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2012

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L’Europa e le sue radici di fronte alle sfide contemporanee

 

di Magdi Cristiano Allam

 

Organizzato dalla Société française pour la Défense de la Tradition Famille et Propriété, con la partecipazione di Chrétienté-Solidarité e dell’AssociazioneTradizione Famiglia Proprietà, d’Italia, si è tenuto un convegno a Parigi, nel Salon Hoche, nel quartiere degli Champs Élisées. Dopo l’introduzione dell’avv. CaioXavier da Silveira, presidente della TFP francese, ha preso la parola l’on. Bernard Antony, direttore di Chrétienté-Solidarité. L’oratore principale è stato poi l’on. Magdi Cristiano Allam. Offriamo qui di seguito ampi stralci del suo intervento.

 

 

Mi auguro che questo mio intervento possa consentire a ciascuno di noi innanzitutto di acquisire elementi di chiarezza rispetto a una tragedia cui noi oggi stiamo assistendo. E al tempo stesso di riflettere e maturare delle valutazioni che servano a farci capire cosa oggi dobbiamo fare per affrancarci da una situazione in cui l’Europa, nel suo insieme, non è in grado di individuare una rotta da seguire e il traguardo a cui approdare.

 

Il fascino del cristianesimo

Parlo della verità, di conoscere qual è la verità.

La conoscenza della verità ha rappresentato nella mia vita un punto di partenza e la ragione stessa per la quale ho ritenuto di dovermi impegnare per trentacinque anni come giornalista e successivamente di scegliere un impegno nell’ambito  della politica.

Sono nato musulmano, da una famiglia musulmana, in un paese a maggioranza islamica, l’Egitto. Sono nato negli anni Cinquanta quando in Egitto e nell’insieme del Medio Oriente esisteva una realtà sostanzialmente tollerante, ereditata da un passato molto condizionato dalla presenza di comunità europee cristiane, e da un cosmopolitismo che faceva sì che tra la maggioranza islamica e le comunità cristiane, che erano parte della società, vi fosse un rapporto di rispetto. Ed è per questa ragione che mia madre non ebbe alcuna esitazione a iscrivermi in una scuola cristiana cattolica, gestita dalle suore comboniane, una scuola italiana. E per quattordici anni ho frequentato scuole e ho vissuto in collegio, prima dalle suore comboniane e poi dai sacerdoti salesiani.

Ho coltivato una simpatia nei confronti del cristianesimo perché i miei educatori, che erano delle suore e dei sacerdoti cristiani cattolici, trasmettendomi un’educazione buona fatta di valori solidi, fatta di una concezione etica della vita, questi testimoni di fede cristiana mi hanno portato a coltivare un fascino nei confronti del cristianesimo come religione.

Il dato iniziale su cui vorrei concentrare la vostra attenzione è che l’attrazione nei confronti delle religioni è stata veicolata dai testimoni di fede. Sono state le persone a farmi nascere l’interesse nei confronti della religione.

 

Dialogo impossibile

La distinzione fra la dimensione delle persone e quella delle religioni è fondamentale. Oggi noi commettiamo degli errori che ci portano ad assumere posizioni sbagliate e controproducenti perché sovrapponiamo queste due dimensioni. Ad esempio, spesso sentiamo parlare di dialogo fra islam e cristianesimo e di dialogo fra musulmani e cristiani, come se si trattasse della stessa cosa. Sono, in realtà, due cose radicalmente diverse.

La dimensione della religione è definitiva nel tempo e nello spazio perché la religione fa riferimento a un testo sacro immutabile e fa riferimento al pensiero e all’azione di un profeta che rappresenta una realtà immutabile nel tempo e nello spazio. La dimensione delle persone, invece, è mutevole, cambia nel tempo e nello spazio. Ciascuno di noi esprime una specificità che è la sintesi della complessità del nostro percorso personale, familiare, comunitario, sociale, educativo, economico, politico e anche religioso.

Dobbiamo quindi essere consapevoli di questa differenza, a maggior ragione quando nel caso dell’islam ci troviamo in una realtà molto particolare.

Il cristianesimo è la religione del Dio che si fa uomo e che si incarna in Gesù Cristo. Si è cristiani non perché si crede in una dottrina ma perché si crede nella verità storica del Dio incarnato. L’islam, invece, è la religione del Dio che si fa testo e che si “incarta” nel Corano. Per i musulmani, il Corano è Dio, è della stessa sostanza di Dio, opera increata al pari di Dio, dove pertanto, fede e ragione mal convivono e mal si conciliano.

Il cristianesimo, invece, è la religione che concepisce l’uomo a immagine e somiglianza di Dio, dove la vicinanza fra uomo e Dio fa sì che fede e ragione siano parte integrante della fede e della cultura cristiana. Sono differenze sostanziali. Gesù Cristo non ha nulla a che vedere con l’Allah islamico. Sono due realtà completamente diverse. Anche gli islamici credono in un solo Dio, ma il dio islamico non ha nulla a che fare con Gesù Cristo.

La confusione fra la dimensione delle persone e quella della religione ci porta, soprattutto in Europa, a due tipi di errori.

 

Il pericolo del relativismo

Il primo si lega alla diffusione dell’ideologia del relativismo. Il relativismo diventa ideologia nel momento in cui ci nega l’uso della ragione per non entrare nel merito dei contenuti, per non usare i parametri della critica e dell’interpretazione, per far sì che aprioristicamente, ed è questa la dimensione ideologica, tutte le religioni, tutte le culture, tutti i valori vengano considerati uguali, a prescindere dai loro contenuti.

Il relativismo ci porta a mettere sullo stesso piano tutto e il contrario di tutto e ciò porta all’equivoco che, per amare i musulmani come persone, si debba sposare l’islam come religione. L’amore per il prossimo rappresenta il fondamento del cristianesimo ed io lo considero il fondamento della nostra comune umanità.

Ma questo amore non deve automaticamente tradursi nel legittimare la religione del prossimo, soprattutto se, entrando nel merito dei contenuti di questa religione, noi prendiamo atto che è incompatibile con il rispetto dei diritti fondamentali della persona e con la condivisione di quei valori che correttamente Benedetto XVI definisce “non negoziabili” in quanto sostanziano l’essenza della nostra comune umanità, a partire dalla fede nella sacralità della vita, dalla considerazione che la dignità della persona è il fulcro della costruzione sociale e che il rispetto della libertà di scelta, in primis quella religiosa, rappresenta un pilastro della nostra civiltà.

Il secondo errore in cui s’incorre è di segno opposto e vede l’Europa a rischio perché si ispira ad un’altra ideologia, quella del razzismo dove, partendo dalla condanna della religione si arriva alla condanna delle persone indiscriminatamente. Per cui, partendo dalla condanna dell’islam come religione in quanto incompatibile con il rispetto dei diritti fondamentali della persona, si condannano tutti i musulmani per il semplice fatto di far riferimento all’islam come religione.

Da qui la necessità di distinguere fra le due dimensioni. Noi possiamo dialogare e convivere con i musulmani come persone, restando totalmente noi stessi come cristiani, senza relativizzare la religione cristiana, senza pensare che, per amare il prossimo, dobbiamo mettere tutte le religioni sullo stesso piano.

Questo approccio oggi in Europa è diffuso laddove si è affermato un modello di convivenza noto come “multiculturalismo”. La multiculturalità, al contrario, è un dato di fatto. Essa significa semplicemente che all’interno dello stesso spazio fisico vivono persone che provengono da Paesi diversi, hanno religioni diverse, culture diverse e parlano lingue diverse.

Il multiculturalismo è, invece, un approccio ideologico che ritiene che il governo della pluralità etnica, linguistica, culturale e religiosa possa realizzarsi limitandosi a elargire a piene mani diritti e libertà, senza chiedere in cambio l’ottemperanza dei doveri e il rispetto delle regole, e senza che ci sia un comune collante identitario e valoriale.Il multiculturalismo arriva a immaginare che, per favorire il dialogo e agevolare la convivenza, sia addirittura preferibile che noi ci presentiamo come se fossimo una landa deserta, senza la certezza della nostra fede, negando le nostre radici, senza la certezza della nostra identità, senza affermare delle regole che valgano indistintamente per tutti. Ed è proprio nel momento in cui noi ci presentiamo in questo modo che gli altri, gli islamici, ci percepiscono come una terra di conquista. Una conquista che è già in atto.

 

Terra di conquista

Quello che accade oggi sulla scena internazionale evidenzia una realtà simile a quella che, a partire dal settimo secolo, ha portato all’islamizzazione della sponda meridionale e orientale del Mediterraneo. Dall’altra parte del Mediterraneo oggi le comunità cristiane sono diventate il bersaglio prediletto di una guerra santa islamica, legittimata dal Corano, legittimata dal pensiero e dall’opera di Maometto che vuole sradicare definitivamente la loro presenza. Dobbiamo innanzitutto conoscere la realtà e la verità della storia.

Oggi quando parliamo di cristianesimo pensiamo all’Europa. Dobbiamo ricordare che per i primi sette secoli tutto il Mediterraneo è stato cristiano. Solo a partire dal VII secolo, a seguito di guerre, di stragi, ma anche di connivenza da parte di taluni  all’interno delle comunità cristiane, dall’altra parte del Mediterraneo, si è arrivati alla sottomissione all’islam di quelle popolazioni e di quelle terre. Là dove i cristiani e il cristianesimo sono la “realtà autoctona”. I cristiani del Medio Oriente sono le radici profonde di quelle terre. Quelle chiese ne rappresentano la realtà viva. Noi oggi lo abbiamo dimenticato e guardiamo ai cristiani dall’altra parte del Mediterraneo come se fossero una realtà che non ci riguarda, come se fosse un fatto interno a quelle popolazioni che oggi sono a maggioranza islamica.

E commettiamo un doppio errore madornale. Non ci rendiamo conto che difendere il diritto alla vita, il diritto alla libertà religiosa dei cristiani nei Paesi a maggioranza islamica significa salvaguardare un valore non negoziabile, un diritto fondamentale della persona che, nel momento in cui viene meno, finisce per legittimare a livello internazionale l’arbitrio e affermare la legalità di una guerra santa islamica destinata a non fermarsi solo al di là del Mediterraneo.

 

Il nemico in casa

L’altro errore è quello che compiamo qui in Europa. Non ci rendiamo conto che ciò che succede dall’altra parte del Mediterraneo si collega profondamente con una strategia finalizzata all’islamizzazione dell’Europa. Ci sono delle situazioni che evidenziano come l’Europa odierna può essere effettivamente sottomessa all’islam perché si realizzano condizioni simili a quelle che hanno portato all’islamizzazione di una parte del Mediterraneo nel VII secolo.

C’è un radicalismo, un estremismo e un terrorismo islamico che si annida all’interno di una rete sempre più capillare di moschee dove si predica un’ideologia di odio, di violenza, di morte, si inculca la fede nel cosiddetto martirio islamico, si trasformano le persone in robot della morte, si legittima la guerra santa islamica.

Abbiamo scoperto, soltanto dopo il trauma dell’11 settembre 2001, che l’Europa, più in generale l’Occidente, si sono trasformati nella nuova Mecca del radicalismo e del terrorismo islamico, perché qui da noi possono permettersi ciò che nei Paesi islamici non viene consentito loro. E questo accade perché siamo relativisti, buonisti, laicisti e perché siamo profondamente e sempre più diffusamente scristianizzati.

Del relativismo già si è detto, il buonismo è un altro approccio ideologico che ci porta a immaginare che il rapporto con il prossimo debba limitarsi ed esaurirsi nel concedere al prossimo ciò che il prossimo esige senza preoccuparci delle conseguenze.

Il buonismo si rivela come l’esatto opposto del bene comune che è invece un parametro etico. Il “bene comune” si fonda sulla consapevolezza che ci sono diritti e doveri che valgono per me e per il prossimo. Esso è ben espresso nell’esortazione evangelica “ama il prossimo tuo così come ami te stesso” dove l’amore per il prossimo e quello per se stessi si bilanciano, si equilibrano, dove la ragione ci porta a comprendere che se non abbiamo l’amore in noi, se non ne siamo pieni,  non possiamo donarlo.

 

Un Occidente che odia se stesso

Il cardinale Ratzinger, prima ancora di diventare Papa, in una Lectio Magistralis pronunciata a Roma proprio sull’Europa nel 2004, denunciò l’Occidente che odia se stesso, spiegando che quest’Occidente è più incline a salvaguardare le istanze altrui che non a difendere la propria fede, i propri valori, la propria identità  e fece il caso concreto, riferendosi all’islam, di come se viene oltraggiata l’altra religione,  tutti si indignano e tutti condannano, mentre se vengono oltraggiati il cristianesimo, la Chiesa e il Papa, e solo in questo caso, si parla di “libertà d’espressione”.

Noi, in Europa abbiamo avuto l’occasione di verificare la fondatezza di questa realtà quando, a fronte di una sentenza emessa dalla Corte per i Diritti dell’uomo del Consiglio d’Europa, che ingiungeva all’Italia di non esporre crocefissi nelle aule scolastiche, c’è stato un silenzio assordante da parte di tutti i governi dell’UE, come se il divieto di esporre il Crocefisso non riguardasse questa Europa.

Eppure quando poco dopo, a seguito dell’esercizio della democrazia con un istituto che è democratico, il referendum, in uno stato democratico,  la maggioranza del popolo elvetico si è pronunciata contro la proliferazione dei minareti, e voglio evidenziare che si è trattato di un referendum contro i minareti, ma che non metteva in discussione né la presenza delle moschee, né la libertà religiosa dei musulmani, (si tratta solo del bando di un simbolo identitario che viene concepito come contrario al simbolo identitario del cristianesimo, il Crocifisso), ebbene tutti i governi della Ue, il presidente della Commissione europea, il presidente del Parlamento europeo, persino il Segretario Generale delle Nazioni Unite, si sono sentiti in dovere di intervenire per condannare l’esito di quel referendum dicendo che metteva a repentaglio la convivenza tra cristiani e musulmani.

È evidente che nel momento in cui questa Europa si vergogna delle proprie radici, svende i valori non negoziabili, tradisce la propria identità cristiana, questa Europa finisce per essere sempre più succube dell’ideologia dell’islamicamente corretto, che significa non dire e non fare nessuna cosa che possa urtare la suscettibilità degli islamici. Significa essere sottomessi all’ideologia del terrorismo islamico che io ho qualificato come il “terrorismo dei taglia lingua” cioè di coloro che sono riusciti ad imporci preventivamente il silenzio. Al punto che la Commissione europea “vieta” l’uso dell’espressione “terrorismo islamico”, anche se a commetterlo sono degli islamici che dicono di compiere quegli attentati terroristici nel nome dell’islam, facendo riferimento a versetti coranici e al pensiero e alle opere di Maometto. Questa è un’Europa che ha paura di affermare la verità salvaguardando la propria libertà.

L’esortazione che noi leggiamo in un passo tratto dal vangelo di San Giovanni “Conoscerete la verità e la verità vi renderà liberi” non va dimenticata. Questa è un’Europa pavida, asservita a interessi che la rendono incapace di essere se stessa a casa propria.

Quando Benedetto XVI il 12 settembre 2006 fu pesantemente criticato dagli europei, (che sono occidentali), oltre che condannato da tutti i governi islamici per aver detto la verità storica nel discorso pronunciato all’Università tedesca di Ratisbona, per aver detto cioè, evocando le parole  dell’imperatore bizantino Manuele II Paleologo, che l’islam è una religione che si è diffusa attraverso la spada, queste critiche gli sono state fatte per aver detto la verità, salvaguardando la libertà,  qua, in Europa, a casa nostra.

 

Una paura paralizzante

La tragedia è che noi non siamo più in grado di essere pienamente noi stessi, e non dico in Afganistan, in Arabia Saudita o nel Sudan, ma qui in Europa.

Abbiamo paura di dire la verità in Europa. E questo accade perché abbiamo perso i nostri valori, le nostre radici e la nostra identità. Di qui la necessità di occuparci anzitutto di noi stessi. Io non mi preoccupo tanto dell’arbitrio, dell’arroganza, della violenza, del terrorismo degli islamici, io mi preoccupo principalmente della nostra pavidità, del nostro vuoto interiore, della nostra incapacità di dare una risposta esauriente alla domanda fondamentale “chi siamo”. Se non sappiamo chi siamo non potremo mai individuare la rotta da seguire né definire il punto di approdo del nostro percorso.

Perciò l’Europa tende a essere sempre di più sottomessa all’arbitrio degli islamici.

Un anno fa il settimanale americano Time, ha pubblicato in copertina un mappamondo senza l’Europa. Nel servizio interno, evidenziando la curva discendente dei parametri demografici, gli esperti ritenevano che non ci sia più la possibilità di risalire questa china discendente e che quindi l’Europa sia destinata a scomparire. Si evidenzia che il tasso di natalità è talmente al di sotto del tasso di mantenimento dell’equilibrio demografico che l’Europa non potrà più salvaguardare la propria popolazione autoctona.

Il tasso di mantenimento dell’equilibrio demografico è 2,1. Tutti i 27 Paesi dell’UE hanno un tasso al di sotto, con dei Paesi, tra cui l’Italia, che hanno tassi di natalità molto bassi, 1,34. Questo evidenzia come già nei prossimi 20-30 anni in Italia, a meno che non si riesca miracolosamente a risalire la china, rischiamo di divenire minoranza all’interno del nostro stesso paese, in un contesto in cui continuiamo a praticare una politica buonista nei confronti dell’immigrazione.

Dovremmo volerci più bene. E qui torna il discorso dell’amore per se stessi necessario per poter amare il prossimo, torna il monito di Benedetto XVI allora cardinale Ratzinger che ci spiega come oggi questa Europa si illuda di poter amare il prossimo odiando se stessa, non salvaguardando il proprio bene. Ebbene il rischio è che noi oggi finiamo per essere sopraffatti dalla nostra stessa democrazia.

Recentemente un leader religioso turco ha affermato che l’islam trionferà in Europa dove gli islamici grazie alla democrazia riusciranno a penetrare, mentre grazie alla legge islamica riusciranno a sottometterla.

Questo percorso oggi è agevolato dal nostro stesso atteggiamento. Proprio in Belgio nella primavera del 2008 si è svolto uno degli ennesimi incontri di dialogo interreligioso con la partecipazione di una delegazione del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso e una delegazione di esponenti di cosiddette comunità islamiche provenienti da diversi Paesi europei.

Al termine dell’incontro è stato emanato un comunicato che doveva rappresentare una svolta storica rispetto al principio della reciprocità. Fino a quel momento per reciprocità s’intendeva che così come ai musulmani è consentita la costruzione di moschee e l’esercizio della libertà religiosa in Europa, ai musulmani si chiedeva il rispetto della libertà religiosa dei cristiani nei Paesi a maggioranza islamica.

In questo comunicato si è affermato un concetto diametralmente opposto. Esso recita: “I cristiani riconoscono la libertà religiosa dei musulmani in Europa. I musulmani riconoscono la libertà religiosa dei cristiani in Europa”.

È come se il principio della reciprocità, si fosse ridotto all’interno dell’Europa, è come se i confini del principio della reciprocità si fossero assottigliati restringendosi alla sola Europa, è come se fossimo arrivati al punto in cui noi negoziamo con i musulmani l’esercizio della libertà religiosa dei cristiani in terra cristiana. Questo è fatto grave.

 

Civiltà cristiana

l cristianesimo non è soltanto una questione di fede. Goethe definì il cristianesimo “la lingua comune dell’Europa”. Se noi dovessimo eliminare i simboli del cristianesimo dai paesi europei non resterebbe granché.Il cristianesimo è stato il pilastro di una civiltà che ha saputo accogliere l’eredità della filosofia greca, del diritto romano.

Le università, gli ospedali, tutto il sistema sociale che si fonda sul principio della solidarietà nei confronti dei bisognosi ha origine all’interno del cristianesimo, esprime l’anima dal cristianesimo. Ecco perché il venir meno della fede cristiana, la diffusione della scristianizzazione in Europa e in Occidente, non è soltanto una perdita della dimensione della fede, è una perdita della nostra civiltà.

La recente decisione di Benedetto XVI di dar vita ad un nuovo dicastero per la rievangelizzazione dell’Occidente rappresenta un fatto storico, epocale. Si prende atto del fatto che quest’Europa in modo particolare è a tal punto scristianizzata da dover essere rievangelizzata. Dove la scristianizzazione è anche una perdita della nostra civiltà, della nostra identità.

Ed è la ragione che ci deve riportare alla consapevolezza che se noi non recuperiamo la certezza della nostra fede cristiana, la certezza dei valori non negoziabili a cui si approda anche attraverso la ragione e che sono parte integrante della fede cristiana, noi perderemo non solo la fede cristiana, ma anche la nostra civiltà che è la civiltà cristiana dell’Europa.

È sufficiente, per poter immaginare la prospettiva a cui noi andiamo inesorabilmente incontro se non avremo la capacità di riscattarci, rileggere la verità storica di come le sponde del Mediterraneo orientale e meridionale a partire dal VII secolo sono state scristianizzate e sottomesse all’islam.

 

La Turchia in Europa? No grazie

E se proprio non vogliamo andare così lontano nella storia, a poco meno di un’ora in aereo, andiamo a vedere quello che sta accadendo oggi in un territorio dell’Europa, nella parte di Cipro occupata dai turchi, dove le chiese sono state profanate, talune distrutte, talune trasformate in moschee. Dove anche  quest’anno è stato vietato ad alcuni cristiani di partecipare alla messa di Natale. Il fatto che l’Europa corteggi la Turchia affinché entri a far parte dell’Unione Europea, è un’ennesima dimostrazione di come siamo a tal punto succubi della paura dell’islamicamente corretto, che ci illudiamo, corteggiando il nostro prossimo carnefice, di poter salvare la pelle.

Il corteggiamento della Turchia è avvenuto nonostante che dal 1974 l’esercito turco occupi una parte di territorio dell’UE, perché Cipro fa parte dell’UE. È un caso unico nel nostro mondo, che nonostante l’occupazione del proprio territorio, una nazione chieda all’occupante di far parte della propria realtà e civiltà.

Se noi guardiamo la carta geografica scopriremo che il 97% del territorio turco è in Asia. La Turchia non fa parte dell’Europa. Se noi dovessimo assumere questo precedente, dovremmo dire che la Tunisia fa parte dell’Europa e che l’Italia fa parte dell’Africa, perché la punta più settentrionale della Tunisia è più a nord della punta più meridionale dell’Italia.

La Turchia non ha nulla a che fare con l’Europa. È una realtà sempre più islamizzata, dove a oggi parlare del genocidio di un milione e mezzo di cristiani Armeni è un reato che porta diritto in galera, dove sono violati i diritti fondamentali della persona, dove negli ultimi anni sono stati uccisi sacerdoti e missionari cristiani, dove l’esercizio della libertà religiosa dei cristiani è sempre più arduo. Eppure sembriamo come incapaci di affermare la verità e comportarci come persone libere.

Il caso della Turchia è emblematico e dimostra come l’ Europa non agisca per scelta ma per paura. Siamo incapaci di essere noi stessi e sempre più succubi della paura.

 

Tracciare una linea rossa

Ecco perché noi dobbiamo innanzitutto essere protagonisti di verità e di libertà, dobbiamo essere capaci di affermare la verità salvaguardando la libertà a partire da casa nostra. Dobbiamo essere testimoni di fede e di ragione evidenziando come i valori non negoziabili, che sono tali per la fede cristiana e per la ragione che accomuna tutti senza distinzione, non possono essere in nessun modo violati.

Se noi assumiamo che ci sono dei valori non negoziabili e che tra questi c’è il valore della dignità della persona, non possiamo accordare alcuna deroga nel nome di qualsivoglia specificità religiosa e culturale. Se noi relativizziamo i valori non negoziabili, noi perdiamo la nostra civiltà, perdiamo la nostra umanità.

Ci devono essere delle linee rosse oltre le quali non consentire deroghe.

Il rischio è quello di trovarsi in una situazione simile a quella della Gran Bretagna che, all’insegna del multiculturalismo e di una concezione relativista delle religioni, delle culture e dei valori, è arrivata a legittimare la presenza sul suo territorio di tribunali islamici, accordando a questi tribunali lo status di enti arbitrali (che nel diritto internazionale ha una connotazione legittima specifica). Tribunali islamici che operano sulla legge della sharia, della legge coranica, pur essendo essa profondamente in contrasto con i diritti fondamentali della persona.

Quindi si è riconosciuta la presenza, all’interno di uno stesso stato di diritto di una legge che vale per i britannici e di una legge che vale per i soli musulmani ed è una legge esercitata nell’ambito del diritto familiare e del diritto patrimoniale, evidenziando una discriminazione tra uomo e donna che è considerata intollerabile dal diritto dei britannici ma riconosciuta come legittima dai musulmani. Si è creato così uno stato teocratico islamico all’interno dello stato di diritto britannico.

È evidente che si tratta di una realtà che finisce per far implodere le società in cui le comunità islamiche si concepiscono non solo come diverse, ma come in conflitto con la società che le accoglie  Questo conflitto inevitabilmente, prima o dopo, sfocia nella violenza.I britannici hanno aperto gli occhi tardivamente. Era il 7 luglio 2005 quando quattro ragazzi con cittadinanza britannica si sono fatti esplodere nel centro di Londra. Erano considerati ragazzi normali, ragazzi come tanti, ma avevano subito un lavaggio mentale nelle moschee della Gran Bretagna dove si era fatto credere loro di essere dei soldati dell’esercito della guerra santa islamica impegnato per abbattere il cristianesimo e la civiltà dell’Europa e di dover essere leali nei confronti di questo stato islamico e non della civiltà britannica.

Questo è accaduto qui in Europa e non è un fatto isolato. Si tratta piuttosto della punta dell’iceberg, ma dove c’è la punta c’è anche l’iceberg. Esso esiste ovunque in Europa ed è una rete capillare e diffusa di moschee, di scuole coraniche, di enti assistenziali e finanziari islamici,  che di fatto rappresentano già una roccaforte dell’integralismo, dell’estremismo e del terrorismo islamico presente in Europa.

È dalla seconda metà degli anni ’90 che dall’Europa partono decine di migliaia di combattenti islamici sia originari europei, sia immigrati residenti in Europa. Essi sono andati a combattere le loro guerre sante in Afghanistan, nel Kashmir, in Cecenia, negli anni ’90 nei Balcani, nello Yemen, in Somalia,  e si tratta di una realtà che individua l’Europa come la loro terra promessa, perché qui possono permettersi di fare ciò che nei paesi islamici non è consentito loro.

Per concludere. I cristiani oggi hanno una missione da compiere e ciascuno di noi ha una parte da svolgere all’interno di questa missione ed è una missione che deve partire da dentro di noi, assumendo la consapevolezza di chi siamo. E lo dobbiamo fare mettendoci nella condizione di affermare la verità salvaguardando la libertà. Lo dobbiamo fare recuperando la nostra capacità di affermare il primato della nostra fede cristiana, senza relativizzarla.

E ci dobbiamo mettere nella condizione di essere costruttori di una civiltà in cui i valori non negoziabili e la certezza delle regole rappresentino dei pilastri. Regole che devono garantire, ma al tempo stesso vincolare tutti senza alcuna eccezione. Non vogliamo discriminare nessuno ma non vogliamo neppure arrivare al punto di autodiscriminarci, consentendo agli altri di fare ciò che noi non faremmo mai. Ed è questo purtroppo l’atteggiamento che si sta affermando qui in Europa.

Noi non saremo credibili se in Europa non avremo la capacità di affermare la verità, se non avremo il coraggio di dire che amiamo i musulmani ma condanniamo l’islam come religione, perché ciò che è presente nel Corano, e quella che è stata l’azione di Maometto sono incompatibili con il rispetto dei diritti fondamentali della persona.

Categoria: Dicembre 2012

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