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Conferenze di Plinio Corrêa de Oliveira

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Apologia delle disuguaglianze armoniche

 

di Plinio Corrêa de Oliveira

 

Martedì 28 settembre 1993, a Washington, presso lo storico Mayflower Hotel, organizzata dal Bureau Tradition, Family and Property, si è tenuta la presentazione del volume con il titolo Nobility and Analogous Traditional Elites in the Allocutions of Pio XII. A Theme Illuminating American Social History. L’opera - che raccoglie, analizza, commenta e illustra i documenti dei Pontefici in tema di disuguaglianza sociale, soprattutto, ma non esclusivamente, di Papa Pio XII – nell’edizione nordamericana ha una consistente e straordinaria appendice sul tema The United States: An Aristocratic Nation Within a Democratic StateNon potendo stare presente a questa prima presentazione statunitense, il pensatore brasiliano ha dettato un intervento, che è stato distribuito e letto. Il discorso viene riportato in una traduzione redazionale dall’originale in portoghese - che, pur eliminati i passaggi di protocollo, conserva i caratteri del parlato -, diffuso dall’Ufficio Tradizione Famiglia Proprietà di Romacon il titolo Uma apologia das desigualdades harmonicas. Anche i sottotitoli sono dell’originale.

 

 

La presentazione di un libro è un avvenimento che presenta molte analogie con la nascita di un uomo. Ma con la differenza che, in ogni momento, nascono bambini ben formati, sani e capaci di vivere un’intera esistenza normale.

 

Non si può però affermare che ogni semplice nascita avvenuta in queste condizioni prometta in futuro lo sconvolgimento di anime e di cuori, e - a fortiori - non porta con sé la certezza di mutamenti nelle rotte dei popoli e delle civiltà.

 

E il lancio di un libro? L’importanza di questo fatto è in relazione diretta con la portata del tema di cui tratta. Nel caso sia un grande tema, il libro muoverà certamente anime e forse anche civiltà. E questo anche se il libro, considerato in sé stesso, non è un gran libro. Nel caso sia un gran libro, potrà certamente produrre mutamenti nelle anime e nelle civiltà elitarie. Ma, nel caso si tratti di un libro mediocre, potrà anche in questo caso avere una funzione importante, perché avrà la possibilità di muovere i mediocri. E in poche occasioni, nella storia, le idee dominanti, i costumi e le civiltà sono stati tanto esposti, come attualmente, a lasciarsi dirigere dai mediocri. In questo apogeo della mediocrità, garantito dalla propaganda con cui i media promuovono la notorietà e perfino la gloria di tanti soggetti mediocri, siamo allo zenit delle possibilità di fama e di successo del libro mediocre.

 

Forse è mediocre il libro che oggi vedete nascere alla presenza di un pubblico che, come quello che costituite, è agli antipodi della mediocrità. Forse è mediocre il suo autore, o il modo in cui svolge davanti a voi il suo tema. Tuttavia, una cosa è certa: se questo tema non è mediocre, non lo sarà neppure il libro, perché i temi importanti e significativi suscitano sempre echi di grande portata, se vedono la luce davanti a un pubblico di rilievo.

 

Quindi, mi addentro in modo assolutamente sereno in queste riflessioni. La vostra personalità, l’eco intelligente che i vostri commenti daranno a un libro il cui tema è - nonostante l’inadeguatezza dell’autore - all’altezza di quanti lo ascoltano, fanno sì che le porte di questa sala siano chiuse alla mediocrità.

 

Le «élite» hanno una ragion d’essere?

 

E, infatti, il nostro tema di oggi è al centro della riflessione e dell’azione dell’umanità. È il tema notissimo, sempre vecchio e sempre nuovo, sempre inesauribile, delle élite.

 

In altre parole, di fronte alle disuguaglianze che si notano in tutti i tempi e in tutte le società umane, si sollevano tre domande: è giusto che esistano élite? Sono utili per il bene comune religioso, morale, politico e culturale dei popoli e delle civiltà? Che cosa significa precisamente élite?

 

Queste sono le domande alle quali dobbiamo rispondere, immediatamente all’inizio del nostro tema.

 

 

Disuguaglianza: fattore di progresso e di felicità o «inimica vis» da distruggere?

 

Nel cuore di ogni uomo vi sono tendenze opposte, che si combattono. Una di esse porta ciascuno, mosso dal desiderio di vivere rettamente e ragionevolmente, a cercare per sé stesso la perfezione maggiore, ottenuta la quale si pensa di avere conseguita ipso facto la maggiore felicità. Spinti da questa tendenza, lo sposo e la sposa vorranno avere un comportamento reciproco perfetto, da cui si aspettano che derivi una famiglia perfetta: un piccolo paradiso terrestre. Così, i genitori cercheranno di agire in modo perfetto rispetto ai figli, e in questo modo possono aspettarsi una discendenza numerosa, unita e felice. Il professionista che si comporti analogamente nel suo métier, oppure il signore o la signora che si comportino secondo la stessa regola nel campo dei rapporti sociali, mille altri tipi di persone poste in mille altre situazioni, e ispirate dagli stessi principi enunciati, avranno - si potrebbe dire - raggiunto il vertice della felicità terrena. Di questa, infatti, la grande maggioranza degli uomini è insaziabile. E, quindi, si lascerà portare dalla tendenza analizzata e menzionata dal Projet socialiste pour la France des années 80 nei termini seguenti: «Volere tutto, immediatamente, sempre e ovunque».

 

Da un certo punto di vista, questa ambiziosa marcia ascensionale potrebbe essere identificata con la marcia verso il progresso. Infatti, secondo i fautori del progresso - prendendo la parola come l’hanno intesa, nel corso di questo secolo, innumerevoli nostri contemporanei - il possesso di tutto quanto è necessario, utile o almeno conveniente per l’uomo, la conquista certa di questo possesso attraverso il minor numero di sforzi e il minor dispendio di tempo, così come la radiosa certezza di possedere per sempre, senza rischi né turbative, tutti i beni così conquistati, è precisamente la meta della vita dell’umanità gaudente, nata nei divertimenti e nelle speranze della Belle Époque, e che non sono riuscite a distruggere neppure le due guerre mondiali, che hanno poi attraversato il nostro secolo come catastrofi senza precedenti, e si sono concluse a Hiroshima e a Nagasaki con minacce ancora più terribili.

 

In questo modo, a metà di questo secolo, dal consenso dei popoli più evoluti - il termine non poteva mancare a questo punto, nonostante tanti errori, tante illusioni, tante conquiste e tante delusioni di cui è stato espressione, direi anche bandiera e quasi talismano -, dal consenso dei popoli - ripeto - si è levato un inno di gioia e di speranza della maggior parte degli animi.

 

Ebbene, proprio in difesa di questa grande gioia, che tanti sentivano come universale, si levò talora il grido - forse sarebbe meglio dire il ruggito - rivoluzionario, pronto a eliminare certe voci dissonanti, che annunciavano problemi, crisi e difficoltà, che non figuravano assolutamente fra le «profezie» facili e divertenti dellaBelle Époque.

 

Nella mente dell’uomo contemporaneo – beninteso «contemporaneo» di allora, e non contemporaneo di oggi - il termine «progresso», spesso usato nel senso di «evoluzione», portava nel proprio seno un elemento capitale, il concetto di uguaglianza sociale.

 

Infatti, di fronte all’inno e anche al ruggito universali, si ergeva un fatto evidente: la disuguaglianza pure universale.

 

Qual è il rapporto fra l’inno e il ruggito? In altri termini, la disuguaglianza era un fattore del progresso e della felicità degli uomini? In questo caso, era in un certo senso un’amica vis, una «forza amica», che dovevano stimolare e proteggere? Oppure, al contrario, si trattava di una inimica vis, che dovevano distruggere? 

 

Come abbiamo visto in precedenza, quando abbiamo parlato della corsa per condizioni di vita sempre più gradevoli, ogni concorrente assume come fattore positivo la forza naturale di cui dispone sulla difficile strada verso il successo. D’altra parte, considera come forza negativa tutte le debolezze individuali che gli tolgono il respiro durante il percorso. Perciò, ogni concorrente dà come chiusa la sua maratona nel momento preciso in cui senta che la debolezza ha inesorabilmente definito il confine della sua ambizione. Ma sarebbe ingannevole supporre che un uomo che si ferma si consideri sempre e necessariamente uno sconfitto. Talora è perfino sorpreso del fatto di essersi prodotto in uno sforzo superiore a quello che immaginava. Quindi, si sente un vincitore. E spesso non senza ragione.

 

In una società organizzata in questa prospettiva, gli uomini sono disuguali per natura. E, quando ciascuno ha fatto il possibile, è comprensibile che si consideri soddisfatto. La disuguaglianza, derivante dalla natura, e riconosciuta dal buon senso, genera il benessere. Come abbiamo visto, si tratta di una delle tendenze presenti nell’uomo. Essa si scontra nell’uomo stesso con una tendenza opposta, che non punta alla perfezione. Essa mira come bene supremo a vivere secondo la legge del minimo sforzo, e quindi in una inazione tanto completa quanto lo permettano le circostanze. Naturalmente, tutto questo comporta l’accettazione di una vita mediocre e soddisfatta, nella quale l’invidia nei confronti dei più ricchi non riesce a mettere in moto chi apprezza in tal modo l’inazione. Ossia, a questa tendenza non importa avere molto o essere molto. A essa importa soprattutto che nessuno abbia di più o sia di più, all’interno della grande moltitudine che corre sulla pista della vita. L’importante è non avere superiori, è non essere inferiori a chicchessia. L’uguaglianza assoluta sarebbe la legge del benessere perfetto. La voce dell’uomo dotato di una tale mentalità stona rispetto alla voce di chi sopporta bene le disuguaglianze, purché le sue necessità siano soddisfatte. In quest’ultimo soggetto, il benessere canta la felicità ottenuta con un lavoro accettabile. Nel secondo soggetto, l’invidia ulula di scontentezza finché non abbia imposto a tutti la legge artificiale dell’uguaglianza assoluta.

 

Questo è il grande problema centrale rispetto al quale si è levata, in mezzo al caose ai tumulti seguenti la seconda guerra mondiale, l’augusta voce di Pio XII, nelle sue quattordici immortali allocuzioni al Patriziato e alla Nobiltà di Roma. Allocuzioni accanto alle quali non sarebbe giusto omettere gli insegnamenti pure notevoli di Benedetto XV al Patriziato e alla Nobiltà romana, nell’allocuzione Nella recente anniversaria, del 5 gennaio 1920, su argomento analogo.

 

 

La trilogia discussa per eccellenza

 

Sul problema dell’uguaglianza, della sua armonia con il legittimo bene comune dei popoli e delle nazioni, già in epoche precedenti si erano piegati sporadicamente pensatori, fondandosi su presupposti per altro molto divergenti fra loro. Questo tema fu trattato in modo speciale - e con quanta passione! - dai protagonisti e dai corifei dell’Illuminismo. Fondandosi sulle false soluzioni a esso date, gli illuministi e i loro seguaci sconvolsero tutto il mondo civile, a partire dalla fine del secolo XVIII fino a oggi. Da allora ad adesso, a propriamente parlare, non vi è stata rivoluzione alla quale tale tema fosse estraneo, né guerra con la cui motivazione o con il cui esordio non avesse rapporto.

 

L’uguaglianza, di cui abbiamo parlato, faceva parte dell’ambigua trilogia Liberté, Égalité, Fraternité, così profondamente discussa che, sul modo di interpretarla, troviamo dissonanze perfino in testi pontifici.

 

Non è mia intenzione riaprire in questa occasione la controversia, ma analizzare con voi, se non tutta la famosa trilogia, almeno il suo secondo termine, égalité. E non dal punto di vista strettamente filosofico, ma secondo il modo di sentirla dell’uomo contemporaneo, l’«uomo della strada», che costituisce ovunque la maggioranza «sovrana», alla quale i regimi rappresentativi attribuiscono ancor oggi la parola decisiva.

 

Si tratta di un grande tema, sul quale l’uomo contemporaneo è chiamato a esprimere la sua opinione, non più da persona dottrinalmente sprovveduta come in epoche precedenti, ma alla luce chiarificatrice delle famose allocuzioni di Pio XII. Proprio su questo tema, con attenzione particolare, vi offro oggi alcune riflessioni, contenute per altro nel libro, il cui lancio richiama segnatamente la vostra illustre presenza.

 

 

Uguaglianza fondamentale e diversità naturali fra gli uomini

 

Due termini simmetrici definiscono il tema. È certo che la disuguaglianza deve avere limiti. È pure certo che li deve avere anche l’uguaglianza.

 

Dopo aver esposto molto sommariamente l’argomento, mi sia concesso dire che i limiti della disuguaglianza sono iscritti nella stessa natura umana. Cioè, per il fatto di essere naturalmente intelligente e libero, l’uomo, tutti gli uomini, hanno una dignità comune che li fa re dell’universo.

 

Da questo punto di vista tutti gli uomini sono uguali. E chi, in qualsiasi modo, riduce nell’uomo questa dignità fondamentale e nativa, questa uguaglianza naturale e radicale, lo mutila, lo umilia e lo offende.

 

Come corollario di quanto è appena stato detto, tutti gli uomini sono uguali quanto al diritto alla vita, alla costituzione di una famiglia su cui esercitano la loro autorità, quanto al diritto al frutto del proprio lavoro, e al diritto a un salario sufficiente per fornire loro, così come ai loro cari, abitazione dignitosa e stabile, alimentazione sufficiente e sana, mezzi per garantire ai propri figli un’istruzione conveniente, e così via. E, beninteso, i figli devono essere autorizzati a lavorare solo dopo aver raggiunto l’età idonea ad aver acquisito i primi rudimenti di educazione e di istruzione.

 

In altri termini, in quanto riguarda tutti gli uomini per il semplice fatto di essere uomini, essi sono tutti uguali.

 

Ma, oltre queste qualità di base, gli uomini sono dotati di innumerevoli altre, che variano fra loro quasi all’infinito, pure per il semplice fatto di essere uomini.

 

E così la stessa uguaglianza naturale e legittima suole essere il punto di partenza di disuguaglianze legittime, che sono, anch’esse, nell’ordine naturale delle cose. Esse sono tanto numerose, e così diverse, che sarebbe interminabile tentare di enumerarle tutte.

 

Inoltre queste diversità naturali sono spesso accentuate anche dalle circostanze della vita, dal maggiore o minor impegno che l’uomo pone nel portarle a perfezione, e così via.

 

Quanto a queste disuguaglianze, sono legittime? Sono conformi al bene comune? Ecco le domande iniziali, che ho formulato prima, presentate in termini che - per così dire – esprimono ancor meglio la realtà.

 

 

Gli argomenti degli oppositori

 

A prima vista, si direbbe che queste disuguaglianze sono illegittime.

 

Infatti, tutto quanto fa soffrire gli uomini è respinto dalla loro natura. Il dolore è solo un sintomo che manifesta all’uomo il contrasto fra le esigenze della sua natura e la situazione in cui si trova, per una ragione o per l’altra. Ora, posto il peccato originale, le disuguaglianze fanno normalmente soffrire l’inferiore. Si direbbe che vi è nell’uomo una tendenza a gridare continuamente contro tutto e tutti quanti gli sono superiori. Di conseguenza, quasi tutta l’umanità geme sotto il peso unito, compatto, continuo, delle disuguaglianze. Perciò, la grande meta dell’Evoluzione e del Progresso sta nel sopprimerle. Quindi, questo sarebbe il grande ideale della marcia ascendente degli uomini. Marx, Lenin, Stalin non hanno avuto una meta più radicale.

 

E le élite? In questa prospettiva, l’umanità non avrebbe nemici peggiori di esse. Infatti, un’élitesarebbe soltanto unagangdi malfattori riuniti per accumulare, a proprio vantaggio, beni di ogni ordine, spirituali e materiali, che spetterebbero a tutti.

 

Per quanto questi argomenti siano rozzi, costituiscono il Leitmotiv nella sostanza di tutte le opposizioni alle disuguaglianze. Quindi, vanno analizzati.

 

 

Alle «élite» spetta una missione a favore del bene comune

 

Indubbiamente, alle élite, derivanti così direttamente dall’ordine naturale prodotto dalle disuguaglianze inevitabili, spetta una missione a favore del bene comune. Infatti, se esistono, devono essere disposte al sacrificio che questo impegno esige, e al perfezionamento imposto dal compimento perfetto di questo impegno. Sarebbe assurdo immaginare che l’ordine naturale delle cose create da Dio avesse come unici beneficiari i gaudenti impegnati solamente a utilizzare, a loro vantaggio esclusivo, beni la cui carenza tenderebbe a creare un disagio e una miseria universali.

 

D’altro canto, se il progresso e la cosiddetta evoluzione costituiscono marce ascensionali, si possono realizzare solo con i sacrifici richiesti dalle ascensioni, sia nell’ordine dei beni spirituali che in quelli corporali. E si può pensare di muovere ascensionalmente tutta l’umanità soltanto con uno sforzo doloroso, al quale la gran parte - la maggior parte - dell’umanità è più o meno avversa. È necessario che questo enorme sforzo ascensionale congiunto sia realizzato su scala nazionale così come su scala regionale, oppure anche semplicemente su scala familiare o individuale, da parte di individui o di piccoli corpi, particolarmente ben dotati nell’ordine della natura e della grazia. È necessario che questi grandi corpi, corpi e piccoli corpi, o semplicemente individui, desiderino intensamente il proprio miglioramento, così come il miglioramento di tutto quanto li circonda, di modo che siano le grandi forze di propulsione del perfezionamento individuale così come del progresso sociale. In una parola, essi sono il lievito e gli altri sono la pasta. Immaginare che il lievito sia avversario della pasta perché si distingue da essa, perché avanza più rapidamente nella direzione dell’ascesa, perché eleva quello in cui opera, insomma, perché serve, in un certo senso, da propulsore e da stimolo, immaginare che la pasta soffra di vedersi in questo modo superata ed elevata, significa combattere il progresso, svigorire l’evoluzione, paralizzare la vita, imporre a tutti gli uomini il tormento della noia, dell’ozio, dell’inutilità.

 

Queste riflessioni si appoggiano sull'insegnamento del Divino Maestro quando, per far capire agli uomini la missione preminente del clero nella Chiesa, disse loro: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini».

 

«Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli».

 

Quanti immaginano, nell’ordine temporale, l’esistenza di uomini d'élite, che non illuminino né diano sapore e che, perciò stesso, non lascino vedere la loro superiorità e collaborino necessariamente con l’inerzia, fanno il gioco delle tenebre e non quello della luce.

 

 

I membri delle «élite» sono i benemeriti per eccellenza della società

 

Tali considerazioni rendono patente non solo la convenienza, ma anche la necessità, per il bene comune, delle figure elitarie. Ed eliminano una impressione falsa, formata talora da spiriti superficiali, circa la situazione di queste figure.

 

In apparenza, per esse la vita costituisce un continuo piacere. Un grande scienziato, un oratore di rilievo, un celebre economista, insomma, qualunque uomo emerga per il successo con cui applica il suo talento nei campi di attività più difficili, più delicati o più complessi della vita umana, di solito si fa rimunerare in modo più compensativo dei suoi colleghi di portata morale o intellettuale minore. Di solito, questi uomini che emergono per i loro talenti oppure per le loro virtù, tendono anche a formare fra loro gruppi sociali più distinti. E, di conseguenza, dispongono, per sé e per i propri familiari, di mezzi economici più abbondanti. Chi li vede pensa che siano dei gaudenti.

 

In realtà, sono loro i lavoratori per eccellenza, cioè quelli che impegnano nel rispettivo lavoro la maggior quantità di qualità intellettuali e di sforzi, nelle più diverse modalità. Sono loro che, lavorando di più, danno di più. E, dando di più, ricevono naturalmente di più della comune degli uomini. Insomma, sono loro i benemeriti per eccellenza.

 

 

Una classe sociale superiore alle altre, frutto dell’ordine naturale

 

Sulla base di tutto quanto è stato detto, è naturale che tali uomini tendano così a formare una classe sociale superiore alle altre. E, in questo modo, attraverso processi analoghi, si costituisce la scala sociale, con grande vantaggio della collettività.

 

Ai diversi gradi di questa scala si dispongono le diverse élite.

 

«Scala» è la metafora corrente e, per altro, anche significativa. Gli elementi costitutivi di una società, formata secondo l’ordine naturale delle cose, sono autentiche scalinate.

 

 

La proiezione di questi concetti sull’istituzione familiare e sul succedersi delle generazioni

 

Sbaglierebbe chi supponesse che tali scale sono costituite esclusivamente da singoli soggetti notabili. L’uomo è, per natura, membro di una famiglia. E là dov’è il grande uomo, la sua famiglia è con lui.

 

Così, i gradi delle diverse scale sociali si costituiscono naturalmente di famiglie, i cui membri sono solidali fra loro tanto nella grandezza come nella mediocrità o nell’oscurità.Ubi tu Gaius et ego Gaia, diceva il cerimoniale del matrimonio romano.

 

E questa solidarietà naturale si proietta attraverso le generazioni. La gloria di un uomo benemerito si trasmette, con il nome, a tutta la sua discendenza. E chi porta, per via di discendenza, un nome illustre, porterà con sé qualcosa di illustre finché tale discendenza si prolungherà lungo i decenni, forse i secoli.

 

Infatti, se, in determinate circostanze, è comprensibile che il ricordo di un’impresa benemerita si spenga con il tempo, è ugualmente comprensibile che, in altre circostanze, il nome legato a imprese celebri, realizzate da tutta una successione di persone famose, diventi a giusto titolo immortale.

 

Fondare una città è un atto che ha sempre qualcosa di insigne. Far parte delle prime generazioni, il cui coraggio e la cui forza nell’azione hanno garantito a questa città qualche decennio o perfino qualche secolo di prosperità, di prestigio e di forza, conferisce qualcosa di particolarmente insigne ai nomi delle famiglie che hanno avuto parte in tale opera. Ma proiettare il prestigio, la fama, la cultura e la ricchezza di una città in modo che diventi illustre nel mondo intero, per millenni, è più che insigne: è glorioso

 

Dicendo questo, pensiamo per esempio a Roma, città luminosa delle più diverse modalità di gloria, per secoli senza numero. Esser stato uno dei fondatori di Roma, appartenere a una delle famiglie che, conservando la propria identità attraverso i tempi, operò in modo insigne perché Roma giungesse a essere una delle capitali del mondo - e la è ancora- costituisce qualcosa di glorioso, come accade a certi vini che, nel corso degli anni, migliorano continuamente.

 

Vecchi nomi, vecchie città, vecchie imprese, vecchie stirpi, vecchie grandezze: quanto cresce in luminosità il terminevecchio, che tanti hanno disprezzato in un modo insensato nell’era appena terminata della modernità, ma il cui fascino gli uomini stanno tornando a sentire di nuovo, nell’aurora sconvolta e misteriosa di questa post-modernità che nasce, tremula e incerta, nei giorni che stiamo vivendo!

 

 

La trasmissione ereditaria dei meriti, delle glorie e dei titoli

 

A questo punto delle nostre riflessioni, come sembra vana l’obiezione antitradizionalista di quanti si levano contro la trasmissione ereditaria dei meriti, delle glorie e dei titoli accumulati nel passato!

 

Il fatto che un generale o un diplomatico abbia salvato dalla rovina il suo paese può far meritare a questo benefattore pubblico un segno d’onore, di gratitudine nazionale, argomentano certi antitradizionalisti. Ma il bene praticato dal padre non può in alcun modo provare che il figlio abbia identiche qualità. Quindi, la trasmissione al figlio di onorificenze meritate soltanto dal padre, ma non assolutamente dal figlio, è contraria alla giustizia. Comporta un favoritismo inopportuno e istituisce una parità ingiusta fra quanti vivono, inerti e inutili, accoccolati alla vecchia ombra del nome paterno, e quanti, mossi da una notevole capacità di lavoro, possono, loro veramente, essere considerati come gli autentici grandi uomini dell’attualità, che non sono assolutamente paragonabili ai pallidi eredi, vestigia decadenti di una gloria d’altri tempi.

 

Secondo questa teoria, non vi è niente di più normale che vedere il padre illustre avere un figlio oscuro e povero.

 

Questo modo di pensare contrasta molto radicalmente con l’istituto familiare.

 

Il nobile impulso della sollecitudine patema porta il buon padre a volere che, quando abbia superato la soglia della morte, lasci al figlio una condizione proporzionata a quella del genitore. Se il genitore ha dedicato tutta la sua capacità di operare a favore del bene comune, è naturale speri che la gratitudine pubblica garantisca al figlio una condizione proporzionata a quanto suo padre ha trascurato di guadagnare per servire meglio la patria.

 

La gratitudine è una virtù che, nella sfera privata, passa normalmente dal padre al figlio. E se un uomo benestante è stato trattato in modo egregio nella vecchiaia da un infermiere devoto, è incomprensibile che l’anziano non lasci al suo infermiere un lascito proporzionato. I grandi uomini non sono, in un certo senso, i grandi infermieri del paese? E quest’ultimo non deve a tali grandi uomini o ai loro discendenti, per i loro grandi benefici, un grande lascito, segno della loro giusta gratitudine?

 

 

Una famiglia grande, virtuosa e duratura è opera fra le più insigni che sia dato all'uomo di fare

 

Vi è di più. Scrivendo in una certa occasione all’illustre Joseph de Maistre (1753-1821), una dama dell’aristocrazia francese si lamentava perché ella, come le altre della sua categoria, avevano avuto la sventura di una vita insipida. Infatti, secondo i costumi del tempo, le dame non scrivevano mai o quasi mai libri, compito elevato che veniva riservato come privilegio agli uomini. A questo, lo scrittore rispose spiritosamente che la dama sbagliava, perché al sesso femminile spettava dare la vita ai figli, il che è molto più nobile che dare alla luce un libro.

 

Non si può negare che, nella gentile risposta, vi sia almeno una parte di verità. Collaborando con lo sposo alla prolificità del matrimonio e alla conseguente fecondità della famiglia, anche la sposa acquisisce titolo alla gratitudine che lo sposo insigne merita dal paese, per la grandezza delle sue opere. Infatti, del matrimonio, seguito da un’azione premurosa, infaticabile, attenta, perché i figli ricevano una formazione autenticamente cristiana e perché, a loro volta, la trasmettano veramente alla loro discendenza prossima e remota, la coppia originaria avrà fatto una delle opere più eminenti che sia data fare all’uomo, cioè una famiglia grande, virtuosa e duratura.

 

Tutto questo rende la sposa e i figli veramente partecipi di tutta la vita del padre, dei suoi meriti e dei premi corrispondenti. Quindi, anche delle onorificenze a cui abbia titolo.

 

 

Dinastie di re, di aristocratici, di borghesi e di operai

 

Non si immagini che, svolgendo queste considerazioni, abbia presente esclusivamente le famiglie di alta posizione sociale o perfino soltanto le Case regnanti. Infatti, anche alle famiglie più modeste sono aperte le porte di accesso a questa gloria semplice, ma non perciò meno autentica.

 

A partire dalla Rivoluzione francese, nell’occidente cristiano, il mondo ha assistito, stupidamente felice, quando non assurdamente speranzoso, alla distruzione in massa delle «dinastie» grandi e piccole, di zar come di mugiki , di aristocratici come di borghesi o di operai. Questa distruzione si è prodotta in modo così spietato e sistematico che molti dei nostri contemporanei non hanno neppure idea di quale sia stata la situazione in passato, cioè durante il Medioevo e l’Età Moderna.

 

Nel corso di questo lungo periodo storico, il vigore dell’istituto familiare lo dotava di una coesione che portava la maggior parte dei suoi membri a lavorare nello stesso ramo di attività economica. Questo faceva sì che, in certe regioni, determinate attività divenissero, attraverso il costume, privilegi di certe famiglie. Fra molte altre, potrebbe essere citata l’attività di orologiaio. In ogni attività, il successo industriale e commerciale della professione dipendeva da fattori che solamente la mirabile coesione familiare rendeva possibile. Così, fra industrie «parenti» dello stesso ramo, costituiva un punto d’onore che non esistesse la lotta reciproca che tanto spesso si verifica attualmente, ma una collaborazione economica, tecnica o imprenditoriale. I matrimoni di famiglia univano queste grandi strutture di produzione o di commercio, di modo che i diversi rami diventassero ancora più solidali. E così via.

 

Tutto questo faceva di ogni ramo una vasta unità, che in tale modo si ingrandiva.

 

Conosciamo il caso di un illustre scrittore di oggi che, chiamato Monsieur de... da un interlocutore che lo immaginava nobile, ribatté con prontezza: «Non sono nobile. Conosco le origini più remote della mia famiglia, che è una piccola famiglia di tradizione militare secolare, e posso dirle che, da Carlo Magno fino a mio padre, la famiglia ha dato militari alla Francia».

 

Dinastie di re, di grandi, di medi e di piccoli signori, dinastie di magistrati, di borghesi, di contadini, di soldati e di marinai. La Francia del tempo potrebbe essere definita come un insieme di dinastie. Tale sarebbe l’immagine di un paese nel quale l’istituto familiare proiettasse la sua luce fino sugli scalini più umili. Chi non sente la bellezza e la forza di una tale organizzazione, nella quale - a propria propriamente parlare - tutto è élite o, almeno, vi sono élite in tutti i settori della società!

 

 

«Popolo» e «massa» secondo Pio XII: criteri fondamentali per qualificare una democrazia

 

Un tale panorama sociale o socio-politico ci aiuta a comprendere nel migliore dei modi il pensiero di Pio XII, relativamente ai concetti di popolo e di massa, contenuti in un testo celebre su questo importante binomio.

 

Ascoltiamo in proposito il compianto Pontefice: «Popolo e moltitudine amorfa o, come suol dirsi, “massa” sono due concetti diversi. Il popolo vive e si muove per vita propria; la massa è per sé inerte, e non può essere mossa che dal di fiori. Il popolo vive della pienezza della vita degli uomini che lo compongono, ciascuno dei quali- al proprio posto e nel proprio modo - è una persona consapevole delle proprie responsabilità e delle proprie convinzioni. La massa, invece, aspetta l’impulso dal di fuori, facile trastullo nelle mani di chiunque ne sfrutti gl’istinti o le impressioni, pronta a seguire, a volta a volta, oggi questa, domani quell’altra bandiera. Dalla esuberanza di vita d’un vero popolo la vita si effonde, abbondante, ricca, nello Stato e in tutti i suoi organi, infondendo in essi, con vigore incessantemente rinnovato, la consapevolezza della propria responsabilità, il vero senso del bene comune. Della forza elementare della massa, abilmente maneggiata ed usata, può pure servirsi lo Stato: nelle mani ambiziose d’un solo o di più, che le tendenze egoistiche abbiano artificialmente raggruppati, lo Stato stesso può, con l’appoggio della massa, ridotta a non essere più che una semplice macchina, imporre il suo arbitrio alla parte migliore del vero popolo: l’interesse comune ne resta gravemente e per lungo tempo colpito e la ferita è bene spesso difficilmente guaribile.

 

«Da ciò appare chiara un’altra conclusione: la massa - quale Noi abbiamo or ora definita - è la nemica capitale della vera democrazia e del suo ideale di libertà e di uguaglianza.

 

«In un popolo degno di tal nome, il cittadino sente in se stesso la coscienza della sua personalità, dei suoi doveri e dei suoi diritti, della propria libertà congiunta col rispetto della libertà e della dignità altrui. In un popolo degno di tal nome, tutte le ineguaglianze, derivanti non dall’arbitrio, ma dalla natura stessa delle cose, ineguaglianze di cultura, di averi, di posizione sociale - senza pregiudizio, ben inteso, della giustizia e della mutua carità - non sono affatto un ostacolo all’esistenza ed al predominio di un autentico spirito di comunità e di fratellanza. Che anzi esse, lungi dal ledere in alcun modo l’uguaglianza civile, le conferiscono il suo legittimo significato, che cioè, di fronte allo Stato, ciascuno ha il diritto di vivere onoratamente la propria vita personale, nel posto e nelle condizioni in cui i disegni e le disposizioni della Provvidenza l’hanno collocato.

 

«In contrasto con questo quadro dell'ideale democratico di libertà e d’uguaglianza in un popolo governato da mani oneste e provvide, quale spettacolo offre uno Stato democratico lasciato all'arbitrio della massa! La libertà, in quanto dovere morale della persona, si trasforma in una pretensione tirannica di dare libero sfogo agl’impulsi e agli appetiti umani a danno degli altri. L’uguaglianza degenera in un livellamento meccanico, in una uniformità monocroma: sentimento del vero onore, attività personale, rispetto della tradizione, dignità, in una parola, tutto quanto dà alla vita il suo valore, a poco a poco, sprofonda e dispare. E sopravvivono soltanto, da una parte, le vittime illuse del fascino appariscente della democrazia, confuso ingenuamente con lo spirito stesso della democrazia, con la libertà e l’uguaglianza; e, dall'altra parte, i profittatori più o meno numerosi che hanno saputo, mediante la forza del danaro o quella dell’organizzazione, assicurarsi sugli altri una condizione privilegiata e lo stesso potere».

 

È facile cogliere che la società di «dinastie» - delle quali ho appena parlato -, ossia di corpi sociali o socio-economici diversi, che vivono una vita propria, in condizioni favorevoli perché la vita del popolo muova e dia impulso allo Stato, invece di ricevere impulso da questo, ci offre un panorama rispetto al quale si è indotti a porre la domanda che i royalistes fecero all’elettorato francese a proposito della restaurazione monarchica, immaginata da un buon numero di loro, nel secondo dopoguerra: «Le Roi? Pourquoi pas?».

 

Così, di fronte a queste evocazioni di un passato che lascia ancor oggi vestigia - in Svizzera, per esempio - e risveglia ricordi e nostalgie, la domanda che si pone all’attenzione di molti è «Le élite sociali? E perché no?».

 

 

Decapitazione incruenta delle «élite» negli Stati moderni

 

Tutto quanto affermato in questa sede non significa dire che le élite socialio socio-politiche devono essere, in futuro, rigorosamente uguali a quanto sono state in passato. Si afferma solamente che la negazione radicale di tutte leélite, la persecuzione sistematica condotta contro di esse, la loro soppressione apparente o reale per istituire un regime che finisce per essere soprattutto un regime di massa, o che, almeno, finirà per giungere fino a questo punto, hanno costituito, a grandi linee, la strada seguita dal 1789 a oggi da tutte le nazioni moderne, e in modo particolare dallo Stato nordamericano.

 

Quest’ultimo fatto è di una portata particolarmente rilevante, se si tiene conto che, per varie ragioni, fra le quali importa notare un curioso fenomeno di mimetismo internazionale, quando una nazione occupa una posizione di potere senza uguali sul piano mondiale, le nazioni che non sono giunte a questo livello, o che ne sono decadute, tendono facilmente ad adottare come soluzione per i propri problemi l’imitazione della «nazione caput».

 

Ora, gli Stati Uniti sono stati «nazione caput» nel mondo attuale, con influenza crescente, dalla fine della prima guerra mondiale e dal Trattato di Versailles fino a oggi. In buona parte per questo, la decapitazione incruenta delle élite realizzata negli Stati Uniti - anche se su scala minore di quanto abbia fatto credere la propaganda di certe sinistre - ha creato una fisionomia storica fittizia di questo grande paese, ossia quella di una nazione caratterizzata da un ugualitarismo molto più radicale di quanto sostiene una determinata storiografia. E questo miraggio, generalmente creduto dai popoli, è servito come modello e come stimolo per tutto l’occidente.

 

Queste considerazioni rendono evidente l’importanza dello scopo per cui è stato scritto Nobility and Analogous Traditional Elites in the Allocutions of Pio XII. A Theme Illuminating American Social History, «Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII, un tema che illumina la storia sociale americana». Infatti questo libro si propone, con altri fini, di mostrare che non solo gli Stati Uniti non sono mai stati tale nazione ferocemente ugualitaria, anti-gerarchica e, quindi, avversa al sano ideale del «popolo nazione», ma che, attualmente, è cresciuto in misura singolare il numero di nordamericani che desiderano ordinare in questo modo le proprie istituzioni, che stanno formando sempre più una nazione di élite.

 

 

Lo spirito del Vangelo porta alla collaborazione fra le classi armonicamente ordinate e non alla lotta di classe

 

Élite... Nonostante tutto quanto è stato detto, questo termine conserva tuttavia, in certi settori della popolazione nordamericana, come di altri popoli, una risonanza sgradevole.

 

Infatti, per molti suona come una discriminazione onorevole e perfino lusinghiera per quanti stanno in alto, ma, nello stesso tempo, spregiativa per quanti stanno in basso.

 

A questo titolo, la parola élite porterebbe con sé perfino una connotazione anti-cristiana, perché costituirebbe per i cristiani una ragione di vessazione, e quindi di dolore. Di quel dolore di cui, come è stato detto, il Divino Salvatore fu avversario irriducibile e onnipotente.

 

Quindi la lotta di classe farebbe sostanzialmente parte di una concezione cristiana relativa ai rapporti fra le classi sociali.

 

Orbene, la lettura del Vangelo porta precisamente al contrario. Ossia, alla collaborazione fra le classi sociali armonicamente disuguali.

 

 

Amore alla Santa Croce di Nostro Signor Gesù Cristo

 

Non vorrei chiudere queste considerazioni, che sono divenute eccessivamente lunghe per il piacere della vostra compagnia spirituale, senza ricordare una grande e somma verità, il cui richiamo deve illuminare gli aspetti finali di questa meditazione, nel corso della quale vi ho tante volte parlato delle élite considerate in funzione dei loro rapporti con il bene dei corpi e delle anime, nella vita terrena.

 

Non dobbiamo farci illusioni sull’autentica importanza di questo bene, anche considerato principalmente - com’è giusto - nel suo aspetto più vero, quello costituito dal bene delle anime.

 

Il Vangelo ci mostra con grandissima evidenza quanto la misericordia del nostro Divino Salvatore ha compassione dei nostri dolori spirituali e corporali. Basta prestare attenzione ai miracoli meravigliosi della sua onnipotenza, realizzati spesso per mitigarli.

 

Tuttavia non dobbiamo immaginare che la lotta contro il dolore abbia costituito il maggior beneficio da Lui fatto agli uomini, nella vita terrena.

 

Non capirebbe la missione di Cristo rispetto agli uomini chi chiudesse gli occhi davanti al fatto centrale che Egli è il nostro Redentore, e che ha voluto patire dolori crudelissimi per redimerci.

 

Perfino nel momento culminante della sua Passione, Nostro Signore avrebbe potuto far cessare istantaneamente tutti questi dolori, con un semplice atto della sua volontà divina. Dal primo istante della sua Passione fino all’ultimo, avrebbe potuto ordinare che le sue piaghe si chiudessero, che il suo sangue prezioso cessasse di scorrere, che i colpi da Lui ricevuti cessassero di produrre cicatrici sul suo corpo divino, e, infine, che una vittoria brillante e gioiosa arrestasse improvvisamente la persecuzione che lo stava trascinando alla morte.

 

Ma non lo ha voluto. Al contrario, ha voluto lasciarsi trascinare lungo la via dolorosa fin sulla cima del Golgota, ha voluto vedere la propria Santissima Madre in preda al massimo del dolore e, finalmente, ha voluto gridare, in modo che lo udissero fino alla fine dei secoli, le parole lancinanti: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

 

Da questi fatti comprendiamo che, dandoci la grazia di essere chiamati a sopportare con Lui ciascuno una parte della sua Passione, rendeva chiara la funzione ineguagliabile della croce nella vita degli uomini, nella storia del mondo e nella sua glorificazione.

 

Non dobbiamo pensare che, invitandoci a patire i dolori della vita presente, abbia voluto dispensarci dal pronunciare, ciascuno, al momento della morte, il proprio consummatum est.

 

Senza la comprensione della croce, senza l’amore alla croce, senza che ciascuno sia passato per la sua via crucis, non avremo realizzato, per quanto ci riguarda, i disegni della Provvidenza. E, in punto di morte, non potremo fare nostra la sublime esclamazione di san Paolo: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno».

 

Élite, organizzazione familiare perfetta, amore intenso fra i coniugi, fra questi e i figli, e, infine, dei figli fra loro, sono qualità esimie. Ma non serviranno a nulla se, alla loro base, non vi sarà in ogni anima l’amore alla Santa Croce di Nostro Signor Gesù Cristo. Con tale amore conseguiremo tutto, anche se ci pesano il fardello sacro della purezza e delle altre virtù, gli attacchi e gli scherni incessanti dei nemici della fede, i tradimenti dei falsi amici.

 

Il grande fondamento, il maggior fondamento della civiltà cristiana sta nel fatto che tutti gli uomini pratichino con generosità l’amore alla Santa Croce di Nostro Signor Gesù Cristo.

 

Allo scopo ci aiuti Maria, e avremo riconquistato per il suo Divin Figlio il Regno di Dio, la cui luce è oggi così fioca nel cuore degli uomini. 

 

 

Plinio Corrêa de Oliveira, 28 settembre 1993

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