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2012

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Difesa dei poveri? Solo di quelli “in lotta”

 

I teologi della liberazione affermano di voler difendere i poveri. Anzi, tutta la loro teologia avrebbe i poveri come origine, come soggetto e come destinatario. “La storia di Dio passa necessariamente per i poveri — scrive il teologo gesuita spagnolo Jon Sobrino — Lo spirito di Gesù si incarna storicamente nei poveri (...) I poveri sono il vero locus teologicus per la comprensione della verità e della praxis cristiana” (1).

“Locus theologicus”, espressione coniata nel secolo XVI dal teologo domenicano spagnolo Melchior Cano (2), vuol dire fonte o sorgente della teologia. Sdegnando la Rivelazione e la Tradizione come fonti della teologia, i teologi della liberazione si concentrano quasi esclusivamente sui “poveri”, perfino conferendo loro ciò che l’uruguaiano Juan Luis Segundo definiva pomposamente “il privilegio ermeneutico dei poveri in lotta” (3).

E già questa espressione ci dovrebbe mettere la pulce nell’orecchio. Non si tratta semplicemente dei poveri, ma dei “poveri in lotta”. “La teologia della liberazione — secondo Gustavo Gutiérrez — è un tentativo di comprendere la fede dall’interno della praxis concreta, storica, liberatrice e sovversiva dei poveri di questo mondo, delle classi oppresse, dei gruppi etnici disprezzati, delle culture emarginate” (4).

In altre parole, i “poveri” — ossia qualunque categoria sia ritenuta “oppressa”, “disprezzata” o “emarginata” — sono il locus theologicus della Teologia della liberazione solo quando coinvolti in una “praxis storica sovversiva”, cioè quando agiscono come agenti delle trasformazioni rivoluzionarie, sia per le vie pacifiche sia per quelle della violenza.

Un’analisi più attenta rivela come, per i teologi della liberazione, il vero locus theologicus non siano tanto i poveri quanto gli agenti rivoluzionari. “La praxis della liberazione è il luogo privilegiato della nostra riflessione”, ammetteva il teologo italiano recentemente scomparso Giulio Girardi (5).

Cosa succede, invece, quando il “povero” si comporta in maniera conservatrice, cioè quando non vuole fare il rivoluzionario? Ebbene, perde il suo “privilegio ermeneutico”...

“Una delle esperienze più sconvolgenti — si lamentava Girardi — è quando la liberazione è reputata impossibile dallo stesso popolo, dalle stesse classi lavoratrici che, secondo la nostra prospettiva, dovrebbero invece essere l’asse delle trasformazioni” (6).

Ma questo non scoraggia minimamente i teologi della liberazione. Con i poveri, senza i poveri, o anche contro i poveri, loro continuano imperterriti. “Perseguire l’utopia popolare — continuava Girardi — significa, e questo è forse l’aspetto più drammatico, darsi alla causa popolare senza contare sull’appoggio, e nemmeno sul riconoscimento del popolo. (...) È come sentirsi straniero nel proprio ambiente” (7).

Quando i “poveri” non sono “in lotta”, bisogna addirittura diffidare di loro. “Concordo con Juan Luis Segundo che il teologo della liberazione deve essere molto critico riguardo alle aspirazioni dei poveri — ammetteva P. Alfred Hennelly — Nei miei anni nel Terzo Mondo ho avuto ampia, direi quotidiana, esperienza di quanto i poveri interiorizzino le credenze dei loro oppressori, e della profondità e tenacità con la quale difendono queste credenze” (8).

Ecco quindi il vero volto dei teologi della liberazione: stranieri nel proprio ambiente. Vale a dire, non paladini dei poveri e interpreti delle loro aspirazioni, bensì incuranti del loro sostegno, perfino sdegnosi nei loro confronti, e impegnati invece in una lotta ideologica per l’instaurazione dell’utopia socialista.

 

1. Jon Sobrino, «Resurreição da verdadeira Igreja. Os pobres, lugar teologico da eclesiologia», Edições Loiola, San Paolo, 1982, p. 102.

2. Melchior Cano, O.P., «De locis theologicis», Salamanca, 1562. L’opera aveva un chiaro intuito innovatore, in quanto apriva la porta alla storicizzazione della teologia. Sconfessato dalle autorità ecclesiastiche, Cano fu nominato vescovo nelle lontane isole Canarie. Cfr. Miguel Nicolau, S.J., «Sacrae Theologiae Summa», pp. 20-22.

3. Juan Luis Segundo, «The liberation of theology», Orbis Books, New York, 1976.

4. Gustavo Gutiérrez, «The Power of the Poor in History», Orbis Books, New York, 1983, p. 37.

5. Giulio Girardi, “Possibilità di una teologia europea della liberazione”, in IDOC Internazionale, Roma, 1983, I, p. 41.

6. Giulio Girardi, intervento “Utopía popular y esperanza cristiana”, VIII Congreso de Teología, Madrid, 11 settembre 1988. Dalla registrazione magnetofonica. Archivio TFP.

7. Ibid., versione scritta. Giulio Girardi, “Utopía popular y esperanza cristiana”, in José María Gonzáles Faus, «Utopía y profetismo», Evangelio y Liberación, Madrid, 1989, p. 104.

8. Alfred Hennelly, S.J., «Theology for a Liberating Church. The New Praxis of Freedom», Georgetown University Press, Washington, D.C., 1989, pp. 64-65.

Categoria: Ottobre 2012

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