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Fermatevi e vedete

di Plinio Corrêa de Oliveira

Dal fondo della mia anima salgono le armoniose e serene reminiscenze del Natale di una volta. Attorno a me - nello sguardo di molti noti e ignoti che incrocio per le strade, nel riflesso degli amici accanto ai quali lotto e lavoro, e degli intimi la cui amicizia mi ha accompagnato lungo gli anni - noto una sete spirituale mal appagata, un desiderio muto e forse anche inconscio di ritrovare un poco della vera gioia del vero Natale. Così mi sembrava inopportuno rifiutare a me e a tanti altri un'occasione per liberare dalla prigione del passato tanti ricordi aurei, per placare quella sete di meraviglioso, di dolce, di sacrosanto che assale durante il Natale.

Mettiamo da parte, dunque, tetre visioni di popoli oppressi, di tiranni adirati, di folle elettrizzate dai demagoghi, di amanuensi intenti a distorcere i fatti per scrivere notizie tendenziose che ingannano il pubblico. Per qualche istante, apriamoci alla luce del Natale al fine di incoraggiare gli animi travagliati e sconsolati.

Certo, non parlo dell'allegria pubblicitaria e artificiosa che domina il Natale odierno. Esso ha perso nelle nostre costumanze sociali quasi tutto il suo smalto di un tempo. E' passato a vivere in funzione del commercio. Gli annunci frenetici quasi non lasciano la libertà psichica di evitare le spese. Spese che poi rientrano o non rientrano nei bilanci familiari di ognuno. Bisogna "costringere" il popolo a comprare, far girare gli stock di magazzino, accrescere i fatturati dei negozi. Da anni, il Natale ha preso l'aspetto affannoso, trepidante, di una corsa popolare al servizio del mercato.

Così è cambiata ipso facto la psicologia soggiacente al regalo e alle feste, che vanno perdendo sempre più il carattere affettivo, disinteressato e intimo. Il regalo è un'appendice degli affari, la sua ragion d'essere è creare e mantenere ampi rapporti commerciali. Sulla scia di questa mentalità, anche il regalo disinteressato sembra acquisire connotazioni economiche. Ognuno cerca di indovinare il costo del dono che riceverà per ricambiarlo con uno di altrettanto valore. Se il regalo fatto sarà più costoso di quello ricevuto, ci si sentirà sciocchi e frustrati. Insomma, il regalo è barattato calcolando il suo valore materiale. Riguardo alla festa, preparata con grande fatica, quante volte l'interesse economico prevale sull'amicizia, condizionando la lista degli invitati e il volume delle spese?

"Gloria a Dio nell'alto dei Cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà". Come questo cantico angelico trovò adeguata accoglienza nelle distese desertiche dei campi di Betlemme, e nei cuori retti dei pastori che si svegliarono da un sonno tranquillo e pesante! Come, al contrario, le parole del coro angelico sembrano strane, senza risonanza, senza affinità con le riflessioni degli uomini che abitano queste megalopoli assettate di oro, cioè di materia!

* * *

E' morto l'autentico Natale? Con un po' di esagerazione si potrebbe dire di sì. E' morto nell'anima plumbea di tanti milioni di uomini. E' morto persino in certi presepi, in quelli che rappresentano la Sacra Famiglia con tratti sfigurati che inducono alla rivoluzione sociale e al disordine. Ma, se è un tantino esagerato dire che è morto, è vero invece che il Natale ancora fa vedere alcuni lampi vitali. Andiamo a cercarli.

Li riscontriamo innanzitutto, sfavillanti, nel fatto stesso che è Natale. Ogni festa del calendario liturgico effonde grazie particolari. Lo si voglia o meno, la grazia viene a bussare alla porta delle anime, e lo fa in modo più soave, più sublime, più insistente in questi giorni natalizi. Si direbbe che aleggia una luce, una pace, un respiro, una forza d'ideale e dedizione che non è difficile percepire.

Inoltre, in molte chiese, in molti focolari l'autentico presepio ci mette davanti agli occhi l'immagine di un Gesù Bambino, venuto per rompere le catene della morte e schiacciare il peccato, per perdonare, per rigenerare, per aprire agli uomini orizzonti nuovi e illimitati di fede e di ideali, nuove e illimitate possibilità di virtù e di bene.

Dio, eccoLo, compassionevole, alla nostra portata, fatto uomo come noi, con accanto a sé la Madre perfetta. Madre di Lui ma anche nostra. Per mezzo di Lei, anche i peccatori più incalliti possono sperare. Ecco San Giuseppe, uomo sublime che riunisce qualità apparentemente antitetiche: Principe della casa di Davide e falegname; intrepido difensore della Sacra Famiglia e nel contempo padre tenerissimo, marito pieno di affetto; sposo perfetto e tuttavia sposo castissimo di quella che è stata sempre Vergine; padre vero e tuttavia non secondo la carne. Modello di tutti i guerrieri, di tutti i principi, di tutti i saggi, di tutti i lavoratori che, in futuro, la Chiesa avrebbe generato per il Paradiso. Eppure egli primariamente non fu niente di tutto questo. I suoi titoli più alti sono due: padre di Gesù e sposo di Maria. Titoli piccoli e immensi, che ad un tempo, oscurano e danno vita, nobiltà, splendore, a tutti i titoli della terra.

I pastori si presentano in amabile confidenza con gli animali... e con la Madonna, San Giuseppe, lo stesso Gesù Bambino. E' l'immagine commovente di un Dio eccelso che irradia la sua grandezza fino al punto di raggiungere e assorbire in sé ciò che negli uomini c'è di più piccolo e umile. Non sazio di questo, attira e ricopre di benedizioni persino le creature irrazionali.

Contemplando tutto ciò, i nostri spiriti rattrappiti si distendono. I nostri egoismi si disarmano. La pace ci sta attorno e ci penetra. Anche nel nostro prossimo sentiamo qualcosa di nobilitato e di rappacificato. I doni dell'anima fioriscono: l'affetto, il perdono. E per simboleggiarlo, si offre disinteressatamente un regalo. Perché nulla manchi, il fratello corpo, come lo chiamava San Francesco, ha anche la sua parte nella gioia. Fatta la preghiera davanti al presepio, ci si siede tutti a tavola. Si mangia con moderazione e si beve senza ubriacarsi. E' la festa in cui brilla il gaudio della fede, della virtù, di aver rimesso tutto in ordine.

* * *

Gioia del Natale? Sì. Ma molto di più: per il cattolico vero è la gioia dei 365 giorni dell'anno, poiché nello spirito in cui per la Grazia abita il Salvatore, questa gioia è permanente, non si cancella mai. Né il dolore, né la lotta, né la malattia, né la morte riescono a cancellarla. E' la gioia della fede e del soprannaturale, la gioia dell'ordine.

"O Voi che camminate lungo la strada, fermatevi e vedete se c'è dolore somigliante al mio", esclama il profeta Isaia, prevedendo la Passione del Salvatore è la com-passione di Maria. Egli avrebbe potuto dire anche, profetizzando le gioie perenni e indistruttibili del Natale: "O Voi che camminate lungo la strada, fermatevi e vedete se c'è gioia più grande della mia".

O voi che vivete avidamente per l'oro, che vivete scioccamente per la vanagloria, turpemente per la sensualità, che vivete diabolicamente per la ribellione e il crimine: fermatevi e vedete le anime veramente cattoliche, illuminate dalle gioie del Natale. Quanto vale la vostra gioia paragonata a quella?

Vi prego, non vedete in queste parole né provocazione né sdegno. Esse vogliono essere tutt’altra cosa. Sono un invito al Natale perenne, che è la vita del vero fedele: "christianus alter Christus", il cristiano è un altro Cristo. No, gioia uguale non c'è, persino quando il cattolico sta come Cristo inchiodato alla croce.

(Trascritto dalla "Folha de S. Paulo", 27 dicembre 1970)

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