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2010

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"Periodo di riflessione"

 

1943:una voce disattesa

 

In un’allocuzione agli allievi del Pontificio Seminario Lombardo, nel 7 dicembre 1968, Papa Paolo VI denunciava: “La Chiesa attraversa, oggi, un momento di inquietudine. Taluni si esercitano nell’autocritica, si direbbe perfino nell’autodemolizione. La Chiesa viene colpita pure da chi ne fa parte” (1). Qualche tempo dopo, il 29 giugno 1972, egli è stato anche più esplicito: “Riferendosi alla situazione della Chiesa di oggi, il Santo Padre afferma di avere la sensazione che «da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio». È venuta una giornata di nuvole, di tempesta, di buio” (2).

Fino a quel momento, chi osava denunciare una crisi nella Chiesa era sommariamente liquidato come “profeta di sventura”. A partire da queste ed altre autorevoli dichiarazioni, però, non era più lecito dubitarne: la Chiesa attraversava, infatti, un periodo di grande crisi.

Non è infrequente collocare l’inizio di questa crisi negli anni 1960. Qualcuno gli assegna addirittura una data: 1961, cioè l’indizione del Concilio Vaticano II; oppure 1962, l’anno della sua apertura; o anche 1965, quando fu concluso. Da qui l’espressione “crisi post-conciliare”.

 

Come è crollata la piramide di Cheope?


In realtà, come annota il prof. Plinio Corrêa de Oliveira, immaginare che una crisi così immane possa essere scoppiata dopo un periodo di incubazione tanto breve è come pensare che, dopo aver resistito impavida per millenni, la piramide di Cheope possa crollare in pochi anni:

“Come si è potuto arrivare così in fretta a questo stato [di crisi]? (...) Immagini il lettore che, un bel giorno, legge sui giornali l’incredibile notizia che, senza alcun terremoto, la piramide di Cheope si è spaccata e che una gran parte di essa è caduta a terra. Accanto a questa notizia, un dispaccio telegrafico informa che le cause del disastro hanno avuto inizio nel 1964. Sarebbe legittimo mettere in discussione queste informazioni. Come mai un edificio che ha resistito per millenni, in ogni condizione atmosferica, può incrinarsi fino a perdere pezzi nell’arco di pochi anni? Improbabile.


“La stessa osservazione di buon senso potrebbe essere fatta nei confronti della Santa Chiesa di Dio, edificio tutto spirituale e soprannaturale, immortale per disegno e per promessa divina e, quindi, molto più solido rispetto alla piramide di Cheope. Con le imperfezioni inerenti a qualsiasi confronto tra la Chiesa e ciò che è terreno, credo tuttavia che il paragone sia indicativo”
(3).

Il pensatore cattolico brasiliano mostra, quindi, come i sintomi di questa crisi fossero già perfettamente visibili nel 1943, quando egli la denunciò.

 

La crisi neo-modernista

Nel 1907 Papa S. Pio X condanna la corrente “modernista” e scomunica i suoi principali promotori. Lungi dal ravvedersi, però, i modernisti si nascosero furbamente in ciò che Antonio Fogazzaro chiamò una “frammassoneria cattolica” (4). Lo stesso Pontefice fu costretto a denunciare nel 1910: “I modernisti si stanno raggruppando in una lega clandestina, e non hanno abbandonato i loro disegni di perturbare la pace della Chiesa” (5).

Gli eredi di questa corrente cominciarono a rialzare la testa negli anni 1930 col cosiddetto “problema teologico”, proposto soprattutto dai domenicani Chenu e Charlier (6). Tutti e due furono condannati dal Sant’Uffizio e i loro libri messi all’Index. I tempi non erano ancora maturi.

Negli anni 1940, però, con l’affermarsi di un nuovo clima psicologico, liberale e ottimista, che soffiava soprattutto dagli Stati Uniti, questo tipo di condanna cominciò a diventare sempre più improbabile. Ne approfittarono gli alfieri di questa corrente, che in poco tempo misero le fondamenta di ciò che Pio XII chiamerà Nouvelle Théologie. Personaggi come Henri De Lubac, Jean Danielou, Marie-Dominique Chenu, Yves Congar, Karl Rahner e Henri Bouillard si presentavano come ciò che Rahner una volta chiamò “profeti d’una nuova Chiesa”. “Gli anni 1940 furono di grande fermento teologico”, ricorda Yves Congar (7). Fu una vera rivoluzione.

Bisogna rammentare che vi furono anche grandi teologi che si opposero strenuamente alle nuove dottrine. Vengono subito in mente i francesi Réginald Garrigou-Lagrange, O.P. e Michel Labourdette, O.P., gli spagnoli Joaquín Salaverry, S.J. e Juan Iturrioz, S.J., e l’italiano Mariano Cordovani, O.P. (8).

Lo stesso Pio XII, dopo aver ribadito in ben due encicliche la dottrina tradizionale della Chiesa, censurò duramente le manifestazioni più ardite di questa corrente in diverse allocuzioni e, specialmente, nell’enciclica Humani Generis del 1950 (9).

 

L’Azione Cattolica

Tutta questa polemica, però, restava largamente ristretta agli “addetti ai lavori”, cioè ai teologi, con qualche ricaduta sui seminaristi e sull’élite culturale. Il grande pubblico cattolico ne era quasi totalmente all’oscuro. Mancava ai “nuovi teologi” qualcuno che traducesse in spicciolo le loro dottrine e, soprattutto, un movimento di massa che ne permettesse la diffusione su larga scala. Mentre il primo compito veniva assunto da Jacques Maritain e da Emanuel Mounier, il movimento lo trovarono nell’Azione Cattolica.

Già dagli anni 1930 nuclei di attivisti si erano insinuati in settori dell’Azione Cattolica, servendosene per la diffusione di questi errori e spingendola verso indirizzi opposti a quelli voluti dal Pontefice. “Furono fondate nuove associazioni, quelle vecchie furono infiltrate e riorganizzate”, rivela P. Andrew Greeley, uno dei fondatori dell’Azione Cattolica negli Stati Uniti (10).

Questa infiltrazione innescò un processo di trasbordo ideologico verso sinistra, che cambiò talmente la fisionomia del movimento da far sospirare Pio XII nel 1948: “L’Azione Cattolica, per la quale sono stati fatti tanti sacrifici, non è più nostra...” (11).

 

Plinio Corrêa de Oliviera

Il prof. Plinio Corrêa de Oliveira visse in prima persona la crisi dell’Azione Cattolica. Nel 1940, egli era direttore del settimanale O Legionário nonché leader delle Congregazioni mariane. A marzo veniva nominato presidente della Giunta arcidiocesana dell’Azione Cattolica di San Paolo, assumendo in questo modo nelle sue mani la direzione di tutte le forze del laicato cattolico. Aveva 32 anni.

Racconta il prof. Roberto de Mattei nella sua biografia del leader brasiliano: “Il giovane Presidente governò l’associazione con mano energica, reprimendo gli errori dottrinali che affioravano e cercando di modificare le nuove mentalità. Dopo tre anni di lavoro, i risultati non si fecero attendere: l’Azione Cattolica paulista conobbe una fioritura senza precedenti” (12).

Non tutto il cielo, però, era blu. Anzi, nere nuvole si addensavano all’orizzonte. Dal suo osservatorio privilegiato, Plinio Corrêa de Oliveira subito si accorse che all’interno dell’Azione Cattolica serpeggiavano dottrine e tendenze innovatrici, provenienti perlopiù dai summenzionati ambienti neo-modernisti.

“Fu proprio a questo punto che scoppiò la tragedia provocata dai germi di progressismo infiltratisi nel movimento cattolico — racconta in un articolo autobiografico — Già dall’inizio della crisi O Legionário era stato attaccato come alfiere d’una mentalità che la cospirazione progressista voleva estirpare, per sostituirla con quella, purtroppo, oggi trionfante. Nelle riunioni del nostro gruppo, avevamo capito che il male veniva disseminato da una folta schiera di proseliti con arte sopraffina e facondia”.

Individuato il male, Plinio Corrêa de Oliveira non poteva rimanere indifferente: “Bisognava assolutamente lanciare un grido d’allarme che svegliasse il mondo cattolico! E fu così che pubblicai il libro-bomba In difesa dell’Azione Cattolica” (13).

 

Il “libro-bomba”

In questo libro, pubblicato nel 1943 con Prefazione del Nunzio Apostolico in Brasile, mons. Benedetto Aloisi Masella, il leader cattolico denunciava nei suoi vari aspetti questa vera e propria rivoluzione all’interno della Chiesa (14).


Senza sottostimare l’analisi prettamente teologica, che egli svolgeva in diversi punti ricollegando questa rivoluzione al “modernismo” condannato da S. Pio X trent’anni prima, il prof. Plinio Corrêa de Oliveira era soprattutto intento a denunciare la crisi come essa era concretamente vissuta nelle fila del movimento cattolico brasiliano, con speciale attenzione alla nuova mentalità che ne era alla base (15).

Di particolare interesse è la terza parte (“Problemi interni dell’Azione Cattolica”), nella quale il leader brasiliano denuncia il crescente lassismo, evidente per esempio nell’ammissione incauta di nuovi membri, privi dei requisiti statutari, nonché nella resistenza a espellere i membri che si erano resi indegni.

I fautori della nuova mentalità si rifiutavano di  condannare le dottrine erronee o di punire gli atteggiamenti sconvenienti, giustificando questo liberalismo come obbligo di carità. Il carattere militante della Chiesa era esplicitamente respinto, mentre si affermava invece un “buonismo” tendente al relativismo.

Le pratiche devozionali tradizionali erano sdegnate, per lasciare passo ad una spiritualità tutta centrata sulla liturgia, intesa come partecipazione comunitaria.

Diverse pagine sono dedicate poi al problema delle mode, gli ambienti, i gusti, la buona educazione e così via, mostrando quanto il dott. Plinio avesse già la sua attenzione rivolta agli aspetti “tendenziali” del fenomeno rivoluzionario. Particolarmente biasimato, l’apostolato detto “di conquista” per il quale i membri “aggiornati” di Azione Cattolica frequentavano ambienti normalmente vietati ad un cattolico, al fine di “portarvi la parola di Cristo”. Plinio Corrêa de Oliveira ammoniva come, lunghi dal convertire quegli ambienti, l’Azione Cattolica ne avrebbe subito la cattiva influenza come, infatti, accadde.

Il libro chiude con un appello a reagire: “L’Azione Cattolica corre il rischio di rivoltarsi contro le sue stesse finalità se non fermiamo il passo, in maniera risoluta, a quei gruppi per fortuna ancora piccoli, nei quali l’errore viene abbracciato da seguaci entusiasti”.

 

“Ah! se questa voce fosse stata ascoltata...”

Alla luce di quanto sopra, resta chiaro perché Plinio Corrêa de Oliveira asseriva che la “crisi post-conciliare” non lo aveva affatto colto di sorpresa, in quanto egli la aveva già prevista più di vent’anni prima.

Per un lettore attento, «In Difesa dell’Azione Cattolica» costituisce una denuncia approfondita e complessiva dei germi di questa crisi che covavano nella Chiesa già negli anni 1940, nonché un grido d’allarme perché questi germi venissero contrastati quando erano ancora circoscritti.

Purtroppo, come dimostra il prof. Massimo Introvigne nella sua eccellente analisi di quel periodo in Brasile, non solo questo grido d’allarme venne disatteso ma, da lì a poco, alcuni settori della Chiesa avrebbero preso una piega opposta, con le disastrose conseguenze che oggi vediamo, e non solo in Brasile (16).

Come non concordare col cardinale Bernardino Echeverría Ruiz quando, nell’elogio funebre del prof. Plinio Corrêa de Oliveira nel 1995, scrisse: “Se si considera retrospettivamente la storia recente, ricordando questo lucido avvertimento e l’autentico cataclisma che ha scosso la Chiesa negli ultimi decenni e che non finisce ancora, possiamo solo esclamare: Ah! se questa voce fosse stata ascoltata...”

Note___


1. Insegnamenti di Paolo VI, Tipografia Poliglotta Vaticana, Roma 1968, pp. 1188-1189.
2. Insegnamenti di Paolo VI, Tipografia Poliglotta Vaticana, Roma 1972, pp. 707-708.
3. Plinio Corrêa de Oliveira, “Como ruiu a pirâmide de Quéops?”, Folha di S. Paulo, 08-02-69.
4. Antonio Fogazzaro, Il Santo, senza editore, Milano 1907, pp. 44, 48.
5. San Pio X, Decreto Sacrorum Antistitum, Acta Apostolicae Sedis, 9 settembre 1910, N° 17.
6. Marie-Dominique Chenu, Une école de théologie. Le Saulchoir, 1937; Louis Charlier, Essai sur le problème théologique, Le Saulchoir 1938. Per una confutazione di questi libri, Timoteo Zepelena, “Problema Theologicum”, Gregorianum, 24 (1943), pp. 23-47, 287-326; 25 (1944), pp. 38-73, 247-282; Raimondo Spiazzi, P. Mariano Cordovani dei Frati Predicatori, Roma 1954, I, 392-403.
7. Yves Congar, Situation et taches présentes de la théologie, Éditions du Cerf, Paris 1967, p. 12.
8. Cfr. Joaquín Salaverri, S.J., “El Problema de la Nueva Teología”, Sal Terrae Vol. 38, 1950, p. 145; Juan Iturrioz, S.J., “Nueva Teología. Actitud de la Iglesia”. Razón y Fé, luglio-dicembre 1950, p. 492; Michel Labourdette, “La Théologie et ses sources”, Revue Thomiste, gennaio-marzo 1946, pp. 353-371; Réginald Garrigou-Lagrange, “La Nouvelle Théologie où va-t-elle?” Angelicum, 23 (1946), pp. 126-145. Per un elenco dei principali libri e articoli pubblicati in favore e contro la Nouvelle Théologie, cfr. Revista Española de Teología, aprile-giugno 1949, pp. 303-318; luglio-settembre 1949, pp. 527-546. Cfr. anche M. J. Nicolás e R. L. Bruckberger, Dialogue théologique. Pièces du débat entre la Revue Thomiste d’une part, les RRPP de Lubac, Danielou, Bouillard, Ferrand, von Balthasar, d’autre part, St. Maximin, Toulouse 1947.
9. Cfr. le encicliche Mystici Corporis Christi (1943) e Mediator Dei (1947). Cfr. anche Allocuzione ai Padri Gesuiti in occasione della loro XXIX Congregazione Generale, 17 settembre 1946; D.C. 978, 24 novembre 1946, cols. 1317-1318. Allocuzione ai Frati Dominicani in occasione del loro Capitolo Generale, Ibid., col. 1322.
10. Andrew Greeley, The Catholic Experience, Doubleday & Company, New York 1967, p. 257. Cfr. anche “Dal cattolicesimo sociale al catto-comunismo: storia d’una deriva”, Tradizione Famiglia Proprietà, maggio 2003, pp. 5-11.
11. Citato in Luigi Gedda, 18 aprile. Memorie inedite dell’artefice della sconfitta del Fronte Popolare, Mondadori, Milano 1998, pp. 153-154.
12. Roberto de Mattei, Il crociato del secolo XX. Plinio Corrêa de Oliveira, Piemme, Casale Monferrato 1996, p. 123.
13. Plinio Corrêa de Oliveira, “Kamikaze”, Folha de S. Paulo, 15-02-1969.
14. Plinio Corrêa de Oliveira, Em defesa da Ação Catolica, Editora Ave Maria, San Paolo 1943.
15. Massimo Introvigne, Una battaglia nella notte. Plinio Corrêa de Oliveira e la crisi del secolo XX nella Chiesa, Sugarco, Milano 2008, pp. 44-50.
16. Ibid., pp. 51 ss.

Categoria: Giugno 2010

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