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2012

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Brasile: fallisce la riforma agraria

 

di Gregorio Vivanco Lopes

 

Una certa propaganda, e non solo di sinistra, si diletta nel denunciare ciò che ritiene sia una ingiusta distribuzione della proprietà terriera in Brasile, proponendo come soluzione una riforma agraria che spartisca i latifondi. Inutile rispondere che il Brasile ha una superficie di 8,5 milioni di chilometri quadrati (pari a 29 volte l’Italia) il 45% della quale è ancora terra vergine. Semmai c’è mancanza di proprietari, non certo di terre. Questi balbettii utopistici s’infrangono, però, di fronte ad un dato di fatto: l’evidente fallimento della riforma agraria di stampo socialista. Riproduciamo qui un breve articolo di Gregorio Vivanco Lopes, della Commissione di studi agrari della TFP brasiliana.

 

Dall’inizio degli anni 1950 il principale cavallo di battaglia della sinistra in Brasile è stato la riforma agraria, ritenuta un passo necessario verso il socialismo e il comunismo.

Nel timore che l’emergere del suo vero scopo potesse provocare il dissenso dell’opinione pubblica, la sinistra mascherava le sue intenzioni presentando la riforma agraria come un atto in favore dei poveri. Secondo la sinistra, ripartire i latifondi in tante piccole cooperative rurali (“insediamenti”) avrebbe giovato ai contadini, che si sarebbero ritrovati proprietari di un pezzetto di terra da cui poter ricavare il sostentamento.

Già all’epoca, la fallacia di questo argomento fu denunciata dal prof. Plinio Corrêa de Oliveira in numerosi libri, manifesti, articoli e interviste. Alcuni suoi interventi in merito sono poi all’origine di campagne pubbliche della TFP brasiliana. La riforma agraria perse così il suo fascino originale, e finì per essere vista come ciò che in realtà è ed è sempre stata: l’imposizione di uno Stato socialista.

Tale imposizione era finalizzata alla demolizione della proprietà privata, basata su due comandamenti della Legge di Dio – non rubare (7°) e non desiderare la roba d’altri (10°) – che, insieme con la famiglia e con la tradizione, è la base della civiltà cristiana.

Nonostante ciò, la riforma agraria è stata sempre sostenuta da una certa sinistra di origine ecclesiastica, la cosiddetta “sinistra cattolica”, rappresentata in questo campo dalla Commissione Pastorale della Terra, organo della CNBB (Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile), affiancata da movimenti sovversivi come il MST (Movimento dei senza terra).

Gli anni passarono e la sinistra prese il potere in Brasile, avviando diversi progetti di riforma agraria, ormai però priva del suo fascino originale. Senza questa magia, che obnubilava qualsiasi valutazione, la riforma agraria ha cominciato ad essere analizzata in base ai suoi risultati concreti, e questi si sono rivelati disastrosi.

Più recentemente, a questo quadro si è aggiunto un nuovo elemento fondamentale. Il colore della rivoluzione socialista è cambiato da rosso a verde. Il cavallo di battaglia per liquidare la proprietà privata non è più la riforma agraria quanto un certo ambientalismo. Come ubbidendo a una stessa regia, tutti i vecchi socialisti si sono riciclati in ferventi ambientalisti, a cominciare dagli alfieri della Teologia della liberazione, come l’ex frate Leonardo Boff.

Risultato: la riforma agraria è passata in secondo piano nel panorama della sinistra. Addirittura è diventato di moda segnalare il suo fallimento. Ciò non esclude che il MST continui a urlare e, ogni tanto, anche a invadere qualche proprietà rurale. Ma, da pioniere del futuro, ormai  è diventato un fantasma del passato.

In questo contesto è interessante conoscere i dati recentemente presentati da un analista tutt’altro che sospetto, l’ing. Francisco Graziano Neto, già presidente dell’Incra (Istituto nazionale di colonizzazione e riforma agraria), nonché Ministro dell’Agricoltura dello Stato di San Paolo (1). Ecco una sintesi del suo articolo. Il titoletto è mio.

 

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Il peggiore fallimento del Brasile

Il Brasile ha fatto la più grande riforma agraria del mondo. Solo dal 1994 al 2011, secondo i dati dell’Incra, sono state insediate 1.176.813 famiglie, distribuite in un’area di 88 milioni di ettari. Come termine di paragone, ricordiamo che l’area coltivata in Francia è di 30 milioni di ettari.

Se ci fosse una classifica mondiale delle riforme agrarie, il Brasile sarebbe indubbiamente il vincitore per dimensione, ma l’ultimo per risultati. Detto senza giri di parole: la riforma agraria si configura come il peggiore fallimento della politica pubblica nel nostro Paese. A parte le solite eccezioni, tutti gli insediamenti sono diventati vere e proprie favela rurali.

Una ricerca fatta dall’Incra nel 2010 ha raccolto informazioni sul modo di vita, la produzione e il reddito delle famiglie che vivono negli insediamenti. I questionari sono stati completati da un campione di 16.153 beneficiari, coinvolgendo 1.164 progetti di riforma agraria. I risultati sono scioccanti.

Solo il 32,6% delle abitazioni sono dotate di elettricità. Il 57% degli insediamenti non possiede strade di acceso. La sanità pubblica copre a malapena il 56% delle famiglie.

L’incapacità del governo di sostenere i nuovi produttori, insieme all’incapacità della maggior parte delle famiglie insediate, si riflette nei guadagni. Nello Stato di Ceará, il 70% dei contadini hanno un reddito annuale complessivo non superiore a due salari minimi. Con l’aggravante che il 44% di questo reddito proviene da sovvenzioni statali. Un vero disastro.

Niente, però, stupisce di più gli analisti che scoprire il “buco nero” della riforma agraria: è impossibile sapere con certezza l’ammontare della produzione agricola proveniente dagli insediamenti. Sembra incredibile, ma non ci sono dati statistici sul volume di produzione di cereali, frutta, verdure, e neanche sul bestiame, in grado di quantificare il contributo degli insediamenti alla raccolta nazionale. Sembra quasi uno scherzo.

Il fatto è che mancano, in modo più assoluto, i dati concreti che ci permettano di valutare positivamente la riforma agraria in termini di produzione. Sappiamo che l’analisi dei costi/benefici non è mai stata il forte del popolismo agrario. Come se la semplice distribuzione della terra fosse un passaporto per la felicità eterna.

 

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Fin qui, l’articolo dell’ingegner Graziano.

Vista questa situazione, non sorprende che la maggior parte dei contadini insediati vendano il loro pezzetto di terra appena possibile e a qualsiasi prezzo. O semplicemente lo abbandonino. Questo si ripercuote nel calo di militanza all’interno del MST. Di fronte all’evidente fallimento degli insediamenti, i contadini non se la sentono più di essere raggirati dalla demagogia socialista.

È quanto constata con rammarico il principale leader del MST, il marxista João Pedro Stedile, che dichiara al quotidiano O Estado de S. Paolo (16-04-12): “Siamo in un periodo di declino storico del movimento di massa e di mancanza di cambiamenti strutturali. Questo incide sulla nostra capacità di mobilitazione, sia nelle campagne sia nelle città. L’ultimo  sciopero generale risale al 1988”.

Di fronte a questo evidente fallimento della riforma agraria, finora presentata, specie dalla “sinistra cattolica”, come una panacea universale per tutti i mali del Brasile, non possiamo non rendere omaggio a colui che, sin dall’inizio, ha saputo scorgere il problema in profondità, denunciandolo pubblicamente: Plinio Corrêa de Oliveira.

A lui il Brasile deve molto.

 

1. Francisco Graziano Neto, “Reforma Agraria de qualidade”, O Estado de S. Paulo, 1704-2012.

Categoria: Giugno 2012

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