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Saggi su Plinio Corrêa de Oliveira

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Plinio Corrêa de Oliveira: sintesi d'una vita

 

Intervento di Julio Loredo, presidente della TFP italiana,  nel convegno in occasione del lancio di «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione», edizione del cinquantesimo anniversario, Roma, novembre 2009.

 

La causa è sempre superiore all’effetto. L’autore trascende la sua opera intellettuale.

 

 Il libro della vita 

In ciò che concerne Plinio Corrêa de Oliveira, il suo pensiero va molto oltre il suo capolavoro. Esso si svolge in un numero impressionante di conferenze, interventi in commissioni di studio, riunioni di lavoro, conversazioni, articoli di giornali, manifesti e via dicendo, che spaziano più di sessant’anni.

Questi insegnamenti, contenuti in quasi un milione di pagine, costituiscono un oceano di sapienza che, nonostante le sue notevoli dimensioni, non esaurisce affatto la grandezza della vocazione di Plinio Corrêa de Oliveira. Tuttavia, in quell’oceano di sapienza Rivoluzione e Contro-Rivoluzione occupa un posto di rilievo, tanto che egli ha voluto essere seppellito con un esemplare sotto il capo.

Perché questo rilievo?

Più che una sintesi del suo pensiero, «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» è una sintesi dell’ideale al quale Plinio Corrêa de Oliveira ha dedicato tutta la sua esistenza, una sintesi della sua vita stessa, visto che in lui vita ed ideale si identificavano. Così come l’Apostolo S. Paolo poté dire “non sono più io che vivo ma Cristo vive in me” (Gal. 2,20), Plinio Corrêa de Oliveira avrebbe potuto dire “non sono più io che vivo ma la Contro-Rivoluzione vive in me”.

“Cosa significa avere una vocazione contro-rivoluzionaria? – egli si domandava in una riunione del 1993 – Anzitutto implica il sentire con profonda amarezza tutto l’orrore dei giorni nostri, rigettandolo con tutte le fibre dell’anima. Questo suscita necessariamente una nostalgia di ciò che fu. Questa nostalgia, però, sarebbe vana si guardassi appena al passato. Essa deve, invece, accendere il desiderio che qualcosa risusciti e, quindi, la ferma decisione di lavorare per questa risurrezione, immolandosi per questa causa. Il contro-rivoluzionario è colui che dice: Io pagherò qualunque prezzo, io spargerò fino all’ultima goccia del mio sangue, io patirò ogni sacrificio, offrirò me stesso in olocausto perché questa risurrezione avvenga e la volontà di Dio sia fatta! Sicché, alla fine della vita, egli potrà dire: Non c’è stato frutto di umiliazione che io non abbia mangiato, non c’è stata lacrima di isolamento, di ripudio e di dolore che io non abbia versato, ma, quando dal mio corpo uscirà l’ultima goccia di sangue, quando i miei occhi verteranno l’ultima lacrima, io potrò dire con animo sereno: Bonum certamen certavi, cursum consumavi, fidem servavi! Signore, dammi adesso il premio della Vostra gloria!”.

Ecco come, arrivato quasi al tramonto della sua vita terrena, Plinio Corrêa de Oliveira vi proiettava uno sguardo d’insieme. Ma, come è nato in lui questo ideale? Come si sono sviluppate le dottrine che poi avrebbero costituito questo monumento del pensiero contro-rivoluzionario che oggi presentiamo?

Il dott. Plinio ha concesso centinaia di interviste a giornalisti non solo del Brasile ma di ogni parte del mondo. Infallibilmente, una delle prime domande che gli facevano era: qual’è stato il libro determinante nella sua vita? In altre parole: da quale libro Lei ha tratto le sue idee? La risposta li lasciava sempre allibiti: “Per me il libro più importante è stato quello della vita”.

Non fu leggendo libri astratti che Plinio Corrêa de Oliveira elaborò il suo pensiero, ma leggendo il libro della vita. “Invece di leggere la dottrina nei libri, salvo poi applicarla ai fatti — egli spiegherà più tardi — io dovette prendere precocemente posizione di fronte ai fatti, salvo poi discernere la dottrina che essi contenevano”.

 

I primi bagliori

Questo libro della vita, Plinio Corrêa de Oliveira lo ha cominciato a leggere molto presto. Le sue riflessioni originali, che poi costituiranno la struttura portante del suo pensiero, risalgono alla più tenera età.

Il suo spirito si caratterizzava per un’eccezionale capacità di osservazione e di analisi. Alla base del suo processo mentale troviamo una chiarezza adamantina nel discernere le cose buone da quelle cattive, anche nelle loro più tenui sfumature. Originariamente, questo processo si dava non tanto per ragionamenti sillogistici quanto per una sorta di connaturalità, quel iudicium per modum inclinationis del quale tratta S. Tommaso d’Aquino nella prima questione della prima parte della Summa Theologica. Tanto quanto ogni manifestazione di bene, di verità e di bellezza suscitava in Plinio una naturale affinità, ogni traccia di male, di falsità e di bruttezza destava il suo istintivo rigetto. Maturando con gli anni, questa conoscenza per connaturalità, comunque sempre presente ed anzi perfezionata, sarà oggetto anche di un implacabile esame razionale.

Il dott. Plinio spiegava che niente è mai penetrato nel suo spirito senza che fosse stato previamente analizzato e, quindi, accolto come buono, verace e bello. E niente di cattivo, falso o brutto è mai passato davanti ai suoi occhi senza che sia stato oggetto del più fermo rifiuto.

Questa rettitudine o innocenza dell’anima, mai inficiata da mezzi termini né compromessi, è la matrice e il filo conduttore dello sviluppo intellettuale e spirituale di Plinio Corrêa de Oliveira. È qui che dobbiamo trovare la sorgente della visione metafisica ed storica poi resa esplicita in «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione».

Conoscere la vita di Plinio Corrêa de Oliveira e meditare su di essa è, quindi, attingere alle fonti stesse dell’opera che oggi abbiamo l’onore di presentare. Da qui l’importanza che i suoi discepoli hanno sempre attribuito al racconto delle sue memorie, anche quelle della vita privata, un’importanza tutt’altro che aneddotica.

 

Gli ambienti

Questa innata capacità contemplativa portava Plinio Corrêa de Oliveira ad essere oltremodo sensibile alla bellezza divina rispecchiata nella creazione (figlia di Dio) nonché nelle opere del genio umano (nipoti di Dio), ed a discernere in esse la “deiformità” – per usare l’espressione dello pseudo Dionigi l’Aeropagita in De coelesti hierarchia – vale a dire, la loro immagine e somiglianza con l’Essere Supremo e la loro conseguente capacità di condurre l’anima verso l’alto, raggiungendo Dio stesso, come insegna S. Tommaso nella seconda questione della prima parte della Summa Theologica; oppure a discernere nelle cose l’opposto della deiformità, vale a dire un contrasto con l’immagine divina e la loro conseguente capacità di trascinare l’anima verso il basso, allontanandola da Dio.

Ecco l’origine della straordinaria sensibilità di Plinio Correa de Oliveira per gli ambienti, ai quali attribuiva un ruolo fondamentale nella formazione morale delle persone. Una nozione che egli svilupperà in diverse opere, tra cui una presentata in appendice a questa edizione di «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione», e titolata «Note sul concetto di Cristianità».

Uno degli aspetti più originali di «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» è proprio la sua analisi della dimensione tendenziale del processo rivoluzionario. E, a contrario sensu, della necessità che anche la reazione contro-rivoluzionaria metta questa dimensione al centro del suo operare. E questa analisi, come abbiamo visto, ha origine nel modo in cui Plinio Corrêa de Oliveira ha letto il libro della vita e ne ha tratto le conclusioni.

Questo punto non sarà mai sufficientemente sottolineato. Per quanto in passato si sia data molta attenzione agli aspetti ideologici e socio-politici del fenomeno rivoluzionario, e quindi anche di quello contro-rivoluzionario, poco o niente si è detto sugli aspetti tendenziali. Eppure, sotto un certo profilo, è questo l’aspetto più importante perché più profondo ed insidioso. Questa mancanza è all’origine di non pochi fallimenti dei difensori della buona causa, poiché mentre combattevano, in maniera anche ottima, le dottrine della Rivoluzione e la contrastavano nel campo dei fatti, la lasciavano largamente indisturbata nel campo delle tendenze.

Questa osservazione è tanto più rilevante quanto, nella sua fase attuale, la Rivoluzione è diventata quasi esclusivamente culturale, abbandonando la persuasione ideologica che, d’altronde, negli ultimi tempi gli fruttava risultati sempre più scarsi.

Da qui anche la cura usata da Plinio Corrêa de Oliveira nel modellare ambienti propri alla Contro-Rivoluzione, come ad esempio l’arredo della Sede del Regno di Maria, a San Paolo del Brasile, che alcuni di voi avete conosciuto, oppure nel presentare un tipo umano che fosse l’esatto opposto di quello rivoluzionario.

 

Ecclesia militans

L’idea dello scontro fra la Rivoluzione e la Contro-Rivoluzione, attuazione di un più amplio conflitto fra il bene e il male che attraversa tutta la storia umana, e ancor prima quella angelica, nasce istintivamente nello spirito del giovane Plinio dal contrasto fra l’ambiente sereno, solenne e degno del focolare materno, al quale era finora abituato, e il clima di agitazione, di volgarità e di sfrenata immoralità predominante in tanti giovani che egli dovette frequentare nel collegio.

La situazione era tanto più preoccupante quanto egli si rendeva conto che questo clima era diffuso nella società. Era il mondo intero che cambiava. Secondo quanto egli spiegava in una riunione del 1994, il contrasto fra questi due mondi gli era già perfettamente chiaro dall’età di 10 anni.

In un secondo tempo, con la lettura di libri e riviste di storia, cui egli era insaziabile, cominceranno a delinearsi nel suo spirito le radice storiche di questo contrasto. Nel 1918, per esempio, egli comincia a leggere i giornali per accompagnare la caduta dell’Impero Austro-Ungarico, nel quale riconosceva una continuazione ideale dell’impero carolingio. Nell’odio anti-austriaco ostentato dal massone Clemenceau, egli vedeva l’odio dei giacobini contro Luigi XVI e, più lontanamente, l’odio di Lutero contro il Papa.

Messo di fronte a questa situazione, nasce allora in Plinio un elemento che poi lo caratterizzerà tutta la vita, e che egli trasporrà fedelmente nelle pagine di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione: la militanza. Egli capì che questa non era una situazione appena da osservare, e neanche da analizzare, ma esigeva da lui una presa di posizione netta e, di conseguenza, un orientamento vitale: “Qualunque cosa mi possa accadere io sarò contro questo mondo. Questo mondo ed io siamo nemici inconciliabili. Difenderò la purezza, difenderò la Chiesa, difenderò la gerarchia politica e sociale; sarò in favore della dignità e del decoro! Questi valori si identificano con la mia vita, tanto che resterei loro fedele anche se dovessi rimanere l’ultimo tra gli uomini, calpestato, stritolato, distrutto!”

Si profila così il Plinio Corrêa de Oliveira “crociato del XX secolo”. Plinio Corrêa de Oliveira non era un intellettuale, se per questo intendiamo – e cito dal dizionario – “chi svolge, soprattutto professionalmente, un’attività di pensiero”. Egli era un combattente. “Io vorrei essere il gladio della Chiesa”, diceva.

In una delle sue ultime conferenze pubbliche, il 12 agosto 1995, egli spiegava: “Se c’è una cosa che io non sono è un conformista. Io sono l’anticonformista! Da quando ho aperto gli occhi, mi sono reso conto che questo mondo era organizzato contro tutto ciò che costituiva il mio essere, e che conteneva tutti gli elementi per portare alla rovina tutto ciò in cui io credevo. Io ho subito pensato che dovevo esserle contro. Ecco come nacque in me l’idea d’una Contro-Rivoluzione. Voi capirete che questa idea, nata in me per la grazia della Madonna quando ero ancora molto, molto piccolo, costituisce l’essenza della mia vita”.

“La mia vita è sempre stata, e credo che sempre lo sarà, una vita di molta lotta – dichiarava il dott. Plinio in un’intervista nel 1990 – Io sono abituato a lottare sin da bambino”.

Ecco, per esempio, un motivo principale del suo ingresso nel Terz’Ordine carmelitano, del quale è stato Priore a San Paolo per molti anni. Egli voleva riallacciarsi alla discendenza spirituale del profeta Elia, l’uomo più combattivo della storia, secondo quanto evidenzia, basato sui Padri della Chiesa, Cornelio a Lapide nella sua monumentale Commentaria in Scripturam Sacram (Ludovicum Vives, Parigi, 1875).

Sentiamo la descrizione dello spirito di Elia fatta dal celebre teologo gesuita nel suo commento In Ecclesiasticum (48, 1-13) e che tanto entusiasmava il dott. Plinio: “Elia è come il fuoco. Egli è ignipotente. Ignea è la sua mente, ignea la sua lingua, igneo il suo cuore, ignea la sua mano con la quale colpì Israele. (…) Chi resiste Elia, che vibra con la bocca non parole ma fulmini, sappia che ha davanti un vittorioso e non un avversario. Le battaglie di Elia sono il trionfo delle fiamme, la cui pompa è la luce e il cui plauso è il fragore degli incendi”.

Più che libro speculativo, «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» è un’arma da battaglia. Non solo uno strumento per studiare il fenomeno storico delle Rivoluzione e della Contro-Rivoluzione, ma anche un appello a buttarsi nella mischia: “Di fronte a quest’opera di distruzione della Rivoluzione libertaria ed egualitaria, il nostro amore verso la Chiesa, il nostro amore verso la Civiltà cristiana, il nostro amore verso la Patria, frutti dell’amore che sale a Dio per mezzo di Maria, si trasformano in un irrinunciabile dovere di militanza contro-rivoluzionaria”.

Una militanza che Plinio Corrêa de Oliveira ha portato avanti in prima persona, come fondatore ed ispiratore d’una vasta famiglia spirituale oggi estesa nei cinque continenti.

 

Vir catholicus

Ma, esiste un tratto che possa definire Plinio Corrêa de Oliveira e, di conseguenza, anche il suo capolavoro?

Certamente! Lo troviamo nel epitaffio che egli stesso ha voluto sulla sua tomba: Vir catholicus, apostolicus, plene romanus, Uomo cattolico, apostolico, pienamente romano. “Io non voglio altro che essere figlio della Santa Chiesa, membro della Chiesa e obbediente alla Chiesa – diceva il dott. Plinio — Questa è la mia definizione!”.

Il dramma descritto in «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» è il dramma della Fede, sia nei suoi risvolti prettamente spirituali sia in quelli delle sue attuazioni temporali, ossia la Civiltà cristiana. Le radici della crisi rivoluzionaria, come si legge già nel primo capitolo, attecchiscono “nei problemi più profondi dell’anima, e da qui si estendono a tutti gli aspetti della personalità dell’uomo contemporaneo e a tutte le sue attività”. Questa crisi risulta dello squilibrio di due passioni — l’orgoglio e la sensualità — che costituiscono, secondo Plinio Corrêa de Oliveira, la “forza di propulsione più intima” della Rivoluzione.

A contrario sensu, la forza di propulsione più intima della Contro-Rivoluzione sta nella virtù cristiana: “La serena, nobile, efficacissima forza propulsiva della Contro-Rivoluzione, è necessario cercarla nel vigore spirituale che deriva all’uomo dal fatto che in lui Dio governa la ragione, la ragione domina la volontà, e questa infine domina la sensibilità. Un tale vigore spirituale non può essere concepito senza prendere in considerazione la vita soprannaturale. (…) In questa forza spirituale cristiana sta il dinamismo della Contro-Rivoluzione”.

 

Profeta della giustizia e della speranza

In questa logica, il passaggio dalla Rivoluzione alla Contro-Rivoluzione sarà, fondamentalmente, un passaggio spirituale. Diamoli pure il nome: sarà una conversione che avviene, come ci ricorda S. Paolo, quando l’uomo vecchio è distrutto e sostituito da quello nuovo. E’ necessario che lo spirito della Rivoluzione muoia e venga sostituito da quello della Contro-Rivoluzione, che non è altro di quello della Chiesa.

A livello individuale, questo implica, ovviamente, il ritorno degli uomini a Dio. A livello sociale implica la restaurazione d’una civiltà cristiana “austera, gerarchica, sacrale nelle sue fondamenta, antiegualitaria e antiliberale”, per usare le parole di Plinio Corrêa de Oliveira.

Ora, il cuore degli uomini si sta dimostrando particolarmente riluttante a questa conversione. Ecco che, davanti a tale rifiuto, e nonostante ripetuti ed amorevoli appelli, la misericordia comincia a cedere di fronte alla giustizia. Si comincia, cioè, a profilare la prospettiva di un grande castigo, preludio della grande conversione. E anche questo elemento, non sempre presente negli autori contro-rivoluzionari, va invece ritenuto un elemento essenziale della teologia della storia di Plinio Corrêa de Oliveira.

Già nel 1432— siamo all’inizio del processo rivoluzionario – a Caravaggio la Madonna disse alla veggente Gianetta: “L’altissimo onnipotente mio Figlio intendeva annientare questa terra a causa dell’iniquità degli uomini”. Pensiamo a La Salette, nel 1846, quando la Madre di Dio avvertì: “Se il mio popolo non vuole sottomettersi sarò obbligata a lasciare libera la mano di Mio Figlio. (…) Dio è sul punto di punire in modo esemplare”. E arriviamo così al 1917, quando la Beata Giacinta di Fatima, riproponendo le parole della Madonna, esortava: “Se gli uomini non si convertono, verrà un castigo quale non si vide mai”.

Basato sia nelle parole della Madonna, che a Fatima ha promesso il trionfo del suo Cuore Immacolato, sia in una sana teologia della storia, Plinio Corrêa de Oliveira non dubitava di questa conversione.

Plinio Corrêa de Oliveira aveva una missione provvidenziale. E per definirla mi avvalgo delle parole di mons. Luigi Villa nell’omelia della Santa Messa di trigesimo, celebrata a Milano nel novembre 1995. Dopo averlo celebrato come “gigante della Fede” e “una delle maggiore figure della Chiesa nel nostro secolo”, il sacerdote milanese lo definiva: “anzitutto un vero e grande Profeta venuto a portarci la speranza”.

Spesso, la lettura dei libri della scuola contro-rivoluzionaria lasciano una sensazione amara in bocca e un macigno sul cuore. Pur descrivendo, a volte anche con notevole perspicacia, la crisi rivoluzionaria, concludono che essa è inesorabile, non lasciando ai contro-rivoluzionari se non il ruolo degli eterni perdenti. Non sono mancati coloro che hanno perfino sviluppato una giustificazione del fallimento. Mi vengono in mente, per esempio, le parole del pensatore americano Russell Kirk, uno dei “padri” del moderno conservatorismo anglosassone. Commentando il pensiero di Edmund Burke, egli scrive in The Conservative Mind: “Burke, e i migliori fra i suoi discepoli, sapevano che il cambiamento nella società è naturale, inevitabile e benefico. Il conservatore non deve lottare invano per contenere il fiume dell’innovazione, giacché starebbe contrariando la Provvidenza stessa. Al contrario, il suo dovere è di riconciliare l’innovazione con le consuetudini. (...) Fatto questo, anche se può sembrare che abbia fallito, il conservatore avrà realizzato la sua missione (...) perché, anche se non è riuscito a preservare le antiche maniere, egli avrà attenuato l’aspetto orribile dei nuovi giorni” (Russell Kirk, The Conservative Mind, Regnery Gateway, Chicago, 6th revised edition, 1978, p. 113). (Dobbiamo sottolineare che le “innovazioni” delle quali parlava Burke erano quelle della Rivoluzione francese.)

Tutt’altra era l’impostazione di Plinio Corrêa de Oliveira. Egli non voleva “attenuare” la Rivoluzione, bensì distruggerla: “Il mondo non potrà essere salvato da forme diluite di Cristianesimo, oppure da sistemi di pigre accomodazioni nel cammino di restaurazione della Cristianità. Il nostro leitmotiv dev’essere l’idea che, per l’ordine temporale dell’Occidente, fuori dalla Chiesa non v’è salvezza. Ciò che dobbiamo desiderare è una Civiltà totalmente, assolutamente, minuziosamente cattolica, apostolica, romana. Il fallimento degli ideali politici, sociali e culturali intermediari è evidente. Non ci si ferma sul cammino di ritorno a Dio: fermarsi è indietreggiare, fermarsi è fare il gioco della confusione. Noi vogliamo appena una cosa: il Cattolicesimo integrale” (O Legionário, 13-05-45).

Chi ha conosciuto Plinio Corrêa de Oliveira sa che egli era uno degli uomini di speranza più calorosi ed entusiasmanti egli nutriva una grande speranza, e vedeva l’alba d’una nuova civiltà cristiana, quella che S. Luigi Maria Grignon da Montfort chiama il Regno di Maria.

È molto significativo che le sue ultime parole pubbliche, pronunciate in una conferenza il 19 agosto 1995, ormai molto malato, siano state: “Il demonio cercherà di riempire i nostri spiriti con sofismi e con perfidie, cercherà di convincerci di abbandonare la lotta. Ma egli sa benissimo che quando la fedeltà al Bene da parte di alcuni figli della Madonna arriva ad un certo apice, egli non può più niente. (...) Cosa succederà dopo questa riunione? Io non lo so. D’una sola cosa ho certezza: fra cinque, cinquanta o cento anni qualcuno potrà proclamare: la Madonna ha vinto!”.

Queste parole contengono un’esortazione e una promessa. Un’esortazione a continuare la lotta nella fedeltà alla scia da lui profeticamente tracciata. E una promessa che, in questa lotta, il sostegno della Madonna non verrà mai meno. In mezzo alla bufera, in mezzo alle mille difficoltà, in mezzo alle defezioni e perfino ai tradimenti, questa promessa, che altro non è che un’eco della promessa della Madonna a Fatima, questa promessa è ancora in piede: Infine il Mio Cuore Immacolato trionferà!

 

Chi siamo noi?

E chiudo tornando all’inizio.

Ho detto che, più che una sintesi del suo pensiero, «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» è una sintesi dell’ideale al quale Plinio Corrêa de Oliveira ha dedicato la sua esistenza, una sintesi della sua vita stessa, visto che in lui vita ed ideale si identificavano. Dalle sue pagine emana non solo la perfetta espressione del pensiero contro-rivoluzionario contemporaneo, ma qualcosa che potrei chiamare la fisionomia di Plinio Corrêa de Oliveira.

Com’è questa fisionomia? Sentiamolo dalle sue labbra, o meglio, dalla sua penna:

“Chi siamo noi? Siamo quelli che non piegano le ginocchia, e nemmeno un solo ginocchio, davanti a Baal. Siamo quelli che hanno la Vostra Legge scolpita nel bronzo dell’anima, non permettendo che le dottrine del secolo incidano i loro errori su questo bronzo reso sacro dalla Vostra Redenzione.

“Siamo quelli che amano come il più prezioso dei tesori la purezza immacolata dell’ortodossia, ricusando qualsiasi patto con l’eresia, con le sue opere e le sue infiltrazioni. Siamo quelli che hanno misericordia del peccatore pentito e che per loro stessi, tante volte indegni ed infedeli, implorano la Vostra misericordia, ma che non risparmiano l’empietà insolente e orgogliosa che presume di sé, il vizio che si ostenta con arroganza schernendo la virtù.

“Chi siamo noi? Nella tempesta, nell’apparente disordine, nell’apparente afflizione, nell’apparente rovina di tutto ciò che per noi sarebbe la vittoria, noi siamo quelli che hanno avuto fiducia, che non hanno mai dubitato, anche quando il male sembrava aver vinto per sempre. Siamo figli e saremo gli eroi della Fiducia, i paladini di questa virtù. Quanto più gli avvenimenti sembreranno smentire la voce della grazia, che nel nostro intimo ci dice ‘vincerai!’, tanto più crederemo alla vittoria di Maria!”

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