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di Plinio Corrêa de Oliveira

Alla luce della dottrina cattolica

Sul cerimoniale del potere

In occasione dell'insediamento del generale Eisenhower alla carica di presidente della repubblica degli Stati Uniti, abbiamo scritto alcune considerazioni, che hanno suscitato interesse tra i lettori di Catolicismo. In quella occasione abbiamo promesso di analizzare anche le cerimonie della incoronazione della regina d'Inghilterra, Elisabetta II. E di questo impegno ci veniamo a sdebitare.

 

Monografia sociale di palpitante interesse

La splendida cerimonia ha offerto una visione di insieme — soltanto su un piano simbolico, ma che, precisamente per il fatto di essere simbolico, traduce meglio di qualsiasi altro alcuni aspetti della realtà — dell'Inghilterra con tutto quanto essa è, possiede e può al giorno d'oggi. Le istituzioni inglesi, il loro significato profondo, il loro passato, le loro presenti condizioni di esistenza, le tendenze con cui avanzano verso il futuro, la situazione attuale della Gran Bretagna nel Commonwealth e nel mondo, le prospettive favorevoli e anche le spesse nebbie che si delineano per essa sugli orizzonti diplomatici, tutto, insomma, si è riflesso in qualche modo nella incoronazione, e nelle cerimonie che l'hanno preceduta e che a essa hanno fatto seguito. Inoltre, in tutte queste cerimonie vi è una tale ricchezza di aspetti, che rende ciascuna di esse capace di suscitare tante considerazioni, che non sarebbe troppo se una équipe di specialisti, in questa epoca di indagini sociologiche, dedicasse alle cerimonie, alle manifestazioni e alle solennità di cui la incoronazione è stata il punto centrale, una ricerca accurata, che andrebbe a formare certamente alcuni grossi volumi.

Le nostre aspirazioni, evidentemente, devono essere più limitate. Non vogliamo trattare di tutti gli aspetti delle feste della incoronazione, e non tentiamo neppure di elencarli. Vogliamo prendere in considerazione solamente un lato di questo vasto argomento.

 

La uguaglianza, idolo del nostro secolo

In tutti i campi della vita odierna si manifesta la influenza schiacciante dello spirito di uguaglianza. In altri tempi, la virtù, la culla, il sesso, la educazione, la cultura, l'età, il genere di professione, i poteri, altre circostanze ancora, modellavano e sfumavano la società umana con la varietà e la ricchezza di mille distinzioni e colori, influivano in tutti i modi nei rapporti tra gli uomini, segnavano a fondo le leggi, le istituzioni, le attività intellettuali, i costumi, la economia, e comunicavano a tutta l'atmosfera della vita pubblica e privata una nota di gerarchia, di rispetto, di gravità. In questo consisteva uno dei tratti spirituali più profondi e tipici della società cristiana. Si esagererebbe se si affermasse che oggi tutte queste distinzioni e sfumature sono state abolite. Sarebbe tuttavia impossibile non riconoscere che molte sono scomparse completamente, e che le poche che restano vanno riducendosi e scolorendo giorno dopo giorno.

Indubbiamente, la vita è una costante trasformazione di tutto quanto non è perenne. Sarebbe normale che molte delle sfumature di altri tempi scomparissero, e che se ne formassero altre. Ma attualmente non si dà, per così dire, una sola trasformazione che non abbia come effetto un livellamento, che non favorisca direttamente o indirettamente la marcia della società umana verso uno stato di cose assolutamente ugualitario. E quando quelli di sotto rallentano la poussée ugualitaria, sono quelli di sopra che si incaricano di portarla avanti. Questo fenomeno non è circoscritto a una nazione, e neppure a un continente, e sembra spinto da un vento che soffia sul mondo intero. Il tifone livellatore rettifica qui e là — in Asia, per esempio, e in certe zone ipercapitalistiche dell'Occidente — abusi intollerabili, imponendo in altri luoghi mutamenti ammissibili, distruggendo in altri, infine, diritti incontestabili, e colpendo a fondo lo stesso ordine naturale delle cose. In tutti questi casi, però, importa notare che questo tifone ugualitario, di ampiezza cosmica, non cessa di soffiare. Fatta una riforma giusta, tende a continuare la sua opera livellatrice e a passare a quanto è dubbiosamente giusto, e una volta raggiunto questo punto, entra con impeto crescente nel terreno di quanto è chiaramente ingiusto. Questa sete di uguaglianza si sazia solamente con il livellamento completo, totale, assoluto. La uguaglianza è la meta verso la quale tendono le aspirazioni delle masse, la mistica che governa l'azione di quasi tutti gli uomini, l'idolo sotto la cui egida l'umanità spera di trovare l'età dell'oro.

 

Un fatto sconcertante: la popolarità della incoronazione

Ora, mentre questo tifone soffia con una forza senza precedenti, nel pieno svolgimento di questo enorme processo mondiale, una regina è incoronata secondo riti ispirati da una mentalità assolutamente anti-ugualitaria. Questo fatto non irrita, non provoca proteste, e, al contrario, è accolto da una enorme ondata di simpatia popolare. Il mondo intero ha festeggiato la incoronazione della giovane sovrana inglese, quasi come se le tradizioni che ella rappresenta fossero un valore comune a tutti i popoli. Da ogni parte sono affluite a Londra persone desiderose di estasiarsi di fronte a uno spettacolo tanto anti-moderno. Davanti a tutti gli apparecchi televisivi si sono raccolti avidi, assetati di vedere la cerimonia, uomini, donne, bambini di tutte le nazioni, di tutte le lingue, delle più diverse professioni, e, il che è assolutamente straordinario, delle più diverse opinioni. In questo immenso movimento spirituale della umanità contemporanea vi è qualcosa di sorprendente, di contraddittorio, di sconcertante forse, che esige una analisi accurata. Ed è questo l'oggetto del nostro studio.

 

Alcune spiegazioni

Questo fatto ha attirato l'attenzione di diversi commentatori, che hanno proposto alcune spiegazioni. Gli uni hanno ricordato che, nella misura in cui la ugualitarizzazione si diffonde e i re si vanno facendo rari, anche una incoronazione diventa più eccezionale, più straordinaria, più interessante. Altri, insoddisfatti da queste ragioni, hanno cercato un motivo diverso. La bellezza delle cerimonie, considerate nel loro aspetto puramente estetico, avrebbe attirata l'attenzione degli amanti del genere. La debolezza di queste spiegazioni è ovvia. Tutto, nelle informazioni relative alla incoronazione, ha dimostrato che le masse si sono commosse per essa, non per un semplice impulso di curiosità, per vedere la ricostruzione di una cerimonia storica o lo svolgimento di uno spettacolo artistico, ma per un immenso movimento di ammirazione quasi religiosa, di simpatia, anche di tenerezza, che ha circondato non solo la giovane regina, ma tutto ciò che ella e la istituzione monarchica dell'Inghilterra simboleggiano. Se la incoronazione fosse stata, per quanti l'hanno vista, un semplice spettacolo storico, una pura curiosità artistica, che avrebbe potuto essere rappresentata ugualmente bene o meglio da attori professionisti, come spiegare il fremito di gioia, il rinnovarsi di speranze in un futuro migliore, le manifestazioni di apoteosi, le acclamazioni senza fine, dei giorni della incoronazione?

Qualcuno ha azzardato un'altra spiegazione. L'uomo ha mostrato in tutti i tempi, in tutti i luoghi, una debolezza : il gusto per i titoli onorifici, per le distinzioni, per la pompa. Ora, l'ugualitarismo razionale e austero dei nostri giorni non alimenta assolutamente questa debolezza. E, così, quando una occasione come la incoronazione dà a ciò pretesto, l'uomo sente tutto il diletto che suole dargli il soddisfacimento delle sue debolezze.

A nostro modo di vedere, vi è molta ganga in questa opinione, ma vi è anche un filone d'oro. Il filone consiste nel riconoscere che nella natura umana vi è una tendenza profonda, permanente, forte, verso ciò che è pompa, titolo onorifico, distinzione, e che l'ugualitarismo odierno comprime questa tendenza, generando una nostalgia profonda, che esplode tutte le volte che ne trova una occasione. La ganga consiste nel considerare questa tendenza una debolezza. Che il gusto per le onorificenze, e per le distinzioni dia origine a molte manifestazioni della piccineria umana, non vi è chi lo neghi. L'errore sta nel dedurne che questo gusto sia in sé stesso una debolezza! Come se la fame, la sete, il desiderio di riposo, e tante altre tendenze naturali nell'uomo, e in sé assolutamente legittime, dovessero essere considerate cattive, erronee, ridicole, per il semplice fatto che sono occasioni di eccessi e anche di crimini senza numero! Perfino i sentimenti più nobili dell'uomo possono portarlo a debolezze. Non vi è sentimento più rispettabile dell'amore materno. Tuttavia, a quanti errori può portare, a quanti ha già portato, a quanti ancora porterà in futuro...

 

Una virtù essenziale: l'amor proprio

Il gusto dell’uomo per le onorificenze, per le distinzioni, per la solennità, non è altro che la manifestazione del saggio istinto di sociabilità, tanto inerente alla nostra natura, tanto giusto in sé stesso, tanto saggio quanto qualsiasi altro istinto di cui Dio ci ha dotati.

La nostra natura ci porta a vivere in società con altri uomini. Ma non si accontenta di una qualsiasi convivenza. Per le persone con una struttura spirituale retta, e perciò fatta eccezione degli eccentrici, degli atrabiliari, dei nevropatici, la convivenza umana realizza perfettamente i loro obiettivi naturali soltanto quando è fondata sulla conoscenza e sulla comprensione reciproche, e quando da questa conoscenza e da questa comprensione nasce la stima, l'amicizia. In altri termini, l'istinto di sociabilità richiede non una convivenza umana fondata su equivoci, irta di incomprensioni e di attriti, ma un contesto di rapporti pacifici, armoniosi e piacevoli.

Anzitutto, vogliamo essere conosciuti per ciò che effettivamente siamo. Un uomo che abbia qualità tende naturalmente a manifestarle, e desidera che queste qualità gli acquistino la stima e la considerazione dell'ambiente in cui vive. Un cantante, per esempio, tende a farsi ascoltare, e a suscitare nell'uditorio il gusto che le qualità della sua voce meritano. Per la stessa ragione, un pittore tende a esporre le sue tele, uno scrittore a pubblicare i suoi lavori, un uomo colto a comunicare quanto sa, ecc. E per una ragione analoga, infine, l'uomo virtuoso si onora di essere tenuto come tale. La indifferenza totale rispetto al concetto che ha di noi il prossimo, non è virtù ma mancanza di amor proprio.

È chiaro che il retto e discreto desiderio di una buona reputazione può facilmente corrompersi come tutto quanto è inerente all'uomo. È una conseguenza del peccato originale. Così, anche l'istinto di conservazione può facilmente degenerare in paura, il ragionevole desiderio di alimentarsi in gola, ecc. Nel caso concreto della sociabilità, è molto facile che giungiamo all'eccesso di considerare il plauso dei nostri simili un autentico idolo, l'obiettivo di tutti i nostri atti, la ragione del nostro comportamento virtuoso; che per ottenere questo plauso fingiamo qualità che non abbiamo, oppure rinneghiamo i nostri princìpi più sacri (chi saprà mai quante anime il rispetto umano trascina all'inferno!); che portati da questa sete commettiamo crimini per salire a posti e a condizioni elevate; che affascinati da questo obiettivo diamo una importanza risibile ai più piccoli fattori capaci di metterci in mostra; che proviamo odi violenti, esercitiamo vendette atroci contro chi non ha riconosciuti in tutta la loro pretesa ampiezza i meriti che immaginiamo di avere. La storia pullula letteralmente di tristi esempi di tutto questo. Ma, insistiamo, se con questo argomento dovessimo concludere che è intrinsecamente cattivo il desiderio dell'uomo di essere conosciuto e stimato dai suoi simili per quello che veramente è, dovremmo condannare tutti gli istinti, la nostra stessa natura.

È certo, anche, che Dio esige che rispetto al nostro buon concetto presso il prossimo, siamo distaccati interiormente, come rispetto a tutti gli altri beni della terra, l'intelligenza, la cultura, la carriera, la bellezza, la ricchezza, la salute, la vita stessa. Ad alcuni Dio chiede un distacco non soltanto interiore, ma esteriore, dalla considerazione sociale, come ad altri chiede non soltanto la povertà in spirito ma la povertà materiale effettiva. È allora necessario ubbidire. E da ciò il fatto che le agiografie rigurgitano di esempi di santi che fuggono dalle più lecite manifestazioni di apprezzamento da parte dei loro simili.

Nonostante tutto questo, è lecito in sé stesso che l'uomo desideri essere stimato da quelli con cui convive.

 

Una condizione di esistenza della società: la giustizia

Questa tendenza naturale è per altro consonante con uno dei princìpi più essenziali della vita sociale, che è la giustizia, secondo la quale si deve dare a ciascuno quello a cui ha diritto non soltanto in beni materiali, ma anche in onore, distinzione, stima, affetto. Una società basata sul disconoscimento totale di questo principio sarebbe assolutamente ingiusta. « Date a tutti ciò che è dovuto, a chi il tributo il tributo, a chi il dazio il dazio, a chi il timore il timore, a chi l'onore l'onore », ci dice san Paolo (1).

Aggiungiamo che queste manifestazioni sono dovute di rigore non solamente ai meriti personali, ma anche alla funzione, alla carica o alla posizione che una persona detiene. Così, il figlio deve rispettare suo padre anche se cattivo, il fedele deve riverire il sacerdote anche se indegno, il suddito deve rispettare il suo sovrano anche se corrotto. San Pietro comanda agli schiavi che onorino i loro signori anche se di carattere intrattabile(2).

E d'altro canto è necessario anche saper onorare in un uomo la stirpe illustre dalla quale discende.

Questo punto è particolarmente doloroso per l'uomo ugualitario di oggi. Tuttavia è così che pensa la Chiesa. Leggiamo l'insegnamento profondo e splendido di Pio XII: «Le ineguaglianze sociali, anche quelle legate alla nascita, sono inevitabili: la natura benigna e la benedizione di Dio all'umanità illuminano e proteggono le culle, le baciano, ma non le pareggiano. Guardate pure le società più inesorabilmente livellate. Nessun'arte ha mai potuto operare tanto che il figlio di un gran Capo, di un gran conduttore di folle, restasse in tutto nel medesimo stato di un oscuro cittadino perduto fra il popolo. Ma se tali ineluttabili disparità possono paganamente apparire un'inflessibile conseguenza del conflitto delle forze sociali e della potenza acquisita dagli uni sugli altri, per le leggi cieche che si stimano reggere l'attività umana e metter capo al trionfo degli uni, come al sacrificio degli altri; da una mente invece cristianamente istruita ed educata esse non possono considerarsi se non quale disposizione voluta da Dio con il medesimo consiglio delle ineguaglianze nell'interno della famiglia, e quindi destinate a unire maggiormente gli uomini tra loro nel viaggio della vita presente verso la patria del cielo, gli uni aiutando gli altri, a quel modo che il padre aiuta la madre e i figli» (3).

 

L'amor proprio e la giustizia impongono la formazione del protocollo

Abbiamo visto, fino a questo punto, che la stessa natura esige che nella convivenza sociale siano tenuti nella dovuta considerazione tutti i valori umani, che differiscono gli uni dagli altri quasi all'infinito.

Come applicare, in pratica, questo principio? Come ottenere che un valore sia visto e riconosciuto da tutti gli uomini, e che ciascuno senta esattamente in che misura questo valore deve essere riverito? Più concretamente, come insegnare a tutti che la virtù, l'età, il talento, la stirpe illustre, la carica, la funzione, devono essere onorate? Come indicare la misura esatta di rispetto e di amore che si deve a ciascuno? In tutti i tempi, in tutti i luoghi, lo stesso ordine naturale delle cose è venuto risolvendo il problema con l'aiuto dell'unico mezzo pienamente efficace: il costume.

 

Saggezza profonda del protocollo della incoronazione

Così, usando gli stessi modi di trattare con le persone di identica condizione, il buon senso, l'equilibrio, il tatto delle società umane è venuto creando punto per punto, in ogni paese o in ogni area culturale, le regole di cortesia, le formule, i gesti, diremmo quasi i riti adeguati a definire, insegnare, simboleggiare ed esprimere quanto si deve a ogni persona, secondo la sua condizione, in materia di venerazione e di stima.

Sotto l'influsso della Chiesa, la civiltà cristiana ha portato all'apogeo questa bella arte dei costumi e dei simboli sociali. Ne è derivata la meravigliosa cortesia e affabilità di modi dell'europeo, e, per estensione, dei popoli americani nati dall'Europa; i princìpi della Rivoluzione francese del 1789 si sono incaricati di colpirla profondamente.

I titoli di nobiltà, i simboli dell'araldica, le decorazioni, le regole del protocollo, non sono stati altro che mezzi mirabili, pieni di tatto, di precisione e di significato, per definire, graduare e modellare i rapporti umani all'interno dei quadri politici e sociali allora esistenti. A nessuno potrebbe accadere di vedervi una pura vanità. La stessa Chiesa, che è maestra di tutte le virtù e combatte tutti i vizi, ha istituito titoli di nobiltà, ha distribuito e distribuisce decorazioni, ha elaborato per sé tutto un cerimoniale di una mirabile precisione nel definire tutte le differenze gerarchiche che la legge divina e la saggezza dei Papi sono venute creando nel suo seno nel corso dei secoli. Sulle decorazioni il beato Pio X ha detto: « Le ricompense concesse al valore contribuiscono potentemente a suscitare nei cuori il desiderio di azioni rilevanti, perché se glorificano uomini distinti che hanno ben meritato dalla Chiesa oppure dalla società, trascinano gli altri con l'esempio a percorrere la stessa carriera di gloria e di onore. Con questa saggia intenzione, i Pontefici Romani, Nostri Predecessori, hanno circondato di un amore speciale gli Ordini Cavallereschi, quasi come stimoli di gloria […]» (4).

Che vi sia poi una insegna per la carica suprema dello Stato, insegne proprie per le persone di stirpi più illustri, vesti di gala per i dignitari incaricati delle funzioni di maggiore importanza politica, che tutto l'apparato di questi simboli sia utilizzato nella cerimonia di insediamento del capo dello Stato, in tutto questo non vi è una mascherata, né concessioni a debolezze. Vi è soltanto la osservanza di regole di comportamento assolutamente conformi con l'ordine naturale delle cose.

 

Modernizzazione sconsiderata

Ma, dirà qualcuno, non sarebbe conveniente modernizzare tutti questi simboli, aggiornare tutte queste cerimonie? Perché conservare riti, formule, abiti del più remoto passato?

La domanda è di un semplicismo rozzo. I riti, le formule, gli abiti, per il fatto di esprimere situazioni, stati d'animo, circostanze realmente esistenti, non possono essere creati oppure riformati bruscamente e per decreto, bensì gradualmente, lentamente, in generale impercettibilmente, attraverso l'azione del costume. Ora, questo processo di trasformazione è stato reso impossibile dalla Rivoluzione francese con tutta la sua sequela di avvenimenti. Infatti, l'umanità si è lasciata trascinare dal miraggio di un egualitarismo assoluto, ha votato al disprezzo e all'odio tutto quanto, nel campo dei costumi, esprime disuguaglianze, e ha istituito un ordine di cose nuovo, basato sulla tendenza al livellamento completo, all'abolizione di tutte le etichette e di tutte le regole di comportamento. Imbevuta di questo spirito, ha perso la capacità di mettere mano nelle cose del passato per un fine diverso da quello di distruggerle. Se l'uomo contemporaneo dovesse riformare riti e istituire simboli, siccome la Rivoluzione francese ha creato in lui l'adorazione della legge e il disprezzo del costume, cercherebbe, per di più, di farlo per decreto. E, ancora una volta, niente è più irreale, più artificiale, in molti casi più pericoloso, delle realtà sociali che si immagina di poter creare per legge. La corte da operetta, rutilante, sfarfalleggiante, e profondamente volgare, di Napoleone lo ha mostrato bene.

 

Distruggere per distruggere

Per altro, è necessario aggiungere che il semplice fatto che un rito, oppure un simbolo, sia molto antico, non è ragione sufficiente per abolirlo, ma piuttosto per conservarlo. L'autentico spirito tradizionale non distrugge per distruggere. Al contrario, conserva tutto, e distrugge solamente quanto ha motivi reali e seri per essere distrutto. Infatti, l'autentica tradizione, se non è una sclerotizzazione, una rigida fissazione nel passato, è ancora meno una negazione costante di esso.

A questo proposito, ci si permetta di citare un'altra pagina magistrale di Pio XII. Rivolgendosi alla nobiltà e al patriziato romano, e facendo riferimento alla tradizione che l'aristocrazia della Città Eterna vi rappresentava, il Pontefice ha detto : « Molti animi, anche sinceri, s'immaginano e credono che la tradizione non sia altro che il ricordo, il pallido vestigio di un passato che non è più, che non può più tornare, che tutt'al più viene con venerazione, con riconoscenza se vi piace, relegato e conservato in un museo che pochi amatori o amici visitano. Se in ciò consistesse e a ciò si riducesse la tradizione, e se importasse il rifiuto o il disprezzo del cammino verso l'avvenire, si avrebbe ragione di negarle rispetto e onore, e sarebbero da riguardare con compassione i sognatori del passato, ritardatari in faccia al presente e al futuro, e con maggior severità coloro, che, mossi da intenzione meno rispettabile e pura, altro non sono che i disertori dei doveri dell'ora che volge così luttuosa.

« Ma la tradizione è cosa molto diversa dal semplice attaccamento ad un passato scomparso; è tutto l'opposto di una reazione che diffida di ogni sano progresso. Il suo stesso vocabolo etimologicamente è sinonimo di cammino e di avanzamento. Sinonimia, non identità. Mentre infatti il progresso indica soltanto il fatto del cammino in avanti, passo innanzi passo, cercando con lo sguardo un incerto avvenire; la tradizione dice pure un cammino in avanti, ma un cammino continuo, che si svolge in pari tempo tranquillo e vivace, secondo le leggi della vita, sfuggendo alla angosciosa alternativa: "Si jeunesse savait, si vieillesse pouvait!"; simile a quel Signore di Turenne, di cui fu detto: "Il a eu dans sa jeunesse toute la prudence d'un âge avancé, et dans un âge avancé toute la vigueur de la jeunesse" (Fléchier, Oraison funèbre, 1676). In forza della tradizione, la gioventù, illuminata e guidata dall'esperienza degli anziani, si avanza di un passo più sicuro, e la vecchiaia trasmette e consegna fiduciosa l'aratro a mani più vigorose che proseguono il solco cominciato. Come indica col suo nome la tradizione è il dono che passa di generazione in generazione, la fiaccola che il corridore ad ogni cambio pone in mano e affida all'altro corridore, senza che la corsa si arresti o si rallenti. Tradizione e progresso s'integrano a vicenda con tanta armonia, che, come la tradizione senza il progresso contraddirebbe a sé stessa, così il progresso senza la tradizione sarebbe una impresa temeraria, un salto nel buio.

«No, non si tratta di risalire la corrente, di indietreggiare verso forme di vita e di azioni di età tramontate, bensì, prendendo e seguendo il meglio del passato, di avanzare incontro all'avvenire con vigore di immutata giovinezza» (5).

 

Nostalgia di un sano ordine naturale

Ora, proprio con questa tradizione il mondo contemporaneo ha rotto, per adottare un progresso nato non dallo sviluppo armonioso del passato, ma dai tumulti e dagli abissi della Rivoluzione francese. In un mondo livellato, poverissimo di simboli, regole, modi, compostezza, di tutto quanto significa ordine e distinzione nella convivenza umana, e che in ogni momento continua a distruggere il pochissimo di ciò che a esso resta, mentre la sete di uguaglianza si va saziando, la natura umana, nelle sue fibre profonde, va sentendo sempre di più la mancanza di ciò con cui così follemente ha rotto. Qualcosa di molto intimo e forte in essa le fa sentire uno squilibrio, una incertezza, una insipidità, una paurosa volgarità di vita, che tanto più si accentua quanto più l'uomo si riempie dei tossici della uguaglianza.

La natura ha reazioni improvvise. L'uomo contemporaneo, ferito e trattato male nella sua natura da tutto un tenore di vita costruito su astrazioni, chimere, teorie vane, nei giorni della incoronazione si è rivolto, affascinato immediatamente ringiovanito e riposato, verso il miraggio di questo passato così diverso dal terribile giorno d'oggi. Non tanto per nostalgia del passato, quanto di certi princìpi dell'ordine naturale che il passato rispettava, e che il presente viola in ogni momento.

Ecco, a nostro modo di vedere, la spiegazione più profonda e più reale dell'entusiasmo che ha preso il mondo durante le feste della incoronazione.

 

(Catolicismo, n. 31, luglio 1953. Traduzione apparsa in Cristianità maggio-giugno 1981, N. 73-74 - Anno IX, pag. 12-15 )

 

Note:

1. Rom. 13, 7.

2. Cfr. 1Pt. 2, 18.

3. Pio XII, Discorso al Patriziato e alla Nobiltà Romana, del 5-1-1942, in Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. III, p. 347.

4. BEATO Pio X, Breve sugli Ordini Equestri Pontifici, del 7-2-1905, in Actes de Pie X, Editions des Questions Actuelles, Parigi s.d., vol. II, p. 6.

5. Pio XII, Discorso al Patriziato e alla Nobiltà Romana, del 19-1-1944, in Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. V, pp. 179-180.

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