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Saggi di Plinio Corrêa de Oliveira

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Il Concilio e l’ugualitarismo moderno

 

 

di Plinio Correa de Oliveira

 

(Plinio Corrêa de Oliveira, O Concilio e o igualitarismo moderno, in Catolicismo, an­no XII, n. 142, Campos (Rio de Ja­nei­ro) ottobre 1962)

 

 

Nel 1959 Catolicismo mi ha concesso l’onore di segnare la comparsa del suo cen­te­si­mo numero pubblicando il mio saggio Rivoluzione e Contro-Ri­vo­luzione. Questo lavoro espone i princìpi dottrinali e il pano­ra­ma storico che ispirano la linea di condotta della nostra rivista di fronte alla cul­tura e alla vita odierne.

È opportuno che ci poniamo in quanto questo prisma dottrinale e pratico ha di più fondamentale per meditare su di un avvenimento di straordinaria im­por­tanza qual è il Concilio Ecumenico Vaticano II.

In Rivoluzione e Contro-Ri­vo­luzione abbiamo presentato le tre grandi cata­strofi della Cristianità, cioè la Pseudo-Riforma, la Rivoluzione Francese e la rivoluzione comunista, come un’unica, grande Rivoluzione che, verificatasi in campo religioso-morale nel secolo XVI, si è propagata sul terreno po­li­ti­co-sociale con la grande scossa della fine del secolo XVIII e ha contaminato nei nostri tempi la struttura economico-sociale dell’Occidente con l’incendio mondiale del comunismo.

Queste tre catastrofi costituiscono i grandi segni dell’avanzare di un pro­cesso storico in cui l’empietà, l’immoralità e l’anarchia si vanno im­pa­dro­nendo dell’universo.

L’empietà ha avuto la sua prima grande vittoria nel protestantesimo. In­fat­ti intere nazioni, un tempo cattoliche, hanno negato il carattere divino della santa Chiesa, pur dichiarandosi ancora cristiane. Nello stesso tempo il Ri­na­scimento — che, in un certo senso, sta alla Pseudo-Riforma come le ­ra­dia­zioni stanno all’esplosione della bomba atomica — ha disseminato an­che nei paesi cattolici il naturalismo. Da questo vittorioso fermentare dell’em­pie­tà è nato, ed è giunto al suo apogeo nel secolo XVIII, il deismo, che, senza ne­ga­re l’esistenza di Dio, è sceso ugualmente più in basso del protestantesimo, negando la divinità di Gesù Cristo. La Rivoluzione Fran­ce­se, che ha esordito — in campo religioso — tentando d’instaurare una «chiesa costituzionale» di tratto marcatamente protestante, è infine dege­ne­rata nel deismo. E, nel corso di essa, l’ateismo ha fatto il suo primo tentativo, nella storia della Cri­stianità, di erigersi a dottrina ufficiale di uno Stato. Da allora a oggi la scin­tilla atea, sprizzata dal fuoco rivoluzionario, ha continuato a svilupparsi. Il mar­xismo ha seminato l’ateismo su tutta la terra. E il suo trionfo in Russia, nel 1917, fu il punto di partenza per la costruzione dell’immenso impero — si po­trebbe dir meglio, dell’immenso inferno — ateo, delimitato grosso modo dalla Cortina di Ferro e dalla Cortina di Bambù.

Dal momento in cui riconosciamo l’esistenza di una sola morale vera, quella insegnata dalla santa Chiesa, e il fatto che costituisca oggettivamente un’immoralità ogni negazione di questa morale, non sarà difficile vedere che l’immoralità ha cominciato a penetrare ufficialmente nella legislazione e nel­le istituzioni dei popoli dell’Occidente, al momento dell’irruzione prote­stan­te. Questo fatto si può cogliere in modo particolare a proposito del ma­tri­mo­nio. Com’è noto, la Chiesa ammette solamente il matrimonio monogamico e in­dissolubile. Il protestantesimo ha introdotto il divorzio — che è una poli­ga­mia successiva — nella legislazione di quasi tutti i paesi nei quali ha trion­fato. A partire dalla Rivoluzione Francese, il divorzio ha cominciato a essere ac­cet­ta­to anche da nazioni cattoliche. Attualmente, in paesi cattolici che non l’ammettono esplicitamente, comincia a insinuarsi in modo velato, sotto for­ma di riconoscimento di ampi effetti giuridici e di diversi vantaggi per il concubinato. È quanto accade in Brasile. Questo movimento di «legaliz­za­zione» del concubinato, che da noi è ancora velato, fa ricordare, per la so­mi­glianza, l’annullamento quasi completo del matrimonio come stato giuridico nelle nazioni comuniste, dove il principio dominante è quello dell’equi­pa­ra­zione dello stato di sposato a un semplice stato di fatto, ammesso dalla legge. In questa immoralità sta il tratto liberale permanente della Rivoluzione. Ben­ché sotto il giogo feroce della dittatura del proletariato, o sotto la sferza del socialismo occidentale, l’uomo, sempre più soggetto a leggi arbitarie fat­te da altri uomini, si va «liberando» sempre più dalle leggi di Dio.

Infine, per quanto dice relazione all’anarchia, cioè al rifiuto di ogni au­to­ri­tà, di ogni gerarchia e, quindi, di ogni ordine vero, il suo itinerario pro­gres­si­vo non è difficilmente ricostruibile. La Rivoluzione ha cominciato negando, con il protestantesimo, il principio monarchico rappresentato dal Papa. Al­cu­ne sètte sono andate oltre e hanno negato l’episcopato. Infine, altre sono giunte a negare il sacerdozio. Come si vede, nel protestantesimo sta il germe del falso ideale dell’uguaglianza completa in materia religiosa: quanto più una sètta è marcatamente protestante, tanto più è ugualitaria. Que­sto germe, passando alla sfera civile, ha generato il principio dell’asso­lu­ta so­vra­nità del popolo, che nega in ultima analisi ogni potere e che ha trionfato con la Rivo­lu­zione Francese.

Il comunismo nega ogni disuguaglianza economica e sociale, e ha come ideale ultimo l’anarchismo, stato di cose in cui lo Stato cesserebbe di esi­ste­re, la società umana sarebbe ridotta a un’immensa cooperativa, nella quale cesserebbe l’autorità dell’uomo sull’uomo e verrebbe riconosciuta come le­gittima solo l’autorità dell’uomo sulle cose.

Come può l’umanità abbandonare l’ideale, pieno di fede, di gerarchia e di pu­rez­za, della Cristianità, per lasciarsi sedurre dalla Rivoluzione empia, dis­soluta, ugua­li­taria, ossia anarchica?

Attraverso il processo di degrado morale caratterizzato dalla vittoria ot­te­nuta a poco a poco di due difetti capitali: l’orgoglio che porta all’empietà e all’uguali­ta­ri­smo, e la sensualità, che porta a una forma perfetta di li­be­ra­li­smo.

Così questi difetti morali sono oggi al vertice della loro esacerbazione. E il Con­cilio si riunisce in un mondo segnato da questo fatto di somma im­por­tan­za.

 

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Che cosa dire a proposito di questo singolare contrasto? Lasciamo ad altri il compito, forse vano, di fare pronostici sulle future decisioni del Concilio. Non tente­re­mo di met­te­re in risalto il contrasto fra la Rivoluzione e il Concilio sulla base di quanto questo farà, ma di quanto questo è. Che cos’è un Concilio? E che lezione impartisce al mondo il semplice fatto che si riunisca?

 

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All’interno di un tema tanto vasto, prendiamo semplicemente in con­si­de­ra­zione che cosa significa in materia di ugualitarismo la prossima riunione del Concilio.

San Pio X, nell’enciclica Vehementer Nos, dell’11 febbraio 1906, proclama: «La sa­cra Scrittura ci insegna, e la tradizione dei Padri ci con­fer­ma, che la Chiesa è il Corpo Mistico di Gesù Cristo, guidato da Pa­stori e da Dot­to­ri (cfr. Ef. 4, 11ss.); cioè una società di uomini in seno alla quale si trovano dei capi che han­no pieni e perfetti poteri per governare, per in­se­gnare e per giudicare (cfr. Mt. 28, 18-20; 16, 18-19; 18, 17; Tt. 2, 15; 2 Cor. 10, 6; 13, 10 e altrove). Ne risulta che la Chiesa è per sua natura una so­cie­tà ineguale, cioè una società formata da due ca­tegorie di persone: i Pastori e il Gregge, coloro che oc­cu­pano un grado fra quelli della gerar­chia, e la folla dei fedeli. E queste ca­te­gorie sono così nettamente di­stinte fra loro, che solo nel corpo pastorale ri­siedono il diritto e l’autorità ne­ces­sa­ri per pro­muovere e indirizzare tutti i membri verso le finalità sociali; e la mol­ti­tu­dine non ha altro dovere che lasciarsi guidare e seguire docilmente le direttive dei Pastori».

Queste parole, di una chiarezza lapidaria, compendiano adegua­ta­mente per il mondo attuale, tutto imbevuto di liberalismo religioso e morale e di u­gua­litarismo, la mirabile lezione che il Concilio dà a esso fin da subito e per il semplice fatto di riunirsi.

Infatti, il mondo oggi tende sempre più a considerare ogni dis­ugua­glianza come un’ingiustizia.

Se ne può vedere abbondante prova nella demagogia scatenata a pro­posito delle cosiddette riforme di base. Benché vi siano innegabili a­busi da correggere nella strut­tura politica, sociale ed economica dei paesi oc­ci­den­ta­li, è fuor di dubbio che l’agitazione demagogica non mira a cor­reg­ger­li, ma li assume come pretesti ingannevoli per portare a termine la di­struzione delle gerarchie saggiamente e organicamente prodotte nel­l’Occidente cristiano da un’opera plurisecolare.

Sarebbe facile dimostrare che l’ugualitarismo è contrario all’ordine voluto da Dio nell’universo e che l’ordine e la bellezza di questo con­sistono in una giusta e armoniosa disuguaglianza. Ancor più: quan­to più elevata è la ca­te­goria degli esseri, tanto maggiore è la disugua­glianza esistente fra loro. Le disuguaglianze fra gli angeli, che sono puri spiriti, sono maggiori di quelle che vi sono fra gli uomini, esseri spirituali e anche corporei. E le disu­gua­glianze fra gli uomini sono maggiori di quelle esistenti fra gli esseri pu­ra­mente materiali. Così, la disuguaglianza che va da un santo a un in­di­vi­duo di comune virtù non è assolutamente paragonabile a quella che vi è fra ani­ma­li, non dotati di volontà. Perciò, amare le disuguaglianze le­git­ti­me e giuste significa amare l’opera di Dio, e in ultima analisi Dio stesso, che nella crea­zio­ne si specchia per farvisi conoscere e amare da noi.

A questa importante considerazione di ordine naturale se ne ag­giun­ge un’altra, in rapporto con la Rivelazione.

L’apertura del Concilio Vaticano II offre occasione di meditare con par­ti­colare attenzione una verità posta quotidianamente sotto i nostri occhi, che però l’uomo moderno e ugualitario, figlio della Rivoluzione, rifiuta di rico­noscere. La disuguaglianza giusta e armonica è in tal modo il sigillo delle grandi opere di Dio che Nostro Signore Gesù Cristo, fondando il capolavoro della creazione che è il suo Corpo Mistico, la santa Chiesa Cattolica, l’ha co­stituita società disuguale, nella quale vi è un monarca che è il Papa, con giu­risdizione piena e diretta su tutti i vescovi e i fedeli, in ogni diocesi vi so­no príncipi spirituali ai quali tocca, in unione e in comunione con il Papa, go­vernare i fedeli, e vi è il clero che, sotto la direzione dei vescovi, regge nelle diverse parrocchie il popolo cristiano. Le somme autorità e dignità del Papa, la venerabile autorità dei vescovi, sono state istituite direttamente da Gesù Cristo e non potranno mai essere abolite. E così il Divino Maestro ha voluto provvedere alla salvezza delle anime, in tutti i tempi e in tutti i luoghi, at­tra­verso l’istituzione della Sacra Gerarchia. Quindi, ha fatto di una saggia e pa­terna disuguaglianza uno dei tratti caratteristici della sua Chiesa.

Orbene, la virtù che porta i fedeli all’accettazione sottomessa e amorosa di questa disuguaglianza è l’umiltà. E, in questo modo, lo stesso Cristo che ha voluto che la sublimità della Chiesa rifulgesse con la magnificenza di un’im­mensa gerarchia di gradi ben diversificati, ha voluto che l’umiltà, l’amore al­la gerarchia, fosse una delle caratteristiche dello spirito cattolico. In questo modo autorità, gerarchia e umiltà sono termini correlati.

E così l’opposizione fra la Chiesa e la Rivoluzione non potrebbe essere maggiore.

 

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Forse si dirà che questo modo di presentare l’argomento confonde i termini del problema. Il fatto che il fedele sia obbligato a rispettare la gerarchia ec­clesiastica non l’obbliga ad accettare come perenne e definitivo il dominio degli uomini che costituiscono una determinata classe nella società tem­po­ra­le.

Gli uomini, nella Chiesa come nella società civile, passano. Ma i princìpi restano. Il dominio degli elementi umani che formano una classe può cessare per cause giuste o ingiuste. Ma non passa il principio secondo cui una giusta e armoniosa disuguaglianza è una caratteristica necessaria di questa crea­zio­ne e dell’intero ordine temporale, principio che Gesù Cristo ha voluto con­ser­va­re nell’economia della grazia e nell’organizzazione della santa Chiesa. E bi­sogna che gli uomini non solo conoscano questo principio, ma pure che lo a­mino, se vogliono conoscere e amare Dio.

 

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Dicevamo or ora che il carattere gerarchico della Chiesa è quotidia­na­mente sotto i nostri occhi.

Ma risplende in modo tutto speciale in occasione di un Concilio Ecu­me­ni­co e questo per due motivi principali.

In primo luogo perché, negli splendori dell’atto inaugurale e delle sessioni pubbliche, quando si vede il Romano Pontefice rifulgere come Padre, Mae­stro e Re spirituale di tutti i popoli, circondato dai vescovi di tutto l’orbe cat­tolico — il che oggi equivale a dire puramente e semplicemente di tutto l’or­be —, quanto vi è d’intrinsecamente sublime nel carattere gerarchico della Chiesa diventa palpabile e balza agli occhi.

In secondo luogo perché, vedendo questa grande assemblea che si riunisce convocata dal Vicario di Cristo e sotto la sua presidenza, inoltre realizza stu­di, dibattiti e votazioni per insegnare la Verità e per legiferare nella pro­spet­tiva di portare gli uomini in Cielo, tutti i cattolici possono avere una nozione ancora più viva e più profonda di quale sia l’ampiezza delle funzioni, la tre­menda, santissima e mirabile autorità della gerarchia ecclesiastica.

A questo riguardo è necessaria un’osservazione.

In quest’epoca di elezioni e di congressi, nella quale si vota e si discute a ogni proposito, qualche osservatore superficiale può farsi l’idea che il Con­ci­lio è, per il popolo fedele, precisamente un’assemblea rappresentativa, come la Camera dei Comuni in Inghilterra, oppure la Camera dei Rappresentanti negli Stati Uniti. Errore. I vescovi non sono mandatari del popolo, destinati a esprimere docilmente in Concilio non la propria volontà, ma quella dei loro diocesani.

Il vescovo non riceve i suoi poteri dal popolo, ma da Dio. È istituito per guidare i fedeli e non per essere guidato da loro. La sua missione non con­si­ste nell’essere nella Chiesa il portavoce degli uomini, ma di Dio.

D’altro canto, il Concilio non sta al Papa come al capo dello Stato stanno le assemblee legislative istituite, dopo il 1789, per frenare e per contro­bi­lan­cia­re il suo potere.

Il Concilio Ecumenico si può riunire solamente per convocazione del Som­mo Pontefice. Questi, di persona o attraverso i suoi legati, ne è il presidente naturale. Il Papa può, in qualsiasi momento, sospenderlo o chiuderlo. E le deli­be­razioni dei Padri Conciliari, quali che siano, sia di natura docente, sia le­gi­sla­tiva, hanno valore soltanto se accettate e approvate dal Vicario di Cristo. L’autorità del Concilio si concepisce solamente in unione con colui che, per divino mandato, tiene in mano la chiave che, quando apre, nessuno può chiu­dere e, quando chiude, nessuno può aprire (cfr. Apoc. 3, 7).

 

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Così è il Concilio Universale, istituzione mirabilmente gerarchica della quale la Provvidenza ha dotato la santa Chiesa e che, per il semplice fatto di riunirsi, insegna ai fedeli un grande principio: se vi sono disuguaglianze in­giuste, bisogna correggerle; se vi sono disuguaglianze eccessive, si deve dare a esse una misura proporzionata; ma, — e in questo consiste la lezione — in sé le disuguaglianze giuste e armoniche, nella sfera civile come in quella ec­clesiastica, sono un bene. Quindi vanno amate e preservate. E questo per­ché è vantaggioso per lo stesso bene comune spirituale e temporale. Infatti tali disuguaglianze sono, per divino volere, la base e la garanzia dell’ordine. Eb­bene, tutto quanto non è l’ordine voluto e determinato da Dio può so­la­mente portare al caos e alla catastrofe.

 

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Questa è la grande lezione, solida e sicura, che, in opposizione all’ugua­li­ta­rismo rivoluzionario, il Concilio dà fin da subito a tutti gli uomini, lezione che equivale, di per sé stessa, a un incitamento a rivestirsi dello spirito di Gesù Cristo e ad abbandonare quello della Rivoluzione.

La Madonna di Fatima, il cui messaggio costituisce un avvertimento nello stesso tempo luminoso e tremendo per i figli dell’empietà e della Rivo­lu­zio­ne, voglia far fruttificare nelle anime questa mirabile lezione che, per il sem­plice fatto di aver convocato il Concilio, il Santo Padre Giovanni XXIII dà al mondo.

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