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Articoli di Plinio Corrêa de Oliveira

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Divorzio e romanticismo

 

di Plinio Corrêa de Oliveira

 

Nei libri si usa affermare che la scuola romantica sia già morta. Questo è evidentemente vero in campo letterario o artistico. Ma sarà ugualmente vero quando si tratta della vita reale? I modi di essere e di sentire prodotti dal romanticismo saranno interamente estranei agli abiti mentali ed affettivi dei nostri coetanei? In ciò che riguarda il matrimonio, per esempio, sarà proprio vero che il comportamento dell’uomo contemporaneo non risente di qualche influenza romantica? E quale relazione esiste tra questa influenza e il problema del divorzio, sempre più diffuso?

 

Alla ricerca dell’“anima gemella” 

Vediamo innanzitutto alcuni tipi di “eroi“ ed “eroine” del romanticismo.

Il primo tipo è l’“eroe delicato”. È un giovane gracile, pallido, dai lineamenti regolari, occhi grandi e malinconici persi nel vuoto, poeticamente trascurato nella pettinatura e nell’abbigliamento, dal petto ansimante di aspirazioni ardenti, indefinite, torturanti. Egli si sente incompreso. In angoli inesplorati della sua personalità, ci sono orizzonti sublimi, ci sono aneliti indicibili che chiedono, cercano, implorano la comprensione di un’“anima gemella”. Dovrebbe esistere nella vastità di questo mondo un essere fatto per capirlo. Lui lo cerca, perché così troverà la felicità… E vaga malinconico per la vita finché non lo incontrerà.

Un altro tipo di “eroe” è quello “terribile”, alquanto diverso nell’apparenza fisica ma identico, dal punto di vista morale, al modello sopra descritto: virilità esuberante, costituzione atletica, bellezza un tanto cupa, un po’ wagneriana, ricco, di buona situazione sociale ed immensa influenza. Insomma tutto ciò che la vita può offrire… Ma nel cuore ha una piaga: un affetto ardente, una delusione tremenda, una certezza pesante e fredda quanto una lapide sepolcrale, che egli mai troverà sulla terra la corrispondenza affettiva a cui aspira il suo cuore.

 

L’“eroina” romantica

Simmetricamente, si è andata formando la figura della “eroina”, di cui non è difficile evocare due modelli caratteristici. Uno è del genere “mignon”. Lei è un gingillino di delicatezza d’anima e di corpo. Qualsiasi dolore la fa piangere, qualsiasi graffio all’anima la fa soffrire. Ingenua come una bambina, porta in cuore un’immensa volontà di donarsi e di essere amata da qualcuno. Ha bisogno di protezione, poiché la sua fragilità è totale, e si rispecchia nella tenerezza del suo sguardo, nelle inflessioni armoniose della sua voce, nella finezza dei suoi lineamenti, nella delicatezza raffinata di tutta la sua costituzione.


L’altro modello sarebbe quello del genere “grande”. Una bellezza abbagliante, una statura e un portamento da regina, il centro naturale di tutte le attenzioni, di tutti gli omaggi, di tutte le dedizioni, una presenza dominante e fatale. Nel cuore, però, cova una contraddizione celata, una profonda amarezza, un grande ed occulto dolore. È l’amarezza di una delusione passata, la ricerca ansiosa e già senza speranze, di qualcuno che la capisca veramente. Ai suoi piedi, poeti, duchi e milionari gemono inutilmente. Il suo sguardo indifferente, altero, profondo e rattristato, cerca a distanza, in giro per la vita, ciò che giammai incontrerà. È la felicità di un grande affetto, secondo le aspirazioni “elevatissime” e torturanti che le recano all’anima un segreto ed incessante versamento di sangue.

 

Matrimonio “di convenienza”

I lettori forse sorrideranno. Tutte queste cose non sono già finite? Chi vede passare in una macchina pimpante il giovane di oggi, tutto sport e vitamine, non penserà che siamo ad anni luce dal romanticismo? Il ragazzo di oggi è robusto, allegro, sembra ben sistemato nella vita, è pieno di senso pratico e di desiderio di vincere. La ragazza di oggi è disinvolta, intraprendente, pratica, audace. Anche lei è allegra, si sente bene, e vuole sfruttare la vita. Che cosa c’è in lei di comune con la dama del tipo lacrimoso che commuoveva i nostri nonni?


Non neghiamo che l’utilitarismo moderno abbia creato un clima di maggior tolleranza verso il matrimonio ispirato da motivi cinicamente finanziari. Non neghiamo che i calcoli concernenti la carriera e la posizione sociale oggi influenzino molto più frequentemente i matrimoni che in altri tempi. Ma, a dispetto di tutto questo utilitarismo, il terreno riservato al “sentimento” è ancora molto considerevole. E, se analizziamo questo“sentimento”, vedremo che non è altro che un adattamento molto superficiale dei vecchi temi romantici.

 

Matrimoni “di affetto”

La nostra era, dicono, non ammette più personaggi eccezionali. L’“eroe” oggi è il “popular guy” (ragazzo popolare). La ragazza è una “glamour girl” (ragazza affascinante). Intendiamoci, un “popular guy” come mille altri, e pure una “glamour girl” come tante altre. La meccanicità dell’esistenza odierna li costringe ad essere meno assidui dei loro antenati nel vaneggiamento e nelle interminabili divagazioni. La vita moderna limita in tanti modi l’ambito delle effusioni immaginative e sentimentali. Fatte tutte queste riserve, però, quando si occupano di amore, vengono fuori lo stesso sentimentalismo sdolcinato, gli stessi aneliti vaghi, le stesse incomprensioni, le stesse affinità, gli stessi sussulti, le stesse crisi, le stesse ansie di felicità affettiva senza fine, e la cronica precarietà di tutte queste “felicità”.

Questa non è la sede per fare uno studio psicologico della produzione letteraria e artistica più o meno di seconda classe che gira nel mondo, formando lo spirito delle masse. È sufficiente che il nostro lettore abbia un po’ di senso della realtà per percepire quanto siano giuste le nostre osservazioni. Infatti, la grande maggioranza dei matrimoni realizzati oggi per motivi affettivi si costruiscono su sentimenti assolutamente imbevuti di sentimentalismo romantico.

 

Il romantico vive “nelle nuvole”

Eccoci al problema. Se alcuni matrimoni si fanno per interesse ed altri per affetto, e se quelli per affetto generalmente si fanno sotto l’influsso del romanticismo, la questione della stabilità del convivio coniugale dipende dal sapere sino a che punto l’interesse o il romanticismo possono portare i coniugi a sopportarsi mutuamente.

 
Non parliamo dell’interesse. L’argomento è fin troppo chiaro. Parliamo del romanticismo.

 
Prima di tutto, rileviamo che il romanticismo è fondamentalmente frivolo. Esso suppone volentieri le maggiori virtù nell'“eroina” o nell'“eroe”. Ma in fondo queste virtù pesano molto poco sulla bilancia, come fattore di sopravvivenza dell’affetto reciproco. Il sentimentalismo perdona generalmente, senza grande difficoltà, difetti morali reali, ingratitudini, ingiustizie e persino tradimenti. Ma non perdona le cose triviali. Per esempio, una maniera ridicola di russare, l’alito pesante, qualsiasi piccola miseria umana, insomma, può uccidere senza appello un sentimento romantico, che resisterebbe alle più gravi lagnanze.

Ora la vita quotidiana è un tessuto di trivialità, e non c’è persona che nel convivio intimo non le ritenga più o meno difficili da sopportare. Perciò, è ormai banale parlare delle delusioni che vengono dopo il viaggio di nozze. “Passato questo periodo -- mi disse una volta un amico -- mia moglie non mi causò nessuna insoddisfazione ma mi colmò di delusioni”. E siccome il romanticismo, per essenza e per definizione, è fatto di illusioni, di affetti incontrollati e ipotetici riguardo a persone esistenti soltanto nel mondo delle chimere, la conseguenza è che in poco tempo i sentimenti, che erano l’unica base psicologica della stabilità di convivio coniugale, si dissolvono.

 

Ritorno al reale

Naturalmente, una persona in queste condizioni non va al fondo delle cose, non si rende conto di ciò che v’è di sostanzialmente irrealizzabile nei suoi aneliti, e pensa unicamente di essersi ingannata. Si persuade, quindi, che può ancora trovare in qualcun altro la felicità che il matrimonio non gli ha dato. Abituata a vivere solo ed esclusivamente per la propria felicità, abituata a vedere la felicità realizzata solo ed esclusivamente nella soddisfazione dei vaneggiamenti sentimentali, tale persona giudicherà la sua vita irrimediabilmente sciupata se non si soddisferà in un altro modo. E giudicherà pure sciupata la vita di tutte le altre numerose persone che saranno cadute nello stesso “equivoco”. Donde il divorzio gli sembrerà assolutamente necessario tanto quanto l’aria, il pane e l’acqua. 


Ad una persona in questa situazione, che impressione potrà causare una argomentazione seria contro il divorzio, rafforzata dal linguaggio freddo delle statistiche? Abituata a divagare e non a pensare, questa persona detesterà qualsiasi argomentazione, soprattutto quando è seria. Il linguaggio dei numeri gli sembrerà ridicolo in una materia come questa. Parlarle di sociologia a proposito del matrimonio e dell’amore gli parrà scioccante tanto quanto parlare di botanica ad un poeta assorto nell’ammirare la bellezza di un fiore.
 

Una campagna antidivorzista, rigorosamente coerente in tutti i suoi argomenti, vrebbe per bersaglio la persona sbagliata se cerca di convincere con argomenti basati sulla morale o sul bene del Paese gente unicamente preoccupata con la sua felicità individuale, immersa in un mondo di sogno e di chimera.

 

Sull’egoismo non si costruisce nulla, e ancor meno la famiglia

E arriviamo alla conclusione. In ultima analisi, il romanticismo è soltanto egoismo. Il romantico non cerca altro che la sua propria felicità, e concepisce l’amore solo nella misura in cui “l’altro” sia lo strumento adeguato per renderlo felice. Questa felicità affettiva, egli la desidera in modo talmente esclusivo che, se darà libero corso al proprio sentimento, scavalcherà tutte le barriere della morale, sottostimerà ogni convenienza del bene comune, e soddisferà brutalmente i suoi istinti. Sull’egoismo nulla si costruisce… e ancor meno la famiglia.


È necessario, dunque, realizzare una vera e propria offensiva anti-romantica, mostrando la sostanziale differenza fra la carità cristiana -- fatta di soprannaturale, di buon senso, di equilibrio di anima, di trionfo sulle irregolarità dell’immaginazione e dei sensi – e l’amore sensuale, egoistico, incontrollato, fatto di quel sentimentalismo romantico ancora tanto in voga. È falso immaginare che i veri sposi cristiani siano gli eroi da romanzo che per una felice coincidenza sono riusciti a realizzare un matrimonio autentico, seguendo il Diritto Canonico, come passo preliminare per soddisfare le loro passioni, ma che portano al talamo coniugale lo stesso stato d’animo, lo stesso egoismo, la stessa passione di una qualsiasi avventura amorosa.


Fin quando la concezione sentimentale e romantica influenzerà, implicitamente o esplicitamente, la mentalità dei fidanzati, il matrimonio sarà necessariamente precario, perché costruito sul terreno essenzialmente volubile e vulcanico dell’egoismo umano.

Si dice che la famiglia è il fondamento della società. I matrimoni nati dal sentimentalismo egoistico e romantico sono il fondamento della città del demonio, in cui l’amore dell’uomo per se stesso è portato sino alla dimenticanza di Dio. I matrimoni nati dall’amore di Dio e dall’amore soprannaturale per il prossimo, sino alla dimenticanza di se stesso, sono invece il fondamento della Città di Dio.

(Tratto da "Catolicismo", ottobre 1959)

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