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2015

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Il coccodrillo affamato e le contraddizioni del liberalismo

 

di Raffaelle Citterio

 

 

Una delle sentenze più spiritose attribuite a Winston Churchill è, senza dubbio, la definizione di temporeggiatore: “Colui che alimenta il coccodrillo sperando che questi lo mangi per ultimo”. Per anni il liberalismo occidentale ha temporeggiato con l’offensiva islamista, perfino osteggiando chi vi si opponeva. Adesso sembra avvertire il morso del coccodrillo. La sua reazione, però, suscita grosse perplessità.

 

Gli attentati a Parigi dello scorso 7 gennaio, col tragico bilancio di diciassette morti, hanno portato l’offensiva islamista al cuore dell’Europa. Era già successo a Madrid nel 2004 (190 morti, 1859 feriti), e a Londra nel 2005 (55 morti, 704 feriti), per non parlare di altri attentati minori, come l’uccisione in Olanda di Theo Van Gogh, nel 2004. Secondo il «Rapporto sul terrorismo internazionale di matrice jihadista», della Fondazione ICSA, presentato alla Camera dei Deputati italiana il 28 novembre 2013, nei cinque anni precedenti vi sono state in Europa 14.317 vittime di attentati terroristici di matrice islamica.

L’Europa, però, è rimasta largamente impassibile.

Questa volta, invece, sembra che sia stato toccato un nervo scoperto. La stessa macchina di propaganda, che non aveva quasi mosso un dito per le vittime di Madrid e di Londra, né per i cristiani perseguitati in Medio Oriente e in Africa, questa volta è scattata come un solo uomo, promuovendo massicce manifestazioni di protesta.

Perché tale reazione? Non certo per difendere la civiltà europea dall’invasione islamica né, tantomeno, per proteggere la Chiesa contro il suo secolare avversario. No! Ma per tutelare la “libertà di espressione” minacciata dai “fondamentalisti”. Come se ad affrontarsi fossero esclusivamente due visioni del mondo: una liberale e una totalitaria. Il suo simbolo non è la croce, bensì una matita. Il suo moto non è “Deus vult!”, ma “Je suis Charlie”.

Winston Churchill una volta definì un temporeggiatore: “Colui che alimenta il coccodrillo sperando che questi lo mangi per ultimo”. Per decenni il liberalismo occidentale ha temporeggiato con l’islamismo, perfino osteggiando chi vi si opponeva. Adesso sembra avvertire il morso del coccodrillo affamato. La sua reazione, però, suscita grosse perplessità.

 

Il suicidio della modernità

Per cominciare, è proprio il liberalismo ad aver ridotto l’Occidente allo stato di estrema debolezza in cui oggi versa. Diffondendo il laicismo, ha svuotato la nostra civiltà da ogni contenuto religioso; proponendo il relativismo, ha cancellato la stessa possibilità di un ordine morale; diminuendo gli attributi dell’autorità, ha ridotto lo Stato all’impotenza; aprendo i confini a un’immigrazione senza controllo, ha riempito l’Europa di potenziali attivisti islamici; affermando il multiculturalismo, ha distrutto l’identità delle nazioni europee; imponendo la contraccezione, l’aborto e l’eutanasia, ha messo a rischio la stessa sopravvivenza della nostra gente.

Ci possiamo lamentare che si sia creata ciò che il cardinale Giacomo Biffi definiva “cultura del niente”? Aggiungeva il prelato: “Questa cultura del niente non sarà in grado di resistere all’assalto ideologico dell’Islam, che non mancherà”. Questo per un motivo assai semplice: il nulla non resiste a niente, il vuoto semmai attira le cose. Per resistere serve qualcosa che resista. L’esito dello scontro fra un batuffolo di cotone e un proiettile di piombo è drammaticamente scontato. Noi oggi siamo il batuffolo.

La modernità fondata sul liberalismo è sull’orlo del suicidio.

Questa la lettura che, sempre più spesso, stanno facendo dell’attuale situazione perfino intellettuali ritenuti moderni. Si parla della fine dell’Illuminismo. Non è altra l’opinione dello scrittore Michel Houellebecq, autore del best-seller «Sottomissione», che immagina nel 2022 una Francia islamizzata. Commentandolo, l’intellettuale liberale francese Michael Onfray dichiara: “Credo che abbia ragione. Il suo romanzo coglie quel che fa l’attualità del nostro tempo: il nichilismo consustanziale alla nostra fine di civiltà, la prospettiva millenaristica delle biotecnologie, le previsioni fantastiche della clonazione, il turismo sessuale di massa, i corpi ridotti a cose, la loro mercificazione, la sessualità fine a se stessa, la tirannia democratica, ecc.” E conclude: “Questo non è tanto un libro sull’islam quanto sulla collaborazione, la fiacchezza, il cinismo, l’opportunismo degli uomini. (…) La civiltà dell’Europa è sfinita. È un continente morto”.

 

Accanimento contro i difensori dell’Occidente

Il liberalismo non solo ha svuotato l’Occidente da ogni elemento che potesse proteggerlo dall’assalto islamista, ma si è addirittura accanito contro chi osava denunciare tale assalto. È successo a Papa Benedetto nel 2006. Nell’ormai celebre Lectio magistralis all’Università di Ratisbona, il Pontefice si era permesso di citare l’imperatore Manuele II Paleologo, il quale rilevava che Maometto “ha introdotto solo cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede”.

La reazione è stata violentissima, costringendo il Pontefice a chiedere scusa. In quell’occasione, la macchina propagandistica liberale ha rivaleggiato con quella islamista, facendo gara a chi denunciava il Pontefice con più veemenza.

Non si è tenuto conto delle ammonizioni di Papa Ratzinger nemmeno in ambienti di Chiesa. Commentava il vaticanista Sandro Magister: “Si è preferita la strada del dialogo, o meglio la retorica del dialogo, a tutti i costi”.

È successo anche al cardinale Giacomo Biffi, allora arcivescovo di Bologna. Nella lettera pastorale «La città di San Petronio nel terzo millennio», dell’ottobre 2000, trattando delle “sfide del nostro tempo”, il porporato ha preso atto che “il fenomeno di una massiccia immigrazione”, soprattutto musulmana, ormai diventata un flusso inarrestabile, “ha colto un po’ tutti di sorpresa (...) lo Stato e anche le comunità cristiane”.

Il presule romagnolo si è visto piombare addosso l’ira frenetica dei guru del multiculturalismo che, con apostrofi come “oscurantista”, “miope” e “decadente”, tanto altisonanti quanto prive di contenuto, hanno voluto squalificarlo.

E chi può dimenticare le feroci campagne mediatiche contro Papa Giovanni Paolo II quando tentò di mettere in rilievo le radici cristiane dell’Europa? In quell’occasione, il Parlamento europeo giunse ad approvare una risoluzione di censura al Sommo Pontefice, accusato di “fondamentalismo”.

 

Il liberalismo si pesta i piedi

Il liberalismo porta in grembo una contraddizione insanabile. Mentre proclama la libertà senza limiti, si accorge che l’applicazione di tale libertà finisce spesso per creare le condizioni per la propria distruzione. Allora è messo davanti a un bivio: rinunciare agli ideali liberali per difendersi, oppure restare fedele a tali ideali rischiando il suicidio. Prima o poi, il liberalismo dovrà fare i conti con se stesso.

È già successo, per esempio, negli Stati Uniti negli anni Ottanta, quando la sinistra anarchica cominciò a bruciare bandiere a stelle e strisce per protestare contro il governo. Si affermava che tale azione rientrava nella “libertà di espressione” garantita dalla Costituzione. Ciò innescò un infuocato dibattito sul concetto di “libertà”, che andò a toccare le stesse fondamenta dell’ordine americano. Mentre la sinistra proclamava che bruciare la bandiera costituiva una libertà costituzionale, la stragrande maggioranza dei cittadini opinava che l’onore del Paese e la stabilità della società sono valori superiori. Chiedevano quindi un’interpretazione restrittiva e non liberale della Prima Emenda.

 

La militanza cattolica

Oggi il dibattito tocca il cuore della moderna società illuministica. Dopo aver temporeggiato per decenni, il liberalismo si accorge che deve reagire per sopravvivere. Basterà l’ideologia liberale per difenderci dall’assalto islamista?

La risposta è chiaramente: No. Prima di tutto, bisogna tornare a un concetto cattolico di libertà, che non consiste nell’assenza di ogni restrizione, bensì nella capacità di scegliere i mezzi adeguati per raggiungere un certo fine, la cui giustizia è sempre definita secondo i criteri oggettivi della legge naturale e della legge divina. Lo scopo dell’uso della libertà non può essere altro che la verità e il bene.

Poi, dobbiamo riesumare un altro concetto che ci è stato rubato dal liberalismo imperante, un concetto tanto cattolico da aver definito, fino a non molto tempo fa, la condizione della Chiesa sulla terra: militante. Senza un concetto militante della Fede, nessuna reazione è possibile. Proprio a questo tema dedichiamo il dossier del presente numero.

Categoria: Marzo 2015

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