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Articoli di Plinio Corrêa de Oliveira

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Fulmine, lucciola, silenzio

 

Nota di "Cristianità": La stampa ha dato notizia di una riunione a porte chiuse della conferenza episcopale brasiliana, nel corso della quale è stata respinta a grande maggioranza (236 voti contro 69) la proposta di un documento di sostegno al Santo Padre a proposito della condanna che ha colpito Hans Kung (Cfr. Il Giornale Nuovo, 10-2-1980). Nella stessa occasione è stata data notizia di divergenze nella Gerarchia relativamente al testo definitivo di Puebla, approvato dal Pontefice. Su quest’ultimo episodio, pubblichiamo l'articolo del prof. Plinio Corrêa de Oliveira Raio, vaga-lume, silêncio comparso sulla "Folha de S. Paulo" il 29-12-1979. In esso, il presidente della Sociedade Brasileira de Defesa da Tradição, Família e Propiedade si fa portavoce di tanti cattolici sudamericani fiduciosi che la presa di posizione di alcuni loro vescovi, decisa e chiara contro la “teologia della liberazione”, sia solo il primo passo verso un’opera di definitiva purificazione dottrinale interna al mondo cattolico ibero-americano. Affermata la speranza che la visita in Brasile del Santo Padre Giovanni Paolo II, annunciata per la prossima estate, possa fare cessare la penetrazione di idee rivoluzionarie all’interno della Chiesa sudamericana.

 

Il cielo era così scuro, così carico di pioggia, che sulla terra nessuno capiva come mai le nuvole non si aprissero in un uragano universale. La crisi meteorologica era misteriosamente soffocata. E questa stabile instabilità si trascinava da tanto tempo, che nel conscio o nel subconscio degli uomini si veniva formando la impressione che, esaurita da lunghi secoli di mutamenti, carica di innumerevoli inquinamenti, l’atmosfera avesse cessato di trasformarsi.

All’improvviso, lampeggiò un fulmine. Tuonò da un capo all’altro del cielo. Sulla terra, alcuni, pochi spettatori non immersi nella generale apatia rimasero a sperare nelle conseguenze. Nello scuro letargo di tutte le anime e di tutte le cose, una lucciola tracciò nell’aria un volo corto e senza una direzione precisa. E non accadde più nulla. Né dalle nuvole partì un nuovo fulmine. Né sulla terra si mosse qualche passero, qualche rana oppure qualche serpente. Almeno fino a questo momento.

Tento di descrivere in questi termini come ho sentito la pubblicazione della lettera inviata da mons. Luciano Duarte, arcivescovo di Aracaju e vice-presidente del massimo organo dell’episcopato dell’America Latina, la CELAM, a mons. Ivo Lorscheiter, vescovo di Santa Maria e presidente del massimo organo dell’episcopato brasiliano, ossia della CNBB, della Conferência Nacional dos Bispos Brasileiros. È stato un fulmine nel cielo inquinato e plumbeo della vita religiosa brasiliana. Giorni dopo è uscito un comunicato firmato da mons. Luciano Mendes de Almeida, vescovo ausiliare di San Paolo e segretario generale della CNBB, a illuminare come una lucciola la stampa (e perché non firmato da mons. Ivo Lorscheiter?). Testo breve, di piccola portata e di direzione imprecisa. E poi tutto si è fermato. Continuerà a restare fermo? Fino a quando?

In questo stato di incertezza, non posso tralasciare di esprimere il mio pensiero.

Secondo Vieira, la parola più difficile da dire è “no”. Al contrario, la parola più gradita è “sì”. Mi piace dire sì. Ho nostalgia di dire sì, di essere d’accordo, di applaudire. Perciò, quando ho letto la lettera dell’arcivescovo di Aracaju ho avuto l’impulso di telefonargli oppure di scrivergli, dicendogli “sì”.Manifestandogli la mia solidarietà. E tutto questo benché, dal punto di vista dottrinale, un passo importante della sua missiva mi causasse una certa perplessità. Infatti, se mi piace dire “sì”, dirlo a un membro della sacra gerarchia mi riesce più che gradito: mi riesce delizioso.

Ma il buon senso mi ha imposto di tacere. Conosco mons. Luciano Duarte solo di nome. Almeno di nome, mi conoscerà? Approverà quanto vengo dicendo e facendo in questa atmosfera mefitica? Non ho nessuna risposta per queste domande. Sarebbero, dunque, gradite al prelato le mie felicitazioni? Anche questo non lo so. Il silenzio è d’oro...

Ma non sempre. Infatti, talora, parlare è segno di coraggio e tacere segno di codardia. E il silenzio pesante in cui sembrano essere nuovamente scivolate le cose, potrebbe dare l’impressione che non intervengo perché sono stato contagiato dal generale letargo, oppure da qualche basso calcolo opportunistico. Ora, poiché il letargo generale non mi ha contagiato, poiché ho paura soltanto di Dio e non sono mai stato opportunista, parlo.

Tutto questo mi è accaduto quando ho letto il comunicato con cui il vescovo ausiliare di San Paolo, mons. Luciano Mendes de Almeida, ha tentato di dare una risposta all’arcivescovo di Aracaju mons. Luciano Duarte. Questo comunicato ha lasciato le cose a tale punto che, se la situazione era incomprensibile prima della lettera-fulmine del vice-presidente della CELAM, essa diventerà più enigmatica della sfinge di Ghizah, se tutto rimarrà fermo dopo la spiegazione(?...)-lucciola del segretario generale della CNBB. E, se questo silenzio durerà, creerà la necessità di un chiarimento pubblico e solenne da parte di Giovanni Paolo II, in occasione della visita con cui onorerà il Brasile. Senza il quale, noi cattolici brasiliani rimarremo posti in una notte così profonda, così mefitica, così letale, peggio della quale posso quasi immaginare soltanto l’ultima notte della storia, prima della fine del mondo.

Esagero? Valutiamo i fatti.

La grande speranza della Chiesa per il secolo XXI è costituita dall’America Latina, ossia da quella immensità di genti, di terre e di ricchezze che si stendono dal Messico settentrionale fino alle estremità glaciali della Patagonia. Qui tutto è cattolico, almeno di nome e di intenzione. Il secolo XXI sarà il nostro secolo, come il secolo XX è quello degli Stati Uniti, e il secolo XIX è stato quello dell’Europa colonialista.

Nel 1979 questo «psicocontinente” è visitato dal nuovo Papa. Egli si incontra con i rappresentanti degli episcopati delle ventidue nazioni latino-americane, e, in mezzo a parole di saluto e di affetto, rivolge loro un gravissimo avvertimento: la “teologia della liberazione” è un cancro posto nelle viscere della cattolicità ibero-americana. E, come ogni cancro, va emettendo gradualmente metastasi.

La nuova scuola giunge a contestare la divinità di Gesù Cristo. Semina la sovversione. Propagata anche da esponenti del clero, inculca, per quanto possibile, una pastorale che tende a laicizzare l’azione della Chiesa e a proiettare in secondo piano quanto dovrebbe stare al primo, cioè la catechesi, la formazione morale del popolo cristiano, l’amministrazione dei sacramenti, insomma, la salvezza delle anime. In primo piano rimane la lotta di classe desiderata dal marxismo. Il Pontefice raccomanda ai vescovi di prendere misure. Accadono allora alcuni fatti:

a. il 1° febbraio 1979 Giovanni Paolo II ritorna a Roma. Riuniti a Puebla, i vescovi elaborano un documento collettivo e lo sottopongono al Pontefice. Fatto questo, chiudono la loro riunione il giorno 13 febbraio;

b. dal 27 al 31 marzo, rappresentanti autorizzati dei vescovi si riuniscono a Los Teques, in Venezuela, per prendere conoscenza del testo restituito da Roma. In questo si trovano certe modifiche. La CELAM accetta naturalmente il testo emendato;

c. la CNBB riceve l’incarico di divulgare il testo proveniente da Roma, in una traduzione portoghese irreprensibile. Di questa divulgazione sono incaricate tre case editrici, che sono però lasciate libere di fare precedere il testo approvato dal Pontefice dai commenti che meglio credono;

d. i commenti aggiunti al libro da due delle editrici interpretano (e criticano) il testo, in modo da fare, per quanto è possibile, il gioco della stessa “teologia della liberazione” denunciata da Giovanni Paolo II. Per sei mesi queste edizioni hanno corso in tutto il Brasile. E nessuno si muove. Più che mai, l’atmosfera sonnolenta e inquinata pesa sul Brasile.

(Titolo originale: “Raio, vaga-lume, silêncio”. Traduzione di “Cristianità”, Piacenza, N. 59, marzo 1980, pag. 9 e 10.)

 

 

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