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2014

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Plinio Corrêa de Oliveira, un anticomunista?

 

A volte si sente dire che Plinio Corrêa de Oliveira sarebbe stato un anticomunista, nel senso riduttivo del termine, cioè solo un avversario del comunismo, trascurando aspetti più importanti, o più profondi, del processo rivoluzionario. È vero? Meglio aver risposta direttamente dalla bocca del noto pensatore cattolico: così trascriviamo alcuni brani di un’intervista da lui rilasciata, nel 1988, al mensile “Catolicismo”.

 

Catolicismo: Quando cominciò a interessarsi agli Stati Uniti?

Plinio Corrêa de Oliveira: Come tutti, anch’io credevo che il cinema di Hollywood presentasse il ritratto fedele dell’America del Nord. Pensavo, cioè, che i nordamericani avessero costruito un paese di cui Hollywood era l’immagine. A poco a poco, però, attraverso le notizie che mi arrivavano dagli Stati Uniti e dai paesi che mantenevano con gli Stati Uniti relazioni più strette, cominciai a capire che anche in quella grande nazione c’erano nuclei di resistenza contro-rivoluzionaria molto forti. Nacque, quindi, il desiderio intenso di iniziare una serie di viaggi per prendere contatti. Oggi esiste la TFP nordamericana, quella canadese e un Ufficio TFP in Costa Rica, grazie al quale è stato possibile stabilire interessanti contatti nei paesi dell’America Centrale.

 

Lei mai abbandonò l’idea di poter rianimare in Europa la reazione contro-rivoluzionaria?

Evidentemente no. Dopo il 1950, feci nuovi viaggi in Europa nel 1952, 1959 e 1962. Quest’ultimo durante la prima sessione del Concilio, occasione in cui la TFP brasiliana aprì un ufficio a Roma, che ci permise di prendere un grande numero di contatti e di avvicinare diversi movimenti. Questo fu facilitato dal fatto che la TFP cominciava ad avere una grande risonanza. A quell’epoca scrissi il libro «La libertà della Chiesa nello Stato Comunista», pubblicato, a Roma, da “Il Tempo” e diffuso ampiamente tra i Padri Conciliari e i giornalisti presenti nella Città Eterna.

 

Lei come affrontava negli anni Cinquanta il pericolo comunista?

Prima di risponderle, mi permetta di raccontare un ricordo personale che la aiuterà a calarsi nel clima che si viveva allora in Europa. In quel periodo c’era una grande paura che, da un momento all’altro, la Russia potesse invadere la Germania, e quindi l’Europa. In un’occasione fui ospite, nel castello di Berg, del principe Alberto di Baviera, capo della Casa reale di Wittelsbach. La sera, la sua sposa, la principessa Maria, e sua suocera ebbero la gentilezza di accompagnarmi fino alla mia stanza. Nel congedarsi per la notte, la Principessa mi disse: “Vede questa piccola scala? Se durante la notte Lei sente rumori, sappia che sono i comunisti che stanno arrivando. Deve scendere di corsa per quella scala e saltare su quel camion parcheggiato fuori, che ci porterà in Svizzera”. Questo la dice lunga sull’aria che tirava in Europa a quell’epoca.

I giovani di oggi non hanno la minima idea di quanto i paesi europei fossero depressi in quel periodo, a causa della guerra. Vivevano ancora sotto il segno della tragedia e stentavano a riprendersi. Mi ricordo di aver visto nella piazza centrale di Colonia greggi di capre pascolare in mezzo alle rovine. Ogni tanto, alcuni pastori le richiamavano suonando un corno. Questo capitava in una città con il prestigio e la cultura di Colonia! In tali circostanze, che in maggiore o minore misura si ripetevano per tutta Europa, non si poteva sperare a breve in una forte reazione anticomunista.

Fu allora che, dagli Stati Uniti, cominciò a soffiare sul mondo una forma nuova di anticomunismo: il maccartismo [dal nome del senatore Joseph McCarthy, ndr]. Era un anticomunismo che poneva l’accento molto meno sul dibattito ideologico che sull’orrore causato dalla repressione poliziesca, dalla miseria e dal totalitarismo dei regimi comunisti. Il maccartismo non accettava, ovviamente, l’ideologia comunista, ma il suo cavallo di battaglia non erano tanto le dottrine quanto il sentimento d’orrore. Era, per così dire, un anticomunismo umanitario.

 

Molti lettori vorrebbero, senza dubbio, che Lei approfondisse il suo pensiero sul maccartismo e spiegasse la sua posizione di fronte alla minaccia comunista.

Ringrazio per la domanda, che mi dà l’opportunità di chiarire un punto sul quale si è fatta non poca confusione. Per la maggior parte dei maccartisti, sbarrata la strada al comunismo, la civiltà moderna sarebbe proseguita indefinitamente per le vie del liberalismo capitalista. Non prendevano minimamente in considerazione che il mondo occidentale fosse vittima di un processo rivoluzionario che lo avrebbe portato, alla lunga, di nuovo al comunismo e perfino oltre. Per tali maccartisti, liberato dal comunismo, l’Occidente avrebbe dovuto progredire ab infinito sulle vie del capitalismo. Questo era, anzi, ciò che la maggior parte dei nordamericani sperava allora per il proprio paese.

D’altronde, molti maccartisti credevano che fosse astuto e politicamente efficace distinguere tra comunismo e socialismo, salvo poi stabilire con quest’ultimo un regime di comprensione e di simpatia in chiave anticomunista. Secondo costoro, il socialismo poteva diventare una forza ausiliare nella lotta contro il comunismo. Vinto il comunismo con l’appoggio dei socialisti, era tutto risolto! Ecco la loro strategia.

Su questo punto il mio pensiero è diametralmente opposto. Per prima cosa, il comunismo non era l’unico male che si doveva combattere. Anche il socialismo, per non parlare del liberalismo, erano mali da affrontare. In secondo luogo, a mio parere il pericolo principale non era l’eventualità di una guerra, convenzionale o atomica, per imporre il comunismo. La cosa più pericolosa, a mio avviso, era il graduale scivolare del mondo occidentale verso il comunismo e oltre, attraverso forme di essere, di vivere e di pensare sempre più rivoluzionarie. La graduale radicalizzazione delle tendenze rivoluzionarie in Occidente era, senza dubbio, il male principale che andava combattuto. Nel mio libro «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» affermo che, anche se un cataclisma portasse via l’Unione Sovietica, basterebbero cinquant’anni perché il comunismo rinasca dalla stessa civiltà occidentale, minata da tanti fattori di disgregazione.

Il maccartismo era un movimento molto coeso e possedeva una macchina propagandistica di tutto rispetto. Si poteva concepire come un alleato naturale nella lotta anticomunista poiché, creando orrore nei confronti del comunismo, provocava un certo ripiegamento degli stessi socialisti, dividendo quindi la sinistra. Alla fine, però, sia i liberali sia i socialisti erano compagni di viaggio del comunismo, a volte inconsapevoli, ma pur sempre compagni, come lo erano stati i seguaci della Rivoluzione francese.

È risaputo che, nelle sue fasi finali, la rivoluzione del 1789 ebbe sviluppi comunisti. Mi riferisco a François Babeuf e alla Cospirazione degli uguali, del 1796. Insisto in questa idea-chiave: il comunismo era incubato nello stesso pensiero liberale e democratico. Da questa visione deriva il grande impegno delle TFP di combattere i sintomi di corruzione e di mettere in guardia l’opinione pubblica. Non tutti si rendono conto che queste tendenze conducono al comunismo.

 

Sin dai suoi primi passi, dunque, Lei non è mai stato esclusivamente un anticomunista.

Ovviamente no. La lotta della Contro-Rivoluzione non è mai stata esclusivamente anticomunista. Essa ha come obiettivo quello di denunciare tendenze ed idee che, sulla china del processo rivoluzionario, portano gradualmente al comunismo e vanno pure oltre, verso ciò che in «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» chiamo la quarta Rivoluzione. E questo non solo perché tali tendenze e idee portano al comunismo, ma perché sono intrinsecamente cattive. In campo spirituale, la nostra lotta ha il fine di mostrare la contraddizione del progressismo con la dottrina cattolica.

Sono sicuro che, agendo in questo modo, aiutiamo numerosi cattolici a rifiutare l’abbraccio mortale dei progressisti e dei socialisti che, nella stessa Chiesa, si adoperano per indebolire le barriere dottrinali che separano i fedeli dal comunismo.

Per questo, già nel 1943, quando scrissi «In Difesa dell’Azione Cattolica», avevo la certezza che stavo creando ostacoli alla penetrazione, esplicita e implicita, del comunismo negli ambienti cattolici. Tutta la mia lotta può essere vista sotto questa luce. È necessario ricordare, per esempio, che la mia opposizione al nazismo e al fascismo si doveva al fatto che vedevo in essi una forma falsa di anticomunismo. Se avessero vinto loro la guerra, sono convinto che avrebbero attuato politiche di stampo socialista che avrebbero aperto di nuovo la porta al comunismo.

Le TFP sono una forza anticomunista, ma di un anticomunismo speciale, giacché tengono in considerazione che l’avanzata del comunismo non si realizza soltanto con l’appoggio dei marxisti dichiarati, ma anche con quello di tutta la coorte di innocenti utili e di compagni di viaggio di vario tipo.

 

Innocenti utili?

È così che si dice in Brasile. Nel mondo ispanico dicono “idioti utili”. Confesso la mia preferenza per quest’ultima formula. Adottando posizioni ideologiche che tendono al comunismo, questi idioti utili collaborano, in definitiva, alla sua vittoria. Perciò la nostra opposizione al comunismo non è diretta solamente contro il comunismo radicale, ma anche contro gli idioti utili e i compagni di viaggio di vario tipo che lo favoriscono.

Categoria: Ottobre 2014

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