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Articoli di Plinio Corrêa de Oliveira

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di Plinio Correa de Olvieira

 

Quadro in cui accadono i fatti: un villaggio con tutte le caratteristiche convenzionali - piazza centrale, circondando una graziosa chiesa madre dalle vetrate colorite, torre, campane e orologio- una fontana di fronte alla chiesa – all’intorno, un caseggiato modesto e confortevole - in una delle vicine viuzze, la scuola elementare - altre viuzze, tutte diluendosi in un prato ameno ed abbondante. A poca distanza da lì una foresta scura, da dove spuntano con qualche frequenza dei furiosi cinghiali e delle mute di lupi affamati.

 


Primo personaggio: la professoressa, che insegna ai bambini con delicatezza e pazienza angeliche. Alta, snella, modesta, disinteressata.

 


Secondo personaggio : la pastorella, che esce al sorgere dell'aurora, portando le sue pecore a pascolare. Adolescente, pura, affabile, abituata all’isolamento ed alla preghiera.


Terzo personaggio: il cacciatore. Non è un amatore di caccia, ma un modesto impiegato municipale, al quale incombe reclutare, nei momenti dovuti, alcuni vigorosi individui del villaggio, portarli alla foresta per  combattere rudemente gli animali nocivi. Un’impresa difficile, che richiede lunghe giornate e anche  lunghe veglie. Tra i 20 e 30 anni d’età. Robusto, deciso, tutto plasmato dalla professione. Pelle bruciata dal sole e conciata dal vento. Capigliatura folta e sciolta. Passo pesante. Stretta di mano forte, dita callose.

Al mattino, è frequente vederlo di ritorno dal lavoro. Non rare volte, viene portando sulle spalle un animale morto, che ancora sgocciola sangue. É gioviale. Delicatissimo. Da quando si abituò al mestiere, mai più un lupo penetrò nel villaggio, nemmeno un cinghiale devastò le piantagioni. Quando attraversa la piazza della chiesa, causa le impressioni svariate. Alcuni simpatizzano il suo coraggio allegro e giovanile, la sua franchezza, il suo portamento virile. E si sentono sicuri  al contatto con un guardiano così destro.

Ad altri, invece, sgradisce vederlo. Secondo questi la sua semplice presenza rompe la quiete e l'armonia del paesello, evocando le lotte e i pericoli che sono sgradevoli da ricordare. La rigidezza d'animo con cui insegue, ferisce ed uccide, offusca la visione della sua bontà d'animo. Nel vederlo caricare con gioia qualche sanguinolente bottino della sua intrepida professione, si ha l'impressione che non abbia alcun rammarico per lo spargimento di sangue, neanche per quello umano. Insomma, ad alcuni appare come la personificazione della virilità, della dedicazione e della prodezza. Ad altri è proprio l’immagine orrenda della lotta, della violenza  e della guerra.


Quarto personaggio: il bisnonno. Possiede tutto il "physique du role ". Barba bianca, occhi chiari e infossati. Mani scarne e un pò tremanti. Risente pure di un pizzico di sordità.


Quinto personaggio: un agente di affari in pensione. Tra i 50 e 60 anni d’età. Leggermente portato all’obesità. Occhi piccoli, mobili e sagaci. Voce piena di inflessioni, ora retoricamente sonore, ora flemmaticamente benevolenti, ora cautamente sussurranti. Viaggiò assai, analizzò molte cose, si arricchì un po'. È il "boss" del luogo. Gode di raccomandazioni solide nelle principali città vicine. Da lui passano tutti i fili decisivi, a lui ricorrono tutti in cerca di consigli nelle situazioni gravi, da lui provengono sia le notizie di fuori sia il commento decisivo sui fatti del villaggio e della regione.


Luogo dell'avvenimento: la taverna, piccola e colma, dove la conversazione si diffuse da un tavolo all’altro.
Il tema: le festività natalizie che si avvicinano. Vanno ricordati i principali eventi dell'anno. E, naturalmente, la conversazione conduce a una questione che divide gli animi. Chi fu il personaggio più simpatico dell'anno?

Le opinioni sono divise. Alcuni propendono per la bella pastorella. Quando esce con il suo gregge, sembra che vada all’incontro di un principe incantato, tanto é graziosa e delicata. Quando è di ritorno, con una leggera fatica sul dolce viso, fa ricordare il suo sforzo benemerito e produttivo, e simboleggia in modo incantevole ciò che vi è di penoso e meritorio nel lavoro pastorale, nell’allevamento, di cui vive la regione.


Altri optano per la maestra. Lei rappresenta l'insegnamento, il sapere, la cultura, beni meravigliosi dello spirito, verso i quali apre le porte alle generazioni venture. Lei è più di un agente di produzione economica. E' un fattore di elevazione umana. È pastora di creature. Il che vale più che essere pastora di pecore. E, infatti, con quanta cura dirige i piccoli quando camminano verso la piazza della chiesa, per pregare l'Angelus al suono dei rintocchi che segnano la fine del lavoro nella dolcezza serale. E quando, poi, li riunisce in cerchio, attorno al pozzo, per cantare allegri una filastrocca, prima di ricondurli alle loro dimore lì vicine.


Ed ecco che tutti esitano tra l’una e l'altra, poiché non c'è chi non apprezzi la prima o la seconda. Gli esaltati delle due correnti cominciano ad inalberarsi. Il fatto é che la questioncina  locale racchiude un problema più alto, che affiora ormai nell’argomentazione di certuni: che cosa vale di più, la prosperità, che una di loro due simboleggia, o il sapere, rappresentato dall'altra? E, da un punto di vista ben diverso: cos’è che merita un maggior omaggio, la grazia della pastora o la dolce serietà della maestra? Sono problemi universali, problemi di tutti i tempi, che agitano appunto per questo, sempre che le vicissitudini della vita li mettano a fuoco.


In un intervallo della discussione, la voce del vecchio si fa sentire. - E l'eroismo? Non ha anch’esso il suo merito, un merito che sarebbe ingiusto non tenerne in conto, visto che è di meriti che stiamo trattando? Fui soldato, come lo sapete, disse. Sentii la bellezza del soffio che ci elevava l'animo nell'ora del combattimento. Ci ricordammo allora degli ambienti felici in cui la vita quotidiana si svolgeva tra il lavoro, la preghiera, lo studio e il focolare. Guerreggiavamo affinché le pastorelle potessero continuare a condurre le loro pecore, le maestre insegnassero serenamente ai bambini, nelle dimore le mogli tranquille preparassero tutto con dedicazione  per i mariti che tornavano dal lavoro e nelle chiese si pregasse senza turbamento per la gloria di Dio nel più alto dei cieli e per la pace in terra agli uomini di buona volontà. Lottavamo affinché i princìpi di giustizia e di carità, sui quali tutto l'ordine cristiano riposa, non fossero violati impunemente dal nemico aggressore. In quei momenti le nostre anime diventavano immense, proporzionate all'ideale che difendevamo. La nostra tempra si irrigidiva come l'acciaio, e il nostro coraggio si faceva più forte di quello del lupo o del cinghiale. Avanzavamo, lottavamo, ferivamo e uccidevamo, quasi tanto allegri quanto se ci spettasse essere feriti e morire. L'ideale era tutto. Oh, l'allegria esaltante della prodezza, oh, la sacra grandezza, la cristallina bellezza della battaglia.

A quel punto, il vecchio era già in piedi. La sua voce profonda si faceva sentire nel silenzio della sala. Nessuno si era immaginato che un tale fremito di autentica sublimità avrebbe percorso quel luogo che, pochi attimi prima, era ancora tanto pacato.


Il vecchio, stanco, si sedette. Le sue ultime parole furono: Propongo che si discuta, se non spetterebbe, tra la maestra e la pastorella, un posto per il nome del nostro uccisore di belve. Non vi sarà mai un primato per chi è eroe?

Tra gli ascoltatori c'era emozione ed anche un certo disagio: infatti, pochi giorni prima, nell’omelia, il parroco aveva ricordato quelle parole di Nostro Signore Gesù Cristo: nessuno ha un maggior amore di colui che dà la propria vita per i suoi amici.


Procedeva  così la discussione, e i partiti si dividevano. Certuni erano a favore del guardiano eroico. Altri erano contro di lui. Ormai non importava più se fosse la maestra o la pastora. Per molti il punto essenziale era che il primato non fosse attribuito a quel guastafeste del villaggio, a quell' uomo antipatico, con le sue vittime sgocciolando sangue. Per altri, invece, era indispensabile premiare l'eroe.


Come di solito,  nelle occasioni critiche, era giunto il turno dell’agente d'affari di dire la parola decisiva. Gli sguardi si volsero verso di lui. E pian piano si udì venire su quella sua voce tutta fatta di inflessioni. Commosse a tutti quando, con entusiasmo, elogiò la missione della pastora. Lasciò tutti assorti e interessati, quando si protrasse sull’ utilità della cultura. Infine in modo sentenzioso, si rivolse al vecchio. Con un tono grave disse che gli portava rispetto. Ma che, comunque, l'era della lotta era ormai passata. Un giorno il mondo camminerebbe - e già incominciava a farlo - verso la fusione di tutte le religioni, di tutte le razze, di tutti i popoli. Gli uomini evoluti non potevano provare altro che orrore al sangue che veniva sparso. Ammettere che qualcuno, per soldi, accettasse la missione di uccidere animali selvaggi, era una triste necessità. Ma da lì a porre la lotta - il preteso eroismo - allo stesso livello, e qualora al di sopra della cultura e persino della produzione economica, che anacronismo!


Quindi, da politicante conciliatore, concluse proponendo un applauso che simboleggiasse la stima di tutti per il vecchio, nonché, allo stesso tempo, l'accettazione del suo proprio parere, di commerciante: escludere dalla gara il cacciatore. Un applauso rimbombò nella sala. Soltanto alcuni discordarono irritati.
Era tardi. Tutti si alzarono.

 

Il mattino dopo, non si vide il cacciatore in piazza. Neppure nei giorni successivi. Egli se ne andò per terre lontane, ad arricchirsi, a suo turno, in qualche professione senza rischi. E tutti si dimenticarono dell'episodio.


L'anno seguente, il numero dei cinghiali e dei lupi crebbe un po’. E al successivo ancora un tanto. Al terzo anno, la coltivazione dei campi decadde. Alcuni bambini erano rimasti orfani, e la povertà era entrata in alcuni focolari.


Il vecchio agente d'affari brontolò : - Non si può più vivere qui. E se ne andò via lontano.

Quanto al villaggio, continuò a deperire … 

Come chiamare  questa storia? Quale titolo dare a questo articolo? - "Pace, cultura ed eroismo"? Oppure "Ingratitudine e castigo"? – Sono in dubbio. Forse il migliore sarebbe "Il crimine di uno scaltro demagogo”.
Pensandoci bene, “Colombe e falchi” sarebbe quello più appropriato.
Scelga il lettore.

(Plinio Corrêa de Oliveira - "Folha de S. Paulo", 10.5.70)

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