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2015

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San Giuseppe Moscati modello di santità laicale

di Riccardo Giulio Bevilacqua

 

Stiamo vivendo tempi molto difficili, tempi in cui i figli delle tenebre si stanno scatenando con inaudita determinazione, sia nella società che all’interno di Santa Romana Chiesa. In questo clima di pugna e di confusione, il seguente scritto di san Giuseppe Moscati ci incita a restare fedeli a Cristo perché Lui solo è la via, la verità e la vita! Facciamo tesoro delle seguenti poche righe, scritte il 17 ottobre 1922, che già ci fanno capire di che tempra fosse fatto il Moscati: «Ama la verità, mostrati qual sei, e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi. E se la verità ti costa la persecuzione, e tu accettala; e se il tormento, e tu sopportalo. E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel sacrificio».

 

Il 12 aprile 1927, poco dopo le 15, una tristissima notizia suscita enorme clamore a Napoli e in tutta la regione: «Giuseppe Moscati, il medico santo, è morto!».

 

È morto un Santo!

La fama di santità, infatti, lo aveva sempre accompagnato nei suoi 47 anni di vita. La camera ardente, allestita nella sua abitazione–studio, è subito meta di una commossa fiumana di persone appartenenti a tutte le classi sociali. La povera gente ha forse più di un motivo per essere particolarmente affranta; ecco una frase significativa scritta da mano ignota nel registro delle firme: «Non hai voluto fiori e nemmeno lacrime ma noi ti piangiamo, perché il mondo ha perduto un santo, Napoli un esemplare di tutte le virtù, i malati poveri hanno perduto tutto!».

Il dottore, infatti, visitava gratuitamente i poveri e spesso, con infinita discrezione, li aiutava regalando loro beni di prima necessità. Il Cardinale di Napoli Alessio Ascalesi, dopo aver pregato davanti alla sua salma, si rivolge ai familiari con parole che si riveleranno come vedremo profetiche: «Il Professore non apparteneva a voi, ma alla Chiesa. Non quelli di cui ha sanato i corpi, ma quelli che ha salvato nell’anima gli sono andati incontro quando è salito lassù».

Sessant’anni dopo, nell’ottobre del 1987, Sua Santità Giovanni Paolo II eleverà il “medico dei poveri” alla gloria degli altari in una piazza San Pietro gremita da oltre centomila fedeli!

La stampa dell’epoca, unanime, annuncia la morte del professor Moscati sottolineando la sua grande fede e le sue grandi capacità professionali. Il 13 aprile 1927, ad esempio, lo storico quotidiano napoletano “Il Mattino” così scrive: «Una morte fulminea ed inesplicabile ha stroncato nel pomeriggio di ieri, alle ore 15, la vita di Giuseppe Moscati. È un clinico sommo che perde la Facoltà medica napoletana e un professionista che non conobbe altra ricchezza se non quella che gli venne dalla propria anima candida, grande, generosa… La vasta cultura di lui non solo nel campo di tutte le scienze, ma in quello dell’arte, della filosofia, della religione, lo rese, a dispetto della grande modestia, che lo tenne lontano dal clamore delle folle, un maestro incomparabile… il Moscati lascia il ricordo di un clinico di intuito geniale. Pareva, a volte, che la sua divinazione diagnostica materiata di intima sapienza scaturisse al cenno di esseri soprannaturali; e, forse, dovette credere in questo cenno invisibile, egli che portò sempre nel cuore una sconfinata fede nel Creatore di tutte le cose. Dal mondo la sua vita breve, feconda di verità, attossicata dal disgusto per il denaro, si accomiata con le parole del divino Platone: “Tutto l’oro, sulla terra e sotto la terra, non vale la virtù”».

 

Genitori cristiani senza se e senza ma

Francesco Moscati, padre del Santo, in gioventù aveva accarezzato l’idea di farsi sacerdote. Il suo confessore però, il redentorista padre Ribera, gli disse: «Il Signore non vuole che siate sacerdote ma sarete un buon magistrato». E così fu. Lasciato il borgo natio di Santa Lucia di Serino (Avellino) per intraprendere la carriera in magistratura, in una delle sue prime destinazioni come giudice, Cassino, conosce e sposa la nobile Rosa De Luca, figlia di Raffaele, marchese di Roseto Valforte.

I coniugi Moscati hanno nove figli di cui tre muoiono in tenera età. A tutta la prole danno una salda educazione cristiana che si manifesta anche con l’esempio. Erano gli anni in cui in Italia la massoneria spadroneggiava e per i pubblici funzionari era pericoloso manifestare apertamente la propria fede, anche solo partecipando alla Santa Messa. I coniugi Moscati, invece, pieni di amore per Cristo, non si faranno mai vincere né dalla paura né dal rispetto umano. Quale esempio migliore per i loro figlioli di fedeltà a Cristo!

Nel “Processo ordinario napoletano” sulle virtù dell’allora Servo di Dio Giuseppe Moscati, così dichiara Eugenio Moscati (fratello del Santo) sui suoi genitori: «Furono ferventissimi cristiani e come prova vada la scrupolosità loro nell’educarci in grembo alla Religione Cattolica con la frequenza esatta ai doveri di cristiani e con la recita quotidiana in comune del Santo Rosario…Il nostro Servo di Dio, secondo la costumanza della nostra casa, fu subito battezzato e gli fu imposto il nome di Giuseppe facendo seguire Maria, come hanno fatto i nostri genitori con tutti i figli maschi… ».

A Napoli i coniugi Moscati entrano subito in contatto con Caterina Volpicelli (canonizzata nel 2009) e, con il giovane Giuseppe, frequentano le sue riunioni a sfondo religioso organizzate nella chiesa delle Ancelle del Sacro Cuore. In casa Moscati, insomma, si vive alla presenza di Dio.

 

Un giovane esemplare e il desiderio di una missione: diventare medico

Giuseppe Moscati è un giovane esemplare. Dall’età di quattro anni vive a Napoli (era nato a Benevento il 25 luglio 1880) perché il padre era stato promosso Consigliere presso la Corte d’Appello della città partenopea. È un figlio affettuoso, rispettoso e ubbidiente; studente modello consegue con il massimo dei voti la maturità classica. Così un suo professore, il famoso latinista Giuseppe Petrone, parlava di lui agli studenti delle altre classi: «Cercate di imitare il mio discepolo Moscati. Quello sì, è la perla dei giovani, non solo per lo studio ma anche per il contegno e la serietà».

Dopo il liceo si iscrive alla facoltà di medicina sorprendendo il padre, illustre magistrato appartenente ad una famiglia di giuristi. Il fratello maggiore Gennaro, avvocato, cerca invano di dissuaderlo. Alla madre, che gli rammenta la pesantezza della professione di medico, risponde: «Ma che dite mamma, io son pronto a coricarmi nel letto stesso dell’ammalato». Giuseppe sente nel profondo del suo animo di volere esercitare la professione medica come missione e non per brama di notorietà con una carriera di successo o peggio ancora per accumulare denaro grazie alle salate parcelle! Gli unici motivi che lo spingono a tale scelta, quindi, sono il desiderio di lenire il dolore fisico e lo smarrimento spirituale di quei fratelli colpiti dalla malattia. Motivi nobilissimi, autenticamente cristiani.

L’ambiente universitario che si trova a frequentare è però ostile alla realtà etico-religiosa: il positivismo materialista imperava assolutizzando e divinizzando la materia; negli atenei gli studenti erano facile preda di docenti agnostici e atei. Ma Giuseppe Moscati, sempre unito al suo Dio, si concentra sull’unico motivo per cui frequenta l’Università: lo studio. E sarà uno studente esemplare laureandosi con il massimo dei voti, la lode, il plauso della commissione e la pubblicazione della tesi.

 

Un grande clinico al servizio dei malati e in particolare dei malati poveri

Descrivere in poche righe l’invidiabile iter professionale del Moscati è impossibile. Ci limitiamo a ricordare che dopo la laurea gli viene conferita la libera docenza in Chimica fisiologica. Diventa poi Direttore dell’Istituto di Anatomia patologica dell’Università di Napoli e, nel 1919, Primario dell’Ospedale degli Incurabili. La sua fede non nascosta, la sua ricchezza professionale e umana attirano su di lui la stima dei colleghi, anche di quelli atei. Tant’è che in almeno due casi li porta alla clamorosa conversione: trattasi degli illustri clinici Leonardo Bianchi e Pietro Castellino.

Dopo il faticoso lavoro ospedaliero, il Professore riceve instancabile nel suo studio–abitazione e poi ancora a domicilio, nei quartieri più poveri della città dove spesso si reca anche di notte perché il tempo non basta mai. Il Professore, oltre a curare, raccomanda a chi si è allontanato da Dio di tornare a Lui e a tutti esorta maggior preghiera e maggior consapevolezza nell’accostarsi ai Sacramenti. Lo fa in modo dolce e affabile, ma con fermezza. Molte sono le lettere a colleghi, amici, malati o semplici suoi scritti in cui esprime ciò che il suo cuore di medico e di credente gli suggerisce.

Ecco alcuni significativi esempi: (da un suo scritto) «Il dolore va trattato non come un guizzo o una contrazione muscolare, ma come il grido di un’anima, a cui un altro fratello, il medico, accorre con l’ardenza dell’amore, la carità». Da una lettera ad un collega: «Il medico si trova poi in una posizione di privilegio, perché si trova tanto spesso al cospetto di anime, che, malgrado i loro passati errori, stanno lì lì per capitolare e far ritorno ai principi ereditati dagli avi, stanno lì ansiose di trovare un conforto, assillate dal dolore. Beato quel medico che sa comprendere il mistero di questi cuori e infiammarli di nuovo». E ancora (ad un suo discepolo appena laureato in medicina): «Abbiate, nella missione assegnatavi dalla Provvidenza, vivissimo sempre il senso del dovere; pensate cioè che i vostri infermi hanno soprattutto un’anima, a cui dovete sapervi avvicinare e che dovete avvicinare a Dio; pensate che v’incombe l’obbligo di amore allo studio, perché solo così potrete adempiere al grande mandato di soccorrere gli infelici. Scienza e fede!».

 

L’amore per Gesù Eucarestia e la Vergine Maria

Il Moscati trova la forza per affrontare cristianamente la sua pesantissima giornata nella Santa Messa quotidiana, che spesso serve con infinita umiltà. La sua devozione all’Eucarestia è totale; così scrive, per esempio, ad un collega che ha il fratello malato: «Vi ricordo soprattutto che c’è un Medico al di sopra di noi: Iddio! Di Cui domani è la festa Eucaristica. Vi prego di non privare vostro fratello di questa Medicina (ch’è la Santa Comunione): diteglielo a nome mio». L’amore per Gesù Sacramento il Professore lo manifesta anche con l’adorazione eucaristica. Sovente, infatti, viene visto nelle chiese di Napoli in ginocchio, profondamente assorto nella preghiera, davanti all’ostensorio... Chi ama veramente Gesù non può che amare anche Sua Madre. La devozione alla Vergine Maria di Giuseppe Moscati è pertanto totale: oltre alla recita giornaliera del Santo Rosario, è buon amico del beato Bartolo Longo, fondatore del Santuario di Pompei, con il quale ha una grande intesa spirituale. E sarà proprio davanti all’immagine della Madonna del Buon Consiglio, nella chiesa delle Sacramentine, a Napoli, che il diciottenne Moscati farà voto di castità.

Che la grande fede e la grande rettitudine di Giuseppe Moscati ci accompagnino nella nostra vita quotidiana senza mai dimenticare le sue semplici e cristalline parole: «Ama la verità, mostrati qual sei, e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi. E se la verità ti costa la persecuzione, e tu accettala; e se il tormento, e tu sopportalo. E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel sacrificio».

Categoria: Ottobre 2015

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