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Articoli di Plinio Corrêa de Oliveira

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“Ipoteca sociale”: grava soltanto sulla proprietà?

          

         Nella parte finale del suo messaggio alla III Conferenza della CELAM [Conferenza Episcopale Latino-Americana], Giovanni Paolo II dice che, fedele all'impegno evangelico, «la Chiesa vuole mantenersi libera di fronte agli opposti sistemi, così da optare solo per l'uomo».

         In via di principio, nessuna corrente animata dal rispetto per sé stessa direbbe il contrario, e cioè che non opta per l'uomo ma per qualche sistema. E questo, pertanto, persino anche a detrimento dell'uomo.

         Quali sono questi «opposti sistemi» tra i quali il messaggio si rifiuta di optare? Di fronte al panorama ideologico e politico dei nostri giorni, sembra trattarsi del capitalismo e del comunismo.

         Sorge allora una domanda. All'interno di questo contesto, che cosa significa precisamente un rifiuto di opzione tra regimi? Presi in considerazione gli insegnamenti tradizionali della Chiesa sul comunismo e sul capitalismo, è fuori di dubbio che, avendo essa critiche da rivolgere all'uno e all'altro, quelle che ha relativamente al regime comunista sono così più ampie e gravi rispetto a quelle che ha relativamente al regime capitalista, che il rifiuto di opzione richiede, a questo punto, di essere necessariamente sfumato:

         a. la Chiesa non opta per nessuno, nel senso che ciascuno di essi contiene elementi incompatibili con essa;

         b. però, le incompatibilità con uno dei regimi sono tanto più ampie di quelle che ha con l'altro, che, se fosse costretta dalle contingenze a considerare come male minore la instaurazione dell'uno o dell'altro, essa dovrà optare esplicitamente per quello che costituisce un male molto minore (benché, non per questo, un male piccolo).

         Ora, il tratto di Giovanni Paolo II appena citato, per il fatto di essere molto sommario, da solo non fornisce base sufficiente per una tale affermazione. Tuttavia, in un altro passo, immediatamente seguente, il messaggio tocca la questione più da vicino: « Nasce di qui [dalla opzione per l'uomo] la costante preoccupazione della Chiesa per la delicata questione della proprietà ».

          

Il diritto di proprietà

         Il Pontefice passa a dimostrare che questa preoccupazione è di tutti i tempi. E pertanto cita sant'Ambrogio (secolo IV) e san Tommaso di Aquino, la cui «vigorosa dottrina» è stata «tante volte riaffermata». Parla poi dei documenti pontifici dei «nostri tempi», menzionando nominatamente le encicliche Populorum progressio e Mater et Magistra. E conclude che questi insegnamenti devono essere ascoltati «nella nostra epoca, quando alla ricchezza crescente dei pochi corrisponde parallelamente la miseria crescente delle masse».

         Visti nel loro lungo insieme tutti questi insegnamenti a cui Giovanni Paolo II fa riferimento, è fuori di dubbio che essi affermano il principio della proprietà privata, la cui negazione è assolutamente essenziale per qualsiasi tipo di collettivismo, marxista in senso stretto o no.

         «Fuori di dubbio» oggettivamente, è chiaro. Infatti, soggettivamente, nella nostra epoca, di quasi tutto si può dire che non è «fuori di dubbio». Ossia, non mancano coloro che danno a certi «scritti dei Padri della Chiesa, nel corso del primo millennio del cristianesimo», così come alla Populorum progressio e alla Mater et Magistra una interpretazione che lascia gravemente limitato, quando non zoppicante, il principio della proprietà privata.

         Così molti, forse, troveranno in queste parole di Giovanni Paolo II un pretesto soggettivo per continuare a professarsi contrari alla proprietà privata, o pressappoco.

         Con alcune poche frasi, il Pontefice avrebbe potuto demolire questa interpretazione, fonte di dolorosi conflitti di scuole di pensiero tra i fedeli. Spiace che non lo abbia fatto. Mi resta il diritto di desiderare che lo faccia alla prima occasione.

          

La funzione sociale: soltanto della proprietà?

         Giovanni Paolo II non si arresta a questo, in materia di proprietà privata.

         Nel paragrafo immediatamente seguente, afferma che per queste sproporzioni tra ricchezze e miserie acquista «carattere urgente l'insegnamento della Chiesa, secondo cui su tutta la proprietà privata grava una ipoteca sociale».

         Questa è, infatti, una grande verità, già insegnata da diversi Pontefici precedenti. Si può dire che la funzione sociale della proprietà è giunta a essere un luogo comune, uno slogan di scrittori cattolici, e persino non cattolici, su problemi sociali ed economici.

         Anche a questo proposito, tuttavia, sembra che le situazioni moderne siano tali da richiedere una maggiore precisione. A forza di ripetersi questo slogan, questo venerabile slogan, si è formata nello spirito di molte persone la impressione che l'unico diritto ad avere una funzione sociale sia quello di proprietà. E questo diritto fa una figura rachitica, se confrontato con gli altri diritti umani. Infatti, è l'unico sul quale peserebbe la «ipoteca» della funzione sociale. Sugli altri diritti non peserebbe ipoteca alcuna. Ora, in realtà, tutti i diritti hanno una funzione sociale. Sono tutti «ipotecati» da questa funzione. Quello di lavoro, per esempio.

         E si sarebbero evitati gravi inconvenienti se tutti i titolari di altri diritti si fossero ricordati di questa «ipoteca». Così, il diritto di sciopero non avrebbe portato, mesi or sono, i medici, gli infermieri e i funzionari di un importante ospedale di Napoli ad abbandonare il lavoro, lasciando i loro malati in una situazione tragica, se avessero saputo che la bella professione a cui si dedicano non ha soltanto la funzione di assicurare loro la sussistenza, ma anche quella di vegliare sulla vita degli ammalati; ossia, non solamente di quelli che erano nello loro mani al momento dello sciopero, ma anche di quelli che, formando il corpo sociale, avessero avuto bisogno delle loro cure.

         Nel momento in cui il diritto di proprietà, riconosciuto dal Pontefice (perché, chi insegna che questo diritto ha una funzione, presuppone che tale diritto esista: infatti, se non esistesse, questa funzione resterebbe sospesa nel vuoto), subisce la maggiore contestazione della storia, sarebbe importante che, da parte della Chiesa, protettrice di tutti i diritti, esso fosse accuratamente liberato da questa falsa apparenza di rachitismo, quasi di semi-illegittimità, con cui le situazioni lo vanno sfigurando.

         Queste non sono aspirazioni soltanto mie, ma di milioni di fedeli, gravemente preoccupati per il pericolo comunista.

         Dio voglia che a esse si mostri sensibile qualche nuovo documento di Giovanni Paolo II.

         Venendo alle considerazioni finali di questo così lungo commento, passo sotto silenzio la parte relativa ai diritti umani. Infatti, su di essi non vi sono (se non quanto alla loro più elevata fondazione dottrinale) dispute teoriche particolarmente attuali e scottanti.

         Ed entro, così, nell'argomento finale.

          

La teologia della liberazione

         Indubbiamente il corpo di dottrine, che Giovanni Paolo II ha condannato, ha per tema la liberazione dell'uomo rispetto alle contingenze, che tanto gli pesano nella esistenza terrena. Siccome queste dottrine sono indirizzate alla teologia — anche se per giungere a conclusioni che sono la negazione di Gesù Cristo in questo campo — risulta che si possono chiamare una teologia della liberazione.

         Però, mi sembra eccessivo dedurne che Giovanni Paolo II ha condannato ogni e qualsiasi teologia della liberazione. Al contrario, egli ha fatto salvo, formalmente, un significato di teologia della liberazione. Ecco le sue parole testuali: «La Chiesa ha il dovere di annunziare la liberazione di milioni di esseri umani, il dovere di aiutare affinché si consolidi questa liberazione (E.N. 30); però ha anche il dovere corrispondente di proclamare la liberazione nel suo significato integrale, profondo, come lo ha annunziato e realizzato Gesù (E.N. 31). "Liberazione da tutto ciò che opprime l'uomo, che è però, innanzitutto, salvezza dal peccato e dal maligno, nella gioia di conoscere Dio e di essere conosciuto da Lui" (E.N. 9) […].

         «Liberazione che nella missione propria della Chiesa non si riduce alla pura e semplice dimensione economica, politica, sociale o culturale, che non si sacrifica alle esigenze di una qualsiasi strategia, di una prassi o di un risultato a breve termine (E.N. 33).

         «Per salvaguardare l'originalità della liberazione cristiana e le energie che è capace di sviluppare, è necessario ad ogni costo, come chiedeva il Papa Paolo VI, evitare riduzioni e ambiguità: "La Chiesa perderebbe la sua significazione fondamentale. Il suo messaggio di liberazione non avrebbe più alcuna originalità e finirebbe facilmente per essere accaparrato e manipolato da sistemi ideologici e da partiti politici" (E.N. 32). Vi sono molti segni, che aiutano a discernere se si tratta di una liberazione cristiana e se, invece, si nutre piuttosto di ideologie che le sottraggono la coerenza con una visione evangelica dell'uomo, delle cose, degli avvenimenti (E.N. 35)».

          

La portata del messaggio

         Tutto questo posto, valutato e ponderato, è il caso di chiedersi che portata ha il messaggio di Giovanni Paolo II per il futuro del Brasile, dei continente latino-americano e, di conseguenza, anche del mondo.

         A tale proposito, giustizia vuole che si evitino due affermazioni perentorie: — esso ha avuto una portata enorme, perché ha sbarrato il passo al comunismo; — esso non ha avuto nessuna importanza, perché ha lasciato via libera al comunismo.

         In effetti, di fronte al comunismo, il messaggio non ha chiuso completamente la strada (e sarebbe così necessario che lo avesse fatto), né ha lasciato completamente aperto il cammino. Come ho detto, ha chiuso uno dei battenti della porla (il che non cessa di essere di una indubbia utilità).

         In ultima analisi, la cosa più importante in proposito sta nel sapere quale è stata, di fronte al messaggio, la reazione quasi unanime avuta dai vescovi riuniti a Puebla. E quale sarà, di fronte a questa reazione, l'atteggiamento di Giovanni Paolo II, al cui sovrano apprezzamento è stato sottoposto il documento di più di duecento pagine, che i prelati hanno approvato nell’ultimo giorno di riunione.

         Infatti questo documento sarà l'autentica guida che i vescovi devono seguire. E, siccome il messaggio è com’è, alla guida spetterà tracciare gli effettivi indirizzi del futuro.

         Non è impossibile che il documento dei vescovi sia pubblicato con il placet di Roma anche prima che si concluda la divulgazione di questa serie di articoli. In ogni caso, mi propongono di commentarlo per i cari lettori della Folha.

         Chiaramente, con meno particolari di quelli di questa serie. Infatti, vi è un grado di attenzione, di minuzia di analisi, di ampiezza di commento che, tra i documenti usciti da mano d'uomo, anche quando favoriti dalla grazia di Dio, gli insegnamenti di un Pontefice meritano a titolo assolutamente straordinario.

 

 

"Folha de S. Paulo", 19 maggio 1979

 

(Cristianità, giugno-luglio 1979, N. 50-51 – Anno VII, pag. 10-11)

 

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