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2014

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Un cane di nome Excalibur mette a nudo il senso asimmetrico della pietà del mondo moderno

La decisione di sacrificare il cane di Teresa Romero, infermiera malata di Ebola a Madrid lo scorso settembre, ha messo a nudo il senso asimmetrico della misericordia nella società moderna.

In Twitter, il tema #SalvemosaExcalibur (questo il nome del cane) aveva raggiunto, già nella prima notte, oltre 240.000 twit. La pagina Facebook “Salviamo Excalibur” aveva più di 58.000 fan. E una petizione su Change.org aveva raccolto in poche ore più di 216.000 firme per salvare l’animale. Mai la povera infermiera, sposata e madre di due figli, infettata con Ebola mentre trattava un missionario malato, aveva ricevuto tante manifestazioni di solidarietà.

Dopo settimane di sofferenze, rischiando la morte ad ogni passo, l’infermiera è riuscita a sconfiggere il virus ed è tornata a casa. Quindi, storia a lieto fine, sulla quale, però, dovremmo fare qualche considerazione.

 

Una petizione che equipara un cane con il suo proprietario

Il testo della petizione in favore di Excalibur equipara la vita del cane a quella di un essere umano quando afferma: “È molto più facile isolare il cane e metterlo in quarantena in un ospedale, come hanno fatto con la proprietaria della vittima”.

È inutile spiegare a queste persone che l’Organizzazione mondiale della Sanità consiglia il sacrificio degli animali come modo per prevenire la diffusione dell’epidemia. È inutile cercare di spiegar loro che mettere in quarantena un cane è un’operazione molto più complessa e più rischiosa che nel caso di un essere umano. Senza considerare che solo per salvare una vita umana si può giustificare l’uso di mezzi straordinari e il rischio a cui si sottomette il personale sanitario.

Inutile, soprattutto, chiedere a queste persone coerenza: hanno sollevato un putiferio per un cane in un Paese dove ogni anno si uccidono oltre 100.000 bambini con l’aborto. Chi piange questi bambini? Sembra quasi un castigo biblico: una società che uccide i propri nascituri, spingendosi in questo modo al suicidio demografico, allo stesso tempo dimostra un sentimentalismo ai limiti dell’assurdo.

“Quos Deus vult perdere, dementat prius” — A coloro che vuol perdere, Dio prima toglie il senno, diceva la saggezza antica. La storia ci insegna che le società decadenti alla fine si autodistruggono. Sembra che sia proprio questa la strada intrapresa dalla nostra società.

 

Piangono per un cane dopo aver disprezzato Padre Pajares

Il declino morale della nostra società si è palesato in tutto il suo orribile cinismo nella differenza di trattamento nei confronti del sacerdote spagnolo Miguel Pajares.

Missionario in Africa, medico di professione, don Pajares aveva dedicato vent’anni della sua vita ad aiutare i più poveri. Infettato dall’Ebola mentre svolgeva la sua benemerita missione pastorale e sanitaria, è stato rimpatriato ad agosto ed è morto poco dopo in un ospedale di Madrid.

Le stesse persone che volevano salvare il cane Excalibur, chiedendo il suo ricovero in quarantena, prima si erano prodigate in messaggi Twitter criticando il rimpatrio del coraggioso missionario. “Sapeva a quali rischi andava incontro. Non abbiamo nessun obbligo di salvarlo”, si legge in un messaggio. Commentava un opinionista: “Se padre Pajares si fosse dedicato a salvare cani invece di poveri africani, forse avrebbe avuto più compassione da questi liberali benpensanti”.

Ecco ritratta, in tutta la sua indegna bassezza, la crisi morale della nostra società. Il cane Excalibur è riuscito a mobilitare molto più persone di quelle impegnate in favore dei cristiani massacrati in Iraq e Siria. Una campagna online a luglio in Spagna in favore dei cristiani perseguitati ha ottenuto molto meno firme della campagna in favore del cane malato.

Quando una società mostra un tale disprezzo per la vita e per la dignità umana, mentre sbandiera un sentimentalismo ai limiti dell’assurdo per un semplice animale, crediamo di aver toccato il fondo della decadenza.

Categoria: Dicembre 2014

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