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San Paolo: “Gli resistetti in faccia”

di Plinio Corrêa de Oliveira

Folha de S. Paulo, 11 marzo 1973

 

 

 

A tutt'oggi - venerdì - non mi è giunta nessuna nuova a proposito del manifesto della TFP cilena. Quindi, non vi è niente di nuovo neppure nell'atteggiamento della TFP brasiliana: 1) continuiamo ad affermare che, se i fatti sono stati narrati con spassionata obiettività dalla nostra valorosa consorella, a essa spettano, secondo la dottrina e le leggi della Chiesa, il diritto e perfino il dovere di fare le critiche che ha fatto; 2) non formuleremo un giudizio sui fatti da essa allegati, senza prima avere conosciuto la presa di posizione dell'altra parte, cioè della curia di Santiago e della nunziatura in Cile; 3) dopo questa dichiarazione, forse prenderemo posizione anche noi.

Insomma, tutto il problema è quindi in una fase di attesa.

* * *

Se le circostanze non mi avessero portato a interessarmi in modo speciale dell'argomento, confesso che avrei una categorica prevenzione contro la tesi secondo la quale il cattolico gode del diritto di criticare pubblicamente - benché con espressioni rispettose - determinati atti della sacra Gerarchia. Ardente seguace del principio di autorità in tutti i campi, nutro uno speciale zelo per la sua integrale applicazione in ciò che riguarda la Chiesa e la Gerarchia. E in modo molto particolare per ciò che tocca il Romano Pontefice. Così sono sempre stato. Così sono. Così spero di morire.

Capisco, dunque, che a certi lettori causi sorpresa - nonostante i solidissimi autori che ho citato nel mio ultimo articolo - la mia asserzione circa la legittimità di tale critica.

Quindi, mentre aspetto notizie dal Cile, trascrivo qualche altra citazione.

Queste citazioni le traggo tutte da un articolo pubblicato sull'autorevole mensile di cultura "Catolicismo" (1). Di questo articolo, notevole per la lucidità del pensiero, per la forza dell'argomentazione e per la ricchezza dei riferimenti, è autore un dirigente di primo piano della TFP brasiliana, Arnaldo Vidigal Xavier da Silveira. Particolare assolutamente degno di nota, l'articolo è stato meticolosamente analizzato, prima di essere stampato, da un teologo di valore insuperato nel Brasile contemporaneo, mons. Antonio de Castro Mayer, vescovo di Campos, che lo ha trovato irreprensibile. Più tardi è stato riprodotto dalla valorosa rivista Tradición, Familia, Propiedad, organo della TFP argentina (2).

Inviato a vescovi e teologi, ampiamente diffuso tra il pubblico di qua e di là del Rio della Plata, lo studio di Arnaldo Vidigal Xavier da Silveira non ha sollevato la sia pur minima obiezione. Segno che conteneva una dottrina accettata come certa tra gli esperti.

Vediamo, dunque, alcuni testi estratti dall'articolo citato.

* * *

Questi testi si riferiscono a un celebre episodio narrato da San Paolo (3). Temendo di scontentare numerosi ebrei battezzati, san Pietro favoriva con il suo esempio la posizione dei “giudaizzanti”. San Paolo, avendo presente il pericolo che questo comportamento rappresentava per la fede “gli resistette in faccia”. Di fronte alle obiezioni dell'Apostolo delle Genti, san Pietro riconobbe che non aveva ragione e nobilmente cedette.

L'episodio ha sollevato tra i commentatori queste domande: vi sono dunque dei casi nei quali è legittimo “resistere in faccia” a un Papa o a un vescovo? Quali sono questi casi?

Vediamo la risposta di colui che la Chiesa proclama Dottore Angelico e principe dei teologi, san Tommaso d'Aquino.

Secondo lui, esiste il diritto di resistere pubblicamente, in date circostanze, a una decisione del Romano Pontefice: “[...] essendovi un pericolo prossimo per la fede, i prelati devono essere ripresi, perfino pubblicamente, da parte dei loro soggetti. Così san Paolo, che era soggetto a san Pietro, lo riprese pubblicamente, in ragione di un pericolo imminente di scandalo in materia di fede. E, come dice il commento di sant'Agostino, "lo stesso san Pietro diede l'esempio a coloro che governano, affinché essi, allontanandosi qualche volta dalla buona strada, non rifiutino come indebita una correzione venuta anche dai loro soggetti" (ad Gal. 2, 14)” (4).

San Tommaso osserva anche che il citato episodio contiene insegnamenti tanto per i prelati quanto per i loro soggetti: Ai prelati [fu dato esempio] di umiltà, perché non rifiutino di accettare richiami da parte dei loro inferiori e soggetti; e ai soggetti [fu dato] esempio di zelo e libertà, perché non temano di correggere i loro prelati, soprattutto quando la colpa è stata pubblica ed è ridondata in pericolo per molti” (5).

Passiamo oltre. Veda il lettore anche questo testo di Vitoria, l'insigne teologo e canonista del secolo XVI: “Per diritto naturale è lecito respingere la violenza con la violenza. Ora, [con ordini ingiusti], il Papa esercita una violenza, perché agisce contro il diritto [...]. Quindi è lecito resistergli. Come osserva Gaetano, non facciamo questa affermazione nel senso che qualcuno possa essere giudice del Papa o avere autorità su di lui, ma nel senso che è lecito difendersi. Chiunque, infatti, ha il diritto di resistere a un atto ingiusto, di cercare di impedirlo e di difendersi” (6).

Il non meno insigne Suárez, di poco posteriore a Vitoria, sentenzia: “Se [il Papa] emana un ordine contrario ai buoni costumi, non gli si deve ubbidire; se tenta di fare qualcosa di manifestamente contrario alla giustizia e al bene comune, sarà lecito resistergli; se attaccherà con la forza, potrà essere respinto con la forza, con la moderazione propria alla difesa giusta [cum moderamine inculpatae tutelae]” (7).

Ascoltiamo ora il grande cardinale gesuita san Roberto Bellarmino, campione dei diritti del papato nella lotta contro il protestantesimo: “[...] così come è lecito resistere al Pontefice che aggredisce il corpo, così pure è lecito resistere a quello che aggredisce le anime, o che perturba l'ordine civile, o, soprattutto, a quello che tentasse di distruggere la Chiesa. Dico che è lecito resistergli non facendo quello che ordina e impedendo la esecuzione della sua volontà; non è però lecito giudicarlo, punirlo e deporlo, poiché questi atti sono propri a un superiore” (8).

Passiamo a uno dei maggiori esegeti del XVI e XVII, il famoso Cornelio a Lapide: egli mostra che, secondo sant'Agostino, sant’Ambrogio, san Beda, e molti altri Padri, la resistenza di san Paolo a san Pietro fu pubblica “perché in questo modo lo scandalo pubblico dato da san Pietro fosse riparato da un richiamo anch’esso pubblico” (9).

In un altro passo Cornelio a Lapide scrive: “[...] i superiori possono essere ripresi, con umiltà e carità, degli inferiori, affinché la verità sia difesa, è quanto dichiarano, sulla base di questo passo [Gal. ..2, 11], sant'Agostino (Epist. 19), san Cipriano, san Gregorio, san Tommaso e altri sopra citati. Essi insegnano chiaramente che san Pietro, pur essendo superiore, fu ripreso da san Paolo [...]. A ragione, dunque, san Gregorio disse (Homil. 18 in Ezech.): ‘Pietro tacque affinché, essendo il primo nella gerarchia apostolica, fosse anche il primo nella umiltà’. E sant'Agostino affermò (Epis. 19 ad Hienonymum): ‘insegnando che i superiori non devono rifiutare di lasciarsi richiamare dagli inferiori, san Pietro ha dato alla posterità un esempio più eccezionale e più santo di quello di san Paolo insegnando che, nella difesa della verità, e con carità, ai minori è dato avere l’audacia di resistere senza timore ai maggiori’” (10).

* * *

Il lettore sommi queste citazioni a quelle di domenica scorsa, e avrà una base sicurissima per affermare che la TFP cilena non si è comportata male - ha anzi compiuto un suo dovere, traendo esempio da quello di san Paolo - nel manifestare pubblicamente il suo disaccordo dalla condotta della Gerarchia cilena e di Paolo VI di fronte al processo di comunistizzazione del Cile... se è vero che i fatti citati dalla nostra consorella sono oggettivi.

E qui ritorno al punto di partenza: sono veramente oggettivi?

Nel caso non li siano, la curia di Santiago protesterà certamente. Aspettiamo, dunque, di sapere quello che dirà...

Note:

(1) Cfr. Arnaldo Vidigal Xavier da Silveira, Resistência Pública a decisões da autoridade eclesiástica, in Catolicismo, Campos, agosto 1969, anno XIX, n. 224.

(2) Cfr. Tradición, Familia, Propiedad, Buenos Aires, ottobre 1972, anno IV, n. 14.

(3) Cfr. Gal. 2, 11-14.

(4) SAN Tommaso, Summa theologiae, II-II, 33, 4, 2.

(5) IDEM, Super Epistulam ad Galatas lectura, II, III, n. 77.

(6) Francisco de Vitória, De potestate Papae et Concilii, 1534, in Obras cit., pp. 486-487.

(7) Francisco Suarez, De Fide, X, VI, n. 16, in Opera omnia, Vives, Parigi, tomo XII.

(8) San Roberto Bellarmino, De Romano Pontifice, II, 29, in Opera omnia, N. Battezzati, Milano 1857, vol. I.

(9) Cornelio a Lapide, ad Gal. 2, II, in Commentaria in Scripturam Sacram, Vivès, Parigi 1876, tomo XVIII.

(10) IDEM, ibidem.

(*) Cfr. "Il crepuscolo artificiale del Cile cattolico", PLINIO CORRÊA DE OLIVEIRA E TFP CILENA, Cristianità, Piacenza 1973, pp. 185-188. – I grassetti sono di questo sito.

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