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2015

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Intervista a Carlos Carralero

 

Che cosa sta veramente accadendo a Cuba? Le cose sono cambiate dopo gli accordi con Obama e l'annunciata visita di Papa Francesco? Lo abbiamo chiesto a Carlos Enrique Carralero Almaguer, noto dissidente cubano, dal 1995 esule in Italia e residente a Milano. Carralero è autore di molti volumi tra cui la celebre trilogia «Saturno», un’allegoria della dittatura castrista. Il suo ultimo libro è «Fidel Castro – L’abbraccio letale» (Greco & Greco Editori, 2013)

 

 

Potrebbe fornirci qualche elemento sul suo background politico?

Io mi proclamo cristiano. Sono stato membro di alcune associazioni di opposizione al regime comunista. Concretamente, ho collaborato con CID (Cuba Independiente y Democrática), l’organizzazione fondata da Huber Matos nell’esilio (1). Facevamo un’azione di propaganda ideologica pacifica, evidentemente clandestina. Se fossi stato preso, mi aspettavano almeno vent’anni di carcere duro. Nel 1990 sono stato cacciato via dal lavoro. Sono stato allora avvicinato da Oswaldo Payá, coordinatore nazionale del Movimiento Cristiano de Liberación, col quale ho collaborato per alcuni mesi. Nel 1993 ho raccolto 72 firme nel mio quartiere in sostegno a un plebiscito per restaurare la democrazia in Cuba. L’articolo 88 della Costituzione contiene un comma secondo il quale, con 10mila firme, i cubani possono chiedere all’Assamblea Nacional (Parlamento) di convocare un plebiscito. Evidentemente il regime non ne ha mai tenuto conto. Le mie firme, quindi, non sono servite a niente.

Espulso da Cuba nel 1995, sono approdato in Italia. Qui, nel 2003, ho fondato l’Unione per le libertà a Cuba, per cercare di aiutare i miei connazionali perseguitati e, nello stesso tempo, aprire gli occhi agli italiani sulla reale situazione nell’isola-prigione. A questo scopo organizziamo conferenze, pubblichiamo libri, interveniamo in programmi radio e TV e via dicendo. In collaborazione col giornalista Aldo Forbice, questa associazione ha raccolto 100mila firme in favore dei prigionieri politici e della democrazia a Cuba. Bisogna registrare che, prima, in Italia c’era il Comité italiano por los derechos humanos en Cuba, fondato da Laura González, scomparsa nel 2005.

 

Una “scheda” di tutto rispetto. In Europa in generale, e in Italia in particolare, conosciamo la situazione di Cuba soltanto attraverso la lente deformante dei mass media. Che cosa è, in realtà, il regime dei fratelli Castro? Che cosa ha significato per Cuba?

Rispondo con qualche ricordo di famiglia. Io sono il più giovane di una famiglia che, nel suo piccolo, fece la Rivoluzione. Mio padre, quattro zii di parte paterna, uno zio di parte materna e un cugino formavano un nucleo di opposizione alla dittatura di Batista (2). La mia casa era praticamente un accampamento ribelle. Tra noi alcuni raggiunsero Fidel Castro alla Sierra Maestra, ma non combatterono mai né incontrarono personalmente Castro, sempre protetto dalle sue guardie del corpo. Tornando in pianura, sul finire del 1959, poche settimane prima del trionfo della Revolución, ricevettero la notizia che i due membri della famiglia rimasti a casa, mio padre e mio cugino, erano stati uccisi dai corpi paramilitari. Io ero ancora piccolo, ma il fatto mi sconvolse molto. I miei zii, invece, sono morti nella povertà.

Essendo nato in una famiglia rivoluzionaria, io sono entrato a far parte del sistema. Col tempo, però, ho acquisito la coscienza che il regime castrista non era, nemmeno da lontano, l’ideale per il quale avevamo lottato e che tanti cubani avevano sognato. Oggi, quasi tutti questi rivoluzionari della prima ora, compresi i miei parenti, sono morti, uccisi dallo stesso regime che avevano aiutato a instaurare.

Fidel Castro aveva ripetutamente giurato di non essere comunista e di voler restaurare la democrazia in Cuba. Balle che egli raccontò fino ai primi mesi del 1961. Diceva che non era una “rivoluzione rossa” ma “verde come le palme”. La Palma Real, alta ed elegante, è l’albero nazionale di Cuba. Dopo il 1961, egli tradì questi begli ideali, trasformando la rivoluzione verde in rossa. Fu la cosiddetta svolta comunista, in cui Castro si mise nelle mani di chi lo poteva proteggere, ossia l’Unione Sovietica. Più di uno all’epoca, tra cui Rafael Díaz-Balart, fratello della prima moglie di Castro, aveva profetizzato che egli avrebbe scelto il “rosso”.

 

Cuba allora era un paese piuttosto ricco. La rivoluzione non è stata fatta col pretesto di combattere la povertà?

Cuba era uno dei paesi più sviluppati dell’America Latina, classificata allora come potenza emergente, o “paese in fase di decollo economico”, secondo la classifica del celebre economista Whitman Rostov. Aveva la più bassa mortalità infantile del continente e uno dei più alti indici di scolarità. L’economia era fiorente. Il peso cubano era una delle valute più solide del mondo. Alla vigilia della rivoluzione, c’erano più investimenti cubani negli Stati Uniti, che investimenti americani a Cuba. Avevamo un’industria di zucchero molto fiorente, e più di un capo di bestiame per abitante. Castro ha distrutto tutto ciò, gettando la mia patria in una miseria quale non si era mai vista.

A Cuba, oggi, ci sono medici, tecnici e ingegneri. Si potrebbe, dunque, dire che esiste una buona educazione. Il nostro popolo, però, ha perso la sapienza. La sapienza unifica. Il popolo cubano oggi è diviso, le manca assolutamente una bussola spirituale. Perché un popolo che perde la Fede è un popolo smarrito spiritualmente.

Perfino la tanto biasimata dittatura di Batista non era poi tanto cattiva. Egli era un dittatore nello stile classico degli “uomini forti” latinoamericani. Niente a che fare con figure come Hitler o Stalin, o anche Castro. Batista permetteva l’esistenza di partiti politici di opposizione e non infieriva contro la stampa contraria al suo governo. La Costituzione varata nel suo primo governo, nel 1940, era considerata da molti una delle più avanzate del mondo.

Batista indurì il regime solo quando il movimento 26 de Julio, capeggiato da Fidel Castro, cominciò a piantare bombe nelle città. Una notte, per esempio, scoppiarono quasi cento bombe all’Avana. Questo era terrorismo. Non difendo quel regime, anche perché Batista era circondato da militari senza scrupoli. Ma se proprio di mancanza di scrupoli dobbiamo parlare, allora il primato va senza dubbio a Fidel Castro e a i suoi seguaci. Poi, nessuna dittatura nella storia dell’America Latina è durata cinquantasei anni.

 

Com’è il controllo del regime sulla popolazione?

A Cuba ci sono due forme di repressione. Una diretta e un’altra indiretta. La repressione diretta è rivolta ai “dissidenti”, che in realtà vuole dire chiunque non la pensi come il regime comunista. Minacce, ricatti, arresti e via dicendo, completati dai famosi processi stalinisti, in cui i “dissidenti” vengono condannati senza pietà. L’accusa più comune è “propaganda nemica”, reato che non è definito da nessuna parte, ma che vuol dire semplicemente avere idee diverse da quelle del regime. Per esempio, io ho visto persone condannate per aver detto che Fidel Castro sbagliava tale o tale politica. Oppure, accusare qualsiasi membro del regime, perfino i più modesti, costituisce “propaganda nemica”.

Castro abolì la Costituzione del 1940 e promulgò una Ley Fundamental, di carattere prettamente comunista, vigente fino al 1975, quando fu sostituita da una nuova Costituzione, anch’essa comunista. Bisogna, però, dire che i primi a violarla furono gli uomini del regime. Per esempio, l’articolo 53 garantisce la libertà di riunione. Ma provi Lei a riunirsi senza l’autorizzazione del regime!

La repressione indiretta è rivolta a tutta la popolazione. A partire dai cinque anni i bambini devono frequentare la scuola statale, dove sono vittime di un vero lavaggio del cervello. La giornata scolastica comincia col grido “¡Por el comunismo!”, al quale i bambini rispondono in coro “¡Seremos como el Ché!”. Se un bambino non aderisce all’ideologia ufficiale, convocano i genitori e li minacciano di escluderlo dal sistema scolastico. Si stabilisce, in questo modo, un sistema di terrore che appiattisce le coscienze e terrorizza i cittadini. La tanto decantata educazione cubana non è che un’immensa operazione di lavaggio di cervello.

Questo controllo continua poi durante tutta la vita. Per esempio, se un medico vuole promuoversi professionalmente, deve superare l’esame di idoneità ideologica sostenuto presso un Comitato del regime. Se devi traslocare in un’altra città, hai bisogno di un certificato del regime. Poi esiste il controllo del sistema sanitario nazionale, che accompagna ogni cittadino, non solo nelle sue vicende di salute, ma anche nelle sue scelte politiche. In questo modo, la tua vita è sempre condizionata dalla tua integrazione politica.

Il controllo diventa capillare attraverso i Comités de Defensa de la Revolución (CDR), una sorta di soviet di quartiere, che controllano ogni cittadino anche nella sua vita privata.

 

Questo è cambiato negli ultimi anni?

La situazione dei diritti dei cittadini non è cambiata in assoluto. Ogni volta che si leggono cose su Cuba, anche sui social network, si vedono persone perseguitate per le loro idee. A Cuba non esiste una sola organizzazione di opposizione che sia legale. Sono tutte illegali.

Perfino il Movimento Cristiano de Liberación, nonostante il suo fondatore Oswaldo Payá fosse un fisico di prestigio, perfino candidato al Nobel per la pace, è stato perseguitato. Payá era vicino mio all’Avana, e mi ricordo quando hanno vandalizzato la sua casa, per spaventarlo, senza che la Polizia intervenisse.

 

Quali effetti avrà l’accordo recentemente firmato tra Obama e Cuba, con la mediazione di Papa Francesco?

Non mi atteggerò a profeta. Potrebbe succedere ciò che è successo in Romania, cioè che vi sia un inizio di vera contestazione che cresca fino a rovesciare il regime. Ma è una probabilità molto ridotta. Il popolo cubano è diventato inerte. È affetto da ciò che gli psicologi chiamano “Sindrome d’indifendibilità appresa”. È un riflesso condizionato, come quello di Pavlov, per il quale dopo anni di sottomissione a un giogo, la persona non reagisce più. Le persone afflitte da questa sindrome soffrono una sorta di paralisi psicologica che gli toglie la capacità di reagire di fronte a ingiustizie, umiliazioni e via dicendo.

Questo è tipico dei regimi comunisti, e il popolo cubano si è abituato. Tutti dicono “Esto no hay quien lo tumbe” (questo non lo rovescia nessuno). È un atteggiamento arrendevole.

Bisogna riconoscere che il regime castrista è riuscito, crudelmente, a sviluppare nell’anima cubana questa sindrome. Se soltanto un 5% dei cittadini si fosse ribellato seriamente, credo che la storia sarebbe stata molto diversa. Forte di questo fatto, il regime comunista cubano, in sostanza, non ha alcuna intenzione di cambiare.

Detto ciò, credo che si potrà camminare verso una sorta di capitalismo di Stato alla cinese. È una cosa che io stesso ripeto ormai da anni.

 

Ma, se il regime castrista ha un tale controllo sulle istituzioni, e anche sulla mente dei cittadini, che bisogno ha di firmare tali accordi? Perché cerca il riconoscimento da parte del suo ex arci-nemico, gli Stati Uniti?

Raul Castro non è un dittatore nato, come suo fratello. Egli lo è diventato. Raul non è un dilettante, un improvvisatore: è militare, ha una mente organizzatrice. Per esempio, è lui a gestire l’immensa fortuna dei Castro. Non è un ideologo, bensì un pragmatico. Che cosa cerca Raul con questa manovra?

La manovra ha due scopi. Anzitutto, immagine. E devo dire che ci è riuscito. Come ripetendo uno slogan, molti dicono: “todo está cambiando” (qui sta cambiando tutto). Questo slogan è poi amplificato dai mezzi di comunicazione, a livello mondiale. Con l’immagine viene anche il riconoscimento ufficiale. Obama ha legittimato il regime comunista, come adesso sembra voler fare anche Papa Francesco.

Bisogna, però, dire che non vi è stata nessuna apertura politica. Un esempio personale: da anni io ho la cittadinanza italiana. Il Consolato cubano si rifiuta di lasciarmi entrare nel Paese col passaporto italiano, che è l’unico che possiedo. D’altronde, io avrei paura di tornarci. Se riuscissi a mettere piede a Cuba, avrei subito sulle mie spalle cento poliziotti dei servizi che mi piantonerebbero giorno e notte. Potrebbero, per esempio, creare un incidente stradale.

Che libertà è questa? Ancor oggi, manifestare un’opinione politica diversa da quella del regime è la via più sicura per il carcere.

Il secondo scopo della manovra di Castro è economico. In conseguenza della manovra, il regime sta ricevendo molti più soldi. Con la liberazione delle transazioni bancarie, dagli Stati Uniti stanno arrivando palate di soldi, inviate dai residenti cubani. Il numero di turisti sta aumentando esponenzialmente. Ogni aereo che arriva dagli Stati Uniti implica fior di quattrini iniettati nella fragile economia dell’isola. Per esempio, solo la mancia lasciata da un turista gringo può significare metà dello stipendio mensile di un cubano.

Il famigerato embargo non fu mai effettivo. Non vi fu mai un blocco a Cuba. In realtà era un colabrodo. Ma è evidente che adesso ci sarà più facilità per commerciare con l’isola.

 

È un mistero, ma Castro ha sempre avuto l’appoggio del mondo.

Il regime comunista di Fidel Castro è la dittatura più aiutata di tutti i tempi. Dall’URSS Cuba ricevette tanti soldi, in sostanza quasi quanti col famoso Piano Marshall per la ricostruzione dell’Europa. Un debito che non pagherà mai. Crollata la Cortina di ferro, i Paesi occidentali hanno gareggiato negli aiuti al dittatore. Solo dal Venezuela, per esempio, arrivano gratuitamente a Cuba ogni giorno centomila barili di petrolio.

 

Un’ultima domanda. Fra tutti, forse, l’appoggio più importante, a livello morale, è stato quello di non pochi rappresentanti della Chiesa?

In concreto, non credo che ci sia stato un sostenitore più utile e tenace del comunismo cubano dell’arcivescovo de l’Avana, cardinale Jaime Ortega. Ricordo che, dopo la morte di Zapata (3) nel 2010, proprio Ortega bloccò le manifestazioni delle Damas de Blanco (4) contro il regime.

Egli convocò le Damas in Curia per dire loro che non potevano manifestare in pubblico. Poco tempo dopo, la leader delle Damas, Laura Pollán, morì in circostanze misteriose. Nemmeno una volta Ortega ha protestato contro i maltrattamenti che queste donne, alcune anziane, ricevono continuamente da parte degli sbirri di Castro. L’appoggio di Ortega è tanto più sconvolgente in quanto, ancora semplice sacerdote, egli patì il campo di concentramento.

Ortega, però, è solo la punta dell’iceberg dell’appoggio cattolico al regime comunista. C’è tutta una corrente allineata alla cosiddetta teologia della liberazione, che appoggia il comunismo. Non a caso sono venuti a Cuba i fratelli Boff e il domenicano fra Betto. Sì, purtroppo c’è stato molto appoggio cattolico a Castro. Anzi, i casi di sacerdoti oppositori si contano sulle dita della mano.

 

1. Huber Matos (1918-2014). Rivoluzionario della prima ora, compagno di Fidel Castro, successivamente oppositore per causa della sua avversione al marxismo. Incarcerato nel 1959, riuscì a rifugiarsi negli Stati Uniti vent’anni dopo.

2. Fulgencio Batista (1901-1973) presidente democratico di Cuba, poi presidente de facto, fu deposto da Fidel Castro nel 1959.

3. Orlando Zapata Tamayo (1967-2010), dissidente cubano morto nel carcere.

4. Damas de Blanco, Dame in Bianco, associazione apartitica, composta da donne parenti di prigionieri politici, che da anni si batte pacificamente per la loro liberazione.

Categoria: Ottobre 2015

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