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2015

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Il dovere cristiano della militanza contro-rivoluzionaria

 

Trascriviamo un discorso basato su testi del prof. Plinio Corrêa de Oliveira, e letto a nome suo nel corso della “XXXI Reunión de Amigos de la Ciudad Católica”, tenutasi a Madrid nel dicembre 1992

 

Il Divino combattente

Esiste un dovere cristiano della militanza. Di esso ci diede esempio inoppugnabile, ineguagliabile, eterno, Nostro Signor Gesù Cristo, il Divino combattente. Egli, che ci disse “Vi lascio la pace, vi do la mia pace” (1) e che morì senza lamenti, come un agnello innocente immolatosi per noi, ci avvertì inoltre: “Non sono venuto a portar la pace, ma la spada” (2). I Vangeli ci narrano la Sua vita pubblica, nella quale vediamo la Sua divina sfida con i farisei, che cresce d’intensità fino al momento della Sua passione e morte. Egli è venuto a portarci la pace, ma la Sua pace: “Io ve la do, non come la dà il mondo” (3), ed è venuto a portarci anche la spada, la Sua spada. Ovviamente non esiste, né potrebbe esistere, alcuna contraddizione tra i due perfettissimi insegnamenti.

La pace che Egli ci lasciò, come bene spiega P. Victorino Rodríguez O.P. nei suoi «Estudios de Antropología Teológica» (4) non è la pace “come la dà il mondo”, non è la pseudo-pace che sacrifica la Verità all’idolo del consenso relativista; è la pace di Cristo nel Regno di Cristo. È la pace “in interiore homine” di colui che osserva la Sua parola, colui che, redento, liberato dal peccato e riconciliato con Dio compie i Suoi precetti (5). Questa pace si proietta all’esterno dell’uomo, nelle sue relazioni familiari e sociali, nella vita delle nazioni e si traduce nella “tranquillità nell’ordine”, per usare la celebre definizione di Sant’Agostino (6).

E la spada? I Vangeli ci raccontano che quando la Vergine Madre presentò il Bambino nel Tempio, il profeta Simeone comprese che si trovava in presenza del Salvatore e lo salutò con le parole del Nunc dimitis: “Ora, Signore, lascia pure che il tuo servo se ne vada in pace, secondo la tua parola; perché gli occhi miei hanno veduto la tua salute. Questo bambino è destinato ad essere causa di rovina e di resurrezione di molti in Israele e a diventare un segno di contraddizione” (7).

Nostro Signore fu anche divinamente chiaro quando nel discorso dopo l’Ultima Cena avvertì gli Apostoli:

“Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; invece, siccome non siete del mondo e vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi di ciò che vi ho detto: Il servo non è da più del padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma vi faranno tutte queste cose a cagione del mio nome, perché ignorano Colui che mi ha mandato. Se non fossi venuto e non avessi parlato non avrebbero colpa; invece non hanno scusa al loro peccato. Chi odia me, odia anche il Padre mio. Se non avessi fatto tra loro opere che nessun altro ha fatto, non avrebbero colpa; ma ora le hanno vedute, e hanno odiato me e il Padre mio. Ma questo è avvenuto perché si adempisse la parola scritta nella loro legge: mi hanno odiato senza ragione” (8).

 

Il miraggio di una nuova era senza divisioni né conflitti

Fermiamoci allora a riflettere un momento sulla realtà di questo odio in certo senso insondabile, di questo “mistero di iniquità” che ebbe per bersaglio Colui che era la Perfezione e la Bontà, al confronto di un certo ecumenismo irenico e relativista che informa gli spiriti nei nostri giorni, sia sul piano religioso che filosofico, culturale e politico.

Il dovere cristiano della militanza contro il male è oggi sempre più ignorato, negato, vilipeso, perché le idee liberali e relativiste vengono, da molto tempo, penetrando e imbevendo con i loro errori la mentalità dell’uomo del XX secolo.

Molte persone, che non hanno mai letto Rousseau né gli Enciclopedisti e neppure si sono impegolate nelle astruse speculazioni del relativismo hegeliano, si trovano tuttavia plagiate a fondo dai miti liberali e dal miraggio di un pacifismo sentimentale e relativista, che le rende ostili a questo dovere cristiano della militanza. Ancora più doloroso e deplorevole: tra i diffusori di questo pacifismo relativista vi sono non pochi teologi ed ecclesiastici.

La TFP ha già espresso pubblicamente il suo pensiero nei confronti del tendenzioso processo di diffusione di questa mentalità liberale e relativista, processo che è venuto accentuandosi, turbando l’opinione pubblica con il ricordo delle guerre mondiali ed agitando lo spettro dell’olocausto atomico.

Sfruttando la paura che naturalmente producono queste terri- bili devastazioni, un’abile propaganda pacifista alimenta nell’uomo moderno, per contrasto, il miraggio di una nuova era senza divisioni né conflitti; senza dottrine contrapposte né scontro tra blocchi ideologici; senza confronto tra le nazioni, tra i gruppi sociali e perfino tra gli individui. Un mondo nel quale la divisione tra il Bene e il Male, e con essa i problemi di coscienza ed i rimorsi, verrebbe alla fine a sparire.

 

Tutta una dottrina non scritta

Questa propaganda diffonde attraverso stimoli, immagini, suggestioni e sottintesi tutta una dottrina non scritta che potrebbe riassumersi così:

Gli uomini sarebbero naturalmente buoni. Se commettono errori o fanno il male, se aggrediscono o praticano violenze e crimini, questo sarebbe dovuto semplicemente ad equivoci o circostanze, od a strutture sociali avverse che ve li avrebbero condotti. Gli uomini sono cattivi solo perché non furono trattati con bontà, non furono fatte loro opportune concessioni, né gli si diedero prove illimitate di fiducia.

Secondo questa dottrina, le idee ed i principi sono secondari. L’importante è la fratellanza, il dialogo ottimista, generoso e aperto tra gli uomini, senza diffidenze né riserve, anche tra coloro che hanno le posizioni religiosi, morali, filosofiche e ideologiche più contraddittorie, tra coloro che adottano i sistemi di vita più opposti. Così, superate senza essere state risolte, le contraddizioni perderebbero la loro importanza ed apparirebbe quello che realmente interessa, ossia la bontà naturale degli uomini che tutti affratella. Tutto ciò che distingue, che definisce, che stabilisce o ricorda doveri, che rivendica i diritti di una Verità assoluta, ecco qui in realtà il nemico contro il quale si rivolge militante e feroce il pacifismo relativista dei nostri giorni. Così come militanti e feroci si mostrarono, circa duemila anni fa, il Sinedrio ed i farisei contro Colui che disse di Se stesso: “Io sono la via, la verità e la vita” (10).

 

 

Ferocia del pacifismo relativista

Ma, precisamente, contro la vita, passione e morte del Divino Redentore, si frantumano impotenti questi utopistici balbettii. Tali balbettii cozzano a fondo con la dottrina cattolica, in quanto mentre postulano la presunta bontà naturale dell’uomo negano, teoricamente e praticamente, in maggiore o minore grado, l’esistenza del peccato originale e dei peccati attuali nonché le loro conseguenze sulla vita individuale e sociale. Orbene, il peccato si mostrò di fronte a Nostro Signor Gesù Cristo in tutta la sua ingiustizia, in tutto il suo torto, in tutta la sua atroce e dichiarata malvagità.

Il “dovere cristiano della militanza” ci chiede quindi di riflettere sulla lotta del Divino guerriero, che ha “vinto il mondo” (11) e che giunge senza retrocedere di un millimetro, senza vacillare un istante, fino all’altezza del Calvario.

Poté esservi chi lo odiasse? Sì, qui la realtà è innegabile, clamorosa. Nel corso dei secoli ha causato spavento, dolore e indignazione. Egli fu vittima dell’odio più implacabile che si conosca, un odio che si organizzò, che lo perseguitò con trame occulte e successive campagne di calunnie ed, infine, dopo il giudizio più iniquo della Storia, lo condusse alla morte, alla morte in Croce.

Come è possibile sostenere che tutto ciò si dovette ad un mero equivoco di comprensione o a qualche risentimento dei suoi persecutori che avesse come causa Lui che era la più pura innocenza? Quando mai vi fu un apostolo più prudente e pieno di tatto, un maestro più persuasivo e attraente, un benefattore più misericordioso e completo, un’incarnazione più viva e integra della verità, del bene e della bellezza? Tuttavia, contro di Lui si levarono gli odi senza ragione, il furore persecutorio di quelli che, tramando nell’ombra, rispondevano ai sublimi insegnamenti, alle cure miracolose, al perdono infinito, moltiplicando le insidie, aumentando la diffusione delle calunnie, alimentando in se stessi la deliberazione deicida proprio perché non era possibile trovare in Lui la più piccola macchia, né ombra d’ingiustizia o imperfezione.

Quale equivoco intellettuale, quale cattivo trattamento, quale parvenza di pretesto poteva addurre Giuda, il quale era uno dei dodici, accolto nella convivenza insondabilmente soave, nell’intimità infinitamente dolce dal Divino Maestro? Ciò che esisteva, come lo mostra chiaramente il Vangelo, era uno smarrimento morale, una volontà viziata che si aprì al male. Giuda divenne ladro, seguì le sue cattive inclinazioni e, abisso chiama abisso: l’evangelista ci dice che, in un determinato momento, “entrò Satana in Giuda” (12). Giuda si mise al servizio del male organizzato che cospirava contro Nostro Signore, divenne traditore, il traditore per antonomasia. Egli consegnò il Figlio dell’Uomo con un bacio, cioè aumentò l’iniquità del tradimento, poiché nel medesimo atto di consumarlo lo fece con la falsità di fingere un affetto che non aveva. Infine, lo stesso traditore fece testimonianza contro se stesso quando prima di impiccarsi disse: “Ho peccato consegnando sangue innocente” (13).

“Christianus alter Cristus”. Quest’odio che si levò iniquo, peccaminoso, sinistramente organizzato contro il Figlio di Dio fatto Uomo, si doveva scatenare anche contro la Sua Santissima Madre, contro gli Apostoli e Discepoli, contro la Chiesa nascente, contro i fedeli nel corso dei secoli.

In questa vita l’uomo si trova nello stato di prova e soggetto alle tentazioni del demonio. Il peccato originale ha debilitato le forze della sua anima e, sebbene l’uomo possa incorrere in errore per un mero equivoco del suo intelletto, o per mancanza di formazione, la causa più frequente e dinamica che lo porta a diffondere l’errore ed a operare il male, suole essere l’inclinazione deviata della volontà. E coloro che hanno abbracciato l’errore ed il male tendono ad unirsi ed organizzarsi, in un modo o nell’altro, per lottare contro coloro che desiderano amare Dio e seguire la Sua legge. Questo, a nostro giudizio, deve essere detto e spiegato, alla luce della dottrina cattolica e della realtà evidente, per smascherare in maniera efficace il relativismo rivoluzionario così come esso si insinua nell’opinione pubblica di oggi, che è il moderno campo di battaglia tra la Rivoluzione e la Contro Rivoluzione.

 

Un ineludibile dovere di militanza cattolica

Per chi pretenda di seguire seriamente Nostro Signore Gesù Cristo, esiste dunque un dovere di militanza, che comincia naturalmente da lui stesso, ma che implica l’obbligo di testimoniare Cristo davanti agli uomini, in presenza di coloro che Lo aggrediscono, in urto con quelli che si organizzano per distruggere la Sua opera di salvezza. Un dovere di militanza cristiana ineludibile.

Lo adempì, e quanto ammirevolmente, Maria Santissima, la Virgo Fidelis, che la liturgia canta e celebra come Colei che è “terribile come esercito schierato a battaglia — terribilis ut castrorum acies ordinata” (14).

Il dovere esigette l’eroismo nei tempi apostolici, nelle catacombe e nei colossei romani. Questo dovere impose i sui nobili obblighi durante le invasioni dei barbari e nelle lotte contro le successive eresie che fin dall’inizio osarono assalire la Chiesa di Cristo.

Questo dovere venne splendidamente compiuto con valenza archetipica nell’espansione medievale dell’impero cristiano, a partire dall’Europa, dalle gesta carolingie fino alle Crociate, dove fiorì quella unione armonica di eroismo religioso e di pietà combattiva che diede origine alla cavalleria cristiana. In modo tale che fino ai nostri tempi, quando si vuole elogiare un uomo giusto ancora si sente dire: Tizio è un cavaliere!

Questo dovere non è evaporato nelle mitiche brume di un passato medievale. È divenuto soltanto più sottile, più complesso, spesso più arduo con l’arrivo della modernità. È che anche il nemico di Cristo, della Sua Chiesa, della civiltà cristiana si è fatto più avvolgente, più definito e audace, ma anche più scaltro e tendenzioso.

A questo misterioso e multiforme nemico del nome cristiano si riferisce Pio XII in penetranti e suggestivi termini:

“Esso si trova dappertutto e in mezzo a tutti; sa essere violento e subdolo. In questi ultimi secoli ha tentato di operare la disgregazione intellettuale, morale, sociale dell’unità nell’organismo misterioso di Cristo. Ha voluto la natura senza la grazia; la ragione senza la fede; la libertà senza l’autorità; talvolta l’autorità senza la libertà. È un ‘nemico’ divenuto sempre più concreto, con una spregiudicatezza che lascia ancora attoniti: Cristo sì, Chiesa no. Poi: Dio sì, Cristo no. Finalmente il grido empio: Dio è morto; anzi: Dio non è mai stato. Ed ecco il tentativo di edificare la struttura del mondo sopra fondamenti che Noi non esitiamo ad additare come principali responsabili della minaccia che incombe sulla umanità: un’economia senza Dio, un diritto senza Dio, una politica senza Dio” (15).

Questo nemico ha un nome. Esso si chiama Rivoluzione. Ma non si tratta di questa o di quella rivoluzione, questo o quel tumulto sovversivo: è la Rivoluzione con la “R” maiuscola, la Rivoluzione universale, una, totale, dominante (16). Nel XVI secolo la affrontò nella sua fase di ribellione contro l’ordine religioso la Controriforma cattolica. Nel corso del XVIII secolo fino al XIX la contrastò, nella sua fisionomia ad un tempo religiosa e politica, il pensiero cattolico tradizionalista, commosso davanti al cataclisma sociale che, nel 1789, trasformò in rovine l’Ancien Régime francese, e perseguitò con lo stesso odio egualitario e liberale l’Altare ed il Trono. Contro questa Rivoluzione anticristiana, che così manifestava chiaramente la sua globalità, la sua ansia di distruzione dell’ordine cristiano nel suo complesso, si alzò subito e vigilante la voce dei Pontefici Romani in memorabili documenti.

Con il comunismo questo processo si scagliò contro ciò che era rimasto dell’ordine economico-sociale. E oggi manifesta sempre di più il suo volto totale, il suo supremo “non serviam”.

Possiamo definire la Rivoluzione come un processo nato alla fine del Medioevo, che ha come causa profonda un’esplosione di orgoglio e di sensualità che ha ispirato, non un sistema, ma tutta una catena di sistemi ideologici. Dalla loro ampia diffusione sono derivate le tre grandi rivoluzioni della storia d’Occidente: la Pseudo-Riforma, la Rivoluzione Francese e il Comunismo.

 

Profonde spinte rivoluzionarie nell’anima umana

L’orgoglio produce odio contro qualsiasi superiorità, e quindi porta all’affermazione che la disuguaglianza è di per se stessa un male, a tutti i livelli ma principalmente quello metafisico e religioso. Questo è l’aspetto ugualitario della Rivoluzione.

La sensualità, di suo, tende ad abbattere ogni barriera. Non accetta freni e conduce alla ribellione contro qualsiasi autorità e qualunque legge, sia divina che umana, ecclesiastica o civile. Questo è l’aspetto liberale della Rivoluzione.

Ambedue gli aspetti, che in ultima istanza hanno un carattere metafisico, sembrano contraddittori in molti casi, ma si conciliano nell’utopia marxista di un paradiso anarchico nel quale l’umanità altamente evoluta ed “emancipata” da qualsiasi religione, vivrebbe in un profondo ordine senza autorità politica ed in una libertà totale dalla quale, tuttavia, non deriverebbe alcuna disuguaglianza.

In tal modo, l’orgoglio e la sensualità, in quanto profonde spinte rivoluzionarie nell’intimo dell’anima umana, alimentano tendenze sempre più radicalmente egualitarie e liberali. Queste tendenze disordinate, che per la loro intrinseca natura lottano per realizzarsi non conformandosi più a tutto un ordine di cose che è a esse contrario, cominciano a modificare le mentalità, i modi di essere, le espressioni artistiche e i costumi, senza incidere subito in modo diretto — almeno abitualmente — sulle idee. Ma non passa molto tempo che da questi strati profondi, la crisi passa al terreno ideologico. Così, ispirate dalla sregolatezza delle tendenze profonde, spuntano dottrine nuove. Questa trasformazione delle idee si estende, a sua volta, al terreno dei fatti, da cui passa a operare, con mezzi cruenti o incruenti, la trasformazione delle istituzioni, delle leggi e dei costumi, tanto nella sfera religiosa quanto nella società temporale.

 

Difficoltà di comprendere che questo processo esiste

Come potrebbe ai nostri giorni la militanza cristiana ignorare o rimanere indifferente davanti all’esistenza di questo processo e del suo dinamismo di distruzione rivoluzionaria di tutte le gerarchie religiose, politiche, sociali ed economiche, di negazione di ogni legge divina e naturale?

Tuttavia, l’uomo della strada stenta a comprendere l’esistenza di questo processo, che le sue dimensioni siano quelle che stiamo illustrando. Egli rimane disinformato, disorientato, imbevuto di relativismo teorico e pratico, sollecitato in mille modi a non prendere nulla sul serio, a non voler irrevocabilmente nulla se non il godimento del piccolo paradiso che sia riuscito a costruire, quando vi è riuscito... Intossicato dal mito della bontà naturale degli uomini e dal miraggio di un’era di pace idilliaca senza contraddizioni né conflitti, a quest’uomo della strada risulta ancor più difficile comprendere che questa Rivoluzione plurisecolare viene ispirata e orientata da generazioni di abilissimi cospiratori coalizzati per la distruzione della Civiltà Cristiana.

Tuttavia, nell’arco dei secoli in cui si è venuta dispiegando la Rivoluzione, i suoi mentori e seguaci sono riusciti ad affinare sempre di più le loro tecniche, divenendo capaci di guidare non solo movimenti ideologici, strutture politiche e istituzioni finanziarie, ma pure di modellare i costumi e la mentalità di individui e popoli, manipolando gli ambiti più reconditi della loro psiche.

A tal fine, la Rivoluzione ha saputo utilizzare ora la persecuzione violenta, ora metodi e tecniche di una raffinatezza che un cavaliere cristiano medievale certamente non sarebbe mai riuscito ad immaginare.

 

Agenti del processo rivoluzionario

Non crediamo che il semplice dinamismo delle passioni e degli errori degli uomini possa unire mezzi così diversi, per il raggiungimento di un unico fine, cioè la vittoria della Rivoluzione.

Produrre un processo così coerente e così continuo, come quello della Rivoluzione, attraverso le mille vicissitudini di secoli interi, pieni di imprevisti di ogni specie, ci sembra impossibile senza l’azione di successive generazioni di cospiratori dotati di una intelligenza e di una potenza straordinarie. Pensare che la Rivoluzione sarebbe giunta allo stato in cui si trova senza tale azione, equivale ad ammettere che centinaia di lettere dell’alfabeto gettate da una finestra possano disporsi spontaneamente al suolo, in modo da formare un’opera qualsiasi, per esempio l’“Inno a Satana” di Giosuè Carducci.

Le forze propulsive della Rivoluzione sono state manovrate fino a oggi da agenti astutissimi, che se ne sono serviti come di mezzi per realizzare il processo rivoluzionario.

In modo generale, si possono qualificare agenti della Rivoluzione tutte le sette, di qualunque natura, da essa generate, dalla sua nascita fino a oggi, per la diffusione del pensiero o per l’articolazione delle trame rivoluzionarie. Però, la setta madre, attorno alla quale si articolano tutte le altre come semplici forze ausiliarie — talora consapevolmente, talaltra inconsapevolmente — è la massoneria, come si rileva chiaramente dai documenti pontifici e specialmente dall’enciclica Humanum genus di Leone XIII, del 20 aprile 1884.

Il successo che fino a ora hanno ottenuto questi agenti rivoluzionari, e specialmente la massoneria, è dovuto non solo alla loro incontestabile capacità organizzativa e cospiratrice, ma anche alla loro lucida conoscenza di ciò che costituisce l’essenza profonda della Rivoluzione, e del modo di utilizzare le leggi naturali — parliamo di quelle della politica, della sociologia, della psicologia, dell’arte, dell’economia, ecc. — per far procedere la realizzazione dei loro piani sovversivi.

In questo senso gli agenti del caos e della sovversione fanno come lo scienziato che, invece di agire con le sue sole forze, studia e mette in azione quelle, mille volte più potenti, della natura.

 

Documenti pontifici

Se sull’esistenza e l’azione rivoluzionaria della massoneria il cattolico comune era abbondantemente informato nel XIX secolo e parte del XX, già negli anni ‘50 era sceso un velo di silenzio su questo argomento. Oggi sono pochi quelli che hanno letto, per esempio, la grande opera di Mons. Henri Delassus «La Congiura Anticristiana» (17) o che conoscono i successivi documenti pontifici che condannano e denunziano la cospirazione massonica. Pochi conoscono oggi i documenti pontifici, dal più antico — la lettera apostolica In Eminenti di Papa Clemente XII, del 28 aprile 1738 — fino ai 226 documenti pubblicati dalla Santa Sede durante il pontificato di Leone XIII, che condannano la massoneria, i carbonari e le società segrete in generale.

È lentamente calato il silenzio sul fatto che il Codice di Diritto Canonico, vigente fino a qualche anno fa, castigava con la pena della scomunica il cattolico che si affiliasse alla massoneria (canone 2335).

Sono rari i cattolici che oggi sanno che continua la proibizione per il cattolico di affiliarsi alle associazioni massoniche, in conformità alla Dichiarazione della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede del 25 novembre 1983, benché il nuovo Codice di Diritto Canonico, entrato in vigore nel 1983, abbia sospeso la pena della scomunica (18).

Orbene, per mostrare all’uomo di questa confusa e caotica fine secolo la cospirazione delle forze occulte che cercano di distruggere i resti della Civiltà Cristiana nella società e nelle anime, ci sembra indispensabile studiare e mostrare, a partire da fatti evidenti per tutti, l’esistenza del processo rivoluzionario nella sua unità e globalità. Dobbiamo scoprire il suo intero volto, che esso tenta di nascondere, poiché è solo in tale modo che si palesa l’esistenza di questa cospirazione, in quanto oggi le premesse del pensiero anti-massonico sono state cancellate dallo spirito della massa dei cattolici e del pubblico in generale.

 

Meccanismi di infiltrazione nel corpo sociale

Classicamente, la denunzia contro l’azione delle sette rivoluzionarie si è incentrata sui loro metodi di reclutamento ed i loro meccanismi di infiltrazione nel corpo sociale, principalmente nelle finanze e nell’establishment politico.

Si tratta di reclutare il maggior numero di persone che poi occuperanno incarichi-chiave nell’apparato statale e nelle imprese private, come pure posti di rilievo nella vita sociale. Tale metodo è stato sempre molto utile alle sette rivoluzionarie, non solo come incentivo per conquistare adepti tra persone opportuniste e avide, ma anche per favorire i disegni rivoluzionari.

A nessuno sfugge quanto possa risultare conveniente alla massoneria, per esempio, avere i suoi affiliati collocati in posti-chiave di un determinato governo nel caso si volesse dare impulso ad una riforma laicista dell’educazione. Non solo per favorire e fare approvare le relative leggi e le misure, ma anche perché queste vengano applicate conformemente al segreto piano massonico.

D’altra parte, negli ambienti cattolici anti-massonici si è sempre tenuto presente che la setta ambisce di controllare il maggior numero di governi, nonché la stessa meccanica delle relazioni politiche e finanziarie, per raggiungere la meta della repubblica universale egualitaria alla quale deve corrispondere anche una religione mondiale ecumenica e relativista a sfondo panteista.

 

Rivoluzione culturale e dominio delle anime

A questo terreno classico della concezione anti-massonica dobbiamo però aggiungere un nuovo campo: lo studio e la denunzia delle tecniche di governo delle anime. Questo campo comprende la spiegazione in profondità della conoscenza e manipolazione delle tendenze disordinate; la creazione di ambienti; la diffusione, tramite i mass media ed altri mezzi, di una mentalità che garantisca l’avanzamento delle idee e dei fatti rivoluzionari. È la denunzia di ciò che, oggigiorno, viene conosciuto con il termine un po’ impreciso di “rivoluzione culturale”: rivoluzione dei modi d’essere e di vivere che coinvolgono persino il quotidiano e che avviluppano l’individuo in tutte le sue manifestazioni.

In questa prospettiva, persino la forma di una nuova macchina, un nuovo stile architettonico, una nuova musica o una nuova moda femminile, può servire di veicolo alla rivoluzione culturale. L’ampiezza di questa rivoluzione implica un corrispondente allargamento del fronte della lotta controrivoluzionaria, e un corrispondente ampliamento dello studio delle tecniche rivoluzionarie di governo delle anime.

 

Il dovere della militanza controrivoluzionaria

Di fronte a questo panorama, analizzato in tutta la sua ampiezza e profondità, di fronte a quest’opera di distruzione della Rivoluzione libertaria e egualitaria, il nostro amore verso la Chiesa, il nostro amore verso la Civiltà Cristiana, il nostro amore verso la Patria, frutto dell’amore che sale a Dio per mezzo di Maria, si trasforma in un irrinunciabile dovere di militanza controrivoluzionaria.

Tutti sappiamo, tuttavia, che in questa lotta tanto drammaticamente disuguale, non esisterebbe studio, non sagacità, non ci sarebbe abilità operativa né determinazione né coraggio che servano a qualcosa, se il cattolico volesse affrontarla ignorando la vita soprannaturale. “Senza di me non potete far nulla”, ci ha detto Nostro Signore. Però proprio in questa impossibilità ricordata e riconosciuta costantemente troviamo la forza del lottatore cattolico. Perché tutto possiamo fare in Cristo tramite Maria e potremo vedere in tutta la sua grandiosità il compimento della promessa evangelica: “Le porte dell’inferno non prevarranno”.

Ma ancora, dobbiamo militare per il Regno di Nostro Signor Gesù Cristo, con la certezza della Sua vittoria e con la fiducia che il Sacro Cuore di Gesù regnerà per mezzo del sapienziale Cuore di Maria, così come Ella ci promise a Fatima: “Infine, il mio Cuore Immacolato trionferà”.

 

Note­­­­­­­­­­­­­­_________________________________________________

1. Gio. XIV, 27.

2. Mt. X, 34.

3. Gio. XIV, 27.

4. Victorino Rodríguez, O.P., Estudios de Antropologìa Cristiana, Editorial Speiro, Madrid, 1991, pp. 291-328.

5. Cfr. Gio. XIV, 21 e 23.

6. De Civitate Dei, XIX, 13, 1.

7. Lc. II, 29, 30 e 34.

8. Gio. XV, 18-25.

9. Sociedad Española de Defensa de la Tradición Familia y Propriedad – TFP Covadonga, “España anestesiada sin percibirlo, amordazada sin quererlo, extraviada sin saberlo – la obra del PSOE”, Ed. Fernando III el Santo, Madrid, 1988, Parte I.

10. Gio. XIV, 6.

11. Gio. XVI, 33.

12. Lc. XXVII, 4.

13. Mt. XXVII, 4.

14. Cantico dei cantici, VI, 4.

15. Allocuzione all’Unione degli Uomini di Azione Cattolica, del 12-10-52. Discorsi e Radiomessaggi, vol. XIV, p. 359.

16. Cfr. Plinio Corrêa de Oliveira, “Rivoluzione e Contro Rivoluzione”, Cristianità, Piacenza, 1976.

17. Mons. Henri Delassus, « La Conjuration antichrétienne – Le temple maçonnique roulant s’élève sur les ruines de l’Église catholique», Desclée, Lille, 1910, 3 VV.

18. AAS, 1 marzo 1984, n. 3, vol. LXXVI, p. 30.

Categoria: Marzo 2015

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