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La libertà della Chiesa nello Stato comunista

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VI — La soluzione
1. Quanto alla prima condizione, ci sembra che la risposta debba essere negativa, in vista della forza persuasiva che possiede una metafisica e una morale concretizzate in un regime, in una cultura, in un ambiente.
La missione docente della Chiesa non consiste soltanto nell'insegnare la verità, ma anche nel condannare Terrore. Nessun insegnamento della verità, in quanto insegnamento, è sufficiente se non include l'enunciazione e la confutazione delle obiezioni che si possono fare contro la verità. Pio XII ha detto: "La Chiesa, piena sempre di carità e di bontà verso le persone di quei traviati, fedele tuttavia alla parola del divino suo Fondatore, che ha dichiarato: "Chi non è con Me, è contro di Me" (Matt., 12, 30), non può mancare al dovere di denunziare l'errore, di togliere la maschera ai "fabbricatori di menzogne" (Giob. 13, 4)..." (Radiomessaggio Natalizio del 1947 — "Discorsi e Radiomessaggi", vol. IX, p. 393). Nello stesso senso si è espresso Pio XI: "Il primo dono d'amore del Sacerdote di fronte al suo ambiente e che si impone nel modo più evidente, è il dono di servire la verità, l'intera verità, e smascherare e confutare l'errore sotto qualsiasi forma, maschera o simulazione si presenti" (Enciclica "Mit Brennender Sorge", del 14 marzo 1937 — AAS, vol. XXIX, p. 163). Appartiene all'essenza del liberalismo religioso la falsa massima che per insegnare la verità non bisogna oppugnare o confutare l'errore. Non vi è nessuna formazione cristiana adeguata che prescinda dall'apologetica. Risulta particolarmente importante osservarlo, giacché la maggioranza degli uomini tende ad accettare come normale il regime politico e sociale in cui nasce e vive, ad ammettere che il regime esercita sulle anime una profonda influenza formativa.
Per misurare quest'azione formativa in tutta la sua estensione, esaminiamola in ragione della sua esistenza e nel suo modo di operare.
Ogni regime politico, economico e sociale si basa, in ultima analisi, in una metafisica e in una morale. Le istituzioni, le leggi, la cultura e le abitudini che lo integrano, o che gli sono correlati, riflettono nella pratica i principi di questa metafisica e di questa morale.
Dal proprio fatto di esistere, dal naturale prestigio del Pubblico Potere, come pure dall'enorme forza dell'ambiente e dell'abitudine, il regime induce la popolazione ad accettare come buone, normali, persino indiscutibili, la cultura e l'ordine temporali vigenti, i quali sono le conseguenze dei principi metafisici e morali dominanti. E, con l'accettare tutto ciò, l'animo pubblico finisce coll'andare più lontano, lasciandosi penetrare come per osmosi, da questi principi, abitualmente intravveduti in modo confuso, subcosciente, ma assai vivo, per la maggior parte delle persone.
L'ordine temporale esercita dunque, una profonda azione formatrice — o deformatrice — sull'anima dei popoli e degli individui.
Vi sono epoche in cui l'ordine temporale si basa su principi contrad-dittori, i quali convivono in ragione a un tale o quale scetticismo con colorazione quasi sempre pragmatista. In generale, questo scetticismo pragmatico passa di lì alla mentalità delle moltitudini.
Vi sono altre epoche, in cui i principi metafisici e morali che animano l'ordine temporale sono coerenti e monolitici, nella verità e nel bene, come nell'Europa del secolo XIII, oppure nell'errore e nel male come nella Russia e nella Cina dei nostri giorni. Allora, questi principi possono penetrare a fondo nei popoli che vivono in una società temporale da loro ispirata.
Il fatto di vivere in un ordine di cose così coerente nell'errore e nel male è già di sé stesso un tremendo invito all'apostasia.
Nello Stato comunista, ufficialmente filosofico e settario, questa impregnazione dottrinaria nella massa è fatta con intransigenza, ampiezza e metodo, e completata con una dottrinazione esplicita, instancabilmente ripetuta ad ogni proposito.
In tutta la Storia non c'è un esempio di pressione più completa nel suo contenuto dottrinario, più sottile e polimorfa nei suoi metodi, più brutale nei suoi momenti di azione violenta, che quella esercitata dai regimi comunisti sui popoli che giacciono sotto il suo giogo.
In uno Stato così totalmente anticristiano non vi è mezzo di evitare questa influenza sennonché istruendo i fedeli su ciò che esso ha di cattivo.
Dinanzi a un tale avversario, più che dinanzi a qualunque altro, la Chiesa non può, dunque, accettare una libertà che implichi la rinuncia sincera ed effettiva all'esercizio, franco ed efficace, della sua funzione apologetica.
2. Quanto alla seconda condizione, ci sembra pure che non sia accet-tabile, considerando non solo l'incompatibilità totale tra il comunismo e la dottrina cattolica, come particolarmente il diritto di proprietà nelle sue relazioni coll'amor di Dio, con la virtù della giustizia e con la santificazione delle anime.
Per il rifiuto di questa seconda condizione esiste anzitutto una ragione di carattere generico. La dottrina comunista, atea, materialista, relativista, evoluzionista, contrasta nel modo più radicale col concetto cattolico di un Dio personale che ha promulgato per gli uomini una Legge in cui si consustanziano tutti i principi della morale, fissi, immutabili e consentanei all'ordine naturale. La "cultura" comunista, considerata in tutti i suoi aspetti e in ognuno di essi, conduce alla negazione della morale e del diritto. Dunque, il contrasto fra comunismo e Chiesa non avviene appena in materia di famiglia e di proprietà. Ed è su tutta la morale, su tutta la nozione del diritto che la Chiesa dovrebbe, in tale caso, tacere.
Non vediamo, dunque, verso quale risultato tattico condurrebbe un "armistizio ideologico" tra cattolici e comunisti circoscritto a questi due punti, se in tutti gli altri la lotta ideologica continuasse.
* * *
Consideriamo, frattanto, "argumentandi gratia" l'ipotesi di un silenzio della Chiesa soltanto riguardo alla famiglia e alla proprietà particolare.
È tanto evidentemente assurdo ammettere che Essa accetti restrizioni quanto alla sua predicazione in materia di famiglia, che neppure ci tratteniamo nell'analisi di questa ipotesi.
Ma immaginiamo che uno Stato comunista concedesse alla Chiesa tutta la libertà di predicare sulla famiglia, non concedendola però a rispetto della proprietà particolare. Cosa si dovrebbe rispondere allora?
A prima vista si direbbe che la missione della Chiesa consiste essenzialmente nel promuovere la conoscenza e l'amore verso Dio, più che preconizzare o mantenere un regime politico sociale od economico. E che le anime possono conoscere ed amare Dio senza essere istruite sul principio della proprietà particolare.
La Chiesa potrebbe, quindi, accettare come un male minore il patto di mantenere il silenzio sul diritto di proprietà, per ricevere in cambio la libertà di istruire e santificare le anime, parlando loro di Dio e del destino eterno dell'uomo, e amministrando loro i Sacramenti.
* * *
Questo modo di vedere la missione docente e santificatrice della Chiesa urta contro una obiezione preliminare. Se qualche governo terreno esigesse da Essa, come condizione per essere libera, la rinunzia alla predicazione di qualunque precetto della Legge, Essa non potrebbe accettare questa libertà, la quale sarebbe anzi un simulacro.
Affermiamo che sarebbe un simulacro fallace, questa "libertà", poiché la missione del magistero della Chiesa ha per oggetto di insegnare una dottrina che costituisce un tutto indivisibile. O Essa è libera di compiere il mandato di Gesù Cristo, insegnando tutto questo, o deve considerarsi oppressa e perseguitata. Se non Le si riconosce questa libertà totale, Essa dovrà — in conformità alla sua natura militante — entrare in lotta coll'oppressore. La Chiesa non può accettare nella sua funzione docente un mezzo silenzio, una mezza oppressione, per ottenere una mezza libertà. Sarebbe un completo tradimento della sua missione.
* * *
Oltre a questa obiezione preliminare, basata sulla missione docente della Chiesa, ce ne sarebbe un'altra da fare, concernente la sua funzione come educatrice delle volontà umane per l'acquisto della santità.
L'obiezione si fonda sul fatto che la chiara conoscenza del principio della proprietà particolare, ed il rispetto di questo principio nella pratica, sono assolutamente indispensabili per la formazione genuinamente cristiana delle anime:
• a) DAL PUNTO DI VISTA DELL'AMORE A DIO: La conoscenza e l'amore alla Legge sono inseparabili dall'amore verso Dio. Poiché la Legge è in qualche modo lo specchio della santità divina. E ciò che può essere detto per ogni precetto, è vero specialmente quando si consideri la Legge nel suo insieme. Rinunciare all'insegnamento dei due precetti del Decalogo che fondamentano la proprietà particolare risulterebbe nella presentazione di un'immagine sfigurata di questo insieme, e perciò di Dio stesso. Ora, dove le anime hanno un'idea sfigurata al cospetto di Dio, queste si formeranno secondo un modello sbagliato, ciò che è incompatibile con la vera santificazione.
• b) DAL PUNTO DI VISTA DELLA VIRTÙ CARDINALE DELLA GIUSTIZIA: Le virtù cardinali sono, come dice il nome, dei cardini sui quali si appoggia tutta la santità. Affinché l'anima si santifichi, deve conoscerle rettamente, amarle sinceramente, e praticarle genuinamente.
Succede che tutta la nozione di giustizia si fonda sul principio che ogni uomo, il suo prossimo considerato individualmente e la società umana sono rispettivamente titolari di diritti, ai quali corrispondono naturalmente dei doveri. In altre parole, la nozione del "mio" e del "tuo" si trova nella base più elementare del concetto di giustizia.
Ora, precisamente questa nozione del "mio" e del "tuo" in materia economica, conduce direttamente e ineluttabilmente al principio della proprietà particolare.
Donde, senza la retta conoscenza della legittimità e dell'estensione — come pure della limitazione — della proprietà particolare, non esiste retta conoscenza di quel che possa essere la virtù cardinale della giustizia. E senza questa conoscenza non sono possibili un vero amore, né una vera pratica della giustizia; insomma, non è possibile la santificazione.
• c) DA UN PUNTO DI VISTA PIÙ GENERICO, DEL PIENO SVILUPPO DELLE FACOLTÀ DELL'ANIMA, E DELLA SUA SANTIFICAZIONE: La illustrazione di questo argomento presuppone come punto stabile che la retta formazione dell'intelligenza e della volontà, sotto vari aspetti favorisce la santificazione, e sotto altri aspetti persino si identifica con essa. E che, "a contrario sensu", tutto quanto nuoce alla retta formazione dell'intelligenza e della volontà, è incompatibile con la santificazione sotto diversi aspetti.
Dimostriamo che una società in cui non esiste la proprietà particolare è gravemente opposta al retto sviluppo delle facoltà dell'anima, in special modo della volontà. Donde, di sé stessa, è incompatibile con la santificazione degli uomini.
Ci riferiremo pure, di passaggio, al danno che per analoghe ragioni la comunità di beni reca alla cultura. Lo faremo poiché il vero sviluppo culturale è non solo un fattore propizio alla santificazione dei popoli, come pure il frutto di questa santificazione. Donde, la retta vita culturale possiede un intimo vincolo col nostro tema.
Abbordiamo il tema risaltando un punto essenziale, spesso dimenticato da coloro che trattano dell'istituto della proprietà particolare: questo è necessario all'equilibrio e alla santificazione dell'uomo.
Per giustificare questa tesi è necessario ricordare, preliminarmente, che i documenti pontifici, quando discorrono sul capitale, sul lavoro e sulla questione sociale, non lasciano il minor dubbio quanto al fatto che la proprietà particolare non è soltanto legittima ma ancor più indispensabile al bene privato e al bene comune, e tutto questo in ciò che si riferisce tanto agli interessi materiali dell'uomo, quanto a quelli della sua anima.
È assai certo che questi stessi documenti papali si sollevarono veementemente contro i numerosi eccessi ed abusi che, principalmente a cominciare dal secolo XIX, sono occorsi in materia di proprietà particolare. Però, il fatto di essere molto rimproverabili e dannosi gli abusi fatti dagli uomini a una istituzione, assolutamente non vuol dire che perciò essa non sia intrinsecamente eccellente. Al contrario, si deve tendere a pensare l'opposto nel maggior numero dei casi: "corruptio optimi pessima" — il pessimo è, forse, quasi sempre la corruzione di ciò che in sé stesso è ottimo. Nulla è più sacro e santo, in sé stesso, e da tutti i punti di vista, che il sacerdozio. Nulla è peggiore della sua corruzione. E proprio perciò si capisce che la Santa Sede, tanto severa contro gli abusi della proprietà privata, sia ancor più severa quando reprime gli abusi del sacerdozio.
Sono molteplici i motivi pei quali l'istituto della proprietà particolare è indispensabile agli individui, alle famiglie e ai popoli. Esorbiterebbe dai limiti del presente saggio un'esposizione completa di questi motivi. Atteniamoci alla illustrazione di quello che importa più direttamente al nostro tema: come abbiamo affermato poco prima, questo istituto è necessario all'equilibrio e alla santificazione dell'uomo.
Essendo naturalmente dotato d'intelligenza e di volontà, l'uomo tende a provvedere con le sua proprie facoltà spirituali a tutto ciò che occorre al suo bene. Donde gli proviene il diritto di cercare da sé stesso le cose che gli occorrono ed appropriarsi di loro quando non hanno padrone. Da ciò gli proviene ugualmente il diritto di provvedere in modo stabile alle sue necessità del domani, appropriandosi del suolo, coltivandolo e producendo per questa coltivazione gli strumenti per il lavoro. Insomma, è per il fatto che possiede anima che l'uomo tende incontestabilmente ad essere proprietario. Ed è in questo punto, dicono Leone XIII e San Pio X, che la sua posizione dinanzi ai beni materiali lo distingue dagli animali irrazionali: "IV — L'uomo dispone sui beni della terra, non soltanto del semplice uso, come i bruti, ma anche il diritto di proprietà stabile, tanto riguardo alle cose che si consumano coll’uso, come riguardo a quelle che l'uso non consuma (Enciclica Rerum Novarum)" (San Pio X, Motu Proprio sull'Azione Popolare Cattolica, 18 dicembre 1903 — ASS, vol. 36, pp. 341-343).
Ora, siccome il dirigere il proprio destino e provvedere alla propria sussistenza è oggetto prossimo, necessario e costante dell'esercizio dell'intelligenza e della volontà, e siccome la proprietà è il mezzo normale affinché l'uomo sia sicuro e si senta sicuro nel suo avvenire e padrone di sé stesso, succede che abolire la proprietà particolare, e conseguentemente rimettere l'individuo, come una termite inerme, alla direzione dello Stato, è privare la sua mente di alcune condizioni basiche per il suo funzionamento normale, ed è portare all'atrofia le facoltà della sua anima per mancanza di esercizio, ed è insomma deformarlo profondamente. Così si spiega, in gran parte, la tristezza che caratterizza le popolazioni soggette al comunismo, come pure il tedio, le neurosi ed i suicidi sempre più frequenti in alcuni paesi largamente socialisti dell'Occidente.
È saputo molto bene, difatti, che le facoltà dell'anima, che non si esercitano, tendono ad atrofizzarsi. Al contrario, l'esercizio adeguato può svilupparle, alle volte persino prodigiosamente. Su questo si fonda un grande numero di pratiche didattiche ed ascetiche approvate dai migliori dottrinatori, e consacrate dall'esperienza.
Essendo la santità la perfezione dell'anima, si può capire bene quale importanza rappresenti per la salvazione e la santificazione degli uomini ciò che di qui si conclude. La condizione di proprietario, di per sé, crea circostanze assai propizie per il retto e virtuoso esercizio delle facoltà dell'anima. Non accettando l'ideale utopico di una società in cui ogni individuo, senza eccezione, sia proprietario, od in cui non ci siano patrimoni disuguali, grandi, medi e piccoli, è necessario affermare che la diffusione più ampia possibile della proprietà favorisce il bene spirituale, e ovviamente anche quello culturale, sia degli individui, come delle famiglie e delle società. Nel senso opposto, la proletarizzazione crea condizioni molto sfavorevoli alla salvazione, santificazione e formazione culturale dei popoli, delle famiglie e degli individui.
• Per facilitare di più l'esposizione, consideriamo subito alcune obiezioni alla tesi trattata nella lettera "c":
* Nelle società dove esiste proprietà particolare, coloro che non sono proprietari diventano matti? Oppure non possono santificarsi?
Per rispondere a questa domanda, è conveniente ponderare che la proprietà particolare è una istituzione che favorisce indirettamente, ma in modo genuino, coloro che non sono proprietari. Poiché, essendo grande il numero di persone che tirano profitto adeguato dai benefizi morali e culturali che la condizione di proprietario a loro conferisce, risulta così un ambiente sociale elevato, che favorisce persino quelli che non sono proprietari a causa della naturale comunicazione delle anime. La situazione in cui questi si trovano non si identifica, dunque, a quella degli individui che vivono in un regime nel quale non esiste nessuna proprietà.
* Allora la proprietà particolare è la causa dell'elevazione morale e culturale dei popoli?
Diciamo che la proprietà è condizione importantissima per il bene spirituale e culturale degli individui, delle famiglie e dei popoli. Non diciamo che è causa della santificazione. Come la libertà della Chiesa è condizione per il Suo sviluppo. Però la Chiesa, perseguitata, fiorì mirabilmente nelle catacombe. Sarebbe esagerato dire, per esempio, che, necessariamente, quanto più è diffusa la proprietà, tanto più è virtuoso e colto il popolo. Ciò condurrebbe a mettere quel che è soprannaturale nella dipendenza della materia, e quel che è culturale nella dipendenza dell'economia.
Però, è sicuro che a nessun popolo è lecito di contrariare i disegni della Provvidenza, abolendo un'istituzione imposta dall'ordine naturale delle cose, come lo è la proprietà particolare, istituzione che è una condizione assai importante per il bene delle anime, tanto nel piano religioso come in quello culturale. E se qualche popolo procedesse in questo modo, preparerebbe i fattori per la sua degradazione morale e culturale, e perciò per la sua completa rovina.
* Se questo è vero, come vi è stata tanta cultura nella Roma imperiale, dove la maggioranza della popolazione era costituita di proletari e di schiavi? E come vari schiavi hanno potuto sollevarsi a un elevato livello morale e culturale a Roma come pure in Grecia?
La differenza tra una stanza interamente buia, e un'altra illuminata da una luce tremolante, è maggiore di quella tra una stanza illuminata da una luce tremolante in confronto a un'altra illuminata fantasmagoricamente. E questo perché il male prodotto dalla mancanza totale di un bene importante, come nel caso sarebbe la luce, è sempre incomparabilemente maggiore di quello prodotto dall'insufficienza di questo bene. La società romana possedeva, sebbene in misura minore del desiderabile, una vasta e colta classe di proprietari. Donde l'esistenza nell'Impero dei benefici culturali della proprietà, per lo meno in una certa proporzione. Sarebbe molto diversa la situazione di un paese interamente privato di una classe di proprietari: da questo punto di vista, si troverebbe nelle complete tenebre.
Forse si obietterà che l'esperienza si trova in contraddizione con la conclusione teorica. Poiché nel popolo russo ci troviamo di fronte a un innegabile progresso culturale e tecnico, a dispetto della comunità di beni imposta dal regime marxista.
Pure qui, la risposta non è difficile.
Le risorse disseccate nei punti cardinali di un vastissimo impero si trovano soggettate all'arbitrio del governo sovietico. Esso dispone arbitrariamente dei talenti, del lavoro e della produzione di centinaia di milioni di persone.
Quindi, non gli mancarono mai i mezzi per costituire alcuni ambienti artificiali, di alta elaborazione tecnica o culturale (anticulturale si direbbe meglio). Senza negare i grandi risultati ottenuti in questo modo, si può esprimere assai legittimamente una certa sorpresa per il fatto che essi non sono molto maggiori. Poiché, se uno Stato-moloch, tutto intero antinaturale, non produce risultati-moloch nell'ordine dell'artificiale, è perché realmente non ha il dono dell'efficacia.
Inoltre, questo artificiale rifiorimento intellettuale è interamente separato dalla popolazione. Esso non costituisce il prodotto della società. Non è il risultato di una germinazione nelle sue viscere. Ma è ottenuta fuori di questa, col sangue che da essa é succhiato. Cresce e si afferma senza di lei, e in alcun modo contro di lei.
Una tale produzione non è l'indice della cultura di una nazione. Come, in una immensa proprietà rurale abbandonata, i prodotti di una stufa ivi esistente non sarebbero la prova valida che la proprietà è obbligatoriamente coltivata.
Ritornando all'obiezione relativa alla Roma imperiale, vi sono stati degli schiavi, è certo, che si sollevarono a dei livelli intellettuali e morali stupendi: meraviglie della grazia nel piano morale, e della natura, che sino ad oggi causano ammirazione. Eccezioni gloriose che non sono sufficienti per negare la verità ovvia che la condizione servile, di sé stessa, è oppressiva e nociva all'anima dello schiavo, sia dal punto di vista religioso, come da quello culturale. E che la schiavitù, già di sé stessa moralmente e culturalmente nociva, lo sarebbe stata incomparabilmente di più per gli stessi schiavi dell'Antichità, se non ci fossero stati dei patrizi e plebei liberi, e se la società fosse costituita soltanto di uomini senza autonomia né proprietà, come accade nel regime comunista.
* Ma, potrebbe essere allegato infine, allora lo stato religioso è intrinsecamente nocivo alle anime, col voto di ubbidienza e con quello della povertà che lo costituiscono? Questi non privano l'uomo della tendenza di provvedere a se stesso?
La risposta è facile. Questo stato è altamente benefico alle anime attratte dalla grazia per vie eccezionali. Se immaginassimo questo stato vissuto da tutta una società, sarebbe nocivo, poiché quel che conviene alle eccezioni non conviene a tutti. È perciò che le comunità di beni tra i fedeli non è mai stata generalizzata nella Chiesa primitiva, ed ha finito per essere eliminata. E le esperienze comuno-protestanti di alcune collettività nel secolo XVI risultarono una rovina.
* * *
Ponderati questi molteplici argomenti ed obiezioni, rimane ferma la tesi che è vano tacere sull'immoralità della completa comunità di beni, per ottenere in cambio la santificazione delle anime attraverso la libertà di culto e una relativa libertà di predicazione.
• D'altronde, una volta accettato questo patto mostruoso, non sarebbe praticabile per questo fatto la coesistenza sognata. Difatti, in una società senza proprietà particolare, le anime rette tenderebbero sempre, a causa del dinamismo stesso delle loro virtù, a creare delle condizioni a loro favorevoli. Poiché tutto ciò che esiste propende a lottare per la propria sopravvivenza, distruggendo le circostanze avverse, ed impiantando circostanze proprie. "A contrario sensu", tutto ciò che non lotta contro le circostanze gravemente avverse è da loro distrutto.
Donde, la virtù si troverebbe in una lotta perpetua contro la società comunista in cui starebbe fiorendo, e tenderebbe perpetuamente ad eliminare la comunità di beni. E la società comunista si troverebbe in una lotta perpetua contro la virtù, e tenderebbe ad asfissiarla. Tutto ciò sarebbe proprio né più né meno che l'opposto della coesistenza sognata.
3. Quanto alla terza condizione, ci sembra egualmente inaccettabile, poiché la necessità di tollerare un male minore non può indurre alla rinunzia della sua distruzione totale.
Quando la Chiesa risolve di tollerare un male minore, non vuol dire che questo male non debba essere combattuto con tutta l'efficacia. "A fortiori", quando questo male "minore" è in se stesso gravissimo.
In altre parole, la Chiesa deve formare nei fedeli e rinnovare in essi, ad ogni istante, un dolore vivissimo per la necessità di accettare il male minore. E con il dolore deve suscitare nei fedeli il proposito efficace di fare tutto il possibile per rimuovere le circostanze che hanno fatta necessaria l'accettazione del minor male.
Ora, agendo così, la Chiesa romperà la possibilità di coesistenza. Eppure, secondo la nostra opinione, non potrebbe agire in altro modo dentro l'imperativo della sua sublime missione.

VI — La soluzione

 

1. Quanto alla prima condizione, ci sembra che la risposta debba essere negativa, in vista della forza persuasiva che possiede una metafisica e una morale concretizzate in un regime, in una cultura, in un ambiente.


La missione docente della Chiesa non consiste soltanto nell'insegnare la verità, ma anche nel condannare Terrore. Nessun insegnamento della verità, in quanto insegnamento, è sufficiente se non include l'enunciazione e la confutazione delle obiezioni che si possono fare contro la verità. Pio XII ha detto: "La Chiesa, piena sempre di carità e di bontà verso le persone di quei traviati, fedele tuttavia alla parola del divino suo Fondatore, che ha dichiarato: "Chi non è con Me, è contro di Me" (Matt., 12, 30), non può mancare al dovere di denunziare l'errore, di togliere la maschera ai "fabbricatori di menzogne" (Giob. 13, 4)..." (Radiomessaggio Natalizio del 1947 — "Discorsi e Radiomessaggi", vol. IX, p. 393). Nello stesso senso si è espresso Pio XI: "Il primo dono d'amore del Sacerdote di fronte al suo ambiente e che si impone nel modo più evidente, è il dono di servire la verità, l'intera verità, e smascherare e confutare l'errore sotto qualsiasi forma, maschera o simulazione si presenti" (Enciclica "Mit Brennender Sorge", del 14 marzo 1937 — AAS, vol. XXIX, p. 163).

Appartiene all'essenza del liberalismo religioso la falsa massima che per insegnare la verità non bisogna oppugnare o confutare l'errore. Non vi è nessuna formazione cristiana adeguata che prescinda dall'apologetica. Risulta particolarmente importante osservarlo, giacché la maggioranza degli uomini tende ad accettare come normale il regime politico e sociale in cui nasce e vive, ad ammettere che il regime esercita sulle anime una profonda influenza formativa.


Per misurare quest'azione formativa in tutta la sua estensione, esaminiamola in ragione della sua esistenza e nel suo modo di operare.


Ogni regime politico, economico e sociale si basa, in ultima analisi, in una metafisica e in una morale. Le istituzioni, le leggi, la cultura e le abitudini che lo integrano, o che gli sono correlati, riflettono nella pratica i principi di questa metafisica e di questa morale.


Dal proprio fatto di esistere, dal naturale prestigio del Pubblico Potere, come pure dall'enorme forza dell'ambiente e dell'abitudine, il regime induce la popolazione ad accettare come buone, normali, persino indiscutibili, la cultura e l'ordine temporali vigenti, i quali sono le conseguenze dei principi metafisici e morali dominanti. E, con l'accettare tutto ciò, l'animo pubblico finisce coll'andare più lontano, lasciandosi penetrare come per osmosi, da questi principi, abitualmente intravveduti in modo confuso, subcosciente, ma assai vivo, per la maggior parte delle persone.


L'ordine temporale esercita dunque, una profonda azione formatrice — o deformatrice — sull'anima dei popoli e degli individui.


Vi sono epoche in cui l'ordine temporale si basa su principi contraddittori, i quali convivono in ragione a un tale o quale scetticismo con colorazione quasi sempre pragmatista. In generale, questo scetticismo pragmatico passa di lì alla mentalità delle moltitudini.


Vi sono altre epoche, in cui i principi metafisici e morali che animano l'ordine temporale sono coerenti e monolitici, nella verità e nel bene, come nell'Europa del secolo XIII, oppure nell'errore e nel male come nella Russia e nella Cina dei nostri giorni. Allora, questi principi possono penetrare a fondo nei popoli che vivono in una società temporale da loro ispirata.


Il fatto di vivere in un ordine di cose così coerente nell'errore e nel male è già di sé stesso un tremendo invito all'apostasia.


Nello Stato comunista, ufficialmente filosofico e settario, questa impregnazione dottrinaria nella massa è fatta con intransigenza, ampiezza e metodo, e completata con una dottrinazione esplicita, instancabilmente ripetuta ad ogni proposito.


In tutta la Storia non c'è un esempio di pressione più completa nel suo contenuto dottrinario, più sottile e polimorfa nei suoi metodi, più brutale nei suoi momenti di azione violenta, che quella esercitata dai regimi comunisti sui popoli che giacciono sotto il suo giogo.


In uno Stato così totalmente anticristiano non vi è mezzo di evitare questa influenza sennonché istruendo i fedeli su ciò che esso ha di cattivo.


Dinanzi a un tale avversario, più che dinanzi a qualunque altro, la Chiesa non può, dunque, accettare una libertà che implichi la rinuncia sincera ed effettiva all'esercizio, franco ed efficace, della sua funzione apologetica.


2. Quanto alla seconda condizione, ci sembra pure che non sia accettabile, considerando non solo l'incompatibilità totale tra il comunismo e la dottrina cattolica, come particolarmente il diritto di proprietà nelle sue relazioni coll'amor di Dio, con la virtù della giustizia e con la santificazione delle anime.


Per il rifiuto di questa seconda condizione esiste anzitutto una ragione di carattere generico. La dottrina comunista, atea, materialista, relativista, evoluzionista, contrasta nel modo più radicale col concetto cattolico di un Dio personale che ha promulgato per gli uomini una Legge in cui si consustanziano tutti i principi della morale, fissi, immutabili e consentanei all'ordine naturale. La "cultura" comunista, considerata in tutti i suoi aspetti e in ognuno di essi, conduce alla negazione della morale e del diritto. Dunque, il contrasto fra comunismo e Chiesa non avviene appena in materia di famiglia e di proprietà. Ed è su tutta la morale, su tutta la nozione del diritto che la Chiesa dovrebbe, in tale caso, tacere.


Non vediamo, dunque, verso quale risultato tattico condurrebbe un "armistizio ideologico" tra cattolici e comunisti circoscritto a questi due punti, se in tutti gli altri la lotta ideologica continuasse.

 

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Consideriamo, frattanto, argumentandi gratia l'ipotesi di un silenzio della Chiesa soltanto riguardo alla famiglia e alla proprietà particolare.


È tanto evidentemente assurdo ammettere che Essa accetti restrizioni quanto alla sua predicazione in materia di famiglia, che neppure ci tratteniamo nell'analisi di questa ipotesi.


Ma immaginiamo che uno Stato comunista concedesse alla Chiesa tutta la libertà di predicare sulla famiglia, non concedendola però a rispetto della proprietà particolare. Cosa si dovrebbe rispondere allora?


A prima vista si direbbe che la missione della Chiesa consiste essenzialmente nel promuovere la conoscenza e l'amore verso Dio, più che preconizzare o mantenere un regime politico sociale od economico. E che le anime possono conoscere ed amare Dio senza essere istruite sul principio della proprietà particolare.


La Chiesa potrebbe, quindi, accettare come un male minore il patto di mantenere il silenzio sul diritto di proprietà, per ricevere in cambio la libertà di istruire e santificare le anime, parlando loro di Dio e del destino eterno dell'uomo, e amministrando loro i Sacramenti.

 

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Questo modo di vedere la missione docente e santificatrice della Chiesa urta contro una obiezione preliminare. Se qualche governo terreno esigesse da Essa, come condizione per essere libera, la rinunzia alla predicazione di qualunque precetto della Legge, Essa non potrebbe accettare questa libertà, la quale sarebbe anzi un simulacro.


Affermiamo che sarebbe un simulacro fallace, questa "libertà", poiché la missione del magistero della Chiesa ha per oggetto di insegnare una dottrina che costituisce un tutto indivisibile. O Essa è libera di compiere il mandato di Gesù Cristo, insegnando tutto questo, o deve con
siderarsi oppressa e perseguitata. Se non Le si riconosce questa libertà totale, Essa dovrà — in conformità alla sua natura militante — entrare in lotta con l'oppressore. La Chiesa non può accettare nella sua funzione docente un mezzo silenzio, una mezza oppressione, per ottenere una mezza libertà. Sarebbe un completo tradimento della sua missione.


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Oltre a questa obiezione preliminare, basata sulla missione docente della Chiesa, ce ne sarebbe un'altra da fare, concernente la sua funzione come educatrice delle volontà umane per l'acquisto della santità.


L'obiezione si fonda sul fatto che la chiara conoscenza del principio della proprietà particolare, ed il rispetto di questo principio nella pratica, sono assolutamente indispensabili per la formazione genuinamente cristiana delle anime:


• a) DAL PUNTO DI VISTA DELL'AMORE A DIO: La conoscenza e l'amore alla Legge sono inseparabili dall'amore verso Dio. Poiché la Legge è in qualche modo lo specchio della santità divina. E ciò che può essere detto per ogni precetto, è vero specialmente quando si consideri la Legge nel suo insieme. Rinunciare all'insegnamento dei due precetti del Decalogo che fondamentano la proprietà particolare risulterebbe nella presentazione di un'immagine sfigurata di questo insieme, e perciò di Dio stesso. Ora, dove le anime hanno un'idea sfigurata al cospetto di Dio, queste si formeranno secondo un modello sbagliato, ciò che è incompatibile con la vera santificazione.


• b) DAL PUNTO DI VISTA DELLA VIRTÙ CARDINALE DELLA GIUSTIZIA: Le virtù cardinali sono, come dice il nome, dei cardini sui quali si appoggia tutta la santità. Affinché l'anima si santifichi, deve conoscerle rettamente, amarle sinceramente, e praticarle genuinamente.


Succede che tutta la nozione di giustizia si fonda sul principio che ogni uomo, il suo prossimo considerato individualmente e la società umana sono rispettivamente titolari di diritti, ai quali corrispondono naturalmente dei doveri. In altre parole, la nozione del "mio" e del "tuo" si trova nella base più elementare del concetto di giustizia.


Ora, precisamente questa nozione del "mio" e del "tuo" in materia economica, conduce direttamente e ineluttabilmente al principio della proprietà particolare.


Donde, senza la retta conoscenza della legittimità e dell'estensione — come pure della limitazione — della proprietà particolare, non esiste retta conoscenza di quel che possa essere la virtù cardinale della giustizia. E senza questa conoscenza non sono possibili un vero amore, né una vera pratica della giustizia; insomma, non è possibile la santificazione.


• c) DA UN PUNTO DI VISTA PIÙ GENERICO, DEL PIENO SVILUPPO DELLE FACOLTÀ DELL'ANIMA, E DELLA SUA SANTIFICAZIONE: La illustrazione di questo argomento presuppone come punto stabile che la retta formazione dell'intelligenza e della volontà, sotto vari aspetti favorisce la santificazione, e sotto altri aspetti persino si identifica con essa. E che, a contrario sensu, tutto quanto nuoce alla retta formazione dell'intelligenza e della volontà, è incompatibile con la santificazione sotto diversi aspetti.


Dimostriamo che una società in cui non esiste la proprietà particolare è gravemente opposta al retto sviluppo delle facoltà dell'anima, in special modo della volontà. Donde, di sé stessa, è incompatibile con la santificazione degli uomini.


Ci riferiremo pure, di passaggio, al danno che per analoghe ragioni la comunità di beni reca alla cultura. Lo faremo poiché il vero sviluppo culturale è non solo un fattore propizio alla santificazione dei popoli, come pure il frutto di questa santificazione. Donde, la retta vita culturale possiede un intimo vincolo col nostro tema.


Abbordiamo il tema risaltando un punto essenziale, spesso dimenticato da coloro che trattano dell'istituto della proprietà particolare: questo è necessario all'equilibrio e alla santificazione dell'uomo.


Per giustificare questa tesi è necessario ricordare, preliminarmente, che i documenti pontifici, quando discorrono sul capitale, sul lavoro e sulla questione sociale, non lasciano il minor dubbio quanto al fatto che la proprietà particolare non è soltanto legittima ma ancor più indispensabile al bene privato e al bene comune, e tutto questo in ciò che si riferisce tanto agli interessi materiali dell'uomo, quanto a quelli della sua anima.


È assai certo che questi stessi documenti papali si sollevarono veementemente contro i numerosi eccessi ed abusi che, principalmente a cominciare dal secolo XIX, sono occorsi in materia di proprietà particolare. Però, il fatto di essere molto rimproverabili e dannosi gli abusi fatti dagli uomini a una istituzione, assolutamente non vuol dire che perciò essa non sia intrinsecamente eccellente. Al contrario, si deve tendere a pensare l'opposto nel maggior numero dei casi: 
corruptio optimi pessima — il pessimo è, forse, quasi sempre la corruzione di ciò che in sé stesso è ottimo. Nulla è più sacro e santo, in sé stesso, e da tutti i punti di vista, che il sacerdozio. Nulla è peggiore della sua corruzione. E proprio perciò si capisce che la Santa Sede, tanto severa contro gli abusi della proprietà privata, sia ancor più severa quando reprime gli abusi del sacerdozio.


Sono molteplici i motivi pei quali l'istituto della proprietà particolare è indispensabile agli individui, alle famiglie e ai popoli. Esorbiterebbe dai limiti del presente saggio un'esposizione completa di questi motivi. Atteniamoci alla illustrazione di quello che importa più direttamente al nostro tema: come abbiamo affermato poco prima, questo istituto è necessario all'equilibrio e alla santificazione dell'uomo.


Essendo naturalmente dotato d'intelligenza e di volontà, l'uomo tende a provvedere con le sua proprie facoltà spirituali a tutto ciò che occorre al suo bene. Donde gli proviene il diritto di cercare da sé stesso le cose che gli occorrono ed appropriarsi di loro quando non hanno padrone. Da ciò gli proviene ugualmente il diritto di provvedere in modo stabile alle sue necessità del domani, appropriandosi del suolo, coltivandolo e producendo per questa coltivazione gli strumenti per il lavoro. Insomma, è per il fatto che possiede anima che l'uomo tende incontestabilmente ad essere proprietario. Ed è in questo punto, dicono Leone XIII e San Pio X, che la sua posizione dinanzi ai beni materiali lo distingue dagli animali irrazionali: "IV — L'uomo dispone sui beni della terra, non soltanto del semplice uso, come i bruti, ma anche il diritto di proprietà stabile, tanto riguardo alle cose che si consumano coll’uso, come riguardo a quelle che l'uso non consuma (Enciclica Rerum Novarum)" (San Pio X, Motu Proprio sull'Azione Popolare Cattolica, 18 dicembre 1903 — ASS, vol. 36, pp. 341-343).


Ora, siccome il dirigere il proprio destino e provvedere alla propria sussistenza è oggetto prossimo, necessario e costante dell'esercizio dell'intelligenza e della volontà, e siccome la proprietà è il mezzo normale affinché l'uomo sia sicuro e si senta sicuro nel suo avvenire e padrone di sé stesso, succede che abolire la proprietà particolare, e conseguentemente rimettere l'individuo, come una termite inerme, alla direzione dello Stato, è privare la sua mente di alcune condizioni basiche per il suo funzionamento normale, ed è portare all'atrofia le facoltà della sua anima per mancanza di esercizio, ed è insomma deformarlo profondamente. Così si spiega, in gran parte, la tristezza che caratterizza le popolazioni soggette al comunismo, come pure il tedio, le neurosi ed i suicidi sempre più frequenti in alcuni paesi largamente socialisti dell'Occidente.


È saputo molto bene, difatti, che le facoltà dell'anima, che non si esercitano, tendono ad atrofizzarsi. Al contrario, l'esercizio adeguato può svilupparle, alle volte persino prodigiosamente. Su questo si fonda un grande numero di pratiche didattiche ed ascetiche approvate dai migliori dottrinatori, e consacrate dall'esperienza.


Essendo la santità la perfezione dell'anima, si può capire bene quale importanza rappresenti per la salvazione e la santificazione degli uomini ciò che di qui si conclude. La condizione di proprietario, di per sé, crea circostanze assai propizie per il retto e virtuoso esercizio delle facoltà dell'anima. Non accettando l'ideale utopico di una società in cui ogni individuo, senza eccezione, sia proprietario, od in cui non ci siano patrimoni disuguali, grandi, medi e piccoli, è necessario affermare che la diffusione più ampia possibile della proprietà favorisce il bene spirituale, e ovviamente anche quello culturale, sia degli individui, come delle famiglie e delle società. Nel senso opposto, la proletarizzazione crea condizioni molto sfavorevoli alla salvazione, santificazione e formazione culturale dei popoli, delle famiglie e degli individui.


• Per facilitare di più l'esposizione, consideriamo subito alcune obiezioni alla tesi trattata nella lettera "c":


* Nelle società dove esiste proprietà particolare, coloro che non sono proprietari diventano matti? Oppure non possono santificarsi?


Per rispondere a questa domanda, è conveniente ponderare che la proprietà particolare è una istituzione che favorisce indirettamente, ma in modo genuino, coloro che non sono proprietari. Poiché, essendo grande il numero di persone che tirano profitto adeguato dai benefizi morali e culturali che la condizione di proprietario a loro conferisce, risulta così un ambiente sociale elevato, che favorisce persino quelli che non sono proprietari a causa della naturale comunicazione delle anime. La situazione in cui questi si trovano non si identifica, dunque, a quella degli individui che vivono in un regime nel quale non esiste nessuna proprietà.


* Allora la proprietà particolare è la causa dell'elevazione morale e culturale dei popoli?


Diciamo che la proprietà è condizione importantissima per il bene spirituale e culturale degli individui, delle famiglie e dei popoli. Non diciamo che è causa della santificazione. Come la libertà della Chiesa è condizione per il Suo sviluppo. Però la Chiesa, perseguitata, fiorì mirabilmente nelle catacombe. Sarebbe esagerato dire, per esempio, che, necessariamente, quanto più è diffusa la proprietà, tanto più è virtuoso e colto il popolo. Ciò condurrebbe a mettere quel che è soprannaturale nella dipendenza della materia, e quel che è culturale nella dipendenza dell'economia.


Però, è sicuro che a nessun popolo è lecito di contrariare i disegni della Provvidenza, abolendo un'istituzione imposta dall'ordine naturale delle cose, come lo è la proprietà particolare, istituzione che è una condizione assai importante per il bene delle anime, tanto nel piano religioso come in quello culturale. E se qualche popolo procedesse in questo modo, preparerebbe i fattori per la sua degradazione morale e culturale, e perciò per la sua completa rovina.


* Se questo è vero, come vi è stata tanta cultura nella Roma imperiale, dove la maggioranza della popolazione era costituita di proletari e di schiavi? E come vari schiavi hanno potuto sollevarsi a un elevato livello morale e culturale a Roma come pure in Grecia?


La differenza tra una stanza interamente buia, e un'altra illuminata da una luce tremolante, è maggiore di quella tra una stanza illuminata da una luce tremolante in confronto a un'altra illuminata fantasmagoricamente. E questo perché il male prodotto dalla mancanza totale di un bene importante, come nel caso sarebbe la luce, è sempre incomparabilemente maggiore di quello prodotto dall'insufficienza di questo bene. La società romana possedeva, sebbene in misura minore del desiderabile, una vasta e colta classe di proprietari. Donde l'esistenza nell'Impero dei benefici culturali della proprietà, per lo meno in una certa proporzione. Sarebbe molto diversa la situazione di un paese interamente privato di una classe di proprietari: da questo punto di vista, si troverebbe nelle complete tenebre.


Forse si obietterà che l'esperienza si trova in contraddizione con la conclusione teorica. Poiché nel popolo russo ci troviamo di fronte a un innegabile progresso culturale e tecnico, a dispetto della comunità di beni imposta dal regime marxista.


Pure qui, la risposta non è difficile.


Le risorse disseccate nei punti cardinali di un vastissimo impero si trovano soggettate all'arbitrio del governo sovietico. Esso dispone arbitrariamente dei talenti, del lavoro e della produzione di centinaia di milioni di persone.


Quindi, non gli mancarono mai i mezzi per costituire alcuni ambienti artificiali, di alta elaborazione tecnica o culturale (anticulturale si direbbe meglio). Senza negare i grandi risultati ottenuti in questo modo, si può esprimere assai legittimamente una certa sorpresa per il fatto che essi non sono molto maggiori. Poiché, se uno Stato-moloch, tutto intero antinaturale, non produce risultati-moloch nell'ordine dell'artificiale, è perché realmente non ha il dono dell'efficacia.


Inoltre, questo artificiale rifiorimento intellettuale è interamente separato dalla popolazione. Esso non costituisce il prodotto della società. Non è il risultato di una germinazione nelle sue viscere. Ma è ottenuta fuori di questa, col sangue che da essa é succhiato. Cresce e si afferma senza di lei, e in alcun modo contro di lei.


Una tale produzione non è l'indice della cultura di una nazione. Come, in una immensa proprietà rurale abbandonata, i prodotti di una stufa ivi esistente non sarebbero la prova valida che la proprietà è obbligatoriamente coltivata.


Ritornando all'obiezione relativa alla Roma imperiale, vi sono stati degli schiavi, è certo, che si sollevarono a dei livelli intellettuali e morali stupendi: meraviglie della grazia nel piano morale, e della natura, che sino ad oggi causano ammirazione. Eccezioni gloriose che non sono sufficienti per negare la verità ovvia che la condizione servile, di sé stessa, è oppressiva e nociva all'anima dello schiavo, sia dal punto di vista religioso, come da quello culturale. E che la schiavitù, già di sé stessa moralmente e culturalmente nociva, lo sarebbe stata incomparabilmente di più per gli stessi schiavi dell'Antichità, se non ci fossero stati dei patrizi e plebei liberi, e se la società fosse costituita soltanto di uomini senza autonomia né proprietà, come accade nel regime comunista.


* Ma, potrebbe essere allegato infine, allora lo stato religioso è intrinsecamente nocivo alle anime, col voto di ubbidienza e con quello della povertà che lo costituiscono? Questi non privano l'uomo della tendenza di provvedere a se stesso?


La risposta è facile. Questo stato è altamente benefico alle anime attratte dalla grazia per vie eccezionali. Se immaginassimo questo stato vissuto da tutta una società, sarebbe nocivo, poiché quel che conviene alle eccezioni non conviene a tutti. È perciò che le comunità di beni tra i fedeli non è mai stata generalizzata nella Chiesa primitiva, ed ha finito per essere eliminata. E le esperienze comuno-protestanti di alcune collettività nel secolo XVI risultarono una rovina.

 

* * *

 

 

Ponderati questi molteplici argomenti ed obiezioni, rimane ferma la tesi che è vano tacere sull'immoralità della completa comunità di beni, per ottenere in cambio la santificazione delle anime attraverso la libertà di culto e una relativa libertà di predicazione.


• D'altronde, una volta accettato questo patto mostruoso, non sarebbe praticabile per questo fatto la coesistenza sognata. Difatti, in una società senza proprietà particolare, le anime rette tenderebbero sempre, a causa del dinamismo stesso delle loro virtù, a creare delle condizioni a loro favorevoli. Poiché tutto ciò che esiste propende a lottare per la propria sopravvivenza, distruggendo le circostanze avverse, ed impiantando circostanze proprie. "A contrario sensu", tutto ciò che non lotta contro le circostanze gravemente avverse è da loro distrutto.


Donde, la virtù si troverebbe in una lotta perpetua contro la società comunista in cui starebbe fiorendo, e tenderebbe perpetuamente ad eliminare la comunità di beni. E la società comunista si troverebbe in una lotta perpetua contro la virtù, e tenderebbe ad asfissiarla. Tutto ciò sarebbe proprio né più né meno che l'opposto della coesistenza sognata.


3. Quanto alla terza condizione, ci sembra egualmente inaccettabile, poiché la necessità di tollerare un male minore non può indurre alla rinunzia della sua distruzione totale.


Quando la Chiesa risolve di tollerare un male minore, non vuol dire che questo male non debba essere combattuto con tutta l'efficacia. A fortiori, quando questo male "minore" è in se stesso gravissimo.


In altre parole, la Chiesa deve formare nei fedeli e rinnovare in essi, ad ogni istante, un dolore vivissimo per la necessità di accettare il male minore. E con il dolore deve suscitare nei fedeli il proposito efficace di fare tutto il possibile per rimuovere le circostanze che hanno fatta necessaria l'accettazione del minor male.


Ora, agendo così, la Chiesa romperà la possibilità di coesistenza. Eppure, secondo la nostra opinione, non potrebbe agire in altro modo dentro l'imperativo della sua sublime missione.

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