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Lux in tenebris lucet

di Plinio Correa de Oliveira

Lux in tenebris lucet (Gv, 1,5): sono le parole  con cui il discepolo amato annunciò al suo tempo e ai secoli venturi il grande avvenimento che celebriamo in questo mese.


Formula sintetica, senz’altro, ma che esprime il contenuto inesauribilmente ricco del grande fatto: dappertutto c’erano le tenebre, e nell’oscurità di quelle tenebre si accese la Luce. Perciò la Santa Chiesa afferma, con le parole profetiche di Isaia, il suo giubilo nella notte di Natale: “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano nelle tenebre una luce rifulse… Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: ‘Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della Pace’” (Is. 9, 1 e 5, introito della 2a. Messa di Natale).


Qual è la ragione di queste metafore? Perché luce? Perché tenebre?


I commentatori affermano che le tenebre che coprivano la terra quando il Salvatore nacque erano l’idolatria dei gentili, lo scetticismo dei filosofi, la cecità degli ebrei, la durezza dei ricchi, la ribellione e l’ozio dei poveri, la crudeltà dei sovrani, i guadagni degli uomini d’affari, l’ingiustizia delle leggi, la difettosa costituzione dello Stato e della società, la soggezione del mondo intero alla prepotenza di Roma. Fu nella più profonda oscurità di quelle tenebre che Gesù Cristo apparve come una luce.


Quale è la missione della luce?


Evidentemente, dissipare le tenebre. Difatti, a poco a poco, esse cedettero. E, nell’ordine delle realtà visibili, la vittoria della luce consistette nell’instaurazione di una civiltà cristiana che, al tempo del suo apice e malgrado le imperfezioni inerenti a ciò che è umano, fu un autentico regno di Cristo nella terra.


Non è il caso di fare qui la storia del crepuscolo della Cristianità occidentale. Basti ricordare che da San Tommaso e da San Luigi Re siamo scivolati nella nostra era di laicismo e di ateismo. I ricchi sono di nuovo duri, i poveri tendono sempre più alla ribellione e all’ozio, la crudeltà è nuovamente penetrata nelle leggi dei popoli e nei rapporti fra nazioni, i guadagni degli uomini d’affari non hanno limiti, la costituzione della società e dello Stato si rende sempre più difettosa. Il quadro che è stato fatto del mondo antico potrebbe applicarsi al mondo di oggi, con semplici cambiamenti di nomi.


Queste sono le tenebre. E la luce? La luce è sempre Gesù Cristo. E la luce siamo anche noi, perché “christianus alter Christus”. Come agire per dissipare le tenebre? Come ha fatto Gesù Cristo, la luce per eccellenza.


Per il suo esempio e per le sue parole, il Signore ci insegna innanzitutto che non bisogna mai tacere la verità; che va proclamata intera, anche quando i nostri ascoltatori non dovessero applaudirci, quando anche addirittura volessero lapidarci e crocifiggerci. È necessario annunciarla con parole minacciose? È necessario annunciarla con un’espressione d’indulgenza e pietà? Nostro Signore fece una cosa e l’altra, a seconda dello stato di animo di coloro a cui si rivolgeva, e lo stesso dobbiamo fare noi. Non dovremo rinunciare né alle parole infuocate e ai toni polemici, né alle formule di dolcezza e di stimolo. E chiederemo a Gesù Cristo che ci dia il discernimento degli spiriti adatto per fare opportunamente una cosa e l’altra.


Ci furono dei santi che fecero principalmente una cosa e ci furono dei santi che fecero principalmente l’altra. Quello che non c’è mai stato, un santo che non fosse né severo, né dolce. Ognuno agiva d’accordo al soffio dello Spirito, e perciò gli uni e gli altri sono stati canonizzati dalla Chiesa. Ognuno di noi agisca secondo lo spirito che ha e non lanci pietre sull’altro perché agisce in modo diverso.


A una condizione, però, e molto importante, e cioè che nell’applicazione dei principi mai si può cedere. Sorridendo o sgridando, poco importa, si dica che il bene è bene e il male è male. Non si abbia la pur minima transigenza verso il male, né verso la più piccola e nascosta sua manifestazione. E non si smetta di stimolare, di incentivare, di predicare il bene in tutti i suoi aspetti, sia che causi o non causi dolore. Agire diversamente non è propagare la luce, ma velarla e volerla estinguere.


Questa è la lezione che ci ha lasciato Colui la cui nascita celebriamo inginocchiati. Sappiamo imitarlo fino alla fine della strada, anche se ripudiati e vilipesi da tutti. E che male ce ne può venire se un giorno dovessero scrivere sul nostro epitaffio “venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv. 1,11), se così avremo imitato Colui la cui imitazione è il nostro unico ideale, tutta la nostra ragion d’essere?


(Tratto da “Catolicismo”, dicembre 1953)

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