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2011

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La conversione degli anglicani

 

«Vorrei dire a Sua Santità, se potessi parlargli, di non smettere mai di occuparsi con particolare sollecitudine dell’Inghilterra, poiché Dio sta preparando un gran trionfo del cattolicesimo in quel regno». Ecco quanto confidava nel 1854 san Domenico Savio al suo maestro, Don Bosco, dopo una delle sue frequenti estasi mistiche (1).

Da quando, nel 1841, il movimento di Oxford avviava la prima grande ondata di conversioni dall’anglicanesimo al cattolicesimo romano, portando nell’ovile della Chiesa figure del calibro dei cardinali John Henry Newman e Henry Edward Manning, questo flusso non si è più interrotto.

Le conversioni si sono moltiplicate negli ultimi anni, come reazione allo sfaldamento della confessione anglicana in ambito morale e liturgico. Il fenomeno ha una portata tale da indurre Papa Benedetto XVI a redigere, nel novembre 2009, la Costituzione apostolica Anglicanorum coetus, regolandone gli aspetti teologici e canonici.

Appena pubblicato il documento, un centinaio di vicari (parroci) anglicani negli Stati Uniti hanno chiesto di essere accolti nella Chiesa cattolica. Il vescovo anglicano di Fulham, in Inghilterra, capo del movimento filo-cattolico Forward in the Faith, dichiarava: “Le conversioni collettive sono una vera possibilità. Noi abbiamo più di mille sacerdoti membri dell’associazione che vorrebbero fare questo passo”.

Nel 2011, ben tre vescovi della Church of England hanno abiurato gli errori e chiesto l’ammissione nella Chiesa cattolica. Clamorosa, poi, la conversione di intere parrocchie con in testa il proprio vicario. La scorsa Pasqua, per esempio, venti parrocchie anglicane sono state ammesse nella Chiesa cattolica con una solenne cerimonia nella cattedrale di Westminster, a Londra.

Il fenomeno si è esteso anche agli Stati Uniti e all’Australia. Nell’inizio dell’estate, tre parrocchie anglicane nel Maryland hanno abbracciato la vera fede, mentresei parrocchie in Texas hanno compiuto lo stesso passo a maggio.

Forse la Provvidenza sta proprio preparando quel “grande trionfo del cattolicesimo in Inghilterra” al quale accennava san Domenico Savio.

“Il Beato Domenico Savio”, di San Giovanni Bosco, Torino, Società Editrice Internazionale, 1950 – pagg. 144-145.

 

Kangbashi, o i sette peccati del comuno-capitalismo cinese

 

Il lupo perde il pelo ma non il vizio. I gerarchi del Partito comunista cinese avranno forse allentato il controllo statale sull’economia, dando l’impressione che la Cina si sia convertita al capitalismo, ma non hanno perso il vezzo dei mega-progetti statali, nel più puro stile totalitario, progetti creati ad arte da qualche commissione governativa, totalmente sganciati dalla realtà dei fatti, per soddisfare la megalomania del regime. L’esatto opposto di ciò che dovrebbe essere una vera economia di mercato.

Un esempio? La città di Kangbashi,  costruita dal nulla nella Mongolia centrale per emulare Las Vegas, Los Angeles o Dubai City. Costo: 160 miliardi di dollari. Qui c’è proprio tutto: grattacieli, giardini, musei, sculture, complessi residenziali di lusso, centri sportivi. Manca solo l’ingrediente fondamentale di qualsiasi insediamento urbano: la gente.

Commenta Il Sole 24 Ore, “Kangbashi è la perfetta incarnazione dei sette peccati capitali che flagellano il neo-capitalismo cinese: avidità, malaffare, superficialità, menzogna, ignoranza, irresponsabilità, miopia” (1). 

Kangbashi è stata progettata per accogliere un milione di abitanti. Ma per adesso ne conta appena 20 mila, per lo più funzionari pubblici della vicina città di Ordos, cha ha scelto di trasferire i propri uffici in questa città fantasma. Il collasso è dietro l’angolo, vista la totale assenza di gente che possa alimentare l’economia cittadina. Un collasso sempre più probabile, anche considerando il rallentamento  dell’economia cinese.

1. Luca Vinciguerra, «Kangbashi, la città fantasma vittima della bolla immobiliare cinese», Il Sole 24 Ore, 17 luglio 2010.

Categoria: Ottobre 2011

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