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2014

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L'intenzione del califfato

 

di Juan Miguel Montes

 

Come ai tempi di Maometto, la furia degli islamisti si abbatte sulla Cristianità. Allora i seguaci del “profeta” annientarono la civiltà cristiana in Terra Santa e nell’Africa settentrionale. Oggi, l’odio si abbatte sulla Mesopotamia, distruggendo chiese millenarie, massacrando i cristiani, cancellando ogni traccia di Cristo. Mentre, però, nel Medioevo l’assalto islamico suscitò una fortissima reazione, concretatasi in iniziative belliche che riuscirono ad arrestarlo, oggi, invece, trova davanti a sé un atteggiamento accomodante di “dialogo”, di “ecumenismo”, di “fratellanza”, magari qualche “aiuto umanitario”. Umanamente parlando, non è difficile prevedere l’esito di un tale scontro.

 

Il prezzo di silenzi ed errori

“Sono anni che andiamo dicendo a tutto il mondo che la situazione dei cristiani in Iraq è in pericolo se non si riesce a operare in modo serio per proteggerli. Purtroppo nessuno ci ha ascoltato” scrive al quotidiano “Avvenire” (15/8/14) il cappellano della comunità siro-cattolica di Londra, don Nizar Semaan. Don Semaan si lamenta giustamente perché più volte lungo questi anni i siro-cattolici hanno ripetuto vanamente l’appello, il che lo porta a concludere che “la responsabilità ora è di tutti quelli che in questi anni con il loro silenzio hanno incoraggiato i diversi gruppi terroristici”.

Don Semaan, inoltre, punta il dito contro le istituzioni internazionali che si vantano di difendere i diritti umani ma che in questo caso non hanno mai fatto alcunché. Non si può non pensare alla responsabilità che hanno principalmente le Nazioni Unite, un organismo che si dimostra inerte ed inefficace, in parte a causa dei sistemi di veti incrociati, ma soprattutto per il lungo discredito accumulato in anni di politiche di due pesi e due misure, frutto della ideologia di sinistra e anti-occidentale che l’ha contraddistinta. E, difatti: “Cosa fa l’Onu, che parla di diritti dell’uomo ma poi non fa nulla per fermare queste situazioni?”, ha chiesto al Meeting di Rimini mons. Shlemon Warduni, vescovo ausiliare di Baghdad (“Il Sussidiario”, 30 agosto 2014).

Dal canto suo, il presidente americano, Barack Obama, è gravemente responsabile per avere abbandonato l’Iraq alla sua sorte nel 2011, quando c’erano già tutte le evidenze dell’imminente persecuzione alle minoranze come la bien chiara prospettiva di una guerra civile d’inusitata ferocia. Anzi, le truppe hanno lasciato il paese con la guerra civile in corso. L’amministrazione americana, erede di una lunga tradizione di pensiero di stampo liberale e ottimistico, non ha compreso che non bastava far ripartire la vita dei partiti politici, addestrare un corpo di polizia fornendone divise, armi e addestramento e prendere qualche altra misura del genere per contenere le vulcaniche forze tribali e jihadiste in campo.

Gli organi dell’Europa sono totalmente inadeguati per trattare tematiche di questo genere. Non vedono, non sentono, non parlano. O lo fanno quando ormai c’è ben poco da fare. Essi si preoccupano soltanto delle ripercussioni economiche degli eventi, ma mai di cercare di capire meglio la loro natura per agire di conseguenza. In una Europa spiritualmente inaridita e svuotata, qualcuno decide di rompere la monotonia, ahinoi, e parte per combattere nelle file dell’Isis, secondo quanto rivelano i notiziari in questi giorni.

Poi c’è la Russia. Sino a poco tempo fa molti buoni cattolici, in tutto il mondo, nutrivano grandi speranze nelle dichiarazioni sbandierate da importanti personalità civili ed ecclesiastiche russe in difesa dei cristiani perseguitati dagli islamisti. Tuttavia, sembra che, oggi, la Federazione Russa non solo non si sia mossa minimamente in favore delle minoranze cristiane nei giorni più drammatici, ma abbia approfittato della instabilità creatasi nel Medio Oriente per portare avanti l’illegale occupazione dell’Ucraina orientale. Di sicuro, non una crociata anti-jihad, visto che si tratta di uno scontro con cugini slavi dalle radici cristiane, come loro.

 

Quando Benedetto XVI parlò

Non possiamo non ricordare con grande dolore, in questa panoramica generale, che lo stesso ambito cattolico si muoveva in ben altre prospettive. Tranne che per qualche organo di stampa specializzato come, per esempio, l’agenzia Asia News, il discorso di una nuova e gigantesca persecuzione dei cristiani sembrava meramente circostanziale; in nessun modo frutto di una epoca nuova che si stava aprendo per durare a lungo. Se n’è parlato, sì, puntualmente, in occasione di ogni episodio tragico, ma non è nota, a livello ufficiale, un’analisi esaustiva del fenomeno e una chiara denuncia delle sue cause. Anzi, quando papa Benedetto XVI cercò di sollevarne delicatamente il velo nel famoso discorso di Ratisbona, l’establishment politico e mediatico lo colpì con forza. E - non dobbiamo dimenticarlo - persino il mondo cattolico, in vasti e influenti settori, lo criticò aspramente.

Infatti, chi osa parlare dell’argomento si trova nella spiacevole veste del guastafeste o, addirittura, del guerrafondaio che vuole lo scontro Occidente-Oriente, la guerra mondiale. Molte volte, in ambito cattolico si liquida il tema semplicemente, attribuendo la questione all’ineguaglianza economica dei due mondi, alle arroganze reali o supposte dell’Occidente, alla sua mancanza di solidarietà oppure al bisogno che hanno i mercanti di armi di vendere i loro prodotti. Questa perdita della giusta prospettiva per inquadrare le questioni a sfondo religioso, parla forte e chiaro dei danni arrecati da ciò che lo stesso Benedetto XVI definì la “secolarizzazione all’interno della Chiesa”: un modo di pensare e agire che con le categorie della religione ha sempre meno a che fare.

 

“Ci vuole un sinodo urgente su questo”

Eppure non sono mancate voci autorevoli che hanno chiesto un impegno netto ed efficace. Come mons. Giuseppe Bernardini, vescovo di Smirne (l’odierna Izmir, in Turchia), che, nel suo intervento nel Sinodo dell’ottobre 1999, lasciava intendere che in un certo ambito ecclesiastico c’era miopia nel giudicare le intenzioni degli islamisti, infiltrati nei grandi spostamenti umani verso l’Europa, secondo lui con un programma di “espansione e riconquista”.

Il presule, dopo 16 anni trascorsi in Turchia, ben conosceva l’argomento e aveva sicuramente presente lo sradicamento del cristianesimo dall’Anatolia agli inizi del secolo scorso, col genocidio degli Armeni.

Allo scopo di evitare una simile tragedia all’Europa, egli proponeva la convocazione urgente di “un Sinodo o un simposio di vescovi” per affrontare il problema degli islamici nei paesi cristiani, ricordando ai confratelli riuniti a Roma che un autorevole esponente musulmano si era così espresso: “Grazie alle vostre leggi democratiche vi invaderemo, grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo”. E, con precisa conoscenza della materia, concludeva: “Sappiamo tutti che bisogna distinguere la minoranza fanatica e violenta dalla maggioranza tranquilla e onesta, ma questa, a un ordine dato in nome di Allah o del Corano, marcerà sempre compatta e senza esitazioni. Del resto la storia ci insegna che le minoranze decise riescono sempre a imporsi alle maggioranze rinunciatarie e silenziose”.

Le parole dell’arcivescovo di Smirne, riferite soprattutto al pericolo dell’espansione di minoranze islamiche in paesi di vecchia tradizione cristiana, precedettero le sempre più oscure nuvole che si stavano addensando sulle teste delle minoranze cristiane in terre islamiche, e che hanno poi scatenato un acquazzone dal furore equatoriale.

A quell’ammonimento seguirono in Occidente l’abbattimento delle Torri Gemelle (2001), le stragi di Madrid (2004) e Londra (2005) e nel Medio Oriente e in Africa le infinite atrocità contro le comunità cristiane. Forse neppure il preveggente mons. Bernardini poteva immaginare allora che due suoi confratelli italiani, sacerdoti e missionari in Turchia come lui, sarebbero stati brutalmente uccisi in quella terra alla quale dedicavano il meglio delle loro energie: il sacerdote Andrea Santoro il 5 febbraio 2006 e il vescovo mons. Luigi Padovese il 3 giugno 2010.

 

Un enorme bisogno di verità

Oggi, assistiamo alla tragedia dei cristiani in Iraq e in Siria e l’eco delle parole di mons. Bernardini non può non colpire le nostre coscienze, come quando avvertiva della collaborazione che anche gli islamici moderati possono fornire ai fanatici in certe circostanze.

“Sappiamo tutti che bisogna distinguere la minoranza fanatica e violenta dalla maggioranza tranquilla e onesta” affermava mons. Bernardini. Era ed è un dovere fare il distinguo. Ma, poi, bisogna leggere le sue frasi successive per evitare di trarre conclusioni ottimistiche che possano ostacolare un corretto “vedere, giudicare, agire”.

Il realismo esige, invece, che prendiamo nota attentamente, e con vero sgomento, di quanto scritto, per esempio, da alcuni inviati in Iraq, come Lucia Capuzzi (I vicini islamici ci hanno tradito, “Avvenire” 15/8/14), oppure Lorenzo Cremonesi: “Quasi sempre i sunniti locali hanno collaborato volontariamente con le milizie arrivate dall’esterno, spesso sono stati proprio loro a occupare le abitazioni degli ex vicini, rubare le loro automobili, i loro attrezzi agricoli, cercare di prendere le loro donne” (“Corriere della Sera”, 17 agosto 2014).

Se non si conoscesse una certa natura dell’Islam come religione, ben oltre la conoscenza che possiamo avere dei suoi diversi tipi umani, sarebbe difficile crederci. Perciò esiste al presente un enorme bisogno di verità e di chiarezza. Altrimenti qualsiasi iniziativa diplomatica di dialogo sarà distorta nelle sue premesse e non potrà mai produrre un’autentica pace. Non a caso l’arcivescovo di Ferrara ha scritto che in ambito cattolico: “Forse c’è una prevalenza della volontà di dialogo a ogni costo che deprime la verità” (“Il Giornale”, 20 agosto 2014).

 

“Il preludio di quello che vi accadrà”

Un vescovo iracheno, oggi, riecheggia quasi testualmente le profetiche parole di mons. Bernardini. Quel che dice spaventa, ovviamente, i cattolici secolarizzati. Si tratta del 47enne mons. Amel Shamon Nona, arcivescovo caldeo di Mosul che mentre accompagnava i suoi fedeli in fuga verso Erbil, ha concesso una intervista all’inviato del “Corriere della Sera”, Lorenzo Cremonesi (10/8/14): «Le nostre sofferenze di oggi sono il preludio di quelle che subirete anche voi europei e cristiani occidentali nel prossimo futuro». Prosegue Cremonesi:

Mons. Nona è ben contento di incontrare la stampa occidentale, sottolinea l’inviato del “Corriere” nel suo articolo.

«Per favore, cercate di capirci — esclama — I vostri principi liberali e democratici qui non valgono nulla. Occorre che ripensiate alla nostra realtà in Medio Oriente perché state accogliendo nei vostri Paesi un numero sempre crescente di musulmani. Anche voi siete a rischio. Dovete prendere decisioni forti e coraggiose, a costo di contraddire i vostri principi. Voi pensate che gli uomini sono tutti uguali. Ma non è vero. L’Islam non dice che gli uomini sono tutti uguali. I vostri valori non sono i loro valori. Se non lo capite in tempo, diventerete vittime del nemico che avete accolto in casa vostra»”.

Anche Luca Geronico, giornalista di “Avvenire”, intervista anche lui questo schietto pastore: “Come si è formata questa ideologia? Da dove vengono?”. Mons. Amel Nona risponde: “La base è la religione islamica stessa: nel Corano ci sono versetti che dicono di uccidere i cristiani, tutti gli altri infedeli. La parola “infedele” nell’Islam è molto forte: l’infedele, per l’Islam, non ha una dignità, non ha un diritto. A un infedele si può fare qualsiasi cosa: ucciderlo, renderlo schiavo, tutto quello che l’infedele possiede, secondo l’Islam, è un diritto del musulmano. Non è una ideologia nuova, è una ideologia basata sul Corano stesso. Queste persone rappresentano la vera visione dell’Islam”.

Poi mons. Nona passa a segnalare in tono veemente l’errore di politica internazionale fatto dagli occidentali assieme ai loro alleati nel mondo arabo quando hanno supportato gli jihadisti al fine di rovesciare alcuni governi dittatoriali. “I politici occidentali non capiscono cosa vuol dire l’Islam, pensano che sia un pericolo solo per i nostri paesi. Non è vero, è un pericolo per tutti, per voi occidentali ancor più che per noi. Verrà un tempo di cui vi dovrete pentire di questa politica” (“Avvenire” 12/8/14).

 

Il pacifismo smobilita le coscienze

Non solo un errato interventismo dell’Occidente ha creato guai. Questo interventismo imprevidente e inopportuno ha agito a volte, in modo paradossale, in simbiosi col pacifismo acritico che si è avvinghiato nella mentalità occidentale in genere, e cattolica in specie, come il serpente nell’albero del Paradiso. Esso fa sì che sia negata implicitamente la realtà del peccato e del male, permettendo all’irenismo di obnubilarci la ragione per poi farci trovare psicologicamente impreparati nelle occasioni in cui è necessario reagire. Perciò, succeda quel che succeda, per la mentalità così plasmata, sarà sempre sbagliato il ricorso alle armi e alla forza, ed essa eviterà sempre l’elementare domanda: come fai a dialogare con chi ti spara?

Se dici il contrario, sei uno che vuole ripetere l’ecatombe del 1914 in pieno 2014. Ma in realtà nella ripetizione è colui che non impara le lezioni della storia. Come ha dimostrato in un brillante saggio lo storico Alberto Leoni (La Croce e la Mezzaluna, Ed. Ares 2009), la lotta dell’Islam al Cristianesimo non è una successione di molti episodi storici isolati, ma un grande continuum di quattordici secoli con qualche interruzione di pace. Per giungere a queste felici interruzioni e garantirne la durata il massimo possibile, niente è più necessario che non perdere la grande prospettiva storica.

 

La voce dei vescovi nella tribolazione

Ben diverso dal pacifismo irenico, certo, è il panorama che ha davanti chi è fuori dal circo mediatico occidentale e dalle sue tritate agende più o meno politicamente corrette. Oggi non può stupire che siano vescovi come il summenzionato mons. Nona, o l’arcivescovo di Erbil, mons. Warda, oppure il patriarca caldeo di Baghdad mons. Sako, con il suo ausiliare mons. Warduni, ad uscire dai ranghi per chiedere l’intervento internazionale che non può che essere armato se vuole essere efficace. Un intervento armato che è sostanzialmente, al di là degli eufemismi, una guerra difensiva, giusta e inevitabile.

“Guerra per amore della pace”, come ha insegnato sant’Agostino e ripreso san Tommaso. Una tematica e dottrina multisecolare che un establishment occidentale in genere, e cattolico in specie, ha voluto quasi escludere a priori persino come ipotesi di scuola; come se l’umanità nelle ultime decadi si fosse completamente rigenerata dalle conseguenze del peccato.

Il problema peggiore sta nel fatto che quando si cede a miti non ragionevoli si producono ulteriori dolori e sofferenze. L’impreparazione psicologica, la cultura della resa, la mitologia del dialogo fine a se stesso creano mostri peggiori di quelli che sembrano scongiurare. Una grande levata di scudi a difesa dei cristiani minacciati, come chiedeva mons. Bernardini nel 1999, avrebbe potuto inibire persino la formazione dei dispositivi terroristici e persecutori islamisti. Ma allora si teneva più all’idea di non creare nessuna tensione col mondo islamico nel contesto del dialogo interreligioso.

Oggi la tragedia che si snoda nel nord dell’Iraq conferma quanto gesti, parole e omissioni possono avere grandi e gravi conseguenze.

Qualcuno potrà dire che, ormai, possiamo star tranquilli perché sono avviate le misure prese dai grandi poteri dell’Occidente per difendere i poveretti cristiani e yazidi cacciati dalle loro case. Impediranno esse “la fine di un mondo millenario”, come ha scritto recentemente il prof. Andrea Riccardi (“Corriere della Sera”, 8/8/14)? A giudicare dai fatti, la fine sembra essere irreversibile per l’antichissima cristianità irachena, forse anche per quella siriana e libanese.

Questo limitandosi al Medio Oriente.

Tuttavia un’altra domanda s’impone: non sta accadendo quanto detto oggi da mons. Nona e ieri da mons. Bernardini, cioè che siamo al “preludio” in Occidente di quanto potrà avvenire a causa di una politica migratoria imprevidente se non addirittura suicida?

Non dobbiamo considerare con la massima serietà anche queste parole di mons. Nona: “Il confine di questi gruppi è tutto il mondo: il loro obiettivo è di convertire con la spada o di uccidere tutti gli altri” (“Avvenire”, 15/8/14)?

Chi può ignorare, oggi, che molti militanti dell’ISIS, padroni del califfato, appena fondato, in Iraq e Siria, autori delle atrocità contro cristiani e altre minoranze, portano in tasca passaporti europei? Assieme a una mappa del mondo tutta dipinta di colore verde. Non porsi davanti a questa realtà significa optare per una cecità analoga a quella che condusse al conflitto mondiale nel 1914.

Categoria: Ottobre 2014

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