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2011

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Assenteismo delle élites, fattore importante della crisi italiana

 

“Non vanno bene le cose per l’Italia...”

Con queste parole si apriva un editoriale di Ernesto Galli della Loggia, pubblicato lo scorso 30 dicembre sul Corriere della Sera, nel quale il noto opinionista stilava un impietoso bilancio dell’anno che volgeva al termine. Secondo lui, “prima che ce lo dicano le statistiche (...) ce lo dice una sensazione che ormai sta dentro di noi e ogni giorno si rafforza. Basta che ci guardiamo intorno per scorgere un panorama sconfortante”.

“L’Italia perde colpi, non ha alcuna idea di sé e del suo futuro”, incalza Galli della Loggia, che punta il dito contro le classi dirigenti del Paese — politiche, sociali, culturali — racchiuse in un mondo autoreferenziale che ha sempre meno punti di contatto con quello reale. Queste classi, dice, “solcano quotidianamente l’oceano del nulla (...) aiutate da un sistema dell’informazione anch’esso perlopiù perduto dietro le chiacchiere”.

Secondo l’opinionista, c’è una totale mancanza di leadership: “Chi dovrebbe parlare resta in silenzio. Resta in silenzio il discorso pubblico della società italiana su se stessa, consegnato ad una miseria che diviene ogni giorno meno sopportabile. Ma soprattutto resta in silenzio la politica”.

Egli critica soprattutto la classe politica di entrambi gli schieramenti che, lungi dall’essere un punto di riferimento dei cittadini, “se ne sta guadagnando solo un disprezzo crescente, se ne sta solo accrescendo la distanza dal suo traballante palcoscenico. Sempre più, infatti, la sua produzione quotidiana di parole suona eguale a se stessa: ripetitiva, irreale, ridicola”.

E conclude sconsolato: “Siamo condannati a un necessario, disperato, qualunquismo (...) Un vero cappio al collo che oggi sta lentamente strangolando il Paese” (1).


Democrazia allo sfascio

Questa situazione è altamente dannosa, non soltanto per la stabilità del Paese — tanto più necessaria quanto la crisi incombente esige l’utilizzo di tutte le forze vive per venirne fuori — ma, più profondamente, per il futuro stesso del nostro sistema istituzionale. “Diciamolo: la nostra democrazia parlamentare non è mai stata così fragile. La fiducia nelle istituzioni vola rasoterra. (...) La democrazia in Italia è allo sfascio”, denunciava recentemente Michele Ainis, ordinario di Istituzioni di diritto pubblico nell’università di Teramo e noto costituzionalista (2).

La democrazia, lo dice il nome, è la forma di governo in cui la direzione della res publica spetta al popolo. La situazione ideale di una democrazia è quando esiste unanimità circa ogni argomento di pubblico interesse. In realtà, però, questa situazione non si verifica quasi mai. Perciò la democrazia attribuisce forza decisoria non all’unanimità dei cittadini bensì a una loro maggioranza.

Idealmente, questa maggioranza si dovrebbe pronunciare in modo diretto, in un’assemblea che comprenda la totalità dei cittadini. In tali circostanze, il conteggio dei voti avviene in modo pubblico e in actu. Era così, per esempio, nelle piccole comunità della Grecia antica. Nelle società più vaste e sviluppate, come quelle moderne, questo è chiaramente impossibile. Si fa quindi ricorso alla democrazia rappresentativa.

In essa, i cittadini eleggono un candidato che li rappresenterà nel foro pubblico. Il rapporto elettore-candidato è, essenzialmente, una delega per la quale l’elettore rinuncia al suo diritto di governare la res publica, affidandolo invece al candidato suffragato. Si tratta di un rapporto di fiducia che presuppone una coincidenza di vedute e di intenzioni tra elettore e candidato. Questo rapporto si stabilisce con l’approvazione da parte dell’elettore del programma di governo presentato dal candidato. Una volta eletto, il candidato sarà tanto più fedele alla delega ricevuta quanto più si attenga a questo programma, rendendone conto ai suoi elettori. E sarà tanto più infedele quanto più se ne allontani oppure governi senza renderne conto a coloro che lo hanno suffragato.

L’autenticità di un regime democratico si fonda, dunque, interamente sull’autenticità di questa rappresentanza. Questo è ovvio. Se la democrazia è il governo del popolo, essa sarà autentica solo se i detentori dei poteri pubblici (Esecutivo, Legislativo, Giudiziario) saranno scelti e agiranno secondo le modalità volute dal popolo, affrontando i problemi per la cui soluzione sono stati eletti. Se ciò non accade, il regime democratico sarà essenzialmente viziato (4).

La domanda viene da sola, semplice ma fulminante: ciò accade oggi in Italia?

Cosa pensare di un sistema nel quale — secondo i dati Eurispes e Ispo per il 2010 — le file dei delusi si sono ingrossate di ben 22 punti percentuali? Un sistema nel quale il 76% non ha fiducia nel Parlamento? Per non parlare poi di un Giudiziario sempre più messo in causa dalle polemiche. “Non è difficile capire che l’orlo del precipizio è vicino”, avverte il giornalista Pierluigi Battista (3).


Un rinnovato ruolo delle élites

In questo panorama, grigio e deprimente, si cominciano a sentire voci che chiedono la scesa in campo di personaggi non legati al mondo della politica e che veramente rappresentino le forze vive della società italiana. Si parla, per esempio, di Luca Cordero di Montezemolo, imprenditore di successo, già presidente di Confindustria e rampollo d’una nobile famiglia piemontese.

Senza entrare nel merito di questa o quella proposta concreta, ci sembra ovvio che dal profondo dello spirito nazionale sta affiorando, sempre più forte, il bisogno di autentiche rappresentanze a livello pubblico. In altre parole, sta affiorando un crescente bisogno di élites che, lasciando da parte l’assenteismo che le ha contraddistinte per troppi anni, riprendano un ruolo direttivo nella società.

Questo rinnovato ruolo delle élites sarebbe perfettamente coerente con la democrazia. La rappresentanza del popolo non dovrebbe, infatti, limitarsi ai politici professionali, ma dovrebbe comprendere anche — e non è un gioco di parole — i professionali politici. Per professionali politici intendiamo persone che abbiano raggiunto, nella rispettiva attività, una ben meritata celebrità, diventando perciò rappresentanti naturali della categoria. Ma non solo della categoria. Una persona in questa situazione, diventa naturalmente il punto di riferimento di tutt’una serie di interessi della società, che possono e devono avere una loro rappresentanza a livello politico.

Come sarebbe più autentica, e quindi più solida, una democrazia che affidasse il governo della res publica a persone che veramente rappresentano i vari settori della società, dal mondo imprenditoriale a quello della cultura, dal mondo universitario a quello dello sport, dal mondo dell’agricoltura a quello del commercio, e via dicendo.

Purtroppo negli ultimi decenni le autentiche élites si sono autoemarginate, lasciando la gestione pubblica ai politici professionali. Con le conseguenze che tutti vediamo.


L’assenteismo delle élites

Si tratta di quel biasimevole assenteismo delle élites, denunciato da Pio XII negli anni 1950 come fattore importante della crisi già allora incombente, e che il prof. Plinio Corrêa de Oliveira ha commentato nel suo ultimo libro «Nobiltà ed élites tradizionali analoghe» (5).

“Una tendenza, purtroppo non così rara fra i componenti della nobiltà e delle élites tradizionali del nostro tempo  consiste nell’isolarsi dagli avvenimenti — annotava il pensatore brasiliano — Pensando di essere al riparo dalle vicissitudini in virtù di una sicura situazione patrimoniale, assorti nel ricordo dei giorni che furono, parecchi di loro si allontanano dalla vita reale, si chiudono in se stessi e lasciano trascorrere i giorni e gli anni in una vita spensierata, spenta e senza scopi terreni precisi”.

E cita Pio XII, che sferzava le élites italiane ammonendole di non diventare “disertori”:

[Un atteggiamento di fronte ai problemi attuali] inammissibile; è quello del disertore, è l’astensione dell’uomo imbronciato o corrucciato, che, per dispetto o per scoraggiamento, non fa alcun uso delle sue qualità e delle sue energie, non partecipa ad alcuna delle attività del suo Paese e del suo tempo, ma si ritira lontano dalle battaglie mentre sono in giuoco i destini della patria. Anche men degna è l’astensione, quando è l’effetto di una indifferenza indolente e passiva. Peggiore, infatti, del cattivo umore, del dispetto e dello scoraggiamento, sarebbe la noncuranza di fronte alla rovina, in cui fossero per cadere i propri fratelli e il proprio popolo. Invano essa tenderebbe di celarsi sotto la maschera della neutralità; essa non è punto neutrale; è, volere o no, complice”.


Un richiamo alleautentiche élites

Quando le autentiche élites disertano il governo della res publica, è giocoforza che questo ruolo venga riempito non solo da politici professionali, ma anche da quelle false élites denunciate da Francesco Alberoni nel 1963 nel suo libro «L’élite senza potere». Il noto sociologo prevedeva che il vuoto di potere sarebbe stato riempito “dai divi, da star internazionali, dai personaggi dello spettacolo noti a tutti, amati, ammirati e imitati, e che costituiscono l’oggetto del pettegolezzo collettivo nelle società di massa” (6). Una profezia avveratasi fin troppo.

È il caso di far risuonare, a distanza di cinquant’anni, il richiamo di Papa Pacelli, sperando che, di fronte allo sgretolarsi della nostra società e del nostro sistema istituzionale, le autentiche élites trovino il coraggio di riassumere la loro naturale missione:

“Oggi più che mai, voi siete chiamati ad essere una élite non solo del sangue e della stirpe, ma anche più delle opere e dei sacrifici, delle attuazioni creatrici nel servizio di tutta la comunanza sociale.

“E questo non è soltanto un dovere dell’uomo e del cittadino, a cui niuno può sottrarsi impunemente, ma anche un sacro comandamento della fede, che avete ereditata dai vostri padri e che dovete, dopo di loro, lasciare, integra ed inalterata, ai vostri discendenti.

“Bandite dunque dalle vostre file ogni abbattimento e ogni pusillanimità: ogni abbattimento, di fronte ad una evoluzione dei tempi, la quale porta via con se molte cose, che altre epoche avevano edificate; ogni pusillanimità, alla vista dei gravi eventi, che accompagnano le novità dei nostri giorni”.

Chissà se in un rinnovato ruolo pubblico delle élites — quelle autentiche che nascono sia dalla tradizione che dal merito personale — non troviamo un elemento importante per la soluzione della crisi che ci attanaglia.


Note

1. Ernesto Galli della Loggia, “Un disperato qualunquismo”, Corriere della Sera, 30 dicembre 2010.

2.  Michele Ainis, “Democrazia allo sfascio”, Corriere della Sera, 01 aprile 2011.

3. Pierluigi Battista, “Sull’orlo del precipizio”, Corriere della Sera, 31 marzo 2011.

4. Cfr. Plinio Corrêa de Oliveira, «Progetto di Costituzione angustia il Paese», San Paolo, Artpress, 1986.

5. Plinio Corrêa de Oliveira, «Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato e alla Nobiltà romana», Milano, Marzoratti Editore, 1993.

6. Francesco Alberoni, “Lo spettacolo e la politica sono le élite del potere”, Corriere della Sera, 6 luglio 2009.7. Pio XII, Allocuzione al Patriziato e alla Nobiltà Romana, 1951.

Categoria: Giugno 2011

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