura che incide perfino sulla sfera religiosa e, quel che è peggio, sempre in senso diametralmente contrario alle nostre tradizioni cristiane.

Sembra avverarsi il vaticinio del dissidente russo Vladimir Bukowsky che, ormai da un decennio, avverte che l’Unione Europa sta diventando una nuova Unione Sovietica. Proponiamo in merito le parole, non proprio recentissime (sono del febbraio 2009) ma sempre attuali, del presidente ceco Vaclav Klaus (foto sotto) nel Parlamento Europeo.

Secondo Vaclav, “è sbagliato considerare lo stato attuale dell’organizzazione istituzionale dell’UE come un dogma”. Ed è altrettanto sbagliato “supporre che il solo futuro possibile dell’integrazione europea, postulato a priori e non criticabile, debba essere un’Unione sempre più stretta o l’integrazione sempre più profonda degli Stati membri”.

L’imposizione di questo approccio, secondo Klaus, “è inaccettabile”. Il sistema decisionale attuale nell’UE, ha aggiunto il Presidente, “è diverso da quello che è stato confermato dalla storia della democrazia parlamentare classica, dove vi è una parte che sostiene il governo e l’altra all’opposizione”. A suo parere, “ciò non esiste nel Parlamento europeo, dove è imposta una sola scelta mentre chi la pensa diversamente è considerato un avversario dell’integrazione europea”.

Se questa deriva anti-democratica continua, ha concluso Klaus in una chiara allusione alla defunta URSS, “in poco tempo ci potremmo trovare, anche facilmente, nella situazione di un’epoca che noi usiamo qualificare come un passato lontano”.

Per la cronaca, alla fine del suo discorso il Presidente ceco è stato solennemente fischiato dagli eurodeputati. In modo perfettamente democratico…

 

Benedetto XVI: ricordare gli orrori del comunismo

In occasione dei 60 anni della fondazione della Repubblica Federale di Germania, Benedetto XVI ha ricevuto in Vaticano le massime cariche dello Stato, compreso il Presidente federale Horst Köhler, per quella che ha chiamato una “serata solenne” tra discorsi, celebrazioni e concerti musicali. Alcuni brani del discorso pontificio meritano di essere specialmente ricordati:

“Da un lato, quest’anno celebriamo i 60 anni della fondazione della Repubblica Federale di Germania, con la firma della Legge Fondamentale il 23 maggio 1949; dall’altro ricordiamo il 20° anniversario della caduta del Muro di Berlino, quella frontiera di morte che per tanti anni aveva diviso la nostra patria e aveva separato a forza uomini, famiglie, vicini e amici. Molti avevano avvertito gli avvenimenti del 9 novembre 1989 come gli albori inaspettati della libertà, dopo una lunga e sofferta notte di violenza ed oppressione per un sistema totalitario che, alla fin fine, conduceva in un nichilismo, in uno svuotamento delle anime. Nella dittatura comunista, non vi era azione alcuna che sarebbe stata ritenuta male in sé e sempre immorale. Ciò che serviva agli obiettivi del partito era buono, per quanto disumano poteva pur essere”.

 

Lula: prove di dittatura

La tentazione totalitaria è sempre in agguato a sinistra. Impedito costituzionalmente di essere rieletto per un terzo mandato, il presidente brasiliano José Inácio da Silva, detto Lula, sta presentando disegni di legge che puzzano di dittatura.

Nel bel mezzo delle festività natalizie, Lula aveva lanciato un progetto che, secondo il quotidiano O Estado de S. Paulo, avrebbe “impiantato un regime autoritario in Brasile”. La pronta reazione dei vertici militari, però, lo ha costretto a ritirarlo. Commentava il citato quotidiano: “Sembra che il leader equilibrato e rispettato stia soccombendo al radicalismo ideologico”.

Poco dopo, Lula ha presentato il 3° Piano nazionale dei diritti umani (3PNDH). Immediata la reazione della società civile. “Questo è il decreto preparatorio di un regime dittatoriale”, sentenziava il noto giurista Ives Gandra. Da parte sua, in un durissimo quanto atipico comunicato di rigetto al 3PNDH, la Conferenza episcopale brasiliana (CNBB) chiamava Lula di “Erode”. Questo fatto rappresenta  un sostanziale cambiamento di rotta nell’atteggiamento dei vescovi, fino ad ora fermi difensori del presidente operaio e del suo partito, il PT.

In un successivo comunicato, firmato da ben 40 vescovi, il 3PNDH veniva ripudiato, soprattutto per la sua difesa dell’aborto e delle unioni di fatto, e per il tentativo di togliere ogni simbolo religioso dai luoghi pubblici. I prelati chiedevano al presidente di ritirare il disegno di legge per “ridurre la forte reazione dei cattolici”.

Categoria: Marzo 2010

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