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2013

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Vera e falsa povertà francescana

 

di Guido Vignelli

 

Il Poverello d’Assisi: patrono della povertà o del pauperismo? Riflessioni su una manipolazione a pretesto della crisi

 

La nausea per la società opulenta e il timore della crisi economica stanno risvegliando la nostalgia di una vita semplice e austera e la simpatia per “madonna Povertà” e per l’esempio di “san Francesco poverello”. Ma una certa pubblicistica rivoluzionaria tenta di guastare questo sano anelito deviandolo verso un modello di vita miserabile e tribale, presentato come se fosse la salvezza non solo della vita ecclesiale ma anche della società civile. In realtà, questo falso modello non ha nulla a che fare col vero senso cristiano e francescano della povertà, ma assomiglia piuttosto al pauperismo predicato da antiche sette eretizzanti e rilanciato dalla nuova “teologia della liberazione”.

Il vero significato della povertà cristiana – e a maggior ragione di quella francescana – sta nel realizzare una vita radicalmente evangelica, sottomessa alla volontà divina e abbandonata alla Provvidenza, nella speranza di ottenere la beatitudine promessa ai poveri (anawìm) elogiati dalla Bibbia, ossia a quei “poveri in spirito” che «possiedono come se non possedessero nulla» (1Cor. 7, 29). Questa povertà non è tanto effettiva quanto affettiva, perché consiste non tanto nel rifiutare le ricchezze quanto nel rinunciare al mondo, ossia ai piaceri, agli onori e ai vantaggi, ai diritti e alle pretese, ad ogni sicurezza e protezione, mettendosi alla dipendenza da tutti e al servizio di tutti. Il francescano non pretende d’imporre la povertà come regola sociale a chi non può o non vuole accettarla, dà l’esempio di un assoluto distacco dalle ricchezze per inspirare in tutti, ricchi e poveri, un soprannaturale disprezzo delle cose terrene e un abbandono alla divina Provvidenza.

Pertanto il cristiano sceglie la povertà non come fine in sé, ma come un mezzo utile per realizzare una vita integralmente consacrata al servizio divino. Custodendo e sviluppando le virtù, rinunciando a tutto ciò che può ostacolarle, la povertà permette di dedicarsi in piena libertà, ossia senza legami o riserve o timori, al servizio diretto della carità e al servizio indiretto ma supremo della verità cristiana: «La povertà, prescrivendo all’azione il suo unico scopo necessario, la pone sempre al servizio della Verità, (…) e la Verità, liberando l’azione da ogni timidezza e rispetto umano, la rende leale, diritta, semplice (…)

La povertà rende audace l’azione francescana, sia perché, non avendo da perdere nulla, osa tutto, sia perché la fiducia in Dio, che è propria dei poveri, spinge a imprese che, chi contasse sui mezzi umani, non arrischierebbe mai» (1). Questo vale a maggior ragione per la vocazione francescana: «Francesco sentiva che il Cristo poteva trovarlo soltanto nella Chiesa e perciò l’unione al Cristo prima, e l’unione alla Chiesa poi, erano superiori alla povertà» (2).

Il Vangelo ha elevato la povertà da mero fatto subìto a scelta preferibile: «Della povertà è fatto non solamente uno stato onesto e onorato, ma anche desiderabile: tollerabile a tutti, desiderabile a qualche anima di tempera più forte, più vaga di libertà, men disposta a contentarsi dei piccoli possessi di questa piccola terra. (…) Molti nei secoli appresso furono visti dalla opulenza discendere volenterosi alla condizione di poveri, portando seco le qualità buone dello stato da cui discendevano e così ai poveri involontari insegnando, non che rassegnazione, anche cultura, gentilezza di costumi, virtù» (3).

Commette quindi un grave errore chi trasforma la povertà da volontario consiglio evangelico a obbligatorio precetto ecclesiale, o peggio a doveroso programma politico, o addirittura a ideale di vita sociale. La povertà cristiana non consiste nemmeno nella “condivisione” dei beni secondo un criterio collettivistico, perché ciò ridurrebbe la portata ascetico-mistica della imitatio Christi e della fraterna communio ad un aspetto moralistico e umanitario, per giunta socialmente discutibile ed economicamente impraticabile.

 

San Francesco e la ricchezza

Una volta chiarito il senso della povertà cristiana, ne risulta ch’essa non condanna la proprietà privata, la ricchezza e perfino il retto e moderato fasto, ma anzi li presuppone. Del resto, se quella francescana è una spiritualità della rinuncia e del dono, allora essa presuppone qualcosa di proprio a cui rinunciare e da donare ai bisognosi: presuppone cioè il diritto di proprietà privata dei beni. Se invece si rompe questo legame tra elemosina e proprietà, si scivola nella odierna mentalità sovversiva che finisce col giustificare la rapina mediante occupazioni ed espropri di beni altrui, come pretendono certe comunità di base latino-americane animate da rivoluzionari in saio. Ma tale “redistribuzione dei beni” conduce non a una “ricchezza condivisa”, ma a una condivisa miseria.

Il vero cristiano non pensa che la ricchezza altrui sia una povertà propria ma, al contrario, pensa che la povertà propria sia una ricchezza per gli altri; pertanto egli non vuole abbassare i ricchi alla propria condizione, ma anzi vuole elevarli allo spirito di povertà cristiana. San Francesco soleva mettere in guardia i propri frati dalla inclinazione a condannare la comodità, l’opulenza e il fasto tipici delle classi alte: «Egli insisteva affinché i frati non guardassero con disprezzo coloro che vivono nel lusso e vestono con esagerata ricchezza; (…) anzi prescriveva di rispettare costoro come fratelli e padroni, (…) perché aiutano i buoni a fare penitenza e con l’elemosina somministrano ai poveri le cose necessarie» (4). Inoltre, san Francesco regolò con prudenza la spoliazione dei beni che segna l’entrata dell’aspirante frate minore nell’Ordine, in modo che la sua rinuncia alla legittima proprietà non danneggiasse la famiglia o la società di provenienza (5).

San Francesco vietò al proprio Ordine la proprietà privata, ma non la condannò come peccaminosa, ma anzi la rispettò come lecita, come è prescritto da due Comandamenti divini, dalla dottrina della Chiesa e dall’etica sociale cristiana. Egli condannò il furto, anche se fatto col pretesto di soccorrere il bisogno altrui, ammonendo: «Non è lecito impossessarsi della roba altrui o distribuire ai bisognosi la proprietà degli altri» (6). Anche per questo, fra le condizioni preliminari poste all’ammissione al suo Ordine, egli stabilì che gli aspiranti frati avessero regolato i conti con tutti, in particolare restituendo ai legittimi proprietari le cose eventualmente possedute o gestite (7).

Imponendo ai propri frati di rinunciare alla proprietà e alle armi, san Francesco non faceva che trarre una necessaria conseguenza dalla loro scelta di non sposarsi e di “uscire dal mondo”. Se infatti un uomo vive nel mondo, è moralmente obbligato a garantire – innanzitutto a sé stesso e alla propria famiglia, ma anche alla società di cui fa parte – una solida base economica mediante il possesso di beni, un’efficace difesa mediante l’uso delle armi, un giusto ordine mediante il rispetto del diritto. Infatti il matrimonio, la proprietà, la milizia e il tribunale sono istituzioni sociali finalizzate al bene comune e praticabili da tutti; invece la castità assoluta, la rinuncia ai beni e all’autodifesa, la mendicità e il cenobitismo sono scelte di perfezione religiosa finalizzate al Summum Bonum e praticabili solo da eletti individui o da ristrette comunità, come quelle descritte negli Atti degli Apostoli (At. 4, 32-35). Avendo il frate rinunciato alla vita secolare per vivere nella perfezione evangelica affidandosi totalmente alla divina Provvidenza, il possesso della proprietà e l’uso delle armi diventano per lui irrazionali e sconvenienti. Ma questo non toglie che proprietà, armi e tribunali restino necessari a chi “rimane nel mondo” assumendone ruoli, impegni e responsabilità. Difatti, san Francesco non pretese che i membri del suo Terz’Ordine rinunciassero ai loro beni, anche perché quei laici avevano il còmpito di soccorrere economicamente (mediante l’elemosina) sia i bisognosi sia frati stessi.

Note_________________________________________________

1. A. Gemelli, Il francescanesimo, O.R., Milano 1979, pp. 516-517.

2. D. Barsotti, San Francesco preghiera vivente, Ed. San Paolo, Milano 2008, p. 298.

3. V. Fornari, Della vita di Gesù Cristo, S.E.I., Torino 1890, lib. II, vol. I, pp. 288-290.

4. Legenda dei tre compagni, § 58.

5. S. Francesco d’Assisi, Regola prima, § 2.

6. Tommaso da Celano, Vita seconda del beato Francesco, II, 38.

7. Cfr. Prima Regola del Terz’Ordine secolare, § 29.

Categoria: Ottobre 2013

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