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2015

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Verso il Sinodo sulla famiglia: una “svolta pastorale” per proporre un nuovo modello ecclesiale?

 

di Guido Vignelli

 

Matrimonio monogamico e indissolubile, oppure “relazione affettiva di qualità”? Esistono diversi “modelli” di famiglia, oppure solo quello insegnato da Gesù Cristo? Le convivenze omosessuali presentano “elementi positivi”? La Chiesa deve condannare le situazioni di peccato grave, oppure limitarsi ad “accompagnarle”? Ecco alcuni temi cruciali che saranno trattati nel prossimo Sinodo sulla famiglia.

Il Sinodo episcopale sulla famiglia, tenutosi a Roma nello scorso ottobre, ha lasciato una situazione in alcuni punti ambigua e potenzialmente pericolosa.

Alla sua conclusione, il fronte conservatore ha ottenuto un successo solo parziale: ha impedito che i documenti finali contenessero alcuni princìpi e orientamenti pericolosi, ma non è riuscito a evitare che altri passassero di straforo, come vedremo. Nel complesso, le decisioni cruciali sono state rinviate al secondo e definitivo Sinodo del prossimo ottobre. Nel frattempo, il dibattito in corso sta diventando più chiaro e le posizioni più scoperte. I pochi mesi che ci separano da quella scadenza decisiva saranno determinanti nel preparare il futuro della pastorale della Chiesa in tema di famiglia e di morale sociale.

 

Magistero o storia?

Padre Antonio Spadaro, direttore de “La Civiltà Cattolica” e osservatore sinodale scelto da Papa Francesco, ha così sintetizzato il nuovo dogma implicitamente professato dai progressisti: «Non si pone una distanza – o, peggio, una opposizione – tra Dio e la Storia» (1). Siccome la “Storia” qui considerata è quella contemporanea, dominata dal processo rivoluzionario di scristianizzazione, sembrerebbe quindi che non ci dovrebbe essere opposizione tra la Chiesa e il relativismo culturale, tra la Chiesa e il permissivismo morale dilagante.

Secondo il noto gesuita, l’evoluzione storica impone di cambiare non solo la “prassi pastorale” ma anche la concezione stessa della Chiesa: «Riteniamo necessario che la Chiesa, a tutti i suoi livelli, s’interroghi non solamente su questa o quella questione particolare ma, grazie ad esse, anche sul modello ecclesiologico che incarna» (2).

Ad esempio, se ieri la Chiesa si concepiva come “fortezza assediata” che si oppone al mondo a costo d’imporre ai fedeli modelli di vita troppo esigenti, oggi essa va intesa come “tenda piantata nel deserto” che funziona come “ospedale da campo”, allo scopo di “accompagnare il popolo in cammino” curandone le ferite ricevute lungo le travagliate vicende contemporanee, ma senza pretendere di dettare leggi e correggere i comportamenti, perché questo sarebbe un condannabile “integrismo”, un “massimalismo” contrario alla divina misericordia.

Esaminiamo allora alcuni documenti sinodali, per capire dove ci potrebbe portare questa “svolta pastorale” voluta dai progressisti, interpretandone taluni passagi.

 

Le convivenze irregolari: “relazioni affettive di qualità”?

Il Sinodo premette che «il cambiamento antropologico-culturale oggi richiede un approccio capace di cogliere le forme positive della libertà individuale» (3). Tale libertà individuale, secondo i progressisti, dovrebbe abbracciare anche le scelte di vita compiute da persone che vivono in situazione moralmente peccaminosa e canonicamente irregolare.

Il Sinodo sostiene che bisogna considerare l’attuale situazione di coppie e famiglie irregolari non tanto nei loro aspetti negativi quanto in quelli positivi, capaci di evolversi verso forme di convivenza che, sebbene non corrispondano all’ideale evangelico, tuttavia sono comunque «relazioni affettive di qualità» (4) che dimostrano solidarietà di coppia o sociale: «Una sensibilità nuova della pastorale odierna consiste nel cogliere gli elementi positivi presenti nei matrimoni civili e nelle convivenze. (…) Occorre che nella proposta ecclesiale – pur affermando con chiarezza il messaggio cristiano – indichiamo anche elementi costruttivi in quelle situazioni che non corrispondono ancora o non più ad esso» (5). «Ci sono elementi validi anche in alcune forme fuori del matrimonio cristiano (…) che in ogni caso riteniamo siano ad esso orientate. La Chiesa riconosce anche queste famiglie come cellula basilare necessaria e feconda della convivenza umana» (6).

Sembra, dunque, che il Sinodo prospetti di dare una forma di legittimazione religiosa a individui e famiglie irregolari, ossia in stato di peccato: adulteri, divorziati volontari, divorziati-risposati, sposati solo civilmente, coppie non sposate conviventi (anche omosessuali). Tutti questi stati di vita sono ritenuti “imperfetti” ma parzialmente validi, “relazioni affettive di qualità” da apprezzare come tappe di un processo graduale che potrebbe compiersi nella perfetta famiglia cristiana: «Tutte queste situazioni vanno affrontate cercando di trasformarle in opportunità di cammino verso la pienezza del matrimonio e della famiglia» (7).

 

Coppie omosessuali

Perfino le convivenze omosessuali vanno considerate con rispetto e comprensione, perché «vi sono casi in cui il mutuo sostegno costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partner» (8), i quali possono avere «una crescita affettiva e di maturità umana ed evangelica, integrando la loro dimensione sessuale» (9). I conviventi omosessuali «hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana» (10).

Come si vede, questa impostazione basata sul primato della persona sulla legge morale, della carità sulla verità, della misericordia sul rigore, non si limita a tollerare e curare pastoralmente la situazione peccaminosa, ma giunge ad accettarla e giustificarla dottrinalmente come un “male minore”, anzi come un “bene imperfetto”.

Qui abbiamo una svolta non semplicemente pastorale, ma anche disciplinare e implicitamente dottrinale: un tentativo di giustificare la situazione di peccato, anche pubblico, in cui si trovano “persone e famiglie ferite”, fino al punto d’ipotizzarne l’ammissione all’Eucaristia. Come ammoniva Chesterton già nel 1916, un tale permissivismo etico manifesta «lo spirito secondo cui l’eccezione è permessa allo scopo di alterare la regola» (11).

A questa impostazione, il sensus Ecclesiae, e prima ancora lo stesso sensus communis, ci spingono ad obiettare che un cristiano può solo essere sposo fedele o infedele, aver contratto matrimonio valido o invalido, avere una famiglia regolare o irregolare, generare figli legittimi o illegittimi, praticare la sessualità secondo natura o contro natura: tertium non datur. Come potrebbero mai esserci sposi “imperfettamente fedeli”, matrimoni “parzialmente validi”, famiglie “imperfettamente regolari”, figli “parzial- mente legittimi”, omosessuali secondo natura? Tutto questo non finisce forse col relativizzare in genere la morale familiare e in specie il matrimonio sacramentale, giustificando le “nozze a tappe” e il “divorzio cattolico”?

 

Dalla condanna al rispetto e all’ “accompagnamento”

Padre Spadaro così riassume la questione: «La Chiesa è chiamata ad accompagnare i processi culturali e sociali che riguardano la famiglia, per quanto ambigui, difficili e poliedrici possano essere. (…) La Relatio Synodi ha accolto il desiderio di dare un riconoscimento agli elementi positivi anche nelle forme imperfette di famiglia e nelle situazioni problematiche. In questo senso, ha operato un cambio di prospettiva. Non ha messo davanti l’ideale per giudicare, alla luce di esso, il negativo delle situazioni imperfette, ma lo ha fatto (…) per riconoscere ciò che di positivo si può discernere anche in situazioni che non realizzano pienamente quell’ideale» (12).

Ad esempio, secondo il Sinodo, «una nuova sensibilità della pastorale odierna consiste nel cogliere gli elementi positivi presenti nei matrimoni civili e nelle convivenze» (13). E ancora: «Anche in tali unioni è possibile cogliere autentici valori familiari, o almeno il desiderio di essi» (14).

Continua il Sinodo: «Le situazioni dei divorziati-risposati esigono un attento discernimento e un accompagnamento di grande rispetto, evitando ogni linguaggio e atteggiamento che li faccia sentire discriminati, e promuovendo la loro partecipazione alla vita della comunità ecclesiale» (15). Il Sinodo non esclude la possibilità di ammettere i divorziati-risposati alla piena comunione ecclesiale e, quindi, all’Eucaristia, sia pure gradualmente e a certe condizioni (16).

I cristiani in situazioni moralmente colpevoli e canonicamente irregolari non devono considerarsi scomunicati né possono essere emarginati, perché «nessuno deve sentirsi escluso». Anzi, «occorre accogliere le persone con la loro esistenza concreta» (17), anche se immorale e scandalosa.

Evitando di giudicarle, senza pretendere di convertirle, la Chiesa dovrebbe limitarsi ad accettare persone e coppie irregolari “così come sono”, prima esprimendo rispetto, stima e fiducia, poi accompagnandole nel loro cammino e avviandole a una graduale regolarizzazione per tappe che potrebbe arrivare fino alla “piena conformità” alla morale e alla “piena comunione” con la Chiesa.

Se prevalesse questa impostazione, come verrebbe giudicato un sacerdote zelante che, posto davanti alla “persona ferita in stato irregolare”, la richiamasse alla coscienza il peccato commesso, la rimproverasse della sua colpa e l’ammonisse a convertirsi rompendo i legami illeciti e regolarizzando la situazione familiare? Questo sacerdote verrebbe condannato perché si comporterebbe da pastore intransigente, disumano e inopportuno, perché pretenderebbe che la vittima di una situazione “imperfetta”, “complessa” e dolorosa si adegui a un ideale perfetto e semplicistico, senza considerare i promettenti aspetti positivi (etici e religiosi) della situazione irregolare “sinceramente vissuta”. L’unico a non trovare comprensione e ad essere emarginato sarebbe proprio questo zelante sacerdote!

 

“Legge della gradualità” o “gradualità della Legge”?

Spesso una novità nella prassi ne presuppone una nella teoria. Anche nel Sinodo, l’“apertura pastorale” alle situazioni immorali e irregolari viene giustificata da una innovazione dottrinale, per quanto mascherata e ambigua.

Partendo dal presupposto che «la condiscendenza divina accompagna sempre il cammino umano» (18), il Sinodo afferma che «non è saggio pensare a soluzioni uniche o ispirate alla logica del “tutto o niente”» (19). A questa impostazione integrista, bisogna opporre che persone e relazioni irregolari vanno valutate secondo la «legge della gradualità» (20), ossia tenendo conto del grado di consapevolezza della legge morale e religiosa e del grado di coinvolgimento nella situazione familiare e sociale vissuta.

Infatti, secondo il Sinodo, «occorre distinguere senza separare i diversi gradi mediante i quali Dio comunica all’umanità la grazia dell’alleanza» (21). La storicità e relatività della Legge divina sarebbe dimostrata dal fatto che Dio stesso permise all’antico Israele di attenuare il rigore del matrimonio originario col matrimonio mosaico, tollerando il ripudio, le seconde nozze e la poliginia (Dt. 24, 1ss.). In tal modo, nell’interpretazione massimalista dei testi sinodali, s’insinua che la Chiesa potrebbe domani riammettere il divorzio, le seconde nozze e la poligamia per le “persone e famiglie ferite”, che si sentono messe in situazioni insostenibili, incapaci di mantenere un impegno matrimoniale unico e definitivo.

E così, il tanto osannato progresso della legge morale si concretizzerebbe in un ritorno alla tolleranza mosaica abolita dal nostro Redentore! Si realizzerebbe quindi una “gradualità” a rovescio, dal meglio al peggio; ciò significherebbe asservire la Legge evangelica a una sorta di “morale della situazione” imposta dalle circostanze storico-sociali.

In realtà, quella che il Sinodo presenta come applicazione della giusta “legge della gradualità”, è invece applicazione di quella ingiusta “gradualità della Legge” rifiutata da Giovanni Paolo II in questi termini: «I coniugi non possono considerare la Legge solo come un mero ideale da raggiungere in futuro, ma debbono valutarla come un comando di Cristo Signore a impegnarsi a superare le difficoltà. Perciò la cosiddetta “legge della gradualità”, o cammino graduale, non può identificarsi con la “gradualità della Legge”, come se nella Legge divina ci fossero vari gradi e varie forme di precetto per uomini e situazioni diverse» (22).

La falsa prospettiva della “gradualità della Legge” ammette una conformità solo parziale alla morale cristiana. Ad esempio, la “validità parziale” dei matrimoni e delle convivenze (anche omosessuali) è un’applicazione pratica della “conformitàparziale” dell’individuo alla legge morale. Nel campo matrimoniale, ciò porta ad accettare che le nozze si realizzino per gradi, ossia che i fidanzati giungano progressivamente a diventare sposi, passando attraverso tappe di convivenza per verificare se sono abbastanza maturi da impegnarsi nel finale giuramento sacramentale, col pretesto di evitare che matrimoni affrettati o sbagliati diventino indissolubili. Ma la dottrina e la pastorale della Chiesa non hanno mai ammesso simili nozze per tappe graduali. Il matrimonio sacramentale è valido solo se i fidanzati danno alla loro unione un consenso pieno e incondizionato che li rende subito sposi e che non ammette ripensamenti o ritrattazioni.

 

Una svolta pastorale che suppone un cedimento dottrinale

Il fatto che la prassi pastorale permissiva proposta dai progressisti durante il Sinodo sia costretta a giustificarsi ricorrendo a una teoria erronea, ne smaschera la gravità e l’imprudenza. La Chiesa non può ammettere la tesi, secondo cui l’attuale situazione di crisi spirituale esige che le verità e le norme morali siano valide solo se e nella misura in cui sono ammesse dalla coscienza individuale o sopportabili dallo stile di vita mondano o compatibili con la società moderna. La graduale consapevolezza e anche la progressiva conformazione alla Legge morale o evangelica non dispensano il fedele dall’obbligo di conoscerla e praticarla per intero, ad esempio rispettando integralmente tutti i Comandamenti: chi ne viola gravemente anche uno solo non può essere gradito a Dio, nemmeno parzialmente. La fedeltà cristiana è dimostrata solo dal compimento delle opere, dalla osservanza della Legge (naturale o rivelata).

È vero che la conversione da una situazione immorale a una morale può ammettere una certa gradualità nel risanamento del vulnus, ad esempio mediante progressiva rottura di legami illeciti; ma ciò non permette che le tappe intermedie di tale cammino siano considerate di per sé come lecite, tantomeno come inevitabili fasi di passaggio da uno stato “imperfetto” a uno “perfetto”. «In ogni caso, bisogna evitare di benedire queste relazioni, perché tra i fedeli non sorgano confusioni circa il valore del matrimonio» (23).

Travisando una famosa parabola evangelica (Mt. 13, 24-30), il dibattito sinodale ha suggerito che la Chiesa si limiti a seminare il grano nel campo, rinunciando a sradicarvi la zizzania; fuor di metafora, si limiti a favorire gli immancabili aspetti positivi delle convivenze irregolari, rinunciando a condannarle e ad ostacolarle (24).

Ma c’è un problema, ben noto a chi pratica l’agricoltura: se non viene mai estirpata dal campo, la zizzania giungerà a soffocare il grano rovinando le messi; ossia, se le convivenze irregolari non vengono più condannate come illecite e sciolte come illegali, esse da abuso diventeranno uso, da eccezione regola, finendo con l’ostacolare la formazione di sane famiglie, e anzi col falsificare la concezione stessa di famiglia.

Dunque non esiste un preteso “diritto della zizzania” ad essere accettata, ma semmai esiste la possibilità ch’essa sia momentaneamente e parzialmente tollerata per evitare un male maggiore. Ciò che è abnorme può essere tollerato e corretto, ma mai accettato e legalizzato, nemmeno col pretesto di favorire un ipotetico passaggio graduale alla normalità. Come non è lecito giustificare “mali minori”, anche se teoricamente facilitassero il passaggio a un bene, così non è lecito giustificare situazioni matrimoniali o familiari irregolari, anche se teoricamente facilitassero il passaggio a una situazione regolare.

In conclusione, resta valido il celebre principio di san Dionigi Areopagita, ripreso da sant’Agostino e san Tommaso: «bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu» (il bene è risultato della integrità della causa, il male invece da un suo qualunque difetto).

Note

1. A. Spadaro S.J., Introduzione a La famiglia è il futuro. Tutti i documenti del Sinodo straordinario 2014, Edizioni La Civiltà Cattolica, Roma 2014, p. 26.

2. Id., pp. 27-28.

3. Id., pp. 27-28.

4. Relatio Synodi, n. 9.

5. Id., n. 41

. 6. Id., n. 22.

7. Id., n. 43.

8. Relatio post Disceptationem, n. 52.

9. Id., n. 51.

10. Id., n. 50.

11. G. K. Chesterton, La superstizione del divorzio, Ed. San Paolo, Cinisello Balsamo 2011, p. 55.

12. A. Spadaro S.J., Introduzione a La famiglia è il futuro. Tutti i documenti del Sinodo straordinario 2014, p. 30 e 21.

13. Relatio Synodi, n. 41.

14. Relatio post Disceptationem, n. 38.

15. Relatio Synodi, n. 5.

16. Cfr. Relatio post Disceptationem, n. 47; Relatio Synodi, n. 52.

17. Relatio Synodi, n. 11.

18. Id., n. 14.

19. Relatio post Disceptationem, n. 40.

20. Id. n. 47.

21. Relatio Synodi, n. 13

. 22.Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, n. 34.

23. Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, n. 29.

24. A. Spadaro S.J., Introduzione a La famiglia è il futuro. Tutti i documenti del Sinodo straordinario 2014, p. 21.

 

Categoria: Giugno 2015

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