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2010

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Editoriale

 

La sorgente del totalitarismo

 

“Non vi preoccupate, questi villani non hanno accesso alla stampa. La storia la scriveremo noi!”

Con queste schiette parole il generale Louis-Marie Turreau rassicurava i suoi soldati comprensibilmente turbati dall’ordine di massacrare tutti i prigionieri vandeani.

Siamo nel 1793 e le “colonne infernali” stanno mettendo a ferro e fuoco l’Ovest della Francia, colpevole di non aver accettato i principi della Rivoluzione. Il risultato fu ciò che gli storici cominciano oggi a chiamare “il genocidio vandeano”, il primo Olocausto della storia moderna, durante il quale una intera regione fu rasa al suolo, i suoi abitanti dispersi, il suo bestiame confiscato, i suoi campi e boschi bruciati, le sue acque avvelenate. Tutto in nome della liberté, che chiaramente non comprendeva quella di praticare la Fede cattolica. 

“Ciò che costituisce una repubblica è la totale distruzione di quanto gli si oppone”, diceva Saint‑Just per giustificare l’animo sanguinario di questi partigiani della fraternité. Ha ragione lo storico Jean Dumont quando qualifica la Rivoluzione francese “la sorgente del moderno totalitarismo”, segnalando inoltre la sua “vera essenza” come “un anti-cristianesimo totalitario” (1). 

Fra ghigliottina, massacri, genocidi e guerre, si calcola che la Rivoluzione francese abbia fatto quasi due milioni di vittime. Un curriculum non proprio bello. Eppure, nelle nostre scuole si continua a presentare questo evento come una svolta epocale positiva, anzi sacrosanta in quanto precorritrice della Modernità. 

La Rivoluzione francese è stata uno spartiacque che ha diviso la storia in un “prima” e un “poi”. La sua accettazione o il suo rigetto ha poi diviso gli uomini fra “rivoluzionari” e “contro-rivoluzionari”. Mentre i primi hanno sostenuto le varie rivoluzioni successive — liberalismo, socialismo, comunismo, sessantottismo — i secondi hanno appoggiato i grandi disegni restaurazionisti del beato Pio IX e di S. Pio X, conducendo ciò che Pio XI definiva “la santa battaglia per la regalità sociale di Cristo”. 

Questa battaglia continua nei giorni nostri. Da una parte vi sono gli eredi dei vari Marat, Danton e Robespierre, che al berretto frigio hanno sostituito la bandiera arcobaleno. Dall’altra gli eredi ideali di quelli vandeani che lottavano per Dio e per il Re, vale a dire per la civiltà cristiana. I termini sono cambiati, lo scontro è sempre lo stesso. 

Nel momento in cui, in Italia ci prepariamo a celebrare avvenimenti che prendono l’avvio proprio da questa svolta epocale, è il caso di meditare su alcuni suoi aspetti non solitamente messi a fuoco dalla propaganda ufficiale. 

È ciò che la TFP ha fatto nell’Accademia estiva 2010, alla quale hanno partecipato giovani provenienti da tutta Italia, di cui diamo ampia notizia in questo numero della rivista.

1. Jean Dumont, Pourquoi nous ne celebrerons pas 1789, Bagneux, ARGE, 1989, pp. 7, 30. Nella foto: fucilazione di contadini vandeani per le “colonne infernali” al comando del generale Turreau, 1793.

Categoria: Ottobre 2010

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