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Saggi su Plinio Corrêa de Oliveira

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Idealismo

 

copertinaidealismo

 


Nell'auge della rivoluzione del maggio 1968, mani ignote appesero la bandiera nera del Vietcong dalla torre di Notre Dame, a Parigi. L'oltraggio era servito! Per tutta risposta, le autorità ecclesiastiche scelsero di temporeggiare...

 
All'epoca Plinio Corrêa de Oliveira commentò: "Ma dove sono i cattolici francesi per riparare questo oltraggio? Perché qualcuno non si arrampica a mani nude su quelle torri e sventola il Saint Denis (lo stendardo della Francia medievale, ndr)?"

 
La risposta era triste ma semplice: mentre la Rivoluzione si mostrava sempre più insolente, l'idealismo sembrava aver dissertato il campo cattolico...

 
«Idealismo»... Questo il titolo di un libro pubblicato di recente in Brasile contenente brani di Plinio Corrêa de Oliveira su questo tema. "In mezzo al grigiore e alla corruzione del mondo moderno — leggiamo nella Presentazione — sono sempre più numerose le anime che cominciano a sentire nostalgia dell'idealismo" (1).

 
Riproduciamo in merito un articolo di Massimo Introvigne pubblicato sul giornale online "La Bussola Quotidiana", dello scorso 19 marzo.

 
1. A cura di Leo Daniele, «O idealismo. Nobreza de alma que a todos convém», San Paolo, Edições Brasil de Amanhã, 2011.

 

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Plinio Corrêa de Oliveira e l'elogio dell'idealismo


di Massimo Introvigne




Sono sempre più numerosi i lettori italiani che conoscono e apprezzano il pensatore cattolico brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995), il maggiore esponente nel secolo XX della scuola detta contro-rivoluzionaria.


Il nome di questa scuola, che - certo accanto ad altre - ha esercitato un'importante influenza sulla visione della storia trasmessa dal Magistero sociale della Chiesa, si riferisce alle sue origini nella critica rigorosa della Rivoluzione francese. Ma questa critica non è una mera nostalgia del mondo che esisteva prima del 1789. Al contrario, la Rivoluzione francese è vista come esito di un processo di scristianizzazione - che questa scuola chiama Rivoluzione, con la R maiuscola -, il quale inizia almeno dal Rinascimento e dalla Riforma, quando si rompe l'equilibrio fra fede e ragione che la Cristianità aveva faticosamente costruito, prosegue con l'Illuminismo e dopo il 1789 conti continua con il socialismo e con le tante «rivoluzioni culturali» successive, fino al 1968 e ai giorni nostri.

 
La Rivoluzione, però, per essere combattuta non deve essere considerata solo nella sua dimensione storica e politica. Prima dei fatti vengono le idee, e dunque la battaglia è culturale e dottrinale prima di essere politica. E prima delle idee vengono le tendenze: quell'insieme di atteggiamenti, comportamenti, abitudini e vizi - alimentati anche dall'ambiente e dall'arte - che costituisce il terreno dove le idee lentamente fioriscono. Uno dei più importanti contributi di Corrêa de Oliveira riguarda appunto lo studio delle tendenze. La sua opera principale è «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione», la cui prima edizione è del 1959 e di cui nel 2009 Sugarco (Milano) ha pubblicato in italiano una «edizione del cinquantenario», curata da Giovanni Cantoni e arricchita tra l'altro da tutte le introduzioni, integrazioni e commenti successivi predisposti dall'autore.


Da questo ricco materiale emerge come il motore ultimo della Rivoluzione - cioè del processo di scristianizzazione - non è costituito dall'ideologia ma dai peccati che, fattisi abitudini e divenuti quindi vizi, generano le ideologie: l'orgoglio e la sensualità. Ma Corrêa de Oliveira, oltre alle opere pubblicate, ha lasciato una grande mole di articoli di giornali e riviste - talora oscuri e di difficile reperimento -, appunti inediti e testi di conferenze che sono stati trascritti o registrati dai suoi discepoli. Negli ultimi anni diversi di questi ultimi si sono cimentati nel difficile compito di raccogliere e trascrivere porzioni, diversamente ordinate, di questa ricca eredità inedita. Dal punto di vista strettamente filologico, l'operazione è delicata. Altra infatti è l'opera pubblicata, rivista dall'autore, altro è l'inedito, tanto più quando si tratta di trascrizione di una riunione o conversazione. Le due fonti non stanno sullo stesso piano ed è evidente che, quando si tratta di ricostruire il pensiero di Corrêa de Oliveira, i testi pubblicati durante la sua vita non possono che prevalere. 


Con queste cautele, l'opera di chi oggi trascrive e ordina parti poco conosciute del suo insegnamento scritto e orale rimane preziosa. È il caso dei lavori dell'Instituto Plinio Corrêa de Oliveira di San Paolo, in Brasile, e in particolare di Leo Daniele, che ci propone ora una raccolta intitolata «O Idealísmo, nobreza de alma que a todos convém» (Brasil de Amanhã, San Paolo 2010). Si tratta di brani che - a differenza di altri di Corrêa de Oliveira - solo occasionalmente ritornano sul suo grande affresco storico della Rivoluzione e della Contro-Rivoluzione, ma si situano invece appunto al livello delle tendenze, contrapponendo l'idealismo, frutto della vera nobiltà dell'anima, all'egoismo, frutto dell'orgoglio e della sensualità. Si può dire che l'egoismo è la radice della Rivoluzione e l'idealismo è il cuore della Contro-Rivoluzione. Naturalmente, l'idealismo di cui parla il pensatore brasiliano non ha nulla a che fare con l'omonima corrente filosofica.


L'idealismo di Corrêa de Oliveira è una disposizione dell'anima, che porta a compiere un'azione perché è conforme alla verità e alla giustizia, a prescindere dalle conseguenze. L'autore porta l'esempio di due ciechi veneziani, che ricordano con nostalgia lo splendore della città e sono raggiunti dalla notizia che un maremoto sta per distruggerla. Uno dei due afferma che la distruzione per lui è irrilevante, purché non lo colpisca direttamente: spariscano pure i palazzi e le chiese, lui comunque non può più vederli. Ma il secondo cieco lo rimprovera: "Amo Venezia - dice - non perché la posso vedere ma perché è quella che è. Lascia che pianga questa bellezza che il mondo sta per perdere". Il primo cieco è un egoista, il secondo è un idealista ed è quindi un uomo nobile, a prescindere dal suo casato.


Un esempio simile, ricorda Corrêa de Oliveira, è offerto da san Francesco di Sales (1567-1622) il quale narra di un cantante che deliziava il re con la sua musica. Diventa sordo e continua a farlo con lo stesso impegno, anche se ha perso il grande piacere di sentire la sua stessa voce. Questa seconda parabola offre al pensatore brasiliano l'occasione per profonde considerazioni sulla vita spirituale. Il cantante sordo vive quello che i direttori spirituali chiamano un periodo di aridità, in cui mancano le consolazioni sensibili che accompagnano la preghiera e la meditazione, e reagisce secondo i migliori consigli di quei direttori: persevera e non attenua il suo impegno, anche se non «sente» più nulla.


Non «da esegeta, ma da uomo di buon senso» Corrêa de Oliveira analizza così anche l'esempio più sublime di idealismo, il Signore Gesù, meditando in particolare sulle tre cadute nella Via Crucis verso il Golgota. A imitazione del modello, certo inimitabile, del Signore anche noi cadiamo spesso tre volte. La prima volta per rialzarci facciamo appello alle nostre forze consuete. La seconda a forze che vagamente sapevamo di avere. La terza a un'energia che pensavamo di non avere, ma che nella crisi suprema sorprendentemente ci si offre come disponibile.


Oggi, in un'epoca di crisi, «non basta l'idealismo dei tempi normali». Ci vuole qualcosa di più, l'idealismo straordinario che emerge dopo la terza caduta, quando rialzarsi sembra impossibile. Un atteggiamento che si contrappone al calcolo meschino di Sancho Pancha, che è un falso buon senso, ma non è neppure il romanticismo e l'inseguimento dei mulini a vento di Don Chisciotte, che è un falso idealismo.

 
Contrariamente a quanto molti pensano, l'idealismo non è il contrario del realismo, ma il suo corollario. Non disprezza il denaro e gli altri elementi materiali, ma se ne serve come semplici strumenti, senza idolatrarli. Non sogna un mondo utopistico senza disuguaglianze, ma - se combatte le disuguaglianze eccessive e ingiuste - apprezza quelle naturali, come costitutive della condizione umana e riflesso dell'infinita diversità che Dio ha posto nella creazione. E il curatore dell'opera ricorda come Giovanni Cantoni abbia chiamato Corrêa de Oliveira «il teologo delle disuguaglianze sociali». Il realismo dell'idealista, che gli dà in ogni età quella capacità di stupirsi di fronte alle meraviglie del creato che è tipica dell'innocenza dei bambini e fonda il senso della bellezza, lo porta a vedere la crisi dell'epoca moderna per quella che è.

 
Considerato spesso un pessimista, Corrêa de Oliveira si dichiara qui, non senza spirito, piuttosto un «pessimologo», uno studioso delle cose pessime che purtroppo ci circondano. A differenza del pessimista, il pensatore brasiliano confida nel Signore, che in ogni crisi concede le grazie necessarie per farvi fronte. Ma non è pessimista anche perché afferma di avere incontrato nella sua vita un numero sorprendentemente alto di idealisti, giovani e meno giovani, disposti a battersi per cause da cui non ricaveranno alcun tornaconto personale. Se è degno di rispetto, conclude, chi combatte per i propri diritti, suscita ammirazione chi si batte per i diritti degli altri, e chiama all'entusiasmo l'idealista che consacra la propria vita a difendere i diritti di Dio.

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