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Il socialismo autogestionario

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II. Dottrina e strategia nel progetto di socialismo per la Francia

 

1. "Libertà, uguaglianza, fraternità" nel "Progetto socialista"

È proprio di un motto l'essere sostanzioso e preciso.

Ciò non è applicabile alla trilogia “liberté, egalité, fraternité" della Rivoluzione Fran­cese. Tra le molteplici interpretazioni e modi d'applicazione cui ha dato occasione, alcuni hanno lasciato nella Storia delle marche d'empietà, pazzia e sangue che giammai potranno essere cancellate. (4)

 

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4. Nella Lettera Apostolica del 25 agosto 1910, dal titolo Notre Charge Apostolique, che condanna il movimento francese Le Sillon, di Marc Sangnier, San Pio X analizza la famosa trilogia nel modo seguente:

"Il Sillon è nobilmente premuroso della dignità umana. Però intende questa dignità alla maniera di certi filosofi di cui la Chiesa non si sente affatto orgogliosa. Il primo elemento di questa dignità è la libertà, intesa nel senso che, eccetto in fatto di religione, ogni uomo ha la propria autonomia. Da questo principio fondamentale trae le seguenti con­clusioni: oggi il popolo si trova sotto tutela di una autorità che è distinta da sé stesso; esso dovrebbe liberarsene: emancipazione politica. Esso dipende da datori di lavoro che lo tengono come strumento di lavoro, lo sfrut­tano, lo opprimono e degradano; esso dovrebbe scuotersi dal giogo: emancipazione economica. Ed infine, esso è spadroneggiato da una casta, chiamatala casta direttiva, acuti lo sviluppo intellettuale dà una indebita pre­ponderanza nella direzione degli affari; esso deve sfuggire al loro dominio: emancipazione intellettuale. Il livellarsi delle condizioni da questo triplo punto di vista instaurerà l'uguaglianza tra gli uomini e questa u­guaglianza è la vera giustizia umana. Una organizzazione politica e sociale fondata su questa duplice base, libertà ed uguaglianza (a cui si aggiungerà subito la fraternità) — questo è ciò che essi chiamano democrazia. ...

"Prima di tutto, in politica il Sillon non abolisce l'autorità; al contrario, esso la consi­dera necessaria; però esso desidera dividerla, o piuttosto moltiplicarla in modo tale che ogni cittadino diventerà una specie di re. ...

"Sempre conservando le proporzioni, sarà lo stesso nell'ordine economico. Asportata da una classe particolare, la maestria sarà moltiplicata cosi bene che ogni lavoratore diverrà una specie di padrone. ... 

"Veniamo ora all'elemento principale, l'elemento morale. ...  Strappato alle stret­toie degli interessi privati ed innalzato agli interessi della professione e, anche più alto, a quelli dell'intera nazione, anzi, perfino più in alto ancora, a quelli dell'umanità (in quanto l'orizzonte del Sillon non è delimitato dalle frontiere della nazione, ma esso si estende a tutti gli uomini, perfino ai limiti estremi del mondo), il cuore umano, ingrandito dall'a­more del benessere comune, abbraccerebbe tutti i colleghi della stessa professione, tutti i compatrioti, tutti gli uomini. Ecco la gran­dezza e la nobiltà umana, l'ideale realizzato dalla famosa trilogia, libertà, uguaglianza, fraternità. …

"Questa, in breve, è la teoria — noi potremmo dire il sogno — del Sillon" (Acta Apostolicae Sedis, Typis Poliglottis Vaticanis, Roma, 1910, Vol. II, pp. 613-615).

Dunque, San Pio X segue le orme dei suoi predecessori, i quali, a partire da Pio VI, avevano condannato gli errori suggeriti dal motto della Rivoluzione Francese.

Nella sua Lettera-Decreto del 10 marzo 1791 rivolta al Cardinale de la Rochefoucauld ed all'Arcivescovo di Aix-en-Provence sui principi della Costituzione Civile del Clero, Pio VI dichiara:

"Essa [l'Assemblea Nazionale Francese] ha stabilito, come diritto dell'uomo nella società, questa libertà assoluta che non gli assicura solo il diritto di non venire distur­bato nella propria opinione religiosa, ma anche il diritto di pensare, parlare, scrivere e perfino pubblicare qualsiasi cosa gli possa colpire la fantasia in fatto di Religione. Ed è proclamato che queste mostruosità derivano ed emanano dalla uguaglianza degli uomini tra di loro e dalla libertà della natura. Ma cosa si potrebbe pensare di più pazzesco che di stabilire tale uguaglianza e libertà fra tutti, trascurando così la ragione con la quale la natura ha particolarmente dotato la razza umana e che la distingue dagli altri animali? Per caso quando Iddio creò l'uomo e lo collocò nel Paradiso delle delizie, non lo minacciò allo stesso tempo con la pena di morte se egli avesse mangiato dall'albero del sapere del bene e del male? Forse Iddio non gli limitò la libertà proprio dal principio, mediante il suo primo precetto? E quando egli divenne colpevole a causa della propria disub­bidienza, non gli impose Dio degli ulteriori precetti per mezzo di Mosè? E sebbene Iddio 'facesse dipendere tutto dal suo libero arbi­trio' in modo che potesse meritare il bene o il male, ciononostante Egli gli dette comanda­menti e precetti in modo che, se li volesse obbedire, questi lo salvassero' (Eccli. XV, 15-16).

"Dov'è allora questa libertà di pensiero e di azione che l'Assemblea Nazionale attribuisce all'uomo nella società come un immutabile diritto di natura? ... Posto che l'uomo, a partire dalla propria infanzia, è obbligato ad essere soggetto a persone più anziane per essere guidato e illuminato da esse, e per poter ordinare la propria vita secondo le norme della ragione, dell'umanità e della Religione, allora è certo che questa uguaglianza e questa libertà tanto strombettate tra gli uomini sono nulle e inesistenti dal momento della nascita. 'È necessario che siate soggetti' (Rom. XIII, 5). Di conseguenza, per poter permettere agli uomini di progredire nella società civile, fu necessario instaurare una forma di governo in cui i diritti della libertà fossero circoscritti dalle leggi e dal potere supremo di coloro che governano. Da cui segue ciò che Sant'Agostino insegna con le seguenti parole: 'La società umana è quindi un accordo generale di obbedire ai suoi Re' (Confessioni, libro III, cap. VIII, op. ed. Maurin, p. 84). Ecco il motivo per cui l'origine di questo potere deve essere cercato meno in un contratto sociale che in Dio stesso, autore di ciò che è retto e giusto" (Pii VI Pont. Max. Acta, Typis S. Congreg. de Propa­ganda Fide, Roma, 1871, Vol. I, pp. 70-71).

Pio VI ha ripetutamente condannato il falso concetto della libertà e dell'uguaglianza. Nel Concistoro Segreto del 17 giugno 1793, confermando le parole dell'Enciclica Inscruta­bile Divinae Sapientiae, del 25 dicembre 1775, egli dichiarò:

"E questi filosofi sciagurati aspirano anche a questo: che gli uomini sciolgano tutti quei legami dai quali sono uniti fra di loro e ai loro superiori, e sono vincolati al loro dovere; essi vanno gridando e imprecando, fino alla nausea che l'uomo nasce libero, e non è soggetto a nessuno; e che quindi la società è una folla di uomini inetti, che stupidamente si pro­sternano dinanzi ai sacerdoti dai quali sono ingannati e dinanzi ai re, dai quali sono oppressi, tanto è vero che l'accordo fra i sacerdoti e i monarchi non è altro che una gigantesca cospirazione a danno della libera natura dell'uomo". E Pio VI continua: "Questi protettori vanagloriosi dell'umanità hanno allacciato questa falsa e mendace parola Libertà con un'altra parola ugualmente fal­lace, Uguaglianza. Cioè a dire, come se non ci fosse tra gli uomini riuniti in società civile, a causa del fatto che essi sono soggetti a vari stati di mente e che si muovono in modi diversi e incerti, ciascuno secondo l'impulso del proprio desiderio, qualcuno che potrebbe prevalere sia con l'autorità che con la forza come pure obbligare e governare ed altresì chiamare al dovere coloro la cui condotta è disordinata, in modo che la società stessa non cada sotto l'impeto precipitoso e contraddicente di innu­merevoli passioni, nell'anarchia e così si sciolga completamente. E come l'armonia, composta della consonanza di molti suoni e che, se non costituita di un consono concento di accordi e di voci, si scioglie in rumori disor­dinati e completamente dissonanti" (Pii VI Pont. Max. Acta, Typis S. Congreg. de Propa­ganda Fide, Roma, 1871, Vol. II, 26-27).

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Una delle interpretazioni più radicali della trilogia può essere enunciata come segue: la giustizia ordina che ci sia assoluta uguaglianza fra gli uomini. La sola uguaglianza, soppri­mendo ogni autorità, realizza completamente la libertà e la fraternità. La libertà solo può avere un limite: l'indispensabile per impedire agli uomini dotati di formare, a beneficio proprio, una qualsiasi superiorità di comando, prestigio o beni. La vera fraternità decorre dalle relazioni fra uomini del tutto liberi ed uguali.

Dal 1789 al 1794 i successivi capi rivolu­zionari, ispirandosi alle interpretazioni della famosa trilogia, si avvicinarono sempre più a questa enunciazione radicale. Durante la sua agonia, la Rivoluzione Francese, così ostenta­tamente moderata ai suoi inizi, ebbe degli spasmi di significato chiaramente comunista. Come ripetendo al rallentatore questo pro­cesso rivoluzionario, il mondo democratico ha portato — o sta finendo di portare — alle sue ultime conseguenze il livellamento politico delle classi, pur continuando a preservare nella sua cultura e nel suo regime socio­economico degli aspetti gerarchici.

Si possono discutere i fatti, i luoghi e le date che, nel diciannovesimo secolo, hanno con­trassegnato l'inizio dei movimenti principali a favore del livellamento culturale e socio­economico. Ma è certo che già a metà secolo questi movimenti si erano estesi a molti paesi, e si erano fermamente impiantati in parecchi di questi. Questi movimenti arrivarono al punto di ispirare la Rivoluzione del 1848 e la Comune di Parigi del 1871 in Francia. Inoltre, nel nostro secolo questi furono chiaramente presenti fra le cause profonde della Rivoluzione Russa del 1917, e della propagazione conseguente del regime comunista nei paesi dietro alla cortina di ferro ed a quella di bambù, come pure in altri paesi. (5) Senza parlare di tutte le rivoluzioni ed agitazioni comuniste che hanno scosso varie parti del mondo, come l'esplosione della Sorbona nel maggio 1968.

 

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5. Oltre alle cortine di ferro e di bambù, il comunismo si è radicato anche in: Corea del Nord (1945), Vietnam del Nord (1945), Guinea (1958), Cuba (1959), Yemen Meridionale (1967), Congo (1968), Guiana (1968); Etiopia (1974), Guinea-Bissau (1974), Benin (1974), Cambogia (1975), Vietnam del Sud (1975), Le Isole del Capo Verde (1975), San Tome e le Isole dei Principi (1975), Mozambico (1975), Laos (1975), Angola (1975), Granata (1979) e Nicaragua (1979).

Il governo di sinistra che è al potere in Afganistan dal 1978 ha permesso alle truppe russe di invadere la loro nazione l'anno seguente. Nonostante ciò i guerriglieri anti­comunisti controllano la maggior parte della nazione.

Occorre anche fare attenzione ai governi marxisti più o meno dissimulati che sono vigenti in varie parti del mondo.

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Il Projet Socialiste pour la France de années 80 (Progetto Socialista per la Francia degli anni 80) — basato sul quale il PS ha concorso alle ultime elezioni (cfr. nota 1) — si inserisce esplicitamente e perfino con fierezza in questo movimento generale. (6) Leggendolo si può verificare chiaramente che il suo obiettivo finale è l'uguaglianza completa, dalla quale si suppone che nascano la libertà e la Fraternità complete. (7) Secondo questo progetto, la princi­pale ragione d'essere del potere è di impedire che la libertà produca disuguaglianze. (8) Anche se qualifica di utopia la totale soppressione dell'autorità, dice implicitamente che quest'u­topia non è un vuoto oltre al quale si precipita nel caos dell'anarchismo. Anzi, è un orizzonte che si deve cercare sempre, valendosi di ogni mezzo per arrivare il più vicino (o il meno lontano) possibile all'irrealizzabile, cioè, alla soppressione di questo male necessario ma tanto spiacevole: l'autorità. (9)

 

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6. "Si sono verificati momenti privile­giati nella nostra storia che rimangono incisi nella memoria collettiva: [le rivoluzioni del] 1789, 1848, la Comune di Parigi, e più recente­mente il Fronte Popolare, la Liberazione e il maggio del 1968" (Progetto, p. 157).

"Esso [il Partito Socialista] ha raccolto una buona parte dell'energia e delle aspirazioni positive dall'esplosione del maggio 1968" (Pro­getto, p. 23).

"Questa diffusa estrema sinistra (che apparve agli occhi dell'opinione pubblica par­ticolarmente dopo il maggio 1968) ha il merito di presentare alcuni quesiti imbarazzanti a tutto il mondo, il che è utile" ("Documentation Socialiste", N. 5, senza data, p. 36).

"Così una nuova sensibilità proprio nel seno della Sinistra fu rilevata nella 'Rivolu­zione Culturale' che insorse in California durante gli anni 60, la cui versione francese è una certa ideologia sorta nel maggio 1968: l'avvento di una 'critica di Sinistra del Progresso' "(Progetto, pp. 30-31).

 

7. "... 'l'uguaglianza stessa, una delle più importanti esigenze del movimento dei lavoratori" (Progetto, p. 127).

"L'idea dell'uguaglianza continua ad essere un'idea nuova e potente" (Progetto, pp. 113-114).

"Non è solo l'ispirazione del socialismo francese, ma anche quella di Marx, che invoca la presa del potere da parte dei produttori immediati e la cancellazione della distinzione tra il lavoro di coloro che dirigono e coloro che eseguono, tra il lavoro manuale e quello intellettuale… e [che], dopo la Comune di Parigi, invoca il deperimento dello Stato" (Quinze Thèses, p. 6).

"La rimessa in discussione del sistema di scale diverse di pagamento deve essere logicamente accompagnata da una rivalutazione del lavoro manuale e da uno sviluppo del sistema di avvicendamento del lavoro" (Quinze thèses, p. 10).

"I teorici socialisti hanno mostrato il modo in cui le disuguaglianze che le classi dirigenti presentano come naturali, potrebbero essere superate progressivamente" (Quinze thèses, p. 10).

"L'attuale divisione del lavoro si troverà progressivamente messa in discussione insieme a tutto ciò che essa implica dal punto di vista dello sfruttamento e dell'alienazione... I valori gerarchici instaurati dalla società capitalista riguardano tutti i settori della vita sociale; come pure le relazioni tra gli uomini e le donne, giovani e adulti, coloro che insegnano e coloro che apprendono, i lavoratori e coloro che vivono di sussidio pubblico, ecc." (Quinze thèses, p. 10).

"I pregiudizi verranno eliminati: facciamo in modo che le barriere e le gerarchie tra le attività fisiche, ludiche, e sportive ... e le altre attività cosiddette intellettuali — siano abolite" (Progetto, p. 302).

 

8. "A prima vista le società dell'Est possono rivendicare delle caratteristiche che le apparentano al 'profilo socialista tradi­zionale'...

— l'appropriazione legale dei mezzi essen­ziali di produzione da parte della collettività;

— economia pianificata;

"Però, in senso contrario, quante carat­teristiche rendono chiaro che le società orien­tali non hanno niente in comune con il socialismo.

"Queste società continuano ad essere inegualitarie ... La divisione sociale del lavoro ha assunto firme che non sono sostan­zialmente diverse da quelle che esistono nelle nazioni capitaliste. …

"Nel nome del proletariato, i governanti esercitano la dittatura ... sul proletariato… Si è verificato che non solo lo Stato non è deperito, ma è diventato una macchina straordinariamente efficiente di controllo sociale e di  polizia. …

“Questo è il motivo per cui, anche se i valori affermati da queste società sono quelli del socialismo (e ciò, tra parentesi, è importante), noi non possiamo considerare le società orien­tali come 'socialiste'.

"L'esistenza di classi sociali differenti e il mantenimento di un apparato statale coer­citivo ... sono insiti proprio nelle relazioni della produzione" (Progetto, pp. 67-69, 71).

 

9. "Alcuni potrebbero dirmi: voi parlate di autogestione però mancate di definire chiaramente come essa possa funzionare; voi la evocate come una meta astratta, un cam­mino chimerico verso un paradiso terrestre vago. Ciò è vero. Però esiste un motivo per questo. Noi non desideriamo erigere una nuova utopia tanto perfetta sulla carta quanto impossibile da realizzare. L'autogestione è un opera permanente e mai ultimata. ... Nell’affermare ciò noi rimaniamo fedeli allo spirito del marxismo: Marx non ha mai dato ad intendere che la fine del capitalismo por­terebbe ipso facto all'instaurazione di un regime eternamente perfetto" (PIERRE MAUROY, Héritiers de l'Avenir, Stock, Parigi, 1977, pp. 278-279).

"La crisi dell'autorità è una delle più importanti dimensioni della crisi del capita­lismo avanzato. Il maggio 1968 in Francia è stato la più brillante rivelazione di questo: il maestro, il datore di lavoro, il padre, la madre, il capo, il più grande come il più piccolo, sia che esso abbia o voglia acquistare uno stato storico, ecco i nemici d'ora in poi. Ogni potere è risentito sempre più come manipolazione. ... Chiunque abbia la mi­nima autorità è per lo stesso motivo con­testato, se non già discreditato. Agli occhi del Partito Socialista l'esistenza di questa crisi è un fatto positivo ... sempre che essa percorra tutto il cammino fino al compimento finale: l'avvento di una nuova democrazia" (Progetto, pp. 123-124).

"Una cosa è certa: noi non indietreg­geremo, le forme tradizionali di autorità non saranno ripristinate. E ciò, particolar­mente nella famiglia: la rivoluzione anticon­cezionale, per esempio, ha creato condizioni per un nuovo equilibrio della coppia" (Pro­getto, p. 125).

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2. Il PS, il centro e la destra

In questa prospettiva globale è la chiave con cui si può capire tutto il Progetto. (10)

 

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10. "Il Progetto socialista è un progetto globale e radicale per la riorganizzazione società, anche se essa deve essere graduale" (Progetto, p. 121).

"Qualsiasi campo si consideri, l'applica­zione dell'autogestione non ha significato se non entro una prospettiva globale" (Progetto, p. 234).

"Il Progetto socialista è fondamentalmente un progetto culturale. Due postulati debbono essere presi in considerazione … : a) la cultura è globale: essa ... è relativa a tutti i settori dell'attività umana" (Progetto, p. 280).

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Il Progetto accetta, e si assume intera­mente, l'eredità politica radicalmente egualitaria accumulata in Francia a partire dal 1789. Considera come utili le varie leggi che finora sono state usate per ridurre le inegua­glianze socio-economiche. Inoltre vuole met­tere la Francia d'oggi su una rotta decisiva verso l'applicazione più radicale della discussa trilogia. (11)

 

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11. "Dichiariamo immediatamente che consideriamo come nostro, secondo il diritto dell'eredità, il retaggio della democrazia politica inaugurato dal borghese in toga all'e­poca del Re Luigi XVI" (Progetto, p. 15).

"La prospettiva autogestionaria dà signifi­cato alte lotte degli operai per controllare il proprio lavoro ... : a volte lotte confuse, che si sono moltiplicate dopo il maggio 1968, ma che echeggiano una lunga tradizione, un requisito morale e materiale che fu una volta realizzato nella Comune. Finalmente, su di essa sorge la tradizione particolarmente francese dell'accumulata responsabilità dei cittadini, una responsabilità di cui furono portatori i rivolu­zionari del 1789-1793 e del 1848. Il progetto autogestionario, come è concepito dal PS, è inseparabile dallo sviluppo completo delle libertà individuali e collettive" ("Documenta­tion Socialiste", supplemento al n. 2, p. 43).

"Attraverso tutte le proprie azioni la Fran­cia si riallaccerà ad una storia che in gran parte spiega il suo uditorio mondiale. ... L'influenza della Francia non può essere scissa dalla sua cultura e dal suo passato. All'estero, la Francia è prima di tutto quella della rivoluzione del 1789, quella dell'audacia. ...  Noi vogliamo che la nostra nazione, riprendendo la sua tradizione, porti in alto e lontano i valori dei diritti dell'uomo, della fratellanza. ..." (Déclaration de politi­que generale, "Journal Officiel", 9/7/81, p. 55).

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La frontiera fra il PS da un lato, ed il centro e la destra dall'altro, sta nel fatto che questi ultimi due — almeno nella maggioranza — accettano la trilogia ma non le danno l'in­terpretazione radicale che il PS le attribuisce. Cosicché, invece di esprimere il desiderio di raggiungere la meta egualitaria ultima, questi dicono o ci lasciano capire che desiderano fermarsi ad una  distanza indefinita da quella. (12)

 

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12. I nostri riferimenti generali alla destra non comprendono la destra francese tradizionalista, che va molto oltre nel respingere la trilogia.

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3. Il PS ed il comunismo — la strategia della gradualità

Vi è una frontiera definita fra il PS ed il comunismo quanto alla strategia verso la meta ultima di uguaglianza totale? Si: a) il PS teme che un adempimento immediato dell'ugua­glianza totale risvegli delle reazioni tanto grandi che conviene di più evitarle; b) per questa ragione, che è puramente di circo­stanze, opportunità e strategia, il PS ritiene che l'applicazione dei principi comunisti debba essere graduale e che le tappe di questa gradualità debbano essere misurate in modo tale da evitare delle scosse eccessive. (13)

 

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13. "I socialisti non ritengono né le soluzioni volontaristiche dell'estrema sinistra né la politica dei piccoli passi dei riformisti, né il mito dell'unione del populismo. ...  Il sinistrismo radicale è quella particolare forma di volontarismo chiamata massima­lismo che consiste nel desiderare di saltare gli stadi intermedi per raggiungere il massimo d'un sol colpo. Il massimalismo disdegna e respinge le misure transitorie e salta a piè pari nel socialismo completo. Esso confonde l'obiettivo finale con le 'riforme intermedie" ("Documentation Socialiste", n. 5, senza data, pp. 32-33).

"Io rifiuto di entrare nel dibattito riforma o rivoluzione. Questa è una discussione puramente formale. Poiché si è riforma­tori dal momento in cui si accettano miglioramenti temporanei nella condizione dei lavoratori, e si è rivoluzionari dal momento in cui si ritiene necessario un mutamento fondamentale della società. I sindacati francesi ed i grandi partiti dei lavoratori francesi hanno sempre ammesso questo [principio]; ne fanno la base della loro politica quotidiana. Essi non fanno il gioco irresponsabile del 'tutto o niente' (PIERRE MAUROY, Héritiers de l'Avenir, Stock, Parigi, 1977, p. 274).

"Il vero significato del maggio 1968 ... è che la trasformazione della società richiede un programma che mira a ciò che è effettivamente realizzabile. Cambiare la società ... vuol dire respingere l'illusione di una rivolu­zione che sarebbe uno sconvolgimento istan­taneo. Non esiste nessuno sconvolgimento istantaneo, non vi è una soluzione rapida e definitiva. E’ necessario operare su una base a lunga scadenza, seguendo una direttiva che io chiamerei di 'riformismo duro'.

"Per noi, la rivoluzione è il graduale cambiamento delle strutture del sistema esistente" (idem, ibid, pp. 295-296).

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Una certa moderazione iniziale dei socialisti francesi durante la transizione verso l'u­guaglianza totale non si deve a simpatia, compassione od indulgenza per un avversario che è stato sconfitto. È la trasposizione all'azione di un calcolo strettamente utilitario, e fatto molto prima della loro vittoria.

Conviene comunque mettere in rilievo che, nel suo egualitarismo radicale, il PS francese cerca di trarre beneficio dall'esperienza socio­economica — che sappiamo essere dura e deludente — di tutti i paesi in cui il comunismo è od è stato messo in pratica. Per questo il PS evita in gran misura le statalizzazioni tanto caratteristiche del comunismo di foggia antica, e cerca di inculcare, in tutte o quasi tutte le imprese finora private, un'altra forma di egualitarismo democratico e radicale, quello, cioè, dell'autogestione. (14)

 

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14. "Il concetto dell'autogestione è il punto di convergenza tra il socialismo scienti­fico ed il socialismo utopico (per cui Marx e Engels avevano più che rispetto, nonostante il fatto che essi lo criticarono)" ("Documentation Socialiste", supplemento al n. 2, p. 42).

"Oggi ... è sempre più difficile edificare il socialismo su un modello centralizzato. Esso deve prefiggersi altri obiettivi. A partire dalla proprietà collettiva dei mezzi principali della produzione e dalla pianificazione, il progetto autogestionario è l'inversione della logica che ha caratterizzato fino ad oggi l'evoluzione delle società industriali" (Quinze thèses, p. 6).

"Questo progetto autogestionario conferisce un nuovo contenuto al concetto dell'uti­lità sociale. Slegandosi da una considerazione eccessivamente `economica' del socialismo, esso non è limitato al campo della produzione. Esso si accinge a trattare gli immensi pro­blemi socio-culturali. ... Il progetto auto­gestionario collega il proprio obiettivo ugualitario … all'intervento di mec­canismi democratici che permetteranno ancora una volta di chiamare in questione la divisione sociale del lavoro" (Quinze thèses, p. 11).

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4. Autogestione nell'impresa: una minirivoluzione socio-economica

L'autogestione è l'impianto, in miniatura, dei principi e della forma di governo della Rivoluzione del 1789 nell'impresa. (15)

 

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15. "La [attuale] democrazia francese è in gran parte manipolata. E’ anche attenta­mente limitata. Essa si arresta sulla soglia dell'impresa" (Progetto, p. 231).

"Noi siamo determinati a promuovere un progresso decisivo della democrazia economica e sociale. I francesi, cittadini nelle proprie comunità, debbono esserlo anche nei propri posti di lavoro. I datori di lavoro non debbono temere od opporsi a questa evoluzione desiderabile e necessaria" (Déclaration de politique generale, "Journal Officiel", 9/7/81, p. 49).

"Nelle nostre società occidentali, la democrazia è più o meno tollerata dapper­tutto, eccetto nel mondo dell'impresa. Nel caso che il datore di lavoro sia un industriale indipendente oppure un funzionario go­vernativo di alto rango, egli possiede i poteri essenziali, a detrimento di tutti. ...  L'im­presa è una monarchia a struttura pirami­dale. Ad ogni livello il rappresentante della gerarchia ha poteri supremi: le sue decisioni non hanno appello. Il semplice lavoratore diventa un uomo impotente che non ha diritto alla parola né all'iniziativa" (PIERRE MAUROY, Héritiers de l'Avenir, Stock, Parigi, 1977, p. 276).

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Tutto il Progetto sembra vedere, nelle rela­zioni fra datore di lavoro ed impiegato, un'im­magine residua delle relazioni fra re e popolo. Vuole "detronizzare" il "re", eliminare la sua "sovranità" nell'impresa, e trasferire tutto il potere al livello della "plebe" dell'impresa, cioè, degli impiegati, e in modo speciale ai lavoratori manuali. La Rivoluzione ha usato diverse misure per evitare che vari tipi di aristocrazia si rialzassero nella sfera politica. Analogamente il Progetto si impegna ad osta­colare ai dirigenti ed ai tecnici corporativi di sopravvivere come aristocrazia nelle impre­se "repubblicanizzate". Nelle imprese "grandi" il proprietario individuale sparisce subito. Il proprio concetto tradizionale di impresa viene allargato. Partecipano di un diritto reale su di essa e su ciò che vi viene prodotto, non solo coloro che vi lavorano, ma pure delegati di organizzazioni che rappresentano utenti, approvvigionatori, e così via. Ossia tutta la società, rappresentata da dele­gati di organizzazioni o da gruppi connessi più da vicino con l'impresa (vedi Quadro IV — L'impresa autogestionaria ideale proposta dai socialisti).

 

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Quadro IV

 

LA IMPRESA AUTOGESTIONARIA IDEALE PROPOSTA DAI SOCIALISTI

 

I. Lineamenti del progetto autogestionario

• Il progetto autogestionario mira a che:

a. « i lavoratori organizzino essi stessi il controllo della pro­duzione e la ripartizione dei frutti del loro lavoro »;

b. « e, più in generale, a che i cittadini decidano in tutti i campi tutto quanto riguarda la loro vita » (Documentation Socialiste, n. 5, p. 57).

• Il progetto autogestionario si basa su questi tre punti:

a. « socializzazione dei principali mezzi di produzione »;

b. « la pianificazione democratica »;

c. « la trasformazione dello Stato » (Quinze thèses, p. 11).

 

II. Socializzazione dei mezzi di produzione

• Il Projet socialiste prevede la « nazionalizzazione » di de­terminate categorie di imprese, che saranno allora poste pro­gressivamente in regime autogestionario.

• A questo scopo, « sono concepibili molte opzioni »:

a. gestione tripartita: « rappresentanti eletti dai lavoratori, rappresentanti dello Stato (o delle regioni), rappresentanti di certe categorie di utenti »;

b. « un consiglio di gestione eletto completamente dai la­voratori della impresa »;

c. « la coesistenza di un consiglio di gestione eletto dai la­voratori e di un consiglio di sorveglianza nel quale siederebbe­ro i rappresentanti dello Stato [...] e di determinate catego­rie di utenti » (Quinze thèses, p. 12).

• Il Partito Socialista pretende che la « nazionalizzazione » così concepita non è sinonimo di « statalizzazione » (cfr. Quinze thèse, p. 12), né si risolve in « collettivismo » che schiacci la libertà umana, perché « lavoratori e utenti sono [...] chiamati a sedere nel consiglio delle imprese nazionalizzate », di modo che « le società nazionali [...] disporranno di tutta l'autono­mia di gestione di cui avranno bisogno » (PIERRE MAUROY, Di­battiti sulla Déclaration de politique générale, in Journal Officiel, 10-7-1981, p. 81).

 

III. Pianificazione democratica

• Secondo la concezione del Partito Socialista, la società autogestionaria non comporta la coazione della libertà — piuttosto il contrario —, perché postula la partecipazione di tutti alla elaborazione della pianificazione, in tutte le sfere della vita sociale:

— « Ciò che rende compatibile la pianificazione con l'au­togestione è un procedimento di elaborazione democratica e decentralizzata, che suppone una vasta partecipazione popola­re prima della scelta definitiva delle istanze politiche elette a suffragio universale » (Quinze thèses, p. 16).

— « La nuova società avrà valore solamente per il rigore del suo principio: tendiamo a realizzare la unanimità: non pretendiamo di partire da essa... » (Projet, p. 139).

• La finalità della impresa non sarà più il profitto, né i « riflessi egoisti » dei lavoratori, ma gli « obiettivi sociali » fissati dalla « pianificazione democratica »:

— « La ricerca del profitto non deve più decidere sovrana­mente circa l'investimento né dei beni. Deve cedere il passo alla razionalità dei cittadini che affermano democraticamente i loro bisogni, attraverso la pianificazione e il mercato » (Projet, p. 172).

— « L'autogestione non è [...] un semplice metodo di ge­stione destinato a sostituire il lavoro al capitale come agente di direzione delle imprese e a utilizzare i riflessi egoisti delle unità di base e dei loro lavoratori, perpetuando i meccanismi e i moventi economici del capitalismo. Le unità di produzio­ne devono tenere conto degli obiettivi sociali fissati dai piani nazionali, regionali e locali» (Quinze thèses, p. 15).

• Attraverso la « pianificazione democratica » i lavoratori determineranno il modello di sviluppo: come, perché e per chi produrre:

— « Produrre, lavorare, sì! ma per chi? perché e come? Dal tipo di risposta che i lavoratori riceveranno a queste domande, o piuttosto che daranno a esse, dipende il successo della impresa. Prima di ogni altra cosa, il modello di sviluppo deve divenire il problema degli stessi lavoratori » (Projet, p. 176).

• Anche i consumatori diranno la loro e manifesteranno le loro esigenze:

— « L'adattamento della produzione ai desideri dei con­sumatori [...] si farà [...] a partire da un dialogo organizzato e costante tra i produttori, che indicano le loro limitazioni tecniche e finanziarie, e i consumatori, che manifestano le loro esigenze di qualità e di prezzo » (Projet, p. 177).

• Il Piano che risulta da questo ampio dialogo democratico è così il grande regolatore della economia:

— « I socialisti [...] sottolineano che investimenti che sono regolati sui prezzi e sui profitti a un determinato momento amplificano le ripercussioni congiunturali e sono inopportune per la preparazione dell'avvenire. Deve dunque decidere il piano, in funzione dell'interesse generale e delle previsioni a termine, l'orientamento dei grandi investimenti. [...] Lasciando al mercato l'aggiustamento puntuale tra l'offerta e la do­manda, il piano è agli occhi dei socialisti il regolatore globale dell'economia » (Projet, pp. 185-186).

• Cosa resta, dunque, di libertà alla impresa? Il Projet risponde:

— « In breve, si pianificano gli orientamenti, ma non il dettaglio della esecuzione. Dove si arresta l'intervento del piano, la iniziativa degli operatori economici industriali, lo spi­rito imprenditoriale riprendono i loro diritti, il ruolo del mer­cato la sua utilità» (Projet, p. 188).

 

IV. La trasformazione dello Stato

• Il mito marxista della scomparsa dello Stato ritorna nel progetto autogestionario e si manifesta nella speranza che « compaiano nuove forme di potere », e che così « siano trasformate la funzione e la natura di questo Stato » (Quinze thèses, p. 19).

• A questo scopo si prevede « la riduzione delle competenze del potere centrale »:

— « Certi settori che oggi dipendono direttamente dal governo [...] dovranno essere trasferiti a servizi o a uffici na­zionali autonomi. Ma il massimo di responsabilità dovrà ri­tornare alte collettività locali, dipartimentali e regionali » (Quinze thèses, p. 22).

• Persino gli « organismi di quartiere » riceveranno parti del potere dello Stato, che così si sbriciola (cfr. Quinze thè­ses, p. 22).

 

V. Funzionamento anarchico

• Nella impresa autogestionaria non vi saranno gerarchia né vera autorità:

— « Deve essere ben chiaro che la nuova legittimità è fon­data su un potere delegato e responsabile dei suoi atti davanti ai lavoratori »;

— « Il rapporto mandanti-mandatari può ricreare, almeno parzialmente, il rapporto dirigenti-diretti. Gli jugoslavi lo hanno apertamente constatato dopo più di 20 anni di esperienza. [...] Perciò il controllo deve esercitarsi in un modo autonomo attraverso i comitati di impresa » (Quinze thèses, p. 13).

• Per evitare il ristabilimento di gerarchie sono proposte alcune misure pratiche:

— « rotazione delle funzioni »;

— « revocabilità dei responsabili eletti in carica» (Quinze thèses, p. 10).

• Nella impresa autogestionaria tutto è deciso da tutti e portato a conoscenza di tutti:

« Per la prima volta un dibattito sulla politica generale della impresa, i suoi investimenti, la sua organizzazione, la sua condotta sociale, dibattito sanzionato dalla designazione di rappresentanti che hanno il potere di decisione, si svolgerà davanti a tutti i salariati» (Projet, p. 239).

— « Si deve porre il principio del libero accesso di rappre­sentanti dei lavoratori e degli esperti da cui potrebbero farsi assistere, a tutte le fonti di informazione esistenti nella impre­sa. [...] Il muro del segreto in verità non è altro che il ba­stione del potere. Deve essere abbattuto » (Projet, pp. 241-242).

• Come si può constatare, queste proposte stabiliscono una completa subordinazione degli specialisti e dei tecnici ad as­semblee e a organismi nei quali le maggioranze che decidono sono moralmente costituite da membri del corpo sociale di minore sviluppo intellettuale.

 

VI. Gradualismo strategico

• Tuttavia la instaurazione della società autogestionaria non si farà da un momento all'altro. Il Partito Socialista adotterà una strategia gradualistica:

— « Per condurre a buon fine questo compito tremendo e grandioso [di trasformare la società], esso [il Partito Sociali­sta] non dovrà prestare ascolto a quanti [...] preconizzano la liberazione selvaggia di tutti i desideri: "tutto, subito, sem­pre e ovunque: la esaltazione permanente e generalizzata" e ancora meno, bene inteso, a quanti blandiscono questi im­pulsi solamente per distogliere meglio le energie e le volontà dagli obiettivi della trasformazione sociale » (Pro jet, p. 33).

— « Spetta a noi andare verso l'ideale e capire il reale » (Déclaration de politique générale, in Journal Officiel, 9-7-1981, p. 46).

— « Il rigore richiede certamente la prudenza. Queste ri­forme saranno lente, ma la nostra determinazione è grande » (ibid., p. 48).

 

VII. Periodo di transizione al socialismo

• La strategia gradualistica presuppone un « periodo ini­ziale di transizione al socialismo » (Quinze thèses, p. 14), du­rante il quale i lavoratori verranno a poco a poco impadro­nendosi delle imprese, che restano ancora nella sfera privata.

• Questo accadrà attraverso un aumento graduale del po­tere e della importanza dei « comitati di impresa ».

— « I comitati [...] saranno obbligatoriamente consultati prima di ogni misura relativa alla assunzione, al licenziamen­to, alla destinazione ai posti di lavoro, agli spostamenti, alla classificazione dei lavoratori, alla determinazione dei ritmi di lavoro, e, più in generale, all'insieme delle condizioni di la­voro » (Programme commun. Propositions pour l'actualisa­tion, p. 53).

— « I comitati di impresa [...] riceveranno una informazio­ne completa sui principali aspetti e sui risultati della gestione delle imprese » (ibid., p. 53).

— « I comitati di impresa saranno informati preventiva­mente e consultati su tutti i progetti economici e finanziari, sui programmi di investimento e di finanziamento, sui piani della impresa, sulla politica di remunerazione, di formazione e di promozione del personale » (ibid., p. 53).

— « Per sottoporre le informazioni alla discussione di tutti i lavoratori, i comitati di impresa [...] in particolare potranno riunire il personale sul luogo di lavoro [...] un'ora al mese, ricavata dal tempo di lavoro» (ibid., p. 53).

• In questo « periodo di transizione al socialismo », l'inter­vento dello Stato consisterà specialmente nell'assicurare la continuità del processo per mezzo di leggi:

— « Per i socialisti questa è una responsabilità essenziale dello Stato: intervenire attraverso la legge per combattere tutto ciò che, nei rapporti giuridici di lavoro, indebolisce la sicurezza del posto di lavoro individuale così come la orga­nizzazione collettiva dei lavoratori nella impresa » (Projet, p. 227).

• L'intervento dello Stato, già in questa fase del processo, imporrà una serie di misure presuntivamente a favore dei la­voratori, come per esempio:

— « Contratto a durata indeterminata come base di rap­porti normali di lavoro » (Projet, p. 227).

— Proibizione « delle imprese di lavoro a tempo » (Projet, p. 227).

— « Unità della collettività di lavoro [...] di fronte ai de­tentori del capitale» (Projet, p. 227).

— Proibizione di « ogni chiusura parziale o totale di una impresa da parte dell'imprenditore come mezzo di pressione o di sanzione » (Programme commun. Propositions pour l'actualisation, pp. 52-53).

— Proibizione di « registrare, in uno schedario, [...] informazioni, dati o valutazioni, di carattere non professionale, suscettibili di nuocere al lavoratore » (ibid., p. 53).

— Diritto di veto sulle « decisioni di assunzione e di licen­ziamento, su quelle relative alla organizzazione del lavoro, al piano di formazione della impresa» (Projet, p. 242).

— Diritto di « controllo su tutti i carichi della impresa legati ai salari, ai contributi previdenziali, al bilancio per la formazione dei lavoratori, ai sussidi per la casa,. ecc. » (Projet, p. 242).

— Le innovazioni tecnologiche non devono comportare il licenziamento del lavoratore, ma la riduzione della giornata lavorativa: « Il progresso tecnico si imporrà in Francia so­lamente con i lavoratori e non contro i lavoratori. Essi ne dovranno essere i beneficiari e non le vittime » (Projet, p. 174).

— « Il licenziamento cesserà di esser un diritto a discre­zione dell'imprenditore. A questo proposito, la legge ristabi­rà la necessità della domanda di autorizzazione preventiva all'ispettore del lavoro in tutti i casi, sotto pena di sanzioni penali e civili» (Programme commun. Propositions pour l'ac­tualisation, p. 51).

 

VIII. Obiettivo finale: libertà, uguaglianza, fraternità

• La società autogestionaria è una realizzazione esacerbata del motto della Rivoluzione francese: « liberté, egalité, fraternité »:

— « Non vi è altra libertà che quella del socialismo » (Projet, p. 10).

— « L'autogestione estesa a tutta la società significa la fine dello sfruttamento, la scomparsa delle classi antagoniste, la realizzazione della democrazia» (Documentation Socialiste, n. 5, p. 57).

— « L'autogestione è la democrazia generalizzata a tutti i livelli, è la democrazia realizzata attraverso e nel sociali­smo » (ibid., p. 57).

• Chiediamo a ogni proprietario, a ogni autorità alta, media o piccola all'interno di una impresa, se trova che essa possa funzionare in queste condizioni. La stessa domanda rivolgiamo a ogni operaio di buon senso e con esperienza.

• Per dare una risposta a questa domanda immagini la impresa della quale è proprietario o in cui lavora, organiz­zata domani secondo questo schema. Potrà funzionare? Certamente no!...

 

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Come in una repubblica democratica, ogni impresa, dominata in ultima istanza dal suffra­gio universale dei suoi lavoratori, terrà delle assemblee di lavoratori per informarli su tutti gli affari dell'impresa. Terrà delle elezioni di "rappresentanti", ossia "deputati"; per for­mare il comitato direttivo (più o meno un soviet). Gli impiegati-dirigenti saranno meri esecutori del volere del comitato direttivo.

Questo regime si definisce come autogestionario e si afferma come il logico sviluppo socio-economico della sovranità popolare nella sfera politica. Secondo questo concetto una repubblica sarebbe una nazione politicamente autogestionaria. Un regime autogestionario comporterebbe la "repubblicanizzazione" della struttura socio-economica. (16) In altre parole, è l'impianto di un regime di impresa nel quale l'orientamento dato da specialisti e tecnici è soggetto ad assemblee ed organi in cui hanno preponderanza i membri del corpo sociale con uno sviluppo intellettuale infe­riore.

 

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16. "La democrazia economica e la democrazia politica sono indissociabili; loro sviluppo comune richiede che ogni lavoratore, ogni cittadino abbia, a tutti i livelli, la possibilità ed i mezzi di prendere parte attiva nella elaborazione delle deci­sioni, nello scegliere i mezzi, nel controllarne l'applicazione ed i risultati" (Programme commun – Propositions pour l'actualisation, p. 50).

"La democrazia economica e la demo­crazia sociale fanno una sola cosa con la democrazia politica" ("Documentation Socialiste", supplemento al n. 2, aprile 1981, p. 145).

"I socialisti vogliono che i francesi smet­tano di essere sotto tutela. Il decentramento si troverà al nocciolo dell'esperienza del governo della sinistra che, durante i primi tre mesi del suo avvento al potere intraprenderà la riforma più significativa di questi tempi incerti mediante la restituzione del potere ai cittadini. Finalmente la Repubblica sarà liberata dalla monarchia" (PIERRE MAUROY, Héritiers de l'Avenir, Stock, Parigi, 1977, p. 295).

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5. L'autogestione deve abbracciare tutta la società e l'uomo intero

Questa "repubblicanizzazione" deve abbracciare l'intera struttura sociale e non solo l'impresa. Realmente, secondo il Pro­getto, l'adempimento completo dell'autogestione presuppone una profonda trasformazione nell'uomo e l'impianto delle conseguenze più radicali della trilogia libertà, uguaglianza, fraternità in tutti i settori dell'attività, imprese incluse, facenti parte della società: la famiglia, la cultura, l'insegna­mento, e perfino il tempo libero. (17)

 

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17. "Perché l'uomo sia liberato dalle alienazioni che il capitalismo gli impone, perché egli cessi di essere un oggetto. … è necessario che si innalzi a [posizioni di] responsabilità nelle imprese, nelle università, come pure nelle comunità a tutti i livelli" (Statuti del Partito — Dichiarazione dei Principi, in "Documentation Socialiste", sup­plemento al n. 2, p. 48).

"Una strategia globale e decentrata di azione educativa e culturale ... è una dimen­sione decisiva della lotta per l'autogestione. Essa è una delle prime condizioni per rendere possibile il cambiamento delle mentalità. … [L'autogestione] apporterà un mutamento delle attuali concezioni della famiglia e del ruolo delle donne" (Quinze thèses, p. 21).

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6. Perché la riforma dell'impresa richiede la riforma dell'uomo

Quando si parla di riformare l'uomo, il Progetto urta con le stesse difficoltà del comu­nismo statalista.

I principi economici vigenti in Occidente, anche se abbiano potuto dare occasione ad abusi, emanano dalla stessa natura umana. In breve, questi principi possono essere caratte­rizzati dall'affermazione della legittimità della proprietà individuale, come pur dell'iniziativa e del profitto privati.

Tuttavia i socialisti si propongono di impian­tare un altro sistema economico, orientato verso altri fini e stimolato da altri incentivi (cfr. Progetto, p. 173). Quel che loro chiamano profitto per solo alcuni deve venir rimpiazzato gradualmente dai criteri dell'utilità sociale, determinata dal volere sovrano del popolo. In altre parole i socialisti, come i comunisti, ritengono che l'individuo esista per la società e debba produrre non per sé stesso, ma diretta­mente per il bene della comunità di cui fa parte.

A questo modo il migliore incentivo per lavorare sparisce, la produzione diminuisce necessariamente, e l'indolenza e la miseria si generalizzano per tutta la società.

Difatti ognuno cerca, sia seguendo la luce della ragione, sia per un continuo movimento istintivo potente e fruttuoso, di provvedere prima di tutto ai suoi bisogni personali ed a quelli della sua famiglia. Quando si tratta della propria conservazione, l'intelligenza umana lotta più facilmente contro le sue limitazioni e cresce sia in acume che in agilità. La volontà vince la pigrizia più facilmente ed affronta gli ostacoli e le battaglie con maggior vigore. Insomma, il lavoratore raggiunge un livello di produttività quantitativa e qualitativa corris­pondente alle necessità e convenienze reali della società. È da questo impulso iniziale, carico di legittimo amore per sè e per i suoi, che l'amore dell'uomo verso il suo prossimo si dilata come onde concentriche che in ultima istanza abbracciano il corpo sociale nel suo insieme. A questo modo, lungi dal beneficiare solamente il suo piccolo gruppo familiare, la sua attività assume uno scopo proporzionato alla società.

Il socialismo scoraggia tutti i lavoratori abolendo questo incentivo iniziale potente e naturale che uno ha di lavorare, e rimpiazzan­dolo con un sistema salariale sempre più egualitario, che viene meno nel compensare quelli che sono più capaci proporzionalmente al lavoro che essi fanno.

Cosicché la sorgente della forza lavorativa di una nazione cala, s'indebolisce e diventa insufficiente, come succede in modo così evidente in Russia e nei suoi paesi satelliti. Come accade pure, sebbene meno ovviamente, in Jugoslavia. Ed è in modo analogo ciò che succederà nella Francia autogestionaria. (18)

 

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18. Questo effetto psicologico negativo è insito nell'autogestione. Però, ciò non vuol dire che esso debba portare all'insuccesso in ogni e in tutte le imprese autogestionarie. In qualche caso concreto, questo effetto dell'autogestione può essere controbilanciato o attenuato da fattori psicologici o da altri fattori di circostanza. Però tali eccezioni sporadiche non sono affatto sufficienti a formare un fondamento stabile per tutte le imprese di un'intera nazione.

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Qui importa accentuare la forza d'incentivo della disuguaglianza e l'effetto depressivo sia dell'uguaglianza generale sia dell'ine­guaglianza microscopica.

In una società egualitaria è inevitabile che il guadagno del lavoratore abbia un tetto uguale per tutti, o ben poco disuguale, come si può verificare in modo palese comparandolo con i tetti salariali del regime socio-economico dell'Occidente.

Conviene notare che, per la natura stessa delle cose, la capacità di lavoro varia immensa­mente da uomo ad uomo. La produttività globale di una nazione presuppone lo stimolo pieno di tutte le sue capacità, e specialmente di quelle di coloro che sono capaci in modo estremo.

Le ambizioni legittime di coloro che sono estremamente capaci possono essere quasi illimitate nel regime socio-economico dell'Oc­cidente. Quando esse sono messe in moto stimolano, passo per passo, tutta la gerarchia delle capacità necessariamente minori che pure esse hanno di fronte a sé delle possibilità di successo proporzionali. Limitato lo sviluppo degli estremamente capaci o dei capaci, lo slancio di produzione lavorativa diminuisce. Inoltre, quando gli estremamente capaci lavorano al di sotto delle loro capacità, i capaci a loro volta si scoraggiano, ed il livello produttivo cala.

Così l'egualitarismo conduce di necessità ad una produzione inferiore alla somma delle capacità di lavoro di un paese. Quanto più radicale questo egualitarismo, tanto minore sarà la produttività.

Ora, non sembra che il tetto concesso dal Progetto faccia di più che non servire le modeste aspirazioni dei lavoratori medi.

 

7. Società autogestionaria e famiglia

Il Progetto, da quel che si è visto, immagina che la famiglia, quale oggetto immediato dell'amore dell'uomo e gradino intermediario fra lui e la società, smorzi il dinamismo del suo amore per l'intero corpo sociale invece di moltiplicarlo. Perciò, senza proibire la fami­glia (il che, naturalmente, sarebbe una cosa urtante e non del tutto gradualista), il Progetto dichiara velatamente che essa non è necessa­ria al bene comune e la mette allo stesso livello dell'amore libero e delle unioni di omoses­suali. (19) Il Progetto separa la funzione procreativa intrinseca alla famiglia dalla sua finalità naturale e la considera una mera realizzazione individuale. La sterilità di questa funzione è permessa e facilitata in tutti i modi. (20) L'uguaglianza fra donne ed uomini deve essere il più completa possibile sia riguardo all'accesso alle professioni più va­riate come nell'adempimento dei lavori domestici. (21)

 

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19. "Se il Partito Socialista considera che la famiglia reciti un ruolo molto impor­tante nelle possibilità di espansione della vita personale, riconosce certamente l'esistenza di altre forme di vita privata (celibato, libera unione, paternità o maternità celibatarie o in comunità). Finalmente, esso prende posi­zione contro la repressione o le discrimina­zioni che colpiscono gli omosessuali. I loro diritti e la loro dignità debbono essere rispet­tati.

"Non è compito suo [del Partito Socialista] di legiferare sul modo in cui ciascuno deve improntare la propria vita" (Progetto, pp. 151-152).

L'attuale governo socialista afferma, in modo implicito ma urtante, un'equivalenza radicale tra il matrimonio ed altre forme di relazioni sessuali. Ancor prima che iniziasse la sessione legislativa, esso aveva già cominciato ad adempiere alle proprie promesse fatte durante la campagna elettorale a gruppi omosessuali da cui ricevette sostenimento:

a) Il Ministro della Sanità ha deciso che la Francia non applicherà più la classifica di omosessualità, dell'Organizzazione Sanitaria Mondiale, come malattia mentale (vedi "Le Monde", 28 e 29/6/81).

b) A richiesta degli omosessuali, il Ministro degli Interni dette ordine di eliminare il ramo della Polizia di Parigi denominato "gruppi di repressione" degli omosessuali, (formato da ispettori incaricati di controllare stabilimenti di omosessuali, e specialmente di accertarsi che essi rispettassero gli orari di chiusura) come pure gli archivi degli omosessuali (l'esi­stenza dei quali, tra parentesi, il Corpo di Polizia nega decisamente — vedi "Le Monde", 28 e 29/6/81).

 

20. "La scarsa diffusione dei metodi anticoncezionali, le condizioni che limitano l'interruzione volontaria della gravidanza e la cattiva applicazione della Legge Veil [sull'a­borto] sono tali che la maggioranza delle donne non è padrona della propria sessualità, né della propria maternità. ...  Il mettere fine a questa situazione vuol dire instaurare l'educa­zione sessuale già dalla scuola e l'accesso libero all'anticoncezione come pure la sua gratuità" (Progetto, p. 247).

 

21. Citando un discorso di Mitterrand a Marsiglia nel maggio del 1979, il Progetto afferma: "Non si può essere ... socialisti senza essere femministi" (p. 45).

Ma il femminismo del Progetto è opposto al riconoscimento e lode delle qualità delle donne come tali; per ciò esso considererebbe "il vecchio concetto della ‘femminilità’, celato sotto un discorso modernista e falsamente liberale ... che ritorna sempre sulle attitudini particolari delle donne, sulla forza del loro istinto, la ricchezza del loro mondo interiore. ... In breve, si trova qui l'idea di una 'natura femminile' diversa da quella dell'uomo, che è sempre servita a giustificare la marginalizzazione e dominio delle donne" (pp. 50-51). Una differenza tanto naturale come quella tra gli uomini e le donne è precisamente ciò che il Partito Socialista sta contestando. ...

Per questo motivo, secondo il Partito Socialista, "la scuola deve incoraggiare i due sessi a nutrire le stesse ambizioni per quanto riguarda i loro studi e le loro carriere pro­fessionali. Un insegnamento veramente misto è necessario per eliminare i corsi di arte pratica in cui le ragazze sono relegate al cucito o a corsi per segretaria mentre i ragazzi si trovano nella maggioranza delle classi tecniche, industriali e commerciali. La meta deve essere quella in cui tutte le possibilità di scelta sono promiscue" (Progetto, p. 249).

Finalmente, il Progetto afferma che la partecipazione alle faccende domestiche "deve aver inizio molto presto dal momento che il bambino comprende molto presto queste fac­cende e vi può partecipare. Una volta che si realizzi questa partecipazione quando sono ancora giovani, la parte dei ragazzi non deve diminuire e quella delle ragazze non deve aumentare quando essi raggiungono l'età adulta. E molto naturalmente questa parteci­pazione sarà mantenuta nell'anzianità" (Pro­getto, p. 307).

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Nel socialismo autogestionario, la famiglia, instabile e sterile, naturalmente perderà la sua identità e si confonderà con qualsiasi altra unione. Si sgretolerà così una delle mura su cui poggia la personalità di ogni individuo. E come si vedrà, la missione dell'educazione, così naturalmente propria alla famiglia, il Progetto mira a consegnarla fin dai primi anni di vita del bambino, a un sistema scolastico preferi­bilmente monopolistico, socialista e laico.

E così, avulso, svincolato dai lacci familiari, l'uomo rimane con un solo ambiente, quello dell'impresa autogestionaria, che in tal modo ottiene le condizioni più favorevoli per assor­birlo completamente, proprio alla maniera socialista.

 

8. Il tempo libero

Per questo assorbimento, il PS — tanto totalitario in favore dell'impresa auto­gestionaria come il comunismo lo è in favore del Partito — si impegna anch'esso nell'organizzare e strumentalizzare il tempo libero dell'uomo.

Infatti il Progetto entra anche in questo campo, che, se lasciato senza regole, sarebbe l'ultimo rifugio di libertà umana in un mondo autogestionario; perché nel suo tempo libero l'uomo trova delle peculiari possibilità di conoscere sé stesso, di esprimersi e di farsi amici e relazioni.

Sempre gradualista, il PS afferma che riconosce il diritto che l'uomo ha di avere tempo libero. A questo modo dà al lettore medio un'impressione favorevole e costui non si rende conto che il PS — organizzante ed esigente di massima là dove si tratta di lavoro — professa una concezione nuova del tempo libero... che elimina le frontiere fra questo e il lavoro, assoggettandoli ambedue a pianifica­zione. Il PS non ha simpatia per il tempo libero individuale e personalizzante. Esso desidera lo svago collettivo e pianifica persino il tempo libero nelle proprie dimore dell'uomo per meglio manipolarlo e prepararlo allo sfac­chinare rozzo e sterile della vita autogestiona­ria. (22)

 

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22. "Il lavoro non è il solo scopo della vita.

"La creazione del Ministero del Tempo Libero è una grande ambizione: quella di fare in modo che il tempo libero diventi il tempo per vivere, il tempo liberato. La società del tempo libero deve essere una società di cultura. ...

"L'espansione culturale sarà uno dei com­piti delle comunità locali" (PIERRE MAUROY, Dibattiti sulla Déclaration de politique générale, "Journal Officiel", 10/7/81, pp. 82-­83).

"La separazione attuale tra lavoro e tempo libero verrà essa stessa messa in ques­tione. ...  L'impresa socialista si evolverà così in forme di vita più e più comunitarie sia nella loro essenza ... sia alla loro periferia (servizi sociali, svago, cultura, formazione, ecc.)" (Progetto, p. 158).

"Citiamo per esempio la possibilità dell'uso comune di arnesi e apparecchi domestici e di certi attrezzi per attività di svago. ...  Parimenti, sarà fatto uno sforzo sistematico per trasformare ed animare l'ambiente urbano in modo da renderlo più comunitario e per migliorare le condizioni dell'alloggio colle­ttivo. Uno sforzo considerevole sarà fatto per rendere questo ultimo tanto attraente quanto le case singole, che sono grandi consumatrici di spazio e di energia” (Progetto, p. 177).

"Il movimento associativo sarà il sostegno privilegiato della nuova cittadinanza, partico­larmente per dare valore al tempo libero. ...  Sarà nostro compito particolare di cancellare le segregazioni sociali nel regno del tempo libero. Noi intraprenderemo ... lo sviluppo di forme sociali di svago e di turismo" (Déclaration de politique générale, "Journal Officiel", 9/7/81, p. 51).

"Dunque, vivere ‘altramente’ è:

— Prima di tutto modificare seriamente il contenuto del lavoro in modo che, alla fin fine, la distinzione tra il lavoro e lo svago non abbia più lo stesso significato che ha oggi. Però, mentre è vero che questo obiettivo solo può essere conseguito, prima e anzitutto, attraverso la trasformazione del lavoro, i socialisti debbono proporre anche una trasfor­mazione parallela dello svago;...

"Però è necessario penetrare più a fondo negli altri concetti dello svago:

—     lo svago dopo una giornata di lavoro, vicino alla propria dimora o nella dimora stessa, permetterà la creazione progressiva di nuovi ritmi vitali ed il cambiamento della vita quotidiana. Ciò necessiterà, per esempio, lo sviluppo di attrezzature leggere collettive per vari usi. Tale svago è uno dei mezzi per godere una vita familiare, culturale e militante;

— svago del fine di settimana...

— svago dopo il ritiro...

"Senza dubbio il contenuto del tempo libero sarà profondamente modificato dalle proposte avanzate altrove per la scuola, per l'educazione continuativa, per la famiglia, il decentramento, la vita di associazione, lo sport, i mezzi pubblicitari, la salute e il consumo. Esse permetteranno progressiva­mente di rendere questo tempo libero un tempo autogestito. Ad ogni buon conto, vi deve essere posto nel Progetto socialista per tempo libero concepito come quello che sfugge ai costringimenti e permette a tutti di espandersi sia mediante uno sforzo individuale che mediante la partecipazione in attività collet­tive" (Progetto, pp. 307-309).

"... un concetto globale della vita sociale in cui il tempo per l'educazione, il tempo per il lavoro e il tempo per lo svago non siano più considerati momenti isolati dell'esistenza individuale e collettiva ma come elementi di un insieme coerente" (Progetto, p. 289). La "coerenza", beninteso, non sarà quella del povero lavoratore "autogestionario' ma piut­tosto quella del PS.

Questo è il "paradiso" della libertà e della democrazia del regime socialista auto­gestionario.

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9. Il controllo dell' “ambiente di vita"

In una società autogestionaria l'impresa organizza il lavoro-svago in modo totalitario. Chi organizzerà lo svago lavorativo? In questo campo diventa necessario stabilire delle rigide organizzazioni regolatorie proprio perché il PS mira all'indebolimento e in fine alla distru­zione della famiglia, che è per eccellenza l'ambiente naturale per il vero tempo libero. Per questa ragione il PS incoraggia la crea­zione di organizzazioni rionali e di altre, dalle quali sembra aspettarsi un'azione decisiva nella distribuzione delle dimore e nella ridistribuzione non-segregazionista dei rioni già esis­tenti o in fase di pianificazione. Ed inoltre si darà persino da fare per l'arredamento delle dimore.

Così, organizzazioni correlate all'impresa favoriranno il progetto socialista assorbendo i momenti ed i rimasugli di energia e di vita che le attività dell'impresa lasciano liberi.

La vittima di tanto assorbimento è l'indivi­duo, irreggimentato ed "inquadrato" negli "ambienti di vita" (cadres de vie) auto­gestionari ed interamente assorbito dal blocco impresa-associazioni parallele. (23)

 

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23. "Il ‘cadre de vie’ (ambiente di vita) è parte di quei nuovi concetti che apparvero negli anni 60, erompendo a maggio del 1968. ...  Questo vasto concetto, che abbraccia tante cose, dall'habitat e trasporto all'urbanistica e architettura e perfino al tempo libero troppo frequentemente dimenticato, non è mai stato completamente definito. ...

"L'ambiente di vita non può essere isolato e avulso dalle realtà economiche e sociali. Quale ambiente per quale vita? Si comprende bene che la risposta sarà politica e globale: è mediante il cambiamento della vita, spe­cialmente sul posto di lavoro, che si cambia l'ambiente vitale" (FRANÇOIS MITTERRAND, prefazione del libro di JEAN GLAVANY e PHILIPPE MARTIN, Changer le cadre de vie, Club Socialiste du Livre, Parigi, 1981, p. VII).

"E’ necessario metter fine ad una delle segregazioni più inammissibili: le città .. stanno diventando sempre più città dei veri ricchi mentre i quartieri periferici stanno diventando quartieri dei molto poveri. Bisogna fare in modo che la città diventi, in modo esemplare, un luogo preciso in cui i diversi ambienti sociali saranno affiancati l'uno all'altro" (PIERRE MAUROY, dibattiti sulla Déclaration de politique générale, "Jour­nal Officiel", 10/7/81, p. 81).

"Per rendere i francesi ancora una volta padroni della propria vita quotidiana vuol dire anche interessarli alla costruzione e direzione del proprio ambiente di vita. ...  Le comunità locali domineranno i mercati immo­biliari, il che vuol dire la fine della specula­zione, e saranno in grado di condurre una pianificazione urbana volontaria. ...  Noi daremo agli abitanti pieni poteri sull'am­biente di vita. ...  L'habitat e l'ambiente di vita saranno la terra promessa della nuova cittadinanza" (Déclaration de politique générale, "Journal Officiel", 9/7/81, p. 51).

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Lo schema degli argomenti con cui il PS cerca di giustificare questo assorbimento gigantesco è sempre lo stesso: a) la proclama­zione di un diritto individuale; b) l'afferma­zione della funzione sociale di questo diritto; c) pianificazione dirigista dell'esercizio di questo diritto allegando la necessità di svolgere la sua funzione sociale; d) il conseguente assorbi­mento di questo diritto per mezzo di legge pianificatrice.

 

10. L'educazione

Resta ancora trattare della formazione socialista e autogestionaria dei bambini e dei giovani.

L'educazione autogestionaria, secondo il Progetto, comincia al più tardi ai due anni, quando è assolutamente desiderabile che il bambino sia consegnato ad una scuola preelementare o materna. Ma la società deve essere pronta a ricevere in modo completamente naturale dalle mamme quei bimbi che esse preferiscano consegnare all'educazione socialista in qualsiasi momento, persino quando siano appena nati. (24)

 

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24. "Il governo prenderà i provvedi­menti necessari per fare in modo che tutti i bambini dall'età di 2 anni fino a 6 abbiano accesso alle scuole materne. ...

"Esso sperimenterà con l'organizzazione di centri-asili nido che accettano i bimbi dalla nascita fino ai sei anni di età" (Programme commun — Propositions pour l’actualisation, p. 30).

"I centri-asili nido ... saranno pietre fondamentali del sistema iniziale. Questo è lo stadio in cui hanno inizio la lotta contro le ineguaglianze e la segregazione sociale" (Progetto, p. 287).

"La lotta per l'uguaglianza comincia nella scuola materna" (Progetto, p. 311).

"Ma come può il senso democratico, oggi anestetizzato, essere risvegliato? Prima attraverso la scuola, concepita come il luogo per eccellenza per l’apprendistato dell'auto­gestione" (Progetto, p. 132).

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Come si adatta tutto bene alla sterilità pianificata della famiglia autogestionaria!

Alcune scuole potranno ancora rimanere in mani particolari per un periodo di transizione "gradualista". Ma anche queste saranno con­nesse con la macchina d'insegnamento statale, che abbraccerà tutti i livelli, dalla scuola preelementare fino all'università ed allo stu­dio post-universitario. I direttori, insegnanti e funzionari avranno un ruolo, in scuole sia pubbliche che private, molto simile, se non del tutto identico, a quello dei dirigenti e dei tecnici nelle ditte autogestionarie. Secondo il principio di "pianificazione democratica", ne parteciperanno pure padri e madri, come altri che si interessino al processo educativo. La "plebe" scolastica, cioè, il corpo studentesco, avrà nel regime dell'autogestione — in ogni misura immaginabile, e persino in quelle non immaginabili — dei diritti analoghi a quelli dei lavoratori nell'impresa autogestionaria. (25)

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25. "La gestione tripartita (genitori e figli, personale e collettività pubbliche) deve liberare le iniziative e permettere, dopo la libera discussione, la definizione e la valuta­zione in comune degli obiettivi e responsabilità che essa comporta per ognuno di essi... Lo spirito di responsabilità esige ... la scom­parsa del controllo gerarchico precedente" (Progetto, p. 286).

"Le libertà elementari nelle scuole e nelle università, come pure nell'esercito, fanno ugualmente parte dei requisiti del Progetto socialista: libertà di espressione e di convegno nelle scuole medie, licei e università; dimore socio-educative rette direttamente da studenti di scuola media e liceale; partecipazione effettiva degli studenti nella vita e nella gestione della propria scuola; diritto dei rappresentanti di classe a partecipare in ogni loro consiglio di classe e degli studenti a frequentarli; diritto degli studenti a parteci­pare nell'amministrazione della propria scuola media o liceale; ... controllo da parte degli studenti dell'organizzazione del­l'università e del curriculum ... ; la crea­zione di un vero statuto degli studenti" (Progetto, p. 314).

"Noi intraprenderemo una trasformazione profonda del nostro sistema di educazione. Tutti debbono parteciparvi: prima gli insegnanti, poi i genitori, i rappresentanti di classe, le associazioni ed i rappresentanti degli impiegati e dei datori di lavoro....

"L'unificazione del sistema educativo pub­blico sarà il risultato di accordo e trattative generali" (Déclaration de politique générale, "Journal Officiel", 9/7/81, p. 51).

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Ma c'è di più. A scuola come in famiglia, "plebei" infantili o adolescenti riceveranno motivazione ed incoraggiamento per intra­prendere la loro lotta di classe sistematica contro le autorità scolastiche o domestiche ed avranno le loro assemblee, tribunali, corti d'appello e così via. (26)

 

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26. "Il Progetto socialista riconosce l'ampia posizione del bambino nella società: uguaglianza, libertà e responsabilità non sono riservate agli adulti. I diritti all'espressione, all'attività creativa e la presa di decisioni debbono essere riconosciute a cominciare dai giorni di scuola di una persona" (Progetto, p. 311).

"I giovani hanno anche un posto particolare: [nella società moderna] essi sono sotto tutela. ...  Indipendentemente dalla classe sociale alla quale essi appartengono, i giovani non hanno alcuna vera responsabilità di qualsiasi genere e poco controllo sulla propria vita. Vi è una differenza considerevole tra le loro possibilità e ciò che viene loro permesso di fare nella società" (Progetto, pp. 311-312).

"Niente è più importante oggi che il riconoscimento del diritto della gioventù ad essere sé stessa.

"Nel seno della famiglia, il diritto dei giovani ad essere sé stessi significa: la possibilità di un giovane di ricorrere in appello per una decisione che lo riguarda (relativa alla sua scelta di un corso o profes­sione, il modo in cui vive ...); la democratizza­zione e lo sviluppo di dimore di accoglienza per giovani che sono in conflitto con le proprie famiglie: ... il rendere l’affitto degli appartamenti più facile per i giovani; ... il libero diritto all'impiego di metodi anticon­cezionali e l'eliminazione del consenso dei genitori per l'interruzione volontaria da parte dei minorenni della propria gravidanza, uno sviluppo considerevole dell'educazione sessuale nelle scuole ed una revisione degli atteggiamenti sistematicamente repressivi riguardo alla sessualità dei minorenni" (Progetto, pp. 313-314).

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Nelle scuole statizzate o autogestionarie, il curriculum, l'intero corpo docente, e la formazione laica e socialista dell'intelletto saranno soggetti allo Stato. (27)

 

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27.    “... concetto generoso ed ag­gressivo dei socialisti in vista di un grande servizio pubblico, unificato e laicista di insegnamento, amministrato democratica­mente" (Progetto, p. 284).

"Il governo stabilirà l'obiettivo di formare un corpo unico di insegnanti per tutte le discipline che abbracciano tutta l'educazione scolastica dalla scuola materna fino all'ele­mentare, secondaria e professionale" (Pro­gramme commun — Propositions pour l'actualisation, p. 35).

"Tutti i genitori potranno avere impartita ai propri figli l'educazione religiosa o filoso­fica di loro scelta fuori dalle scuole e senza l'ausilio di sovvenzioni pubbliche" (ibidem, p. 32).

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Il Progetto non è del tutto chiaro su quali scuole potranno sopravvivere... o morire, in mani private, nel grado permesso dalla strate­gia gradualista. Ciò nonostante non è difficile congetturare che esse solo riusciranno a sottrarsi a quest'influenza e potere in misura dubbia e minima, se mai... (28)

 

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28. "Tutti i settori dell'insegnamento iniziale ed una parte importante dell'educa­zione continuativa saranno raggruppati in un unico servizio pubblico nazionale e laicista, controllato solo dal Ministero dell'Istruzione Nazionale.

"La creazione di un servizio pubblico di istruzione nazionale verrà trattata a partire dalla prima sessione della legislatura. ... Come regola generale, le scuole private che ricevono sovvenzioni pubbliche saranno nazionalizzate sia quando padronali, sia quando siano organizzate per profitto o per fini religiosi. ...

"I necessari trasferimenti dei locali esclu­deranno qualsiasi spoliazione,

"Le situazioni dei locali o dei personali delle scuole private che non ricevono sovven­zioni pubbliche potranno essere l'oggetto, a loro richiesta, di una disamina tendente alla loro eventuale integrazione" (Programme commun — Propositions pour l'actualisation, pp. 31-32).

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Una tale rete educativa non sarà totalitaria? Il Progetto cerca di evitare questa domanda imbarazzante citando il piano educativo, da esser preparato democraticamente, in modo da dare a ciascuno la possibilità di esprimere la sua opinione. Così, un tale piano rappresen­terebbe la volontà di tutti.

I socialisti usano questo sofisma per affer­mare che il sistema d'insegnamento unificato non è un monopolio. Come si può, chiedono loro, etichettare come monopolio un sistema che di fatto è unico, ma in cui tutti sono invitati a partecipare?

Ben si vede che il Progetto realizza a modo suo la trilogia "liberté, egalité, fraternité". Al momento della decisione collettiva tutti sono uguali: il potere della decisione appartiene alla maggioranza. Spetta alla maggioranza il decidere tutto riguardo agli affari educativi. E la minoranza deve ubbidire. Quando, allora, si realizza la libertà individuale? Al momento di votare: perché ognuno può liberamente discu­tere e votare come gli pare. Ma solo in quel momento...

 

11. Il diritto di proprietà nel regime autogestionario

Tutto ciò che è stato esposto finora mette in chiaro il senso socialista globale (e non solo l'applicazione all'impresa, come molti si imma­ginano) del regime autogestionario. Mette pure in evidenza il carattere gradualistico della strategia del PS.

Ora passiamo ad analizzare l'impresa auto­gestionaria con più dettaglio.

Il lettore abituato alle imprese attuali può forse credere che l'applicazione degli standard della democrazia politica alla vita economica e sociale delle imprese auto­gestionarie abbia uno scopo più letterario e demagogico che reale. Questo è un inganno.

Com'è già stato detto, il Potere sovrano che decide tutte le questioni importanti dell'im­presa autogestionaria è in verità l'assemblea dei suoi lavoratori. Quest'assemblea deter­minerà, per mezzo di voto, l'organizzazione dei corpi direttivi ed eleggerà i loro membri (un dettaglio importante: il Progetto non parla di voto segreto…). Affinché questo "suffra­gio universale" faccia le giuste scelte, il Progetto prevede delle riunioni in ogni impresa, nelle quali i corpi direttivi, a quanto pare, forniranno delle informazioni riguardo all'impresa, da discutersi fra i presenti. Si direbbe che ogni assemblea dei lavoratori cercherà di riprodurre in qualche modo la democrazia diretta delle antiche città greche...

Beninteso, per alcune questioni, queste deliberazioni dovranno essere fatte in comune con gli utenti o clienti, e con i rappresentanti della comunità (vedi Quadro IV — L'impresa autogestionaria ideale proposta dai socialisti).

La proprietà privata sopravvivrà nel regime concepito dal Progetto? Che il lettore se ne avveda. Dal linguaggio del Progetto si vede che se facesse delle domande ad un socialista francese avrebbe delle risposte molto rassicuranti... e allo stesso tempo prive di senso.

Nel linguaggio corrente, la proprietà di stato è opposta a quella privata. (29) Da un certo punto di vista, allora, l'impresa autogestiona­ria può essere chiamata privata, in quanto la sua situazione dinanzi allo Stato è distinta da quella di un'impresa nazionalizzata.

 

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29. Secondo la dottrina tradizionale della Chiesa, il diritto di proprietà deriva dall'ordine naturale creato da Dio. Gli animali, i vegetali ed i minerali esistono per l'uso degli uomini. Perciò ogni uomo ha, per virtù della condizione umana stessa, il diritto di assoggettare qualsiasi di questi beni al proprio dominio. Questa è l'appropriazione. L'appropriazione è caratterizzata da qualcosa di esclusivo nel senso che un bene che è stato appropriato non può essere usato da altri all'infuori del proprio proprietario. Riguardo a questo, dice Pio XI, nell'Enciclica Quadragesimo Anno, del 15 maggio 1931: "Che la proprietà poi originariamente si acquisti o con l'occupazione di una cosa senza padrone (res nullius) o con l'in­dustria e il lavoro, ossia con la specificazione come si suol dire, è chiaramente attestato sia dalla tradizione di tutti i tempi, sia dall'in­segnamento del Pontefice Leone XIII Nostro Predecessore. Non si reca infatti torto a nessuno, checché alcuni dicano, in contrario, quando si prende possesso di una cosa che è in balia del pubblico, ossia non è di nessuno; l'industria poi che da un uomo si eserciti in proprio nome e con la quale si aggiunga una nuova forma o un aumento di valore, basta da sola perché questi frutti si aggiungano a chi vi ha lavorato attorno" (Acta Apostolicae Sedis, Typis Poliglottis Vaticanis, Roma, 1931, Vol. XXIII, p. 194).

La proprietà nasce anche dal lavoro. Essendo per natura padrone di sé stesso, l'uomo è anche padrone del proprio lavoro. Di conseguenza, gli spetta il diritto di far pagare le sue prestazioni. Così, ciò che egli acquisisce con il proprio lavoro gli appartiene a titolo individuale. Tale è l'insegnamento di Leone XIII nell'Enciclica Rerum Novarum del 15 maggio 1891: "Ed in vero non è difficile a capire che lo scopo del lavoro, il fine prossimo che si propone l'artigiano, è la proprietà privata. Imperocché se egli impiega le sue forze, la sua industria a vantaggio altrui, lo fa per procacciare il necessario alla vita: e però col suo lavoro acquista vero e perfetto diritto non pur di esigere ma d'investir come vuole la dovuta mercede. Se dunque con le sue economie venne a far dei risparmi e, per meglio assi­curarli, li investi in un terreno, questo terreno non è infine altra cosa che la mercede mede­sima travestita di forma, e conseguentemente proprietà sua, né più né meno che la stessa mercede. Ora in questo appunto come sa ognuno, consiste la proprietà, sia mobile, sia stabile. Con la conversione della proprietà particolare in quella collettiva, i socialisti, togliendo all'operaio la libertà di reinvestire le proprie mercedi, gli rapiscono il diritto e la speranza di vantaggiare il patrimonio do­mestico e di migliorare il proprio stato, e ne rendono perciò più infelice la condizione" (Acta Sanctae Sedie, Tpogaphia Polyglotta S.C. de Propaganda Fide, Roma, 1890-1891, Vol. XXIII, p. 642).

Finalmente, la proprietà può anche essere acquistata mediante successione. I figli, i quali sono la continuazione dei propri genitori, ereditano naturalmente i loro beni. Su questo carattere familiare della proprietà, afferma Leone XIII nell'Enciclica Rerum Novarum: "Onde quello che dicemmo in ordine al diritto di proprietà inerente all'individuo, va applicato all'uomo come capo di famiglia: anzi tal diritto in lui è tanto più forte quanto più estesa e comprensiva è nel consorzio domestico la sua personalità. Per legge inviolabile di natura incombe al padre il mantenimento della prole: e per impulso della natura medesima che gli fa scorgere nei figli una immagine di sé, e quasi un'espansione e continuazione della sua persona, egli è mosso a provvederli in modo che nel difficile corso della vita possano onestamente far fronte ai propri bisogni: cosa non possibile ad ottenersi, se non mediante l'acquisto di beni fruttiferi, ch'egli poi trasmetta loro in retag­gio" (Acta Sanctae Sedis, Vol. XXIII, p. 646).

La proprietà, come ogni diritto, ha una funzione sociale, ma non è limitata alla sua funzione sociale. Questo è ciò che Pio XII insegna nel proprio radiomessaggio del 14 settembre 1952, al Katholikentag di Vienna: "E per questo motivo che l'insegnamento sociale cattolico, fra l'altro, si fa paladino enfatico del diritto dell'individuo alla sua proprietà. In questo risiedono anche i più profondi moventi per cui i Pontefici delle encicliche sociali, ed anche Noi stessi, abbiamo rifiutato di dedurre, sia direttamente, che indirettamente, dalla natura del contratto di lavoro, il diritto di comproprietà del lavora­tore sul capitale dell'impresa, ed il suo corolla­rio, il diritto alla cogestione. Ciò doveva essere negato perché alle spalle di questa questione si trova questo problema più grande — il diritto dell'individuo e della famiglia a possedere proprietà che sorge immediata­mente dall'essenza della persona umana. Esso è un diritto di dignità personale; un diritto, invero, accompagnato da obblighi sociali; un diritto, però, non soltanto una funzione sociale" (Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. 314).

Da questo punto di vista, la proprietà pubblica è distinta dalla proprietà privata.

La prima consiste normalmente dei beni che ha lo Stato per compiere la propria missione. Senza uscire dai limiti della propria funzione particolare, lo Stato può anche posse­dere e amministrare qualcosa per il bene comune. Per esempio, quando esso si assume lo sfruttamento di una risorsa sotterranea per poter ridurre le tasse dei suoi cittadini a causa dei profitti derivati da esso. Ma ciò deve essere fatto solo in modo limitato ed in circostanze speciali. Lo Stato può anche fare ciò in relazione ad un certo tipo di ricchezza che, di sua propria natura, porrebbe l'individuo che la controlla nella posizione di dominare lo Stato stesso.

I beni rimanenti appartengono al dominio privato e non al dominio pubblico. Un pro­prietario privato può essere un proprietario singolo, un gruppo, o una associazione di proprietari singoli.

Naturalmente, questa dottrina e questa terminologia, che esistono implicitamente o esplicitamente nel linguaggio corrente, non sono quelle del Progetto.

Il Progetto non afferma il diritto naturale di proprietà dato da Dio all'uomo. Esso ipertrofizza la proprietà collettiva dei gruppi sociali, trasformando ciascuno di questi, in rapporto ai suoi componenti, in un ministato totalitario; e chiama privata la proprietà autogestionaria, anche se questa viene istituita — in gran misura imposta — e perfino regolata arbitra­riamente dallo Stato.

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Stava per esser terminata la redazione del presente Messaggio, quando fu pubblicata a metà settembre l'Enciclica Laborem Exercens di Giovanni Paolo II. Essa è stata accolta con un'ampia e favorevole pubblicità da parte dei più importanti mezzi di comunicazione sociale del mondo occidentale.  .

Senza dubbio l'Enciclica presenta degli insegnamenti nuovi, non tutti svolti sino alle ultime conseguenze, sia dottrinali che pratiche.

Nella maggioranza dei casi, questo la per­messe che la pubblicità data al documento diffondesse l'impressione che, secondo Giovanni Paolo II:

a) non è un imperativo della natura delle cose che la proprietà privata (e quindi non statale) sia abitualmente individuale;

b) in principio (ed in modo speciale nelle condizioni moderne della vita economica), è legittimo, e persino preferibile, che il diritto di proprietà venga normalmente esercitato da gruppi di persone invece che da proprietari individuali, adempiendo meglio in tal modo la sua funzione sociale. Questa sarebbe la "socializzazione" della proprietà.

Se si accetta questa interpretazione del documento di Giovanni Paolo II, si dovrebbe concludere che:

a) tale "socializzazione" starebbe in forte contrasto con i suddetti principi del Magistero Pontificio tradizionale, che insegna come la proprietà individuale sia una conseguenza logica della natura personale dell'uomo e dell'ordine naturale delle cose;

b) così, il regime socializzato propugnato dal PS francese troverebbe un appoggio importante nella Laborem Exercens.

Per un cattolico zelante sarebbe penoso caricarsi sulle spalle la responsabilità di fare sull'Enciclica di Giovanni Paolo II queste due affermazioni, poiché queste avrebbero delle conseguenze incalcolabili sul piano religioso e socio-economico.

Infatti se si ammette tale opposizione fra il recente documento pontificio ed i documenti tradizionali del Magistero Supremo della Chiesa, si dispiegherebbero innumerevoli con­seguenze teologiche, morali e canoniche.

Come si vede nel Capitolo II di questo Messaggio, il PS francese afferma la connes­sione logica fra la riforma autogestionaria dell'impresa da lui preconizzata, e la riforma dell'economia in generale, dell'insegnamento, della famiglia, e dell'uomo stesso. Per i socialisti francesi queste molteplice riforme non sono nient'altro che diversi aspetti di una sola riforma globale.

Ed hanno ragione: "Abyssus abyssum invocat" — "Un abisso attrae un altro abisso" (Ps. 41,8). Non si vede come possa esser possibile che un Pontefice Romano, aprendo le dighe all'autogestione propugnata dal socialismo francese, appoggi implicitamente od esplicita­mente questa riforma globale.

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Il Progetto chiama l'impresa autogestiona­ria "socializzata", cioè, non-statale (quindi privata), ma anche non appartenente a indivi­dui, perché gli attributi del proprietario saranno grosso modo trasferiti all'assemblea dei lavoratori.

Ma allora la proprietà privata potrà soprav­vivere nel regime socialista? Solo durante un periodo molto breve, risponde il Progetto, per quanto riguarda le imprese grandi. Le imprese di mezza e piccola grandezza dureranno un po' di più, dipendendo da molteplici circostanze. (30)

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30. “I socialisti sono favorevoli al prin­cipio socializzazione dei mezzi della produzione in tutti i settori in cui la socializ­zazione delle forze produttive è già divenuta una realtà. D'altra parte ciò vuol dire che imprese private di piccola e media grandezza sussisteranno in un contesto di certo profondamente modificato, e con nuovi obblighi" (Pro­getto, pp. 153-154).

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Qual'è il punto di demarcazione fra imprese medie e piccole? Fra imprese medie e grandi? Abbiamo delle nozioni generali su quest'argomento che si basano sul buon senso e sulle abitudini mentali che si sono formate durante l'ordine di cose attuale. Ma queste abitudini mentali non coincidono con la nuova società, che genererà delle altre abitudini mentali. Così, la fissazione di questi limiti dipenderà dalla legge. Il che aprirà la possibilità allo Stato di ridurre "gradualisticamente" i livelli delle proprietà. (31) In tal modo che, entro alcuni anni, le imprese che ora sono considerate medie dovranno sopportare le tassazioni severe che ora vengono imposte alle imprese grandi, e le imprese che ora sono considerate piccole si terranno come medie. Tutto affinché ne risulti che il numero di piccole proprietà individuali (favorite per ora nel piano fiscale) divenga ancora più limitato.

 

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31. Secondo i socialisti, uno degli obiet­tivi della "pianificazione democratica" è quello di determinare "come e fino a qual punto la riduzione delle ineguaglianze viene eseguita" (Quinze thèses, p. 15). Ossia, i Piani del Governo, da essere elaborati a livello nazionale, regionale e locale, mireranno già al livellamento gradualistico.

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Beninteso, considerando la fisionomia generale del Progetto, la proprietà privata sembra essere contraddittoria anche quando viene ridotta a tali esigue proporzioni, visto che mantiene il suo carattere individuale in seno ad un ordine di cose interamente socializ­zato. Ne deriva che la fine del gradualismo socialista sarà l'estinzione completa di tutta la proprietà individuale. (32)

 

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32. Questa affermazione non com­prende la proprietà, da parte del lavoratore, dei suoi attrezzi (quelli di un artigiano, per esempio), o degli oggetti duraturi che egli ha acquistato con i propri guadagni. Però, per gli eventuali eredi futuri del lavoratore, questo modesto patrimonio individuale sarà di poca o nessuna importanza quando si considerano le limitazioni che il Progetto impone sulle ere­dità.

"La questione dell'eredità... sarà trattata con lo stesso spirito: [tasse di successione] fortemente progressive sui grandi patrimoni, ma tasse grandemente ridotte, presso alla base sociale, sulla successione in linea diretta che permettono la trasmissione del patrimonio affettivo (casa dì famiglia) o dello sfruttamento agricolo o artigianale" (Progetto, p. 154).

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In effetti, il Progetto adotta una strategia gradualista che respinge l'estinzione somma­ria di tutte le proprietà e dispone delle tappe che guidino verso la loro estinzione graduale. Secondo il Progetto, il regime autogestionario includerà per un dato periodo, delle proprietà piccole, medie, e persino grandi. Ma almeno le ultime due saranno categorie agonizzanti. Seguendo la logica del suo ferreo eguali­tarismo, chi può affermare che lo Stato autogestionario non abbia l'intenzione di eliminare le piccole proprietà, dopo aver estinto le medie e le grandi?

Inoltre, come potrà il lavoratore del regime autogestionario arrivare ad essere proprieta­rio, con il semplice accumulo di ciò che gli rimane dopo aver provveduto alla sua sussis­tenza? Quanti anni di lavoro ci vorrebbero? E tutto questo per potersi godere la sua pro­prietà solo per pochi anni? La lascerà al figlio avuto da una delle sue unioni, un figlio consegnato nella più tenera infanzia allo Stato, che da solo ha formato la sua mentalità e che lo ha reso un estraneo per i suoi propri genitori, che probabilmente saranno pure loro estranei l'uno all'altro, visto che la loro unione non era stabile? Queste domande fanno capire come la proprietà, per quanto piccola, sia realmente estranea al mondo autogestionario, dove sopravvive solo fino al punto in cui questo è richiesto dalle tattiche gradualistiche. (33)

 

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33. "Non vi può essere autogestione in un regime capitalista: un'impresa privata non può essere autogestita" ("Documentation  Socialiste", n. 5, p. 57).

"Credetemi, tra non molto i nostri discendenti considereranno la proprietà privata dei mezzi fondamentali di produzione della economia nazionale come un'aberrazione tanto curiosa quanto il regime feudale appare a noi oggigiorno" (Dichiarazione del deputato socialista JEAN POPEREN durante i Dibattiti sulla Déclara­tion de politique générale, ''Journal Officiel", 10/7/81, p. 77).

"Ciò vuoi dire che noi ripudiamo la pro­prietà privata? In nessun modo. Noi sap­piamo benissimo che una forma di società non sostituisce un'altra in un sol giorno o perfino in una generazione. Il capitalismo ha impiegato secoli ad emergere dal seno della società feudale. Ed il socialismo stesso iniziò la propria marcia nelle nazioni capitalistiche più avanzate solo alla metà del secolo scorso. …

"Si potrebbe considerare che il manteni­mento della proprietà privata individuale sia una risposta a certe necessità — particolar­mente a quelle psicologiche — di sicurezza.

"Ma noi miriamo anche allo sviluppo progressivo di altre pratiche (il fitto della terra ai coltivatori, il regolamento automatico del valore dei risparmi in rapporto con il tasso di inflazione, lo sviluppo di alloggi di affitto, l'incoraggiamento del turismo familiare in campagna, ecc.)" (Progetto, pp. 153-154).

"Il Partito Socialista non solo non mette in questione il diritto di ognuno a possedere i propri beni duraturi acquistati mediante il proprio lavoro o gli utensili di lavoro fatti da lui, ma gli garantisce l'esercizio" [di questo diritto]. A sua volta, esso propone di sostituire progressivamente la proprietà capitalista con la proprietà sociale che può assumere forme diverse, per l'amministrazione della quale i lavoratori debbono prepararsi" (Statuti del Partito — Dichiarazione dei Principi, in "Documentation Socialiste", supplemento al n. 2, p. 48).

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12. La proprietà rurale nel Progetto socialista

Il Progetto si lascia conoscere molto di più nelle sue mete che nelle tappe che permette o tollera per necessità strategica.

In questa prospettiva, qual'è la situazione della proprietà rurale — cioè, della piccola proprietà di dimensioni familiari — nella società modellata dal PS? La domanda presup­pone che le proprietà di grande e media grandezza siano già state eliminate.

Sia il Progetto — come pure la Dichiarazione di politica generale del Governo fatta dal Primo Ministro Pierre Mauroy — sono vaghi ed ambigui su questo punto.

Il Progetto propone delle misure che a primo sguardo sembrerebbero ispirate dal buon senso e dal desiderio di proteggere l'agri­coltore: aumentare la produzione, organizzare i mercati, rivalorizzare la posizione dell'agri­coltore, e garantirgli il suo terreno. L'unica eccezione è il sistema di protezione dei prezzi per i prodotti agricoli, che ovviamente è solo o quasi solo inteso per quei piccoli produttori. Che gli altri produttori, tollerati per via del gradualismo, sopravvivano se possono; e che altrimenti avvizziscano.

Quale consistenza vi è nei diritti del piccolo proprietario terriero, visto che l'elemento principale delle proposte socialiste è la crea­zione di uffici terrieri che organizzeranno i mercati e, fra l'altro, saranno "incaricati di promuovere una migliore ripartizione ed uti­lizzazione della terra"?

Inoltre, questi uffici terrieri saranno gli elementi di una autogestione collettiva, costi­tuita dall'insieme dei piccoli proprietari ter­rieri e dagli utenti, su tutto il terreno arabile. Il che assoggetterebbe continuamente a divi­sioni la piccola proprietà, e a cambiamenti di dimensione ed amalgamazioni in una situa­zione di riforma agraria permanente sotto­messa ad una regolazione dittatoriale dei prezzi dei prodotti agricoli. (34)

 

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34. "Il controllo e la garanzia della terra. — Essendo uno strumento di lavoro, la terra sarà protetta contro la speculazione immobiliare mediante l'instaurazione di una politica basata sulla creazione di uffici immo­biliari incaricati di assicurare la migliore distribuzione e utilizzazione del suolo. Esso sarà anche protetto contro l'uso eccessivo e l'esaurimento causati dalla coltivazione inten­siva, come pure l'abuso di tecniche nocive alla natura ed all'ambiente" (Progetto, p. 208).

"Il mercato sarà organizzato sotto uffici. Questi assicureranno agli agricoltori una remunerazione giusta per il proprio lavoro mediante la garanzia dei prezzi, prendendo in considerazione i costi di produzione entro i limiti di un quantum" (Progetto, p. 206).

"Amministrati da rappresentanti degli agricoltori, dai lavoratori agricoli e dalle comunità locali, [gli uffici immobiliari) ... assumeranno particolarmente le seguenti fun­zioni:

— Essi . . . interverranno in procedimenti di affitto. . . .

— Essi avranno un diritto permanente di prelazione nell'acquisto di ogni terreno messo in vendita. I terreni così acquisiti potranno essere sia rivenduti che affittati agli agri­coltori che ne avranno bisogno" (Pour une agriculture avec les socialistes, "Les cahiers de documentation socialiste", n. 2, aprile 1981, p. 20).

Mitterrand descrive il funzionamento di questi uffici immobiliari nel modo seguente:

"Contrariamente a ciò che alcune persone vogliono far credere, questi uffici non instaureranno né il collettivismo né il co­stringimento! Non può esistere nessuna buona politica terriera eccetto quella che è discussa, convenuta ed accettata dalle diverse parti interessate, agricoltori, comunità locali e amministrazione.

Sono perciò gli agricoltori stessi che amministreranno gli uffici regionali e che coordineranno la politica terriera, discuten­dola insieme, e che prenderanno decisioni circa la distribuzione e l'assegnazione di zone al terreno, cose desiderabili per poter man­tenere una popolazione agricola attiva e un massimo numero di installazioni" (apud CL. MANCERON e B. PINGAUD, François Mitter­rand — L'homme, les idées, le programme, Flammarion, Parigi, 1981, pp. 107-108).

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*    *    *

Così considerato nell'insieme ciò che il Pro­getto stabilisce per la società autogestionaria, occorrono due domande riguardanti al nocciolo del pensiero che lo ispira: è realmente liberale? Come approccia la religione? È ciò che vedremo in seguito.

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