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2011

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Plinio Corrêa de Oliveira,
una vocazione nell’ordine temporale

 

“Sono tomista convinto. L’aspetto della filosofia che più mi interessa è la filosofia della storia”.

Con queste parole il prof. Plinio Corrêa de Oliveira inizia il suo «Autoritratto filosofico», pubblicato nel 1997. Questo suo interesse per la filosofia della storia non era solo intellettuale, ma anche finalizzato all’azione: “In funzione di essa trovo il punto di unione tra i due generi di attività ai quali mi sono dedicato durante la mia vita: lo studio e l’azione”. Quest’ultima portata avanti “non solo con carattere di dialogo come pure di polemica, per quanto la nozione e la parola sembrino anacronistiche”.

L’obiettivo di questa polemica viene individuato nel suo capolavoro «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione», che egli definisce “il saggio nel quale condenso l’essenziale del mio pensiero e che spiega anche il senso della mia azione”.

Si tratta della Rivoluzione, ovvero il processo storico che, dalla decadenza del Medioevo e attraverso tappe ben definite, viene distruggendo gradualmente la Civiltà cristiana: umanesimo, rinascimento, protestantesimo, illuminismo, rivoluzione francese, liberalismo, socialismo, comunismo, per arrivare alla presente stagione rivoluzionaria apertasi col maggio ‘68.

 

Una vocazione nell’ordine temporale

Oltre a diversi spunti assai originali – come l’enfasi sugli elementi tendenziali del processo rivoluzionario, piuttosto che su quelli dottrinali – dalla lettura di questo libro si evince subito una nota fondamentale: pur riconoscendo alla Chiesa la sua centralità, perfino definendola il bersaglio ultimo della Rivoluzione, l’attenzione dell’autore si verte quasi esclusivamente sull’ordine temporale. Come pure sull’ordine temporale versava la sua azione. Il ché non ha mancato di sollevare qualche perplessità.

Difatti, se la Chiesa è il Corpo Mistico di Cristo, istituita per la salvezza degli uomini, madre e maestra della verità, fulcro della vita sacramentale e spirituale, insomma l’alfa e l’omega di tutto quanto si riferisce all’uomo su questa terra, ci si chiede perché un cattolico consapevole e militante come Plinio Corrêa de Oliveira, che ha scelto una vita di perfezione, rimanendo perfino celibe per dedicarsi pienamente alla sua missione, non abbia preferito lo stato ecclesiastico.

Eppure, su questo punto egli è stato molto chiaro. Riconoscendo allo stato ecclesiastico il suo primato, tutta la sua vita si è svolta nell’ordine civile: dalla militanza nelle Congregazioni mariane e nell’Azione Cattolica, passando per la sua carriera di politico, professore e giornalista, fino alla fondazione delle Società per la difesa della Tradizione Famiglia e Proprietà, che sono associazioni civili e non canoniche. Nel primo articolo degli Statuti della TFP brasiliana leggiamo, infatti, che essa “ha carattere civico e culturale”. “Noi non ci sentiamo clero – ripeteva Plinio Corrêa de Oliveira – noi ci sentiamo appartenenti all’ordine civile”.

Quali i motivi di questa scelta?

 

Si sposta il fulcro della Rivoluzione

Il processo rivoluzionario è esploso in ambito tendenziale e culturale, con l’umanesimo e un certo rinascimento, che hanno sovvertito in radice la mentalità dell’uomo medievale, innescando il processo storico poi identificato con la “modernità”. Nel secolo XVI, forse ritenendo che il terreno fosse ormai predisposto, la Rivoluzione tenta il grande colpo: col protestantesimo si scaglia direttamente contro la Chiesa, cercando di distruggerla nella sua costituzione organica, nel suo magistero, nella sua liturgia, nella sua disciplina. “Papato, vivo io ero la tua peste! Morto sarò la tua morte!”, furono le ultime parole di Martino Lutero, figura emblematica di questa rivoluzione.

La risposta della Chiesa è stata immediata, profonda, esaustiva: una Contro-Riforma avente per nucleo il Concilio ecumenico di Trento e come guida una schiera di santi quale non si era vista da secoli, a cominciare dal Papa San Pio V. La Chiesa affrontò il problema a 360° gradi: dal campo teologico a quello liturgico, culturale, artistico e via dicendo. La vittoria è stata talmente schiacciante che la Chiesa uscita dalla Contro-Riforma è arrivata largamente intatta fino agli anni 1960.

Sconfitta, la Rivoluzione ha cambiato approccio, passando a esercitare la sua azione deleteria con più intensità nel campo temporale, salvo poi da lì insinuarsi nella Chiesa. La mentalità dei cattolici – che al 99% vivono nella società civile – è stata gradualmente modellata dagli errori e dalle tendenze rivoluzionarie dilaganti in ambito civile, dall’illuminismo e la rivoluzione francese al comunismo e il sessantottismo.

A partire da questo ambito è stato poi facile influenzare la Chiesa. Un’analisi degli errori ed eresie che hanno funestato la Sposa di Cristo negli ultimi due secoli – dal cattolicesimo liberale al Modernismo alla Nouvelle Théologie fino al progressismo – mostra che, senza eccezioni, essi provengono da infiltrazioni di errori e di tendenze del campo temporale, e sempre col pretesto di “adattare la Chiesa ai tempi”. In altre parole, le concezioni rivoluzionarie in campo civile sono diventati la matrice delle trasformazioni in campo religioso. È attraverso la sfera civile che gli errori della Rivoluzione finiscono per incidere sulla Chiesa.

Un esempio tra mille. La riforma liturgica del 1969 – il Novus Ordo Missae – è stata presentata  non tanto come l’esito di maturazioni teologiche quanto “per adattarsi ai nostri tempi” (1), cioè come necessaria per venire incontro alla nuova mentalità che si era andata formando negli ultimi decenni tra i fedeli. Mentalità, commentiamo noi, forgiata nel 99% dei casi dalle trasformazioni rivoluzionarie nella società civile, e non dalla lettura di qualche teologo novatore.

La giustificazione teologica del Novus Ordo Missae, in quanto scostandosi dal Concilio di Trento, è stata presentata non come verità ex se, ma come “parola che risuona in un’epoca ben diversa nella vita del mondo [rispetto al secolo XVI]”, una parola “impensabile quattro secoli prima” (2). In altri termini, l’assetto dottrinale del Concilio di Trento sarebbe ormai superato semplicemente perché “la vita del mondo” è cambiata.

Spostandosi il fulcro dell’azione rivoluzionaria, si è spostato anche quello della reazione. Se contro la prima Rivoluzione la Provvidenza aveva suscitato un Ordine religioso, i Gesuiti, e una schiera di santi ecclesiastici, contro quelle successive si sono alzati maggiormente personaggi del laicato, da Joseph de Maistre e Juan Donoso Cortés a Jean Ousset e Plinio Corrêa de Oliveira. È la luminosa scuola cattolica contro-rivoluzionaria, composta quasi esclusivamente da laici. Come laici sono stati – con la sola brillante eccezione del cardinale Fabrizio Ruffo di Calabria – coloro che hanno affrontato la Rivoluzione sul campo di battaglia: dai vandeani francesi ai briganti italiani ai carlisti spagnoli ai cristeros messicani.


Importanza dell’ordine temporale

Il cambio di fulcro dell’azione rivoluzionaria dal campo religioso a quello temporale tiene conto del meccanismo stesso per il quale si forma la mentalità delle persone.

La società propria all’uomo, alla quale egli appartiene per natura e che sta nella sua statura e proporzione, è la società temporale. Poi, per una misericordia divina, l’uomo è stato elevato al soprannaturale, col quale partecipa alla vita stessa di Dio. Il meglio di sé vive, dunque, nel soprannaturale. Ma la vita quotidiana si svolge nel temporale.

L’uomo vive nella società temporale, appartiene alla società temporale, e tutto ciò che riguarda la società temporale è il tema abituale dei suoi pensieri. È in questa società che l’uomo si apre alla vita, prima nell’ambiente familiare, poi in quello sociale, culturale, politico e via dicendo. E questo per una influenza tendenziale prima che dottrinale.

Poiché Dio ha stabilito relazioni misteriose e mirabili tra certe forme, colori, suoni, profumi, sapori, e certi stati d’animo, è chiaro che con questi mezzi si possono influenzare a fondo le mentalità, e indurre persone, famiglie e popoli a formarsi una condizione spirituale nel bene o nel male. Gli ambienti, le leggi, le istituzioni in cui viviamo esercitano su di noi un'influenza, svolgono su di noi un'azione pedagogica. La loro influenza ci penetra quasi per osmosi e attraverso i pori. Gli ambienti sociali, la cultura e la civiltà sono dunque mezzi fortissimi per agire sulle anime. Agire per la loro rovina, quando la cultura e la civiltà sono rivoluzionarie. Per la loro edificazione e la loro salvezza, quando sono cattoliche.

Ora, il compito di organizzare l’ordine temporale, orientandolo al bene spirituale, appartiene, ex natura propria, ai laici. Spetta ai laici creare un ordine politico, una società, una cultura, un’arte, insomma un habitat civile che fornisca il clima propizio affinché le anime recepiscano bene l’azione della Chiesa. Altrimenti, tutto il bene che la Chiesa potrà fare nel suo ambito sarà vanificato per un habitat civile ostico. La società temporale dovrà condurre a quella spirituale come il seminario conduce alla vita sacerdotale.

Questo è il motivo perché Plinio Corrêa de Oliveira ha dedicato il meglio del suo sforzo intellettuale a esplicitare i lineamenti di un tale habitat, cioè di una Civiltà cristiana, sacrale e ministra della Chiesa. Dal manifesto programmatico «La crociata del secolo XX» (1951), al saggio «Note sul concetto di Cristianità» (1953), alla monumentale (e purtroppo incompiuta) opera «Cristianità. La chiave d’argento», al suo ultimo libro «Nobiltà ed élites tradizionali analoghe» (1993), possiamo considerare questo il vero leit motiv del pensiero e dell'azione di Plinio Corrêa de Oliveira.

 

Una vocazione temporale

In «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» Plinio Corrêa de Oliveira spiega che “la Chiesa è qualcosa di molto più alto e di molto più ampio della Rivoluzione e della Contro-Rivoluzione”. Ma, avendo la Rivoluzione raggiunto un auge di nocività, “è nell’interesse della salvezza delle anime, è di capitale importanza per la maggior gloria di Dio che la Rivoluzione sia annientata”.

La Chiesa è l’anima di questa reazione. Tuttavia, l’azione contro-rivoluzionaria comporta una riorganizzazione della società temporale di fronte alle rovine di cui la Rivoluzione ha coperto la terra intera. Ora, questo compito di una riorganizzazione contro-rivoluzionaria della società temporale, se da un lato deve essere tutto ispirato dalla dottrina della Chiesa, comporta d’altro lato innumerevoli aspetti concreti e pratici che riguardano propriamente l’ordine civile. E a questo titolo la Contro-Rivoluzione oltrepassa l’ambito ecclesiastico, pur rimanendo sempre profondamente legata alla Chiesa per ciò che riguarda il Magistero e il potere indiretto di essa.

Vista l’immensità della crisi e la capitale importanza dell’azione contro-rivoluzionaria per la salvezza delle anime, è logico che si possa concepire questa azione come una vocazione. Ed è così che Plinio Corrêa de Oliveira qualificava la TFP “un’associazione civica con finalità religiosa”, in linea con quella consacratio mundi che Pio XII stabiliva come vocazione dei laici, e che Giovanni Paolo ha definito ancor meglio nel decreto Apostolicam auctositatem, nel quale riconosce che vi sono aree di apostolato “in gran parte accessibili solo ai laici”, e non al clero.

Questo spiega appieno come Plinio Corrêa de Oliveira – che diceva di sé “non sono più io che vivo ma la Chiesa vive in me”, e “la Chiesa è l’anima della mia anima” – abbia dedicato il meglio del suo sforzo intellettuale e della sua azione all’ordine temporale, sicuro che in questo modo avrebbe reso alla Chiesa un servizio insostituibile.


 1. Institutio Generalis Missale Romanum, n° 12.

2. Ibid., n° 10.

Categoria: Marzo 2011

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