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Documenti V

 

La dottrina della Chiesa sulle disuguaglianze sociali

 

 

I seguenti testi pontifici mettono in evidenza che, secondo quanto insegna la Chiesa, la società cristiana dev'essere costituita da classi proporzionalmente disuguali, che trovano il loro proprio bene, e il bene comune, in una vicendevole ed armoniosa collaborazione.

Tuttavia, queste disuguaglianza non possono in alcun modo ledere i diritti dell'uomo in quanto tale, poiché questi sono propri alla natura umana, che in tutti è la stessa, secondo il sapientissimo disegno del Creatore.

1. La disuguaglianza dei diritti e dei poteri proviene dello stesso Autore della natura

 Leone XIII, nell'Enciclica Quod apostolici muneris (28/12/1878), insegna:

 "Sebbene i socialisti, abusando dello stesso Vangelo, allo scopo di ingannare più facilmente gli spiriti sprovveduti, si siano abituati a distorcerlo per adattarlo alle loro dottrine, la divergenza fra i loro dogmi perversi e la purissima dottrina di Cristo è tale che non potrebbe essere maggiore. 'Che v'è quindi in comune tra la giustizia e l'iniquità? 0 quale alleanza può esserci tra la luce e le tenebre?' (2 Cor. 6, 14). I socialisti non cessano, come sappiamo, di proclamare che tutti gli uomini sono, per natura, uguali fra loro, e perciò pretendono che al potere sovrano non sia dovuto onore né rispetto, né ubbidienza alle leggi, ad eccezione forse di quelle che sono state sancite dalla loro volontà.

"Al contrario, secondo le dottrine del Vangelo, l'uguaglianza degli uomini consiste nel fatto che tutti, dotati della stessa natura, sono chiamati alla stessa ed eminente dignità di figli di Dio e che, avendo tutti lo stesso fine, ognuno sarà giudicato dalla stessa Legge e riceverà il castigo o la ricompensa che meriterà. Tuttavia, la disuguaglianza dei diritti e del potere proviene dallo stesso Autore della natura, 'dal quale ogni paternità prende nome, in Cielo come in terra' (Ef.,3, 15)".

  

2. L’universo, la Chiesa e la società civile riflettono l’amore di Dio con un’organica disuaglianza

 Nella stessa Enciclica, afferma il Pontefice:

 "Colui che ha creato e governa tutte le cose dispose, con la sua provvidenziale sapienza, che le infime, aiutate dalle mediane e queste dalle superiori, raggiungano il loro fine.

"Perciò, così come nel Cielo volle che i cori degli Angeli fossero diversi e subordinati gli uni agli altri, e nella Chiesa istituì gradi negli ordini e diversità nei ministeri, in tal modo che non tutti fossero apostoli, né tutti dottori, né pastori (I Col. 12, 28); così stabilì che nella società civile ci siano vari ordini diversi in dignità, in diritti e in poteri, affinché la società sia, come la Chiesa, un solo corpo, comprendendo un gran numero di membri, gli uni più nobili degli altri, ma tutti reciprocamente necessari e preoccupati del bene comune". 

3. I socialisti dichiarano che il diritto di proprietà è un'invenzione umana che ripugna all’uguaglianza naturale degli uomini

 Poco più avanti, Leone XIII dichiara:

 "Quanto alla tranquillità della società pubblica e domestica, la sapienza cattolica, fondata sui precetti della Legge naturale e divina, vi provvede molto prudentemente con le sue dottrine e insegnamenti sul diritto di proprietà e sulla condivisione dei beni che sono acquisiti per i bisogni e le utilità della vita. Infatti, i socialisti, presentando il diritto di proprietà come un'invenzione umana che ripugna all'uguaglianza nuturale fra gli uomini, e reclamando la comunione dei beni, dichiarano che è impossibile sopportare pazientemente la povertà e che le proprietà e i diritti dei ricchi possono essere violati impunemente. Ma la Chiesa, che riconosce molto più utilmente e saggiamente l'esistenza della disuguaglianza fra gli uomini, naturalmente diversi nelle forze del corpo e dello spirito, e che questa disuguaglianza esiste anche nel possesso dei beni, stabilisce che il diritto di proprietà o dominio che proviene dalla natura stessa rimanga intatto e inviolabile per tutti". 

4. Niente ripugna tanto alla ragione quanto una matematica uguaglianza fra gli uomini

 Nell'Enciclica Humanun Genus, (20/4/1884), dice ancora Leone XIII:

 "Se consideriamo che tutti gli uomini sono della stessa razza e della stessa natura e che devono tutti giungere allo stesso fine ultimo, e se esaminiamo i doveri e i diritti che derivano da questa origine e destino comuni, non si può dubitare che essi siano uguali. Ma siccome non tutti hanno le stesse risorse dell'intelligenza, e siccome divergono fra loro sia per le facoltà dello spirito che per le energie fisiche; siccome infine esistono fra loro mille diversità di costumi, di gusti, di caratteri, niente ripugna tanto alla ragione quanto il pretendere di ridurre tutti alla stessa misura e introdurre nelle istituzioni della vita civile un'uguaglianza rigorosa e matematica".

5. Le disuguaglianza sono una condizione dell’organicità sociale

Leone XIII prosegue:

"Allo stesso modo che la perfetta costituzione del corpo umano risulta dall'unione e dalla articolazione delle membra, che non hanno le stesse forze né le stesse funzioni, ma la cui felice associazione ed armonioso concorso danno all'intero organismo la sua bellezza plastica, la sua forza e la sua attitudine a prestare i servizi necessari, così pure, nel seno della società umana, si trova una varietà quasi infinita di parti dissimili. Se fossero tutte uguali fra loro, e libere, ognuna per conto suo, di agire a loro talento, non ci sarebbe cosa più deforme di una tale società. Al contrario, se per una saggia gerarchia dei meriti, dei gusti, delle attitudini, ognuna concorre al bene generale, vedete erigersi davanti a voi l'immagine di una società ben ordinata e conforme alla natura".

6. La disuguaglianza sociale ridonda a vantaggio di tutti

Nell'Enciclica Rerum novarum (15/5/1891), Leone XIII torna sull'argomento della disuguaglianza sociale:

 "Il primo principio da porre in evidenza è che l'uomo deve accettare con pazienza la propria condizione: è impossibile che nella società civile tutti si trovino allo stesso livello. A questo senz'altro che propugnano i socialisti; ma contro la natura tutti gli sforzi sono vani. Fu essa infatti che stabilì fra gli uomini differenze tanto numerose quanto profonde; differenze d'intelligenza, di talento, di abilità, di salute, di forza; differenze necessarie, dalle quali nasce spontaneamente la disuguaglianza delle condizioni. D'altra parte, questa disuguaglianza ridonda a vantaggio di tutti, tanto della società quanto degli individui, perché la vita sociale richiede un organismo molto variegato e funzioni molto diverse, e quello che porta appunto gli uomini a dividersi tra loro i compiti è soprattutto la differenza delle loro rispettive condizioni".

7. Come nel corpo umano le diverse membra si integrano fra loro, cosi devo integrarsi le classi

Un poco più avanti, il Pontefice dichiara:

"L'errore capitale, nella presente questione, sta nel credere che le due classi siano nemiche nate l'una dell'altra, come se la natura avesse armato i ricchi ed i poveri per combattersi a vicenda in un ostinato duello. Questa è una tale aberrazione che è necessario individuare la verità nella dottrina esattamente opposta; come nel corpo umano le diverse membra s'integrano fra loro e determinano quelle relazioni armoniose che giustamente viene chiamata simmetria, allo stesso modo la natura esige che nella società le classi s'integrino fra loro realizzando, con la loro collaborazione mutua, un giusto equilibrio. Ognuna di esse ha imperiosa necessità dell'altra; il capitale non esiste senza il lavoro, né il lavoro senza il capitale. La loro armonia produce la bellezza e l'ordine; al contrario, da un conflitto perenne possono derivarne solo confusione e lotte selvagge".

8. La Chiesa ama tutte le classi e l'armoniosa disuguaglianza fra loro

Nella sua allocuzione al Patriziato ed alla Nobiltà romana (24/1/1903), lo stesso Leone XIII insegna:

"I Romani Pontefici furono sempre del pari solleciti sì di tutelare e migliorare le sorti degli umili, e di sostenere e aumentare il decoro delle classi elevate. Poichè egli no sono i continuatori della missione di Gesù Cristo, non solo nell'ordine religioso, ma nel sociale ancora. (...) Quindi è che la Chiesa, nel predicare agli uomini l’universale figliolanza dal medesimo padre celeste, riconosce altresì provvidenziale all'umano consorzio la distinzione dei ceti; perciò ella viene inculcando che solo nel rispetto reciproco dei diritti e doveri e nella mutua carità è riposto il segreto del giusto equilibrio, dell'onesto benessere, della vera pace e floridezza dei popoli.

"Così Noi pure, deplorando le odierne agitazioni che turbano la civile convivenza, più volte rivolgemmo lo sguardo alle classi infime, più perfidamente insidiate dalle inique sette, e offrimmo loro le cure materne della Chiesa. E più volte dichiarammo, che rimedio ai mali non sarà mai l'uguaglianza sovvertitrice degli ordini sociali, ma quella fratellanza invece, che, senza menomare de dignità di grado, unisce i cuori di tutti in un medesimo vincolo di amore cristiano".

9. Nella società devono esistere prìncipi e vassalli, padroni e proletari, ricchi e poveri, saggi ed ignoranti, nobili e plebei

Nel Motu proprio Fin dalla prima (18/12/1903), san Pio X così riassume la dottrina di Leone XIII sulle disuguaglianza sociali:

"I. La Società umana, quale Dio l'ha stabilita, è composta di elementi ineguali, come ineguali sono i membri del corpo umano; renderli tutti eguali è impossibile, e ne verrebbe la distruzione della medesima Società (Encycl. Quod Apostolici muneris).

"II. La eguaglianza dei vari membri sociali è solo in ciò che tutti gli uomini traggono origine da Dio Creatore; sono stati redenti da Gesù Cristo, e devono alla norma esatta dei loro meriti e demeriti essere da Dio giudicati, e premiati o puniti (Encycl. Quod Apostolici muneris).

"III. Di qui viene che, nella umana Società, è secondo la ordinazione di Dio che vi siano prìncipi e sudditi, padroni e proletari, ricchi e poveri, dotti e ignoranti, nobili e plebei, i quali, uniti tutti in vincolo di amore, si aiutino a vicenda a conseguire il loro ultimo fine in Cielo; e qui, sulla terra, il loro benessere materiale e morale (Encycl. Quod Apostolici muneris)".

10. Una certa democrazia giunge ad un tal grado di perversità da attribuire, nella società, la sovranità al popolo, pretendendo di sopprimere e livellare le classi sociali

Dalla Lettera apostolica Notre charge apostolique, di san Pio X (25/8/1910):

"Il Sillon, trascinato da un malinteso amore per i deboli, è precipitato nell'errore.

"Infatti, il Sillon propone il risollevamento e la rigenerazione delle classi operaie. Ora, su questa materia, i princìpi della dottrina cattolica sono fissati. La storia della Civiltà Cristiana è lì per testimoniare la loro benefica fecondità. Il nostro Predecessore di felice memoria lo ricordò in pagine magistrali, che i cattolici occupati in questioni sociali devono studiare ed avere sempre sotto gli occhi. Insegnò, in modo speciale, che la democrazia cristiana deve 'mantenere la diversità delle classi, che certamente è tipica della società ben costituita, e volere per la società umana la forma ed il carattere che Dio, suo Autore, le impresse'. Egli censurò 'una certa democrazia che giunge a un tal grado di perversità da attribuire, nella società, la sovranità al popolo, pretendendo la soppressione ed il livellamento delle classi’".

11. Gesù Cristo non insegnò una chimerica uguaglianza né il disprezzo dell’autorità

Ancora nella stessa Lettera apostolica, dice san Pio X:

"Se Gesù è stato buono verso i traviati e i peccatori, non rispettò le loro erronee convinzioni per quanto sincere sembrassero; li amò tutti per educarli, convertirli e salvarli. Se chiamò presso di sé, per consolarli, gli afflitti e i sofferenti, non fu per predicare loro il desiderio di una chimerica uguaglianza. Se innalzò gli umili, non fu per ispirare loro il sentimento di una dignità indipendente e ribelle all'ubbidienza".

12. Il fatto che gli uomini siano uguali per natura non comporta che debbano occupare lo stesso posto nella vita sociale

Nell'Enciclica Ad Beatissimi (1/11/1914), Benedetto XV afferma:

"Di fronte a quelli che la sorte o la propria attività ha dotato di beni di fortuna, ci sono i proletari, infuocati dall'odio per il fatto che, pur partecipando alla stessa natura, tuttavia non godono della stessa condizione. Ovviamente, sedotti come sono dalle menzogne degli agitatori, alla cui influenza sogliono sottomettersi completamente, chi potrà persuaderli che gli uomini, per il solo fatto di essere uguali per natura, non è detto che debbano occupare gli stessi posti nella vita sociale, ma che, salvo circostanze avverse, ognuno occuperà il posto che ha ottenuto con la sua condotta? Così, poi, i poveri che lottano contro i ricchi come se questi avessero usurpato i beni altrui, agiscono non soltanto contro la giustizia e la carità, ma anche contro la ragione, soprattutto se teniamo presente che, se vogliono, possono migliorare la propria sorte con un'onorevole perseveranza nel lavoro. Non è necessario dichiarare quali e quanti pregiudizi trascinaseco questa rivalità fra le classi, tanto nei singoli individui quanto nella società in genere".

13. Il tratto fraterno tra superiori ed inferiori non deve far scomparire la varietà delle condizioni e la diversità delle classi sociali

Prosegue Benedetto XV:

"Questo amore fraterno non produrrà la scomparsa delle varietà delle condizioni né di conseguenza della diversità delle classi sociali, così come in un corpo vivo non è possibile che tutti i membri abbiano la stessa funzione e la stessa dignità. Tuttavia, questo mutuo affetto farà sì che i più altolocati s'inclinino in certo modo verso quelli che sono più in basso, e li trattino non solo secondo la giustizia, come conviene, ma anche con benevolenza, dolcezza e pazienza; e gli inferiori, dal canto loro, si rallegrino con la prosperità delle persone di posizione più elevata, e sperino con fiducia nel loro appoggio, come in una famiglia i più giovani riposano sotto la protezione e l'assistenza dei più vecchi".

14. Rispettare la gerarchia sociale per il maggior bene degli individui e della società

Benedetto XV, nella lettera Soliti nos (11/3/1920), a mons. Marelli, vescovo di Bergamo, dichiara:

"Quelli che occupano posizioni inferiori quanto alla situazione sociale e alla fortuna, si devono ben convincere che la diversità di classi nella società proviene dalla natura stessa, e che la si deve cercare, in ultima analisi, nella volontà di Dio: 'Perché essa creò i grandi ed i piccoli' (Sap. 6, 8), per il maggior bene degli individui e della società. Le persone umili devono compenetrarsi di questa verità: quale che possa essere il miglioramento che ottengano della loro situazione, tanto con i loro sforzi personali quanto per l'aiuto degli uomini per bene, rimarrà sempre loro, come agli altri uomini, una non piccola eredità di sofferenze. Se avessero questa visione esatta della realtà, non si esaurirebbero in inutili sforzi per elevarsi ad un livello superiore alle loro capacità, e sopporterebbero i mali inevitabili con la rassegnazione e il coraggio dato dalla speranza dei beni eterni".

15. Non si deve aizzare l’animosità contro i ricchi, incitando le masse a rovesciare l’ordine sociale

Nella lettera del 5 giugno 1929, a mons. Achille Liénart, vescovo di Lille, la Sacra Congregazione del Concilio ricorda princìpi di dottrina sociale cattolica e orientamenti pratici di ordine morale, emanati dalla suprema autorità ecclesiastica:

 "'Quelli che si onorano del titolo di cristiani, siano essi individui o associazioni, non devono, se hanno coscienza dei loro obblighi, coltivare inimicizie e rivalità fra le classi sociali, ma la pace e la mutua carità' (Pio X, Singulari quadam, 24.9.1912).

"'Che gli scrittori cattolici, nel prendere la difesa della causa dei proletari e dei poveri, evitino di impiegare un linguaggio che possa ispirare nel popolo avversione alle classi superiori della società. (...) Che si ricordino che Gesù Cristo volle unire tutti gli uomini con vincolo di un amore reciproco, che è la perfezione della giustizia e porta l'obbligo di lavorare mutuamente per il bene degli uni e degli altri' (Istruzione della Sacra Congregazione per le questioni ecclesiastiche straordinarie, 27/1/1902).

"'Quelli che dirigono questo genere di istituzioni (che hanno per fine promuovere il bene degli operai) devono ricordare (...) che niente è più propizio ad assicurare il bene comune che la concordia e la buona armonia fra tutte le classi, e che la carità cristiana è il migliore legame fra loro. Lavorerebbero dunque molto male per il bene degli operai quelli che, pretendendo migliorare le loro condizioni di esistenza, non li aiutassero se non con la conquista dei beni effimeri e fragili della terra, trascurando di disporre gli animi alla moderazione evocando i doveri cristiani; e, peggio ancora, giungessero perfino ad aizzare sempre più l'animosità contro i ricchi, abbandonandosi a quelle declamazioni amare e violente con le quali uomini estranei alle nostre credenze hanno l'abitudine di spingere le masse alla sovversione della società' (Benedetto XV al vescovo di Bergamo, 11 marzo 1920)".

16. La legittima disuguaglianza dei diritti

Pio XI, nell'Enciclica Divini Redemptoris (19/3/1937), afferma:

"Si deve avvertire che sbagliano in maniera vergognosa quelli che ritengono con leggerezza che nella società civile siano uguali i diritti di tutti i cittadini, e che non esista una gerarchia sociale legittima".

17. Le somiglianza e le differenze fra gli uomini trovano una conveniente posizione nell'ordine assoluto dell’essere

Dal radiomessaggio di Natale del 1942, di Pio XII:

"Se la vita sociale importa unità interiore, non esclude però le differenze, cui suffragano la realtà e la natura. Ma quando si tiene fermo al supremo regolatore di tutto ciò che riguarda l’uomo, Dio, le somiglianze non meno che le differenze degli uomini trovano il posto conveniente nell'ordine assoluto dell'essere, dei valori, e quindi anche della moralità. Scosso invece tale fondamento, si apre tra i vari campi della cultura una pericolosa discontinuità, appare una incertezza e labilità di contorni, di limiti e di valori".

18. La convivenza fra gli uomini produce sempre e necessariamente una scala di gradi e di differenze

Dall'allocuzione di Pio XII ai lavoratori della FIAT (31/10/1948):

"La Chiesa non promette quella assoluta eguaglianza, che altri proclamano, perchè sa che la umana convivenza produce sempre e necessariamente tutta una scala di graduazioni e di differenze nelle qualità fisiche e intellettuali, nelle interne disposizioni e tendenze, nelle occupazioni e nelle responsabilità. Ma in pari tempo essa assicura la piena eguaglianza nella dignità umana, come anche nel cuore di Colui, che chiama a sè tutti quelli che sono affaticati e aggravati".!

19. Imporre l'uguaglianza assoluta significherebbe distruggere l’organismo statale

Pio XII, nel discorso rivolto ad un gruppo di fedeli della parrocchia di Marsciano (Perugia, Italia) (4/6/1953), dichiara:

"Occorre che vi sentiate veramente fratelli. Non si tratta di una mera parvenza; voi siete veramente figli di Dio, dunque siete realmente tra di voi fratelli.

"Ora i fratelli non nascono nè rimangono tutti uguali; alcuni sono forti, altri deboli; alcuni sono intelligenti, altre incapaci; talvolta qualcuno è anormale o addirittura diviene un indegno. È dunque inevitabile una certa disuguaglianza materiale, intellettuale, morale in una stessa famiglia. (...)

"Pretendere l'uguaglianza assoluta fra tutti, sarebbe come voler dare la identica funzione a membra diverse del medesimo organismo".!

20. Chi osa negare la diversità delle classi sociali contraddice lo stesso ordine della natura

Insegna Giovanni XXIII nell'Enciclica Ad Petri Cathedram (29/6/1959):

"La ricercata concordia fra i popoli deve essere promossa sempre più fra le classi sociali. Se ciò non avviene, possono di conseguenza risultarne odi e dissensi, come quelli che già vediamo; ne deriveranno perturbazioni, rivoluzioni ed a volte massacri, nonché la diminuzione progressiva della ricchezza e le crisi che colpiscono l'economia pubblica e privata. (...) Chi osa dunque negare la diversità delle classi sociali, contraddice l'ordine stesso della natura, e anche quelli che si oppongono a questa collaborazione amichevole e necessaria fra le classi cercano, senz'altro, di perturbare e dividere la società, a danno del bene pubblico e privato. (...) È vero che tutte le classi e tutte le categorie di cittadini possono difendere i propri diritti, purché lo facciano nella legalità e senza violenza, nel rispetto dei diritti altrui, inviolabili quanto i loro. Tutti sono fratelli; è dunque necessario che tutte le questioni si risolvano amichevolmente, con fraterna e mutua carità".!

21. Una società senza classi: pericolosa utopia

Giovanni Paolo II, nell'omelia alla Messa per i giovani e studenti, a Belo Horizonte, Brasile (1/7/1980), dichiarò:

"Ho imparato che un giovane cristiano smette di essere giovane, e da molto non è più cristiano, quando si lascia sedurre da dottrine e ideologie che predicano l'odio e la violenza. (...)

"Ho imparato che un giovane comincia pericolosamente ad invecchiare quando si lascia ingannare dal facile e comodo principio secondo cui 'il fine giustifica i mezzi', quando passa a credere che l'unica speranza per migliorare la società stia nel promuovere la lotta e l'odio tra i gruppi sociali, nell'utopia di una società senza classi, che si rivela ben presto nella creazione di nuove classi".!

22. La disuguaglianza delle creature è una condizione perché il Creato dia gloria a Dio

Oltre ai testi pontifici sopra riportati, sembra conveniente aggiungere alcuni argomenti del Dottore Angelico per giustificare l'esistenza della disuguaglianza tra le creature. Afferma infatti nella Summa Theologica:

"Negli esseri naturali vediamo che le specie sono ordinate per gradi: così i composti sono più perfetti degli elementi, le piante più dei minerali, gli animali più delle piante e gli uomini più degli altri animali; in ognuna di quelle classi si trovano specie più perfette delle altre. Essendo quindi la Divina Sapienza la causa della distinzione fra le cose in vista della perfezione dell'universo, sarà anche causa della loro disuguaglianza; non sarebbe infatti perfetto l'universo se nelle cose si trovasse un solo grado di bontà".!

Infatti, non sarebbe confacente alla divina perfezione creare un solo essere, poiché nessun essere creato, per quanto eccellente lo si possa immaginare, sarebbe in condizione, per se stesso, di riflettere adeguatamente le infinite perfezioni di Dio.

Così, le creature sono necessariamente molteplici; e non soltanto molteplici, ma anche necessariamente disuguali. Questa è la dottrina del santo Dottore:

"L'esistenza di molti beni finiti è migliore che quella di uno solo, perché quelli possono avere che ha questo, e ancora di più. Ora, la bontà di qualsiasi creatura è limitata, non essendo in grado di contenere l'infinita bontà di Dio. Quindi è più perfetto l'universo se vi sono molte creature, che non se ci fosse solo un loro grado. Al sommo Bene tocca fare quello che è migliore, quindi gli era conveniente fare molti gradi di creature.

"Inoltre, la bontà della specie eccede quella dell'individuo, così come il formale eccede il materiale; quindi più aggiunge alla bontà dell'universo la molteplicità delle specie che non gli individui di una stessa specie. Perciò alla perfezione dell'universo contribuisce non solo l'esistenza di molti individui, ma anche di diverse specie, e di conseguenza di diversi gradi di cose"!

Le disuguaglianza non sono quindi difetti della creazione; ne sono qualità eccellenti, nelle quali si rispecchia l'infinita ed adorabile perfezione del suo Autore. Dio si compiace nel contemplarle: "La diversità e la disuguaglianza delle creature non proviene dal caso, né dalla diversità della materia, né dall'intervento di alcune cause o meriti, ma proviene dalla stessa intenzione di Dio, che volle dare alla creatura la perfezione che le era possibile avere. Dice perciò il Genesi: 'Vide Dio tutto quanto aveva fatto, e che era eccellente' (Gen. 1, 31)".!

23. La soppressione delle disuguaglianze è condizione sine qua non per l'eliminazione della religione

 Tali disuguaglianza, Dio non le vuole soltanto fra gli esseri dei regni inferiori - minerale, vegetale e animale - ma anche fra gli uomini e per tanto fra i popoli e le nazioni.

Con queste disuguaglianza, che Dio creò armoniche fra loro e benefiche per ogni categoria di esseri, nonché per ogni essere in particolare, volle Egli fornire all'uomo abbondanti mezzi per poter sempre contemplare le Sue infinite perfezioni. Le disuguaglianza fra gli esseri sono ipso facto una scuola sublime ed amplissima di antiateismo.

È quanto sembra avere ben compreso lo scrittore comunista francese Roger Garaudy (successivamente "convertito" all'islamismo), quando rileva l'importanza dell'eliminazione delle disuguaglianze sociali per la vittoria dell'ateismo nel mondo:

"Non è possibile per un marxista dire che l'eliminazione delle credenze religiose è una condizione sine qua non per la costruzione del comunismo. Karl Marx mostrava, al contrario, che solo la realizzazione completa del comunismo, rendendo trasparenti le relazioni sociali, avrebbe reso possibile la scomparsa della concezione religiosa del mondo. Per un marxista, dunque, la costruzione del comunismo è condizione sine qua non per eliminare le radici sociali della religione, e non l'eliminazione delle credenze religiose la condizione per la costruzione del comunismo".

Voler distruggere l'ordine gerarchico dell'universo è quindi privare l'uomo delle risorse perché possa liberamente esercitare il più fondamentale dei suoi diritti: quello di conoscere, amare e servire Dio; ossia, è desiderare la maggiore delle ingiustizie e la più crudele delle tirannidi.

24. Per natura, gli uomini sono in un senso tutti uguali, ma in un altro tutti disuguali

Dal libro «Reforma Agrária - Questão de consciência» (autori mons. Geraldo de Proença Sigaud, mons. Antonio de Castro Mayer, prof. Plinio Corrêa de Oliveira, e l'economista Luiz Mendonça de Freitas), in un passo redatto da chi scrive quest'opera, si legge:

 "[Gli uomini] sono uguali perché creature di Dio, dotati di corpo ed anima e redenti da Gesù Cristo. Così, per la dignità comune a tutti, hanno uguale diritto a tutto ciò che è proprio della condizione umana: vita, salute, lavoro, religione, famiglia, sviluppo intellettuale, etc. Un'organizzazione economica e sociale giusta e cristiana riposa quindi su un aspetto fondamentale di vera uguaglianza.

"Ma, oltre a questa eguaglianza essenziale, ci sono fra gli uomini disuguaglianza accidentali poste da Dio: di virtù, di intelligenza, di salute, di capacità di lavoro e molte altre ancora. Ogni struttura economico-sociale organica e viva deve armonizzarsi con l'ordine naturale delle cose. Quindi, questa disuguaglianza naturale deve riflettersi in essa. Tale riflesso consiste nel fatto che, purché tutti abbiano ciò che è giusto e degno, i ben dotati dalla natura possano acquisire di più mediante il loro lavoro onesto e il loro risparmio.

"L'uguaglianza e la disuguaglianza si compensano e si completano in questo modo, svolgendo ruoli diversi ma armonici nell'ordinamento di una società giusta e cristiana.

"Questa regola costituisce del resto uno dei tratti più ammirevoli dell'ordine universale. Tutte le creature di Dio hanno ciò che loro spetta in conformità alla propria natura, e in questo vengono trattate da Lui secondo la stessa norma. Ma, oltre a questo, il Signore dà moltissimo ad alcuni, molto ad altri, e ad altri ancora appena il sufficiente. Queste disuguaglianze formano un'immensa gerarchia, in cui ogni grado è come una nota musicale nella composizione di un'immensa sinfonia che canta la gloria divina. Una società ed un'economia totalmente ugualitarie sarebbero, quindi, antinaturali.

"Viste sotto questa luce, le disuguaglianze rappresentano una condizione del buon ordine generale e pertanto ridondano a vantaggio di tutto il corpo sociale, cioè di grandi e piccoli.

"Questa scala gerarchica è nei piani della Provvidenza un mezzo per promuovere il progresso spirituale e materiale dell'umanità stimolando i migliori ed i più capaci. L'ugualitarismo porta con sé l'inerzia, la stagnazione, e pertanto la decadenza, poiché tutto quanto è vivo se non progredisce si deteriora e muore.

"Così si spiega la parabola dei talenti (Mt. 25, 14-30). Ad ognuno Dio dà in diversa misura e da ognuno esige rendimento proporzionato".

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