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Saggi su Plinio Corrêa de Oliveira

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«Rivoluzione e Contro-Rivoluzione»

eco fedelissima del Magistero della Chiesa

 


di Giovanni Cantoni

 


[Intervento al Convegno in occasione del cinquantenario di «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione». Auditorio Augustinianum, Roma, 21-11-2009]

 

Sono l’ultimo a prendere la parola, quindi mi attribuisco il compito — o, più sfacciatamente, mi arrògo il diritto — di svolgere considerazioni conclusive, destinate — almeno nella mia intenzione — a fare da pendant a quelle introduttive, a quelle «istruzioni per l’uso» che ho premesso all’edizione del cinquantenario di «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» : la ricorrenza che siamo riuniti a celebrare e l’opera che siamo a presentare. E si tratta di considerazioni che comportano l’emissione di una «sentenza» — meglio: di un «giudizio» — dopo la celebrazione del «processo», cioè dopo la lettura del testo e le «letture» che mi hanno preceduto; l’emissione di una qualificazione, «eco fedelissima del Magistero della Chiesa», presente appunto nel titolo di questo intervento, affinché tale «emissione di giudizio» comprenda non solo il carattere non episodico del testo stesso, quindi il suo carattere relativamente permanente, cioè tale per quanto possa esserlo una produzione umana, ma ne determini e ne suggerisca ragionevolmente l’uso ulteriore.

 

«Eco fedelissima»


Nel 1994, nella versione definitiva del suo «Autoritratto filosofico», Plinio Corrêa de Oliveira scriveva: «[...] fra le mie opere, quella che ha avuto la maggiore diffusione è stata incontestabilmente «A liberdade da Igreja no Estado comunista», che, nelle ultime edizioni, uscì con il titolo «Acordo com o regime comunista: para a Igreja, esperança ou autodemolição»?.

L’opera fu appoggiata da una lettera di elogio, datata 2 dicembre 1964 e firmata dai cardinali Pizzardo [Giuseppe (1877-1970)] e Staffa [Dino (1906-1977)] , in quanto, rispettivamente, prefetto e segretario della Sacra Congregazione dei Seminari e delle Università. E proprio in questa lettera di elogio, pubblicata in Italia nel 1978 con la traduzione del testo nella nostra lingua, compare l’espressione «eco fedelissima dei Documenti del supremo Magistero della Chiesa».

Per quanto audace possa sembrare il proposito, spero di mostrare che l’estensione a «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» del giudizio espresso su «La libertà della Chiesa nello Stato comunista. La Chiesa, il decalogo e il diritto di proprietà», non costituisce un abuso, ma un’operazione legittima, naturalmente se accompagnata da adeguate precisazioni.Anzitutto confesso di essere stato a suo tempo colpito, in quel giudizio, non soltanto, felicemente, dalla sua positività, ma, in secondo luogo e non secondariamente, dal termine «eco». Infatti esso richiama — forse, meglio: traduce — quello di «catechismo», dal greco «catecheo», la cui area semantica parte da «fare eco», «echeggiare», «riflettere un suono», per dilatarsi fino a «insegnare a viva voce». Poi da «catechesi», da «insegnamento della dottrina cristiana», si passa, in genere, a «insieme dei princìpi fondamentali di una dottrina»; e, in specie, ai «princìpi e insegnamenti della religione cristiana»; quindi, per estensione, si conclude al libro che contiene tali princìpi e tali insegnamenti.

 


I laici


Dunque, «eco fedelissima» sta per «catechismo affidabile» del Magistero, «affidabile» quanto alla descrizione del suo contenuto. Ma di quale Magistero si tratta? Si legge nel testo della Sacra Congregazione dei Seminari e delle Università: «[...] dei Documenti del supremo Magistero della Chiesa».

Ammesso che tale qualifica possa essere attribuita a «La libertà della Chiesa nello Stato comunista. La Chiesa, il decalogo e il diritto di proprietà», e accertato che sia stata attribuita a tale scritto dai due autorevoli firmatari della dichiarazione citata, per altre espressioni di catechesi il primo problema che si presenta è relativo alla natura del catechista, cioè di colui che riceve il Magistero e fa eco a esso, che lo insegna a viva voce.Infatti, a tenore del canone 204 del vigente Codice di Diritto Canonico, pubblicato nel 1983, al §1, «i fedeli sono coloro che, essendo stati incorporati a Cristo mediante il battesimo, sono costituiti popolo di Dio e perciò, resi partecipi nel modo loro proprio dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, sono chiamati ad attuare, secondo la condizione propria di ciascuno, la missione che Dio ha affidato alla Chiesa da compiere nel mondo.

Lo stesso canone, al §2, precisa: «Questa Chiesa, costituita e ordinata nel mondo come società, sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui».

Cioè, questa volta a tenore del canone 207, al §1, «per istituzione divina vi sono nella Chiesa tra i fedeli i ministri sacri, che nel diritto sono chiamati anche chierici; gli altri fedeli poi sono chiamati anche laici».

Quanto ai laici nella Chiesa, il canone 224 recita: «I fedeli laici, oltre agli obblighi e ai diritti che sono comuni a tutti i fedeli e oltre a quelli che sono stabiliti negli altri canoni, sono tenuti agli obblighi e godono dei diritti elencati nei canoni del presente titolo», il titolo II, Obblighi e diritti dei fedeli laici, che comprende i canoni dal 224 al 231 della parte prima, dedicata a I fedeli, del libro II, intitolato "Il Popolo di Dio".

Secondo il canone seguente, il 225, al §1, «i laici, dal momento che, come tutti i fedeli, sono deputati da Dio all’apostolato mediante il battesimo e la confermazione, sono tenuti all’obbligo generale e hanno il diritto di impegnarsi, sia come singoli sia riuniti in associazioni, perché l’annuncio della salvezza venga conosciuto e accolto da ogni uomo in ogni luogo; tale obbligo li vincola ancora maggiormente in quelle situazioni in cui gli uomini non possono ascoltare il Vangelo e conoscere Cristo se non per mezzo loro».

Lo stesso canone, al §2, precisa che appunto i laici «sono tenuti anche al dovere specifico, ciascuno secondo la propria condizione, di animare e perfezionare l’ordine delle realtà temporali con lo spirito evangelico e in tal modo di rendere testimonianza a Cristo, particolarmente nel trattare tali realtà e nell’esercizio dei compiti secolari».

Quanto ai laici nel mondo, secondo il canone 227, «è diritto dei fedeli laici che venga loro riconosciuta nella realtà della città terrena quella libertà che compete ad ogni cittadino; usufruendo tuttavia di tale libertà, facciano in modo che le loro azioni siano animate dallo spirito evangelico e prestino attenzione alla dottrina proposta dal magistero della Chiesa, evitando però di presentare nelle questioni opinabili la propria tesi come dottrina della Chiesa».Inoltre, a tenore del canone 229, al §1, «i laici, per essere in grado di vivere la dottrina cristiana, per poterla annunciare essi stessi e, se necessario, difenderla, e per potere inoltre partecipare all’esercizio dell’apostolato, sono tenuti all’obbligo e hanno il diritto di acquisire la conoscenza di tale dottrina, in modo adeguato alla capacità e alla condizione di ciascuno».

Dunque, se è e dev’essere assolutamente chiaro che il fedele laico non è fonte del Magistero, è altrettanto evidente che lo stesso fedele laico non è neppure un semplice recettore di esso, bensì è profondamente e nativamente coinvolto nella sua diffusione.

 

Il Magistero e la sua materia


S’impone ora di porre attenzione al Magistero e alla sua materia, al suo contrenuto.

A proposito del Magistero — mi riferisco in proposito a quanto statuito nel libro terzo del citato Codice di Diritto Canonico, La funzione di insegnare della Chiesa e al suo titolo I, Il ministero della Parola Divina — a tenore del canone 747, al §1, «la Chiesa, alla quale Cristo Signore affidò il deposito della fede affinché essa stessa, con l’assistenza dello Spirito Santo, custodisse santamente, scrutasse più intimamente, annunziasse ed esponesse fedelmente la verità rivelata, ha il dovere e il diritto nativo, anche con l’uso di propri mezzi di comunicazione sociale, indipendente da qualsiasi umana potestà, di predicare il Vangelo a tutte le genti».

Inoltre, prosegue il §2 dello stesso canone, «è compito della Chiesa annunciare sempre e dovunque i princìpi morali anche circa l’ordine sociale, e così pure pronunciare il giudizio su qualsiasi realtà umana, in quanto lo esigono i diritti fondamentali della persona umana o la salvezza delle anime».

Il canone 749, al §1, dispone che «il Sommo Pontefice, in forza del suo ufficio, gode dell’infallibilità nel magistero quando, come Pastore e Dottore supremo di tutti i fedeli, che ha il compito di confermare i suoi fratelli nella fede, con atto definitivo proclama da tenersi una dottrina sulla fede o sui costumi».

Il canone seguente, il 750, precisa che «per fede divina e cattolica sono da credere tutte quelle cose che sono contenute nella parola di Dio scritta o tramandata, vale a dire nell’unico deposito della fede affidato alla Chiesa, e che insieme sono proposte come divinamente rivelate, sia dal magistero solenne della Chiesa, sia dal suo magistero ordinario e universale, ossia quello che è manifestato dalla comune adesione dei fedeli sotto la guida del sacro magistero; di conseguenza tutti sono tenuti a evitare qualsiasi dottrina ad esse contraria».

In coerenza con quanto enunciato precedentemente, a tenore del canone 759, «i fedeli laici, in forza del battesimo e della confermazione, con la parola e con l’esempio della vita cristiana sono testimoni dell’annuncio evangelico; possono essere anche chiamati a cooperare con il Vescovo e con i presbiteri nell’esercizio del ministero della parola». E il «ministero della parola» — secondo il canone 760 — «[...] deve fondarsi» sul «magistero», per il cui annuncio — come dispone il canone 761 — vanno certamente usati «[...] in primo luogo la predicazione e l’istruzione catechetica, che tengono sempre il posto principale, ma anche la presentazione della dottrina nelle scuole, nelle accademie, conferenze e adunanze di ogni genere, e altresì la diffusione della medesima attraverso le dichiarazioni pubbliche fatte dalla legittima autorità in occasione di taluni eventi con la stampa e con gli altri strumenti di comunicazione sociale».

 


Il Magistero e la filosofia della storia


Passando poi dal Magistero alla sua materia, il mio esame si deve specializzare. E lascio parlare Corrêa de Oliveira, laddove — sempre nell’Autoritratto filosofico — dà ragione della sua opera «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione».

«L’aspetto della filosofia che più m’interessa — scrive — è la filosofia della storia. In sua funzione trovo il punto di collegamento fra i due generi di attività nei quali mi sono diviso nel corso della vita: lo studio e l’azione.

«Ho esercitato quest’ultima in un campo ben definito: la propaganda dottrinale, realizzata talora con il carattere di dialogo, talora — per quanto la nozione e la parola sembrino anacronistiche, mi sento pienamente a mio agio nel fare questa affermazione — anche di polemica. Il saggio nel quale condenso l’essenziale del mio pensiero spiega il senso della mia azione nel campo delle idee. Si tratta dello studio «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione».

Dunque, il Magistero con il quale confrontare, mettere in rapporto «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» è quello relativo alla filosofia della storia. In proposito, Papa Leone XIII (1978-1903), nell’epistola Saepenumero considerantes, del 1883, scrive: «Proprio Agostino [Aurelio (354-430)], grande dottore della Chiesa, primo fra tutti delineò ed elaborò la filosofia della storia. Fra quanti sono venuti dopo, coloro che hanno fatto riferimento allo stesso Agostino come maestro e guida e si sono formati accuratamente sui suoi scritti e sulle sue meditazioni, hanno ottenuto risultati degni di menzione in questo settore. L’errore ha invece più e più volte distolto dal vero coloro che si sono allontanati dalle orme di un così grande uomo, perché nell’analizzare i percorsi e le vicende degli Stati non compresero le autentiche cause che regolano gli eventi umani».

 


Il Magistero e la teologia della storia


Se sant’Agostino costituisce «guida» nel settore della filosofia della storia, così come san Tommaso d’Aquino (1225 ca.-1274) in quello della filosofia in senso lato e della teologia — ma, sia detto non di passaggio: viene proposto come «guida», non come «guida unica» —, il carattere drammatico e coinvolgente di questa filosofia rimanda a una teologia della storia, di cui si trova espressione compiuta in un testo del Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965), la Costituzione Pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo «Gaudium et spes», del 1965, documento che, al n. 13, recita: «Costituito da Dio in uno stato di giustizia, l’uomo però, tentato dal Maligno, fin dagli inizi della storia abusò della libertà, erigendosi contro Dio e bramando di conseguire il suo fine al di fuori di lui.

«Pur avendo conosciuto Dio, gli uomini “non gli hanno reso l’onore dovuto... ma si è ottenebrato il loro cuore insipiente”... e preferirono servire la creatura piuttosto che il Creatore [Cf. Rm 1, 21-25].

«Quel che ci viene manifestato dalla rivelazione divina concorda con la stessa esperienza.

«Infatti l’uomo, se guarda dentro al suo cuore, si scopre inclinato anche al male e immerso in tante miserie, che non possono certo derivare dal Creatore, che è buono.«Spesso, rifiutando di riconoscere Dio quale suo principio, l’uomo ha infranto il debito ordine in rapporto al suo fine ultimo, e al tempo stesso tutta l’armonia, sia in rapporto a se stesso, sia in rapporto agli altri uomini e a tutta la creazione.

«Così l’uomo si trova diviso in se stesso.

«Per questo tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre.

«Anzi l’uomo si trova incapace di superare efficacemente da sé medesimo gli assalti del male, così che ognuno si sente come incatenato.

«Ma il Signore stesso è venuto a liberare l’uomo e a dargli forza, rinnovandolo nell’intimo e scacciando fuori “il principe di questo mondo” (Gv 12, 31), che lo teneva schiavo del peccato [Cf. Gv 8, 34].

«Il peccato è, del resto, una diminuzione per l’uomo stesso, in quanto gli impedisce di conseguire la propria pienezza. Nella luce di questa Rivelazione trovano insieme la loro ragione ultima sia la sublime vocazione, sia la profonda miseria, di cui gli uomini fanno l’esperienza».

Tesi non diversa espone Papa Giovanni Paolo II (1978-2005) nell’enciclica di Sollicitudo rei socialis, del 1987, al n. 30: «La storia del genere umano, delineata dalla sacra Scrittura, anche dopo la caduta nel peccato è una storia di realizzazioni continue, che, sempre rimesse in questione e in pericolo dal peccato, si ripetono, si arricchiscono e si diffondono come risposta alla vocazione divina, assegnata sin dal principio all’uomo e alla donna (cf. Gen 1, 26-28) e impressa nell’immagine, da loro ricevuta».

Sempre in proposito, è illuminante quanto lo stesso Pontefice sintetizza nell’esortazione apostolica Familiaris Consortio, del 1981, al n. 6: «La storia non è semplicemente un progresso necessario verso il meglio, bensì un evento di libertà, ed anzi un combattimento fra libertà che si oppongono fra loro, cioè, secondo la nota espressione di sant’Agostino, un conflitto, fra due amori: l’amore di Dio spinto fino al disprezzo di sé, e l’amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio (cfr. S. Agostino “De civitate Dei”, XIV, 28)».

Se le considerazioni svolte dicono soprattutto relazione al dramma tanto esistenziale che storico — «[...] tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre» —, merita di essere osservato quanto in esso riguarda specificamente le «realizzazioni continue», di cui la Cristianità storica, il cosiddetto Medioevo, è, in diversa prospettiva ma non in modo dialettico, una oppure la testimonianza appunto storica. A proposito della «realizzazione», dell’inveramento di una tale Cristianità, il Catechismo della Chiesa Cattolica, del 1992, al n. 1888, in un paragrafo intitolato significativamente "La conversione e la società", afferma: «Occorre, quindi, far leva sulle capacità spirituali e morali della persona e sull’esigenza permanente della sua conversione interiore, per ottenere cambiamenti sociali che siano realmente a suo servizio. La priorità riconosciuta alla conversione del cuore non elimina affatto, anzi impone l’obbligo di apportare alle istituzioni e alle condizioni di vita, quando esse provochino il peccato, i risanamenti opportuni, perché si conformino alle norme della giustizia e favoriscano il bene anziché ostacolarlo».

 


«Rivoluzione e Contro-Rivoluzione», un catechismo affidabile e attuale


A questo punto mi pare giunto il momento di emettere il giudizio, o almeno un «dispositivo» di esso, cioè di porre un’affermazione conclusiva; conclusiva, naturalmente, per relazione al mio intervento: «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione», nella sua struttura benché non in tutti dettagli, né potrebbe essere diversamente, si rivela l’applicazione miniaturizzata — ma quanto miniaturizzata in pendenza della globalizzazione, per certo esistente anche prima di essere «battezzata» e oggi certamente presente? — dello schema magisteriale evocato: nell’opera tale schema viene messo in relazione con un tratto della storia del mondo in genere, e del mondo cristiano in specie, cioè con il Medioevo cristiano, con la Cristianità, ancora in qualche modo vivente, in quanto il passato sfuma nella cronaca senza rimarchevoli soluzioni di continuità se non nei suoi elementi accidentali. Né la sua utilità viene meno nell’ipotesi — autorevolmente avanzata e alla quale, allo stato, personalmente aderisco — secondo cui il processo morboso che ha intaccato la «realizzazione» medioevale si sia completato nella «morte» storica di una civiltà e che la «realizzazione», in ipotesi e a seguire, consista in una Cristianità Nuova.

Quindi, credo di aver mostrato che «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» è un catechismo reso «affidabile» dalla concordanza strutturale con il Magistero tradizionale, al quale fa sostanzialmente eco, e che ciò sia provato non solo dall’uso di prospettive e di espressioni del Magistero del tempo precedente o dello stesso periodo in cui è vissuto l’Autore, ma pure, e soprattutto, dall’utilizzo di prospettive e di espressioni ampiamente consonanti, quando non coincidenti, con quelle del tempo seguente, posteriore alla pubblicazione dell’opera, cioè proprie del Magistero vivente. Ancora, e dal punto di vista congiunturale, «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» costituisce dunque un catechismo reso «attuale» da condizioni storiche caratterizzate se non dalla continuità almeno dalla prossimità con quelle in cui è nato. Quindi, se Credo non scaccia Credo , se — in analogia — Catechismo non scaccia Catechismo, penso abbia assolutamente senso trattare l’opera come «eco fedelissima» del Magistero, cioè eco straordinariamente e particolarmente fedele a esso e di esso.

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