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2014

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Nelson Mandela e le ombre del “post apartheid” in Sudafrica

di Giuseppe Brienza

 

La Rivoluzione avanza non solo a colpi di mitra, ma anche di miti, fabbricati dalla propaganda con tanta scaltrezza quanto poca attenzione per la verità storica. Un gruppo di giornalisti ha deciso di smascherare, uno alla volta, alcuni miti del Novecento. Ecco il primo volume della collana: «Mandela, l’apartheid e il nuovo Sudafrica. Ombre e luci su una storia tutta da scrivere» (D’Ettoris Editori 2013), con prefazione di Rino Cammilleri. L’opera è stata presentata recentemente nella sede della TFP a Roma.

 

Fino agli anni Novanta, il Sudafrica produceva da solo un terzo del Pil africano. Non meno di sedici nazioni subsahariane dipendevano vitalmente dall’economia sudafricana. Nonostante il regime di apartheid – cioè lo sviluppo separato delle varie razze – il Sudafrica era terra di immigrazione. Milioni di neri preferivano l’apartheid alla violenza e alla povertà endemiche nelle loro terre. Oggi tutto ciò è cambiato.

Nonostante abbia a disposizione risorse sovrabbondanti, nei due decenni del periodo post-apartheid la Repubblica sudafricana è divenuta invece uno dei primi Stati al mondo per povertà e criminalità diffusa, oltre che per numero di malati di AIDS. Il Paese di Nelson Mandela detiene oggi il primo posto nella media statistica mondiale degli stupri. Come ha scritto Rino Cammilleri nella Prefazione dell’unico libro critico uscito sul “nuovo Sudafrica”, anche questo triste primato dimostra come, in effetti, la decolonizzazione è stata “solo l’inizio dei problemi dell’Africa lasciata a se stessa” (1).

La propaganda mondiale ha celebrato Nelson Mandela fino all’inverosimile. Nel 1993 egli ricevette il premio Nobel per la pace. Alle sue esequie, nel dicembre 2013, erano presenti cento capi o ex-capi di Stato e di governo.

A Mandela è attribuito il merito storico di aver saputo pilotare il Sudafrica attraverso un’ardua fase di transizione. Tale merito, però, dovrebbe essere condiviso ex-aequo con Frederik de Klerk, il leader del “partito bianco” eletto nel 1989 sulla base di un programma di superamento della segregazione razziale che, nel febbraio 1990, liberò Mandela dal carcere mettendolo così in grado di riassumere la guida dell’African National Congress (ANC). Anche de Klerk ricevette, è vero, il premio Nobel per la pace insieme a Mandela, salvo poi essere archiviato nel dimenticatoio. Mentre il leader nero era osannato a livello planetario, il leader bianco trascorreva la sua vecchiaia in un miniappartamento di Johannesburg. Tanto per la giustizia.

La propaganda mondiale in favore di Mandela censura metodicamente qualsiasi aspetto che possa dare l’impressione di un “volto oscuro” del Paese costruito e lasciato in eredità dal leader nero e dal suo partito. Eppure questi aspetti abbondano: dalle implicazioni di Mandela con il comunismo alla sua difesa della violenza terrorista, dalle sue scelte abortiste alla sua difesa dell’ideologia omosessualista.

 

L’apartheid e la guerra fredda

Formalizzato nel 1948 e durato ufficialmente fino al 1991, l’apartheid (letteralmente “separazione”) è stato un regime moralmente discutibile. Ma la sua esatta coincidenza cronologica con la Guerra fredda deve essere presa in considerazione per capirne le reali origini e sviluppi. Durante questo mezzo secolo, come ha scritto giustamente un giornalista esperto di affari internazionali, Robi Ronza, il Sudafrica è stato “il grande sogno di conquista dell’Unione Sovietica” (2).

Per l’URSS, l’eventuale distacco del Sudafrica dall’Occidente sarebbe stato un successo epocale. È per tale motivo che, aggiunge il giornalista, quello che “di per sé sarebbe stato un confronto interno per il riequilibrio dei diritti e dei poteri tra la maggioranza nera e la minoranza bianca del Sudafrica, entrò invece nella macina di uno scontro strategico fra super-potenze con tutte le conseguenze che si sanno. E questo senza più la minima remora non appena l’African National Congress, lasciandosi alle spalle il programma di resistenza non-violenta propugnato dal suo primo grande leader Albert Luthuli, premio Nobel per la pace nel 1960, con Mandela scelse la via della lotta armata e cercò la protezione dell’Unione Sovietica” (3).

 

 

Mandela e il comunismo

Il problema razziale, che si sarebbe potuto risolvere in modo graduale e pacifico, era strumentale alla propaganda comunista. Nessuno dichiarava di voler imporre il comunismo, bensì di voler estirpare la discriminazione razziale. Eppure, i contatti di Mandela col comunismo erano ben noti. Egli stesso lo confermò in un’intervista precedente la sua elezione alla presidenza. Difendendo la “componente comunista” del suo partito, egli dichiarò che “i comunisti che aderiscono all’ANC sono all’avanguardia nella lotta per la creazione di un ordinamento pienamente democratico” (4).

L’African National Congress (ANC) nacque nel 1912 per unificare le aspirazioni dei vari gruppi di razza nera con un ideale di tipo nazionalista cristiano. Già nel 1928, però, il Comitato esecutivo dell’Internazionale comunista l’aveva arruolato come “organizzazione nazionalista di lotta rivoluzionaria” (5). Nel 1929, il Partito comunista sudafricano (SACP) iniziò il processo, culminato negli anni 1960, di assimilazione dell’ANC. Nel 1985, l’organo ufficiale dell’ANC dichiarava: “Le due rivoluzioni – del SACP e dell’ANC – sono unite come fratelli siamesi” (6).

Insieme al comunismo come ideologia, l’ANC adottò il terrorismo come tattica. Sotto l’egida di Nelson Mandela, il leader storico Albert Luthuli, avversario dei metodi violenti, fu estromesso dalla direzione. Nel 1960 fu creata un’organizzazione paramilitare chiamata Umkhonto we Sizwe (Lancia della Nazione), il cui primo capo fu proprio Mandela. Fu l’inizio degli anni di piombo, con attentati, bombe, rapine a mano armata ed esecuzioni sommarie col brutale metodo del “necklace” (collana): si metteva uno pneumatico pieno di benzina attorno al collo della vittima che era poi dato alle fiamme.

È veramente ironico – a dir poco – che il fondatore di un’organizzazione terrorista sia stato decorato col premio Nobel per la pace…

 

Aborto, omosessualismo, gender

Nelson Mandela introdusse l’aborto nella legislazione sudafricana. Nella nuova Costituzione post-apartheid, promulgata nel 1996, la parola “aborto” non compare. Il diritto all’interruzione di gravidanza è piuttosto introdotto sotto le mentite spoglie di “salute riproduttiva”, concetto che implica l’autodeterminazione nella procreazione e il diritto a godere e a controllare la propria vita sessuale e procreativa. L’art. 12 considera il “diritto” abortista come una esplicazione di quello alla libertà e alla sicurezza personale, stabilendo che a ciascun cittadino sia riconosciuto il “diritto alla propria integrità fisica e psicologica, che comprende anche il diritto di assumere liberamente decisioni riguardanti la riproduzione”.

L’introduzione del “matrimonio” omosessuale, poi, fa del Sudafrica il primo, e fino a ora l’unico, paese del Continente ad aver compiuto tale traumatico passo. Il capitolo 2 della Carta, nell’introdurre la “Bill of Rights” dei cittadini, contiene un’apposita sezione dedicata ai “diritti di parità”, nel cui ambito è garantita l’eguaglianza di tutti i cittadini davanti la legge e la libertà di ciascuno da qualsiasi discriminazione, comprese quelle basate sulle nozioni di “gender” e “orientamento sessuale”.

Le disposizioni sopra citate e il fatto inedito che una locuzione non tecnica (“gender”) compaia ben sedici volte nel testo costituzionale, hanno permesso a un’organizzazione omosessualista sudafricana di richiedere alla Corte Suprema di pronunciarsi sull’incostituzionalità delle norme, tutte risalenti al periodo dell’apartheid, che incriminavano gli atti omosessuali maschili, anche se compiuti tra adulti consenzienti.

La sentenza della Corte, del 9 ottobre 1998, statuisce che la legge vigente, che incrimina la condotta omosessuale, vada considerata come una discriminazione, ed è quindi, a tutti gli effetti, contraria al principio costituzionale di uguaglianza. Per il presidente della Corte Suprema Albert Louis Sachs, da sempre vicino all’ANC e nominato giudice proprio da Mandela nel 1994, l’incriminazione degli atti di sodomia viola anche il divieto di illegittime interferenze con la privacy, previsto dall’art. 14 della Costituzione.

In seguito, la Corte Suprema si trova ad affrontare anche la questione dei benefici ai partner di coppie omosessuali. Dopo varie sentenze, nel 2005, in nome dei principi di uguaglianza e di dignità, la Corte dichiara incostituzionale la definizione di matrimonio che precluda l’accesso ai relativi status, diritti e doveri alle coppie omosessuali. Il 14 novembre 2006, con 230 voti a favore e soli 41 contrari e 3 astensioni, il Parlamento sudafricano, a stragrande maggioranza dell’ANC, approva una legge che consente il “matrimonio” tra persone dello stesso sesso. Essa definisce il patto coniugale come una semplice “unione volontaria tra due persone, resa solenne e registrata come matrimonio o come unione civile”.

Comunismo, terrorismo, aborto, omosessualismo, gender… il vero Mandela è distante anni luce dal mito foggiato dalla propaganda.

 

Note_________________________________________________

1. Rino Cammilleri, C’era una volta il Sudafrica, in G. Brienza, O. Ebrahime, R. Cavallo, Mandela, l’apartheid e il nuovo Sudafrica. Ombre e luci su una storia ancora da scrivere, D’Ettoris Editori, Crotone 2014, p. 7.

2. Robi Ronza, Mandela e la fine della Guerra Fredda, in “La Nuova Bussola Quotidiana”, 12 dicembre 2013.

3. Ibid.

4. Cit. in Gianni Perrelli, (intervista a cura di), Sud Africa/Parla Nelson Mandela. Adesso vi mandiamo in bianco, in “L’Espresso”, aprile 1993, p. 86.

5. “The South African Question”, Resolution of the Executive Committee of the Communist International, 1928, cit. in Keith Campbell, ANC: A Soviet Task Force, Institute for the study of Terrorism, London 1986, p. 19.

6. “SECHABA”, giugno 1985, p. 8.

 

 

Categoria: Ottobre 2014

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