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2013

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Natale: le ragioni di un'immensa gioia

 

di Plinio Corrêa de Oliveira

 

Nella celebrazione del Natale si sovrappongono diversi concetti.

Prima di tutto, la nascita del Bambino Gesù rende chiaro ai nostri occhi il fatto dell’Incarnazione. La seconda Persona della Santissima Trinità assume la natura umana e si fa carne per il nostro bene. È l’inizio della vita terrena di Nostro Signore, un inizio radioso che contiene in sé un assaggio di tutti gli episodi mirabili della Sua vita pubblica e privata. Sovrastando questa prospettiva, vi è senza dubbio la Croce. In mezzo alle gioie del Natale, però, a malapena ci accorgiamo della sua rudezza. Vediamo solo la Redenzione che dalla Croce sgorga copiosa per noi. Il Natale è anche il presagio della nostra liberazione, il segnale che le porte del cielo saranno riaperte e che la grazia di Dio di nuovo pioverà sugli uomini. È il segno che la terra e il cielo di nuovo formeranno un’unica società sotto lo scettro di un solo Dio, Padre e non solo Giudice.

Se analizziamo con cura ciascuno di questi motivi di gioia, capiremo che cosa è veramente la gioia del Natale. È un gaudio tutto cristiano, intriso di pace e di carità, che per alcuni giorni tutti gli uomini sperimentano, cosa assai rara in questo triste Novecento: la gioia della virtù.

La prima impressione che deriva dal fatto dell’Incarnazione è l’idea di un Dio presente in modo sensibile, e molto vicino a noi. Prima dell’Incarnazione, Dio era per la nostra sensibilità umana più o meno come un padre immensamente buono ma abitante in terre lontane. Da ogni parte ci giungevano prove della Sua bontà. Ma non avevamo mai potuto esperimentare personalmente le Sue carezze, non avevamo mai sentito il Suo sguardo posarsi su di noi, divinamente profondo, gravemente comprensivo, nobilmente affettuoso. Non conoscevamo il timbro della Sua voce.

L’Incarnazione significa per noi la gioia di questo primo incontro, la gioia del primo sguardo, la calda accoglienza del primo sorriso, la sorpresa dei primi momenti di intimità. E così, nel Natale, tutti gli affetti diventano più espansivi, tutte le amicizie più generose, e la bontà si fa più presente in questo mondo.

Nella gioia del Natale vi è, tuttavia, anche una nota di grande solennità. Se da una parte possiamo dire che il Natale è la festa dell’umiltà, dall’altra dobbiamo dire che è anche la festa della solennità. Il fatto dell’Incarnazione porta alla nostra mente l’idea di un Dio che assume la miseria della nostra natura umana nella più profonda unione che vi possa essere nell’universo: l’Unione Ipostatica. Se da parte di Dio l’Incarnazione manifesta una condiscendenza quasi incalcolabile, da parte degli uomini implica una promozione quasi inesprimibile. La nostra natura è promossa a un grado di onore che a malapena possiamo immaginare. La nostra dignità cresce proporzionalmente. Siamo riabilitati, nobilitati, glorificati.

Perciò le festività di Natale hanno anche qualcosa di familiarmente solenne. Le case si adornano come per le grandi occasioni. Le persone si vestono meglio. La gentilezza diventa più raffinata. Alla luce del presepe comprendiamo la gloria e la gioia di essere, per natura e per grazia, fratelli di Gesù Cristo.

Nella gioia del Natale vi è anche un pizzico dell’allegria del prigioniero graziato e del malato guarito. È una gioia fatta da sorprese, benessere e gratitudine.

In effetti, non vi è nulla che possa esprimere il lancinante dolore del mondo antico. Il vizio dominava la terra, e i due possibili atteggiamenti nei suoi confronti portavano, entrambi, alla disperazione. Uno consisteva nel buttarsi nel vizio in cerca di piacere e di felicità. Fu la soluzione di Petronio, che è morto suicida. L’altro consisteva nel combattere il vizio. Fu la soluzione di Catone, il quale, dopo la sconfitta di Tarso, sopraffatto dalla feccia dell’Impero, si tolse la vita esclamando: “Virtù, non sei che una parola!”. Entrambe le strade portarono alla disperazione e al suicidio.

Gesù Cristo è venuto per mostrarci che la grazia apre i sentieri della virtù, che rende possibile sulla terra la vera gioia che non nasce dagli eccessi e dai disordini del peccato, ma dall’equilibrio dei rigori dell’ascesi e delle dolcezze delle beatitudini. Il Natale ci fa sentire la gioia di una virtù resa praticabile, un anticipo sulla terra della beatitudine del paradiso.

Niente Natale, senza angeli! Ci sentiamo uniti a loro, partecipando a quella gioia eterna che li inonda. Le nostre canzoni in questo giorno cercano di emulare il loro canto. Vediamo il cielo aperto davanti a noi, e la grazia che ci porta verso un ordine soprannaturale in cui le gioie trascendono tutto ciò che il cuore umano può escogitare. Sappiamo che, col Natale, inizia la sconfitta del peccato e della morte. Sappiamo che è l’inizio di un percorso che conduce alla Risurrezione e al Cielo. Nel Natale cantiamo la gioia dell’innocenza redenta, la gioia della risurrezione della carne. Cantiamo la gioia delle gioie: la contemplazione eterna di Dio.

Ecco i motivi per cui, quando tra qualche giorno le campane annunzieranno al mondo cristiano il Santo Natale, ancora una volta una santa gioia invaderà la terra.

(Pubblicato in “Catolicismo”, n. 12, dicembre 1951, col titolo Populus qui habitabat in tenebris vidit lucem magna)

Categoria: Dicembre 2013

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