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2012

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A proposito della Marcia per la Vita

 

“Ladran Sancho, señal che cabalgamos - Ci abbaiano, Sancho, vuol dire che cavalchiamo”.

Questa frase, attribuita a Don Chisciotte della Mancia, svela una grande verità: il successo di un’impresa si può misurare non solo dall’importanza dei risultati ottenuti, ma anche dalla reazione che suscita tra gli avversari. Anche in questo senso, l’esito della Marcia per la Vita tenutasi a Roma lo scorso 13 maggio, giorno della Madonna di Fatima, ha superato le previsioni più ottimistiche.

 

Una reazione al limite del surreale

Il putiferio che ha scatenato la Marcia per la Vita ha toccato picchi quasi surreali. Dall’Unità, che ha raccolto le accuse di “neofascismo, omofobia e antisemitismo” lanciate da esponenti del PD; a La Repubblica, che invece si è fermata a “fondamentalismo” e “neofascismo”; al segretario del PSI di Roma, Atlantide Di Tommaso, che ha inveito contro le “frange dell’estremismo di destra di funesta memoria”; fino al giornale comunista online Contropiano.org, che l’ha chiamata “marcia dell’ipocrisia”; ed altri siti comunisti che hanno apostrofato così i manifestanti “integralisti, negazionisti, razzisti e omofobi”, la reazione della sinistra è stata mordace e compatta.

Questa reazione è comprensibile. In fondo la Marcia rappresentava l’esatto opposto, in termini morali, culturali e politici, agli aneliti della sinistra. Meno comprensibile, invece, la reazione di certi ambienti cattolici.

Si va da alcune testate cattoliche che hanno contestato l’opportunità politica della Marcia, fino all’allucinante intervento di Paolo Sorbi, l’ex-comunista riciclatosi presidente del Movimento ambrosiano per la vita. Su ilSussidiario.net, un quotidiano online, Sorbi si è scagliato contro “questa marcia strumentale, settaria, con un retroterra culturale fortemente inficiato da forze che non hanno niente a che vedere con la cultura della vita e che hanno matrici di carattere neopagano”.

Un commento talmente scomposto che è stato subito cancellato dal sito, non però prima che migliaia di persone lo leggessero e lo facessero circolare.

“Chi tocca la 194 muore — commentava giustamente il prof. Roberto de Mattei — Non di morte fisica come i cinque milioni di bambini vittime, dal 1978, di quella legge; ma di morte mediatica inflitta attraverso le accuse di «fascismo», «omofobia», «integralismo anticonciliare», e così via”.

La domanda sorge spontanea: perché questa “condanna a morte” per gli oppositori della 194?

 

Una legge DC

Senza voler giudicare le intenzioni, un sospetto, però, ci viene in mente.

Da noi esiste una sostanziale “anomalia” tutta italiana. Mentre negli altri Paesi — a cominciare dall’URSS nel 1923 — la legge sull’aborto è stata votata dalla sinistra, in Italia essa è creatura della Democrazia Cristiana.

“Una prima avvisaglia del tradimento dello Scudo crociato — scrive Mario Palmaro — si era già avuta il 26 febbraio 1976, quando il gruppo DC alla Camera votò insieme al PCI contro l’eccezione di incostituzionalità alla legge abortista. Nell’estate del 1976 sarà sempre un governo a guida democristiana (l’Andreotti Terzo) ad autorizzare in via straordinaria aborti eugenetici per le donne colpite dalla nube tossica di diossina a Seveso, nei pressi di Milano”.

Durante il dibattito in Parlamento, dove pure esisteva una maggioranza antiabortista, la DC rifiutò ostinatamente i voti del MSI, respingendo anche ogni forma di ostruzionismo. Giunta alla votazione del 21 gennaio del 1977, la legge è passata con 310 voti a favore e 296 contro. L’allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti scrisse quel giorno nel suo Diario. “Mi sono posto il problema della controfirma a questa legge (...) Ma se mi rifiutassi non solo apriremmo una crisi appena dopo aver appena cominciato a turare le falle ma (...) la DC perderebbe anche la presidenza e sarebbe davvero più grave”.

In altre parole, la perdita della presidenza di un Governo veniva considerata più grave della responsabilità morale di sottoscrivere una legge che, decretando la sentenza di morte per l’innocente, calpestava gravemente la legge divina

Quando venne pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 22 maggio 1978, la legge portava in calce la firma di cinque politici della DC, a cominciare dallo stesso Andreotti. Il Capo dello Stato, anch’esso democristiano, Giovanni Leone, avrebbe potuto rimandare la legge 194 alle Camere per sospetta incostituzionalità. Invece la firmò dopo solo quattro giorni. In seguito, il governo Andreotti giunse ad assumere ufficialmente la responsabilità di difendere la legge abortista di fronte alla Corte Costituzionale, dove era stata sollevata l’eccezione.

 

Cedere, cedere, cedere...

Questa linea della DC era, inoltre, spalleggiata da ambienti ecclesiastici che con essa condividevano non solo l’ispirazione dottrinale di matrice murriana, ma anche la sua concreta e capillare influenza nazionale, costruita in mezzo secolo di virtuale egemonia politica. Insomma, se non un vero e proprio regime, almeno un “sistema” collaudato che, a loro giudizio, non doveva essere messo a rischio.

Già in occasione del referendum sull’aborto del 1981, mentre l’Alleanza per la Vita — una coalizione di movimenti antiabortisti — si opponeva sic et sempliciter all’aborto e, quindi, proponeva l’abrogazione della Legge 194, questi settori ecclesiastici sostenevano invece il neonato Movimento per la Vita, che aveva presentato due quesiti referendari volutamente minimalisti. Oltre a seminare la confusione nelle fila cattoliche, le proposte del MpV erano state giudicate da eminenti teologi romani moralmente inaccettabili.

Allora come adesso, al coro delle critiche comuniste, socialiste e radicali all’Alleanza per la Vita, si sommò anche certa stampa cattolica. In un articolo a firma di Pier Giorgio Liverani, per esempio, Avvenire liquidava l’iniziativa antiabortista come “di destra” e “lefebvriana” (sic).

Insomma, già a quel tempo il cri de guerre era “la 194 non si tocca!”

Questo atteggiamento scaturiva non solo da calcoli politici congiunturali — non si voleva far saltare il “sistema” — quanto soprattutto dalla stessa natura della DC, un “centro che guarda a sinistra”, nella celebre definizione degasperiana. Un centro sinistrogiro che, all’ideale di restaurazione cristiana proposto da Papa Pio XII, aveva contrapposto quello della laicizzazione dell’Italia, a pretesto di “modernizzarla”.

In questo senso, la legge sull’aborto nel 1978, come prima quella sul divorzio nel 1970, non è stata un incidente di percorso, bensì un tassello imprescindibile nel disegno storico di scristianizzare l’Italia.

 

Segni dei tempi

La vecchia DC è morta, vittima di Mani Pulite. Il “sistema” non c’è più. Anche a livello ecclesiastico la situazione è alquanto mutata. La tendenza cedevole di certi cattolici continua, però, imperturbabile... Ed essa si manifesta in modo quasi paradigmatico nel campo dell’azione per la vita.

Alle molteplici e lodevoli iniziative in favore della maternità e della vita nascitura, come ad esempio i CAV (Centri di Aiuto alla Vita), si aggiunge, in alcuni ambienti, una cocciuta opposizione a qualsiasi iniziativa che intenda impedire la pratica dell’aborto, abolendo la 194 e, quindi, tornando alla normativa legale precedente. Insomma, secondo questi ambienti, si può difendere la vita purché ci si resti all’interno di certi parametri che non intacchino la modernità laicista.

Da ciò scaturisce la loro contrarietà all’idea d’una Marcia per la Vita in Italia. Chi scrive ha avuto più d’una discussione con i vertici del MpV, che escludevano a priori una tale prospettiva, preferendo invece una pacata azione politica. Punto! Nyet! In Italia non si marcia! E, intanto, la 194 continua a mietere vittime...

Ora, sarebbe proprio il caso che queste persone si guardassero un po’ intorno. Dappertutto, da Washington a Parigi a Varsavia a Bruxelles, passando per Madrid, Budapest e Lisbona, ormai il popolo della vita si sta svegliando e sta cominciando a far sentire la sua voce, attraverso le “Marce per la Vita” che costituiscono la nuova frontiera dell’azione pro life. Finora, l’Italia è stata la “maglia nera” del movimento internazionale in difesa della vita. Ora non più.

La Marcia per la Vita è un’idea il cui tempo è giunto. Il successo della Marcia a Roma, lo scorso 13 maggio, mostra come essa abbia toccato una fibra molto profonda dell’anima pro life nazionale, sprigionando energie che non si arresteranno più.Sapranno cogliere queste persone i “segni dei tempi”? (JL)

 

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La 194: una legge da abolire

 

L’appoggio “cattolico” alla 194 si fonda su un sofisma.

Secondo questo sofisma, la 194 conterrebbe alcuni aspetti positivi che, però, non sono stati mai attuati. In altre parole, sarebbe una legge buona applicata male. Invece di chiederne l’abolizione, dovremmo batterci per la sua applicazione integrale.

Questo è un tranello che bisogna assolutamente fugare.Nella normativa legale precedente alla 194, l’aborto in Italia non era consentito, anzi veniva sanzionato dalle norme contenute nel titolo X del libro II del Codice Penale, che prevedeva la reclusione da due a cinque anni per chiunque cagionasse l’aborto di una donna consenziente. Nel caso di donna non consenziente, la pena saliva da sette a quindici anni. Tuttavia, alla luce dell’articolo 54 dello stesso Codice, venivano contemplate alcune eccezioni, quale per esempio ‘salvare la vita della gestante’.

La 194 capovolge questa concezione giuridica, ritenendo l’aborto un atto di per sé legale, salvo poi applicare qualche restrizione. La 194 suddivide in modo del tutto arbitrario la vita intrauterina in tre periodi, fissando per ciascuno di essi una differente disciplina e avendo come esclusivo criterio di riferimento i rischi per la salute della donna, senza il benché minimo accenno ai diritti del nascituro, al quale viene pertanto negata la condizione di persona. Ecco l’intrinseca malvagità di questa legge.

Secondo la morale cattolica, nell’impossibilità di ottenere il bene perfetto, è lecito scegliere un male minore, purché — ed ecco la sfumatura fondamentale — si dichiari trattarsi d’una scelta non perfetta in attesa di tempi migliori. Nel caso in questione sarebbe dunque moralmente lecito auspicare: “Come primo passo, vediamo pure di migliorare la 194, applicandola bene, fermo restando che noi, come cattolici, puntiamo alla sua abolizione e ci batteremo in questo senso”. Volontà — essenziale per la moralità dell’atto — che manca in molti cattolici “moderati” o “adulti”. E allora la scelta diventa immorale: non si può assolutamente accettare tout court la 194 come buona.

La 194 va abolita. Punto


Categoria: Giugno 2012

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