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2013

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Vent’anni dopo

 

di Juan Miguel Montes

 

Nell’articolo “Resuscitando Darcy”, eloquente quanto ampio (un’intera pagina), pubblicato sul Corriere della Sera il 5 ottobre scorso, Maria Serena Natale scrive che “le monarchie non hanno mai goduto di tanta popolarità come nell’epoca della democrazia digitale: tra abdicazioni, matrimoni, scandali e incoronazioni in Gran Bretagna, Norvegia, Svezia, Danimarca, Spagna e Paesi Bassi attraggono attenzione mediatica e affetto sincero. Non è il risvolto politico che appassiona ma il velo lungo di Kate all’altare, quel mondo lontano di carrozze, fregi, stemmi e ricami. (…) Priva di quell’alone di sacralità, la repubblica non ha la stessa presa emotiva sulle masse. D’altronde quando la corona annulla le distanze dal mondo “borghese” nel tentativo di modernizzarsi, perde mordente. E il caso dei reali svedesi, che negli ultimi 25 anni sono scesi dal 90 al 60 per cento nei consensi”.

 

Un fatto da constatare

L’articolo mette con acutezza il dito nella piaga di luoghi comuni denigratori che, a partire dalla Rivoluzione francese, prevalgono sulle aristocrazie. Tuttavia c’è un fatto: nonostante l’onnipresente e martellante ripetizione che se ne fa, essi non sembrano riuscire a mutare a fondo l’animo umano. La giornalista del Corriere della Sera aggiunge significativamente che il fenomeno da lei descritto si accentua ancor più in momenti di crisi, di mancanza di fiducia, di caos, come quello in cui viviamo. Si potrebbe pensare a semplice futilità, invece ciò riflette il profondo desiderio dello spirito umano di essere appagato dal mistero, dal trascendente e, persino, dal meraviglioso. Un’aspirazione questa che nessun discorso sui beni materiali o sulle novità tecnologiche potrà mai soddisfare.

Secondo la Natale il voler “annullare le distanze” per “modernizzarsi”, fa perdere “mordente” alle monarchie e riporta l’esempio di ciò che è accaduto in Svezia: la dinastia, negli ultimi anni, imborghesendosi ha perso, di conseguenza, sempre più consenso. Questa, in realtà, è una constatazione che vale non solo per le monarchie ma anche per altri ambiti, quali, ad esempio, la liturgia e l’architettura. Insomma, è una esigenza che trapela proprio dal popolo comune, il quale sovente si stanca del grigiore massificante e degli appiattimenti cui è costretto, manifestando prima o poi l’anelito all’esatto opposto.

 

Un libro storico

Venti anni fa, nel 1993, alla fine di ottobre, venne presentata a Roma, con considerevole ripercussione sulla stampa, quella che sarebbe stata l’ultima opera scritta da Plinio Corrêa de Oliveira. Parliamo del saggio: “Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII”. Il pensatore brasiliano, prendendo spunto dal magistero di papa Pacelli e discernendo l’esaurimento della spinta propulsiva al discorso ugualitario imposto dalla Rivoluzione Francese in poi, invitava l’aristocrazia ed élites tradizionali analoghe ad una ripresa del loro ruolo di servizio al bene comune, al fine di illuminare come un faro il resto del corpo sociale con le loro eccellenze culturali e morali, in tempi che già si preannunciavano di crescente confusione e oscurità.

“Oggi – asseriva il filosofo cattolico – gli errori della Rivoluzione del 1789 vanno ‘invecchiando’ e perdendo influenza. Ciò non significa che tale influenza sia piccola, ma è minore di un tempo e tende a diminuire sempre di più”.

L’evento, svoltosi nella magnifica cornice di Palazzo Pallavicini a Roma, allarmò la Repubblica, diretta da Eugenio Scalfari, pontefice massimo del secolarismo sinistrorso, finendo in prima pagina, nella cronaca interna e nel fondo. Un altrettanto noto quotidiano della Capitale, Il Tempo, salutava, al contrario, con beneplacito la monografia di Plinio Corrêa de Oliveira. Dopo aver qualificato l’autore come “maître à penser della Destra”, ne riconosceva il merito avuto nel riproporre, in termini originali, un valido invito all’impegno di un ceto singolarmente vocato al servizio della società. Un’idea, questa, rafforzata, secondo la cronaca del quotidiano romano, dal Cardinale Alfons Stickler che, in conclusione del convegno, affermò: “Come i triari romani che, marciando alle spalle delle legioni, erano capaci di ribaltare la disfatta in vittoria, così l’aristocrazia deve sapere trasfondersi nell’animazione cristiana della società”.

 

Due opzioni preferenziali armoniche

È questo un discorso valido nel mondo di oggi e nell’ambito di una “Chiesa dei poveri e per i poveri”, si domanderà qualcuno? È ragionevole chiedere, come faceva l’autore del saggio, un’azione anche pastorale in favore delle élites che si affianchi alla giusta e ampia azione per i bisognosi, all’opzione preferenziale per i poveri, come era solito dirsi allora?

Tralasciando il fatto che anche le élites sociali si trovano, non di rado, impoverite nell’attuale contesto storico, Plinio Corrêa de Oliveira sottolineava che una eventuale opzione preferenziale per i nobili non esclude quella per i poveri, e l’una non si contrappone all’altra, come insegna Giovanni Paolo II: “Sì, la Chiesa fa una opzione preferenziale per i poveri. Una opzione preferenziale, si badi, non dunque un’opzione esclusiva o escludente, perché il messaggio della salvezza è destinato a tutti”. Entrambe le opzioni rappresentano modi diversi di manifestare il senso di giustizia e carità cristiana che sole possono affratellarsi nel servizio dell’unico Signore, Gesù Cristo, che fu modello dei nobili e dei poveri. Queste parole servano di chiarificazione per coloro i quali, animati dallo spirito della lotta di classe, ritengono che esista una relazione inevitabilmente conflittuale tra il nobile e il povero.

L’autore brasiliano poneva l’accento, alla maniera dell’agere contra ignaziano, sulla prevalente tendenza utopica e demagogica che pretende di appiattire tutti in una massa ugualitaria e anonima. Qualcosa che equivarrebbe a negare la realtà che ci mostra come - al di là della essenziale uguaglianza di tutti gli uomini - sono legittime e necessarie le diseguaglianze causate dagli accidenti. Infatti, Pio XII, nel Radiomessaggio del Natale 1944, insegnava che “le ineguaglianze provenienti da accidenti come le virtù, il talento, la bellezza, la forza, la famiglia, la tradizione ecc., sono giuste e conformi all’ordine dell’universo”.

 

 

Rinasce l’egualitarismo utopico?

Tale dottrina delle giuste ineguaglianze fu sostenuta da san Tommaso come un bene di per se stesso, in quanto riflesso dell’ordine della Creazione e una via per conoscere ed amare il Creatore. In seguito, essa è stata ribadita da un lungo magistero pontificio in cui armonicamente trovano posto e legittimazione grandi, medi e piccoli in un ordine sociale che – sebbene debba fornire condizioni degne e giuste per tutti - non deve mai puntare al livellamento totale.

Come si sa, il discorso egualitario dal sapore marxista è stato apparentemente superato dal crollo dell’impero comunista. Tuttavia esso viene riproposto in modo ricorrente da tendenze, persino cattoliche, che vorrebbero trasformare anche la Chiesa in un campo di battaglia di “oppressi” contro “oppressori”, aggiornando così la teoria della lotta di classe, nonostante si cerchi opportunisticamente di negare l’apparentamento originario a Marx, figura ormai screditata, per associarla a un presunto obbligo religioso.

Una grande occasione di propaganda i neo-egualitari la trovano or ora in certe situazioni createsi con la crisi finanziaria ed economica internazionale, certamente originata anche da azioni profondamente immorali, ma che non si risolve affatto attingendo a ricette egualitarie bocciate dalla storia, dopo che esse hanno dimostrato la loro intrinseca incapacità di migliorare le condizioni di vita. Un fatto dovuto proprio al diniego utopistico delle legittime differenze presenti nell’ordine naturale e sociale.

Ma il discorso neo-egualitario trova conferma nella realtà attuale?

 

Le nazioni più avanzate non sono ugualitarie

L’opera di Plinio Corrêa de Oliveira segnalava il carattere organico e naturale della formazione di un’élite dirigente storica e a conferma di ciò mostrava come anche nei modernissimi Stati Uniti, una nazione nata repubblicana, si siano formate famiglie eminenti che fanno di questo Paese una realtà largamente aristocratica e tendenzialmente tradizionale. Altroché mito degli Stati Uniti, nazione super-egualitaria. Ciò conferma un’altra constatazione sull’ordine naturale già messa in evidenza da Papa Pacelli: “Anche nelle democrazie di fresca data e che non hanno dietro di loro alcun passato di vestigio feudale, si è venuta formando, per la forza stessa delle cose, una specie di nuova nobiltà o aristocrazia” (Allocuzione al Patriziato e alla Nobiltà romana, 1947).

A questo punto sarebbe da domandarsi se un analogo processo di ricreazione dell’élite sociale e culturale non stia avvenendo ora persino nella ex Unione Sovietica, cioè in quello che fu un gigantesco laboratorio per la costruzione della società assolutamente ugualitaria. A parte la prevalenza socio-economica di personalità di origine più o meno dubbia, a volte fortemente coinvolte nella realtà comunista precedente, è un fatto noto che vecchi rappresentanti della nobiltà in esilio siano tornati da Londra e Parigi a Mosca e San Pietroburgo, dove hanno trovato accoglienza ed affetto sia nel popolo sia nei circoli culturali e religiosi più importanti della Russia, i quali vedono in loro genuini rappresentanti di una identità che i bolscevichi cercarono di cancellare.«Chassez le naturel, et il reviendra au galop» dicono i francesi.

 

Nessuno è immune dal lustro della tradizione

Si sa, inoltre, che i nuovi ricchi russi e cinesi sono i maggiori datori di lavoro di maggiordomi laureati in esclusive accademie londinesi. Trattasi di persone di notevole formazione culturale, capaci non solo di organizzare eventi sociali e di coordinare il personale di servizio, ma in grado di parlare ottimamente le lingue e discorrere sui più svariati argomenti storici e di attualità, con quell’elevata raffinatezza raggiunta in genere nell’Europa occidentale e, in specie, dalle casate gentilizie britanniche. Ed è proprio questo, a parte naturalmente la ricchezza, che molti tra i nababbi dei paesi emergenti vorrebbero trasmettere ai propri discendenti, riconoscendo così la superiorità della tradizione sul mero potere del denaro. Del resto, non a caso Papa Pacelli diceva ai nobili nel saluto annuale del 1958 che persino chi “ostenta noncuranza e forse disprezzo per le vetuste forme di vita, non va del tutto immune della seduzione del lustro”.

Da qui l’attualità e persino la nota di preveggenza presente nel pensiero di Plinio Corrêa de Oliveira. Nonostante l’involgarimento generalizzato e l’appiattimento indotto, forse anche proprio a causa di questo, vasti settori dell’opinione pubblica si aprono sempre di più a tendenze e idee contrarie all’andazzo corrente. Parlando del ruolo della “Nobiltà e delle élites tradizionali analoghe”, egli non pensava certo alla ripresa del ruolo, come corpo costituito, nella direzione dello Stato che la nobiltà aveva avuto in passato, dalla difesa militare alla diplomazia alla magistratura, bensì di mettere al servizio del bene comune “il suo inestimabile capitale di principi, di tradizioni, di stili di vita e di modi di essere, la cui perdita andò in detrimento delle altre classi sociali, passate a vivere sotto l’influenza criticabile e, a volte, perfino ridicola dei nuovi ricchi”.

Questo, e non altro, era poi il fulcro delle allocuzioni rivolte da Papa Pacelli alla nobiltà e al patriziato romano: utilizzare le risorse che restano loro per avviare un nuovo corso di elevazione culturale, morale e religiosa in beneficio di se stessi e del resto della società.

Categoria: Dicembre 2013

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