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2015

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La lunga marcia di una certa ecologia verso il tribalismo

 di Julio Loredo

Morto il marxismo, o meglio il socialismo reale che le serviva da vettore, la sinistra internazionale ha dovuto riciclare non pochi concetti, tra cui quello della lotta di classe. Abbandonando il confronto fra proletariato e borghesia, si parla oggi di un conflitto fra Sud (paesi poveri) e Nord (paesi ricchi). Agli argomenti di carattere politico, sociale ed economico, sono subentrati quelli ambientalisti. Si parla di una “Rivoluzione globale” che avrebbe come scopo “un cambiamento fondamentale di mentalità, una rivoluzione radicale”. Qualcuno vuole la fine della civiltà industriale. E non manca chi presenta le tribù indigene come modello di società “ecosostenibile” per il futuro.

 

L’enciclica «Laudato si’» cita il cosiddetto Vertice della Terra, celebrato nel 1992 a Rio de Janeiro, menzionando anche quello precedente, tenutosi a Stoccolma vent’anni prima. Qual è la storia di questi Vertici?

 

La recente enciclica «Laudato si’» cita il cosiddetto Vertice della Terra, celebrato nel 1992 a Rio de Janeiro. Si trattò della II United Nations Conference on Environment and Development (II Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo). Il primo Vertice si era tenuto vent’anni prima a Stoccolma.

 

Lo zampino del Club di Roma...

Nel giugno 1972 si tenne a Stoccolma, Svezia, la United Nations Conference on the Human Environment (Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano). L’assise voleva segnare una presa di coscienza dell’ONU di fronte ai problemi del clima, dell’ambiente e dello sviluppo, venendo incontro alle esigenze dell’ ap- pena nato movimento ecologista. La conferenza emise una “Dichiarazione sull’ambiente umano” articolata in ventisei principi.

In realtà, la riunione di Stoccolma non fece altro che assumere alcune tesi del Club di Roma, un’associazione internazionale di ricercatori e attivisti fondata nel 1968 dall’imprenditore italiano Aurelio Peccei, che ne fu il primo presidente. Il Club di Roma divenne tristemente noto per le sue predizioni catastrofistiche, poi puntualmente avveratesi esagerate o, addirittura, false. Un esempio: il Club predisse la fine delle riserve di petrolio entro la fine del secolo. In realtà, le riserve sono cresciute anno dopo anno, situandosi oggi a 900 miliardi di barili, senza contare le nuove tecnologie di estrazione come il fracking.

La vicinanza di Peccei e di altri membri del Club agli ambienti comunisti proiettava, comunque, un’ombra di sospetto ideologico sull’operato del Club. Infatti, sin dall’inizio il Club si è identificato con le posizioni della sinistra mondialista, proponendo un “Nuovo ordine mondiale” basato sul freno allo sviluppo industriale dell’Occidente e sulla redistribuzione comunitaria della ricchezza.

Nel 1971 il Club stilò il «Rapporto sui limiti dello sviluppo», noto anche come «Rapporto Meadows». Il documento prediceva che la crescita economica non poteva continuare indefinitamente a causa della limitata disponibilità di risorse naturali, e della limitata capacità di assorbimento degli inquinanti da parte del pianeta. Proponeva come soluzione una drastica riduzione dei livelli di consumo dei paesi sviluppati, tornando a uno stile di vita più primitivo che, in sostanza, sarebbe la negazione del moderno progresso. Il Rapporto proponeva una “Rivoluzione sostenibile” per cambiare radicalmente il paradigma del mondo moderno.

Alla riduzione della crescita economica andava poi abbinata una politica di controllo delle nascite: “Ci sono solo due modi per ripristinare l’equilibrio. O il tasso di natalità viene portato verso il basso per essere uguale al tasso di mortalità, oppure il tasso di mortalità deve salire nuovamente. (…) Ogni società deve intraprendere delle azioni deliberate per ridurre il tasso di natalità”.

Nel 1991, il Club di Roma pubblicò il libro-manifesto «La prima rivoluzione globale», in cui esponeva le proprie intenzioni: “Alla ricerca di un nuovo nemico per unirci, abbiamo scoperto che l’inquinamento, il riscaldamento globale, la mancanza di acqua, la fame, e in generale i temi ambientalisti servivano all’uopo. Nell’individuarli come nemici, però, non possiamo cadere nella trappola di confondere i sintomi con le cause. Tutti questi pericoli sono provocati dall’intervento umano, e potranno essere risolti solo se gli uomini cambiano di mentalità e di comportamento. Il vero nemico è l’uomo stesso”.

Nell’ammissione dello stesso Club di Roma, dunque, i temi ambientali sono quasi un pretesto per attuare una “Rivoluzione globale” che abbia come bersaglio l’uomo stesso e la civiltà odierna.

Il Club di Roma ha manifestato compiacimento con l’enciclica. “Il Papa propone tesi identiche a quelle che, ormai da tanti anni, presenta il Club”, ha dichiarato Roberto Peccei, figlio di Aurelio e attuale vicepresidente del Club. A presentare l’enciclica al pubblico in Vaticano lo scorso 18 giugno, a fianco al Cardinale Peter Turkson, c’era Hans Joachim Schellnhuber, dirigente del Club di Roma.

 

…e quello dell’Internazionale socialista

Il panorama presentato dal Club di Roma si inserisce in una più vasta proposta articolata dall’Internazionale socialista. Dagli anni Sessanta, i ricercatori di questa organizzazione stano esplorando nuove prospettive per la Rivoluzione nell’Occidente, visto l’evidente fallimento del marxismo. Un frutto di tale lavoro sono alcuni documenti che tracciano ciò che gli analisti hanno definito “una nuova lotta di classe”: al vecchio scontro fra proletari e borghesi si sostituisce quello planetario fra Sud (paesi poveri) e Nord (paesi ricchi), facendo leva non tanto su argomenti politici o sociali quanto su temi legati al clima e all’ambiente.

In concreto, con l’alto patrocinio dell’United Nations Environment Programme, l’In ternazionale socialista presentò due documenti programmatici: nel 1980 il «Rapporto Brandt» (dal nome del cancelliere tedesco e presidente dell’Internazionale socialista Willy Brandt); e nel 1987 il «Rapporto Brundtland» (dal nome della Primo ministro norvegese e vicepresidente dell’Internazionale socialista Gro Harlem Brundtland).

Che questi documenti, come pure i Vertici sull’ambiente patrocinati dall’ONU, provenissero dalla fucina dell’Internazionale socialista, lo confermò la stessa Gro Harlem Brundtland, in un’intervista concessa al sottoscritto nel giugno 1992, a Rio de Janeiro:

Domanda: Membri dell’Internazionale socialista, della quale Lei adesso è il vicepresidente, hanno partecipato a tutte le commissioni che hanno portato fino a questo Vertice. Esiste un progetto dell’Internazionale socialista in tema di ecologia?

Gro Harlem Brundtland: Ci sono state tre diverse commissioni, che hanno costruito una sopra l’altra le loro analisi e proposte. Ci fu prima la Commissione Brandt. Oltre a trattare il problema del dialogo Nord-Sud, la Commissione studiò la situazione dell’economia mondiale nei suoi rapporti con il clima e con l’ambiente. Negli anni successivi, ci fu una seconda Commissione, presieduta da me, che presentò il rapporto «Il nostro futuro comune». Oggi, le proposte che abbiamo fatto nei vari campi, sono state accolte dalla comunità internazionale. Inoltre, ci fu la Commissione sull’ambiente e lo sviluppo, questa volta gestita dalle Nazioni Unite. “Questo è molto positivo, poiché mostra che i nostri Rapporti e le nostre proposte sono stati assunti ufficialmente dalle Nazioni Unite, il che ci ha portato fino a questo Vertice a Rio De Janeiro. È vero che tutti i principali membri di queste Commissioni, a cominciare dai presidenti, erano dell’Internazionale socialista, della quale io adesso sono il vicepresidente. È vero che noi, socialisti, da tempo stiamo studiando questi temi. È vero che tutti questi incontri internazionali e le loro conclusioni, sono ispirati e coordinati dall’Internazionale socialista”.

 

Il Vertice della Terra a Rio de Janeiro

Vent’anni dopo Stoccolma, nel giugno 1992, e sempre sotto l’egida dell’ONU, si realizzò a Rio de Janeiro, Brasile, il cosiddetto Earth Summit (Vertice della Terra), che annoverò in realtà due eventi paralleli:

- la II UNCED (United Nations Conference on Environment and Development);

- il Global Forum, ovvero il raduno mondiale delle NGO (Non Governmental Organisations).

Fu la più grande assise della storia: 178 delegazioni di Governi, 118 delle quali guidate dallo stesso Capo di Stato; 3.800 Ministri; 48 delegazioni internazionali (FMI, OIT, UNESCO, ecc.), per un totale di quasi diecimila partecipanti. Il tutto coperto da quasi settemila giornalisti, tra cui il sottoscritto. Da parte sua, il Global Forum riunì ottocento NGO, con più di centomila partecipanti.

Nella sessione inaugurale Gro Harlem Brundtland espose l’obiettivo della riunione: “La storia dell’umanità è giunta a un punto critico che richiede cambiamenti fondamentali nel governo del mondo. La terra grida per una rivoluzione!”.

La II UNCED fu presieduta dal canadese Maurice Strong, noto ecologista di sinistra. Ecco come egli ne sintetizzava lo scopo: “Quest’assise dovrà far scattare una nuova rivoluzione eco-industriale, che modifichi profondamente non solo le strutture sociali, economiche e culturali del mondo, ma la stessa mentalità dell’uomo moderno. Ciò che vogliamo è un cambiamento fondamentale di mentalità, una rivoluzione radicale nel modo in cui facciamo le cose”.

La II UNCED produsse due trattati internazionali – Rio Declararion e Agenda 21 – e tre convenzioni: Convention on Biological Diversity, Convention on Climate Change e Convention on Forest Principles. Impossibile analizzare questi documenti in dettaglio. La sola Agenda 21 conta più di 900 pagine. Possiamo, però, tracciare alcune tendenze emergenti, che ispireranno il movimento ambientalista nei decenni successivi. Fu Rio a diffondere, per esempio, i concetti di “sviluppo sostenibile” e di “biodiversità”.

Il Vertice di Rio è qualificato nell’enciclica «Laudato si’» come “veramente profetico” (N° 167). In cosa consisterebbe questa “profezia”?

 

Prima tendenza: un freno allo sviluppo

Una prima idea guida è che il modello di sviluppo finora adottato dall’Occidente è “insostenibile”. Leggiamo in Agenda 21: “Uno dei problemi più gravi che affliggono il pianeta è il consumo e i modelli di produzione insostenibili che portano al degrado ambientale, all’aggravamento della povertà e allo squilibrio nello sviluppo dei paesi”. Stessa campana da Maurice Strong: “Il modello che ha prodotto lo stile di vita benestante di cui noi oggi godiamo, è insostenibile”.

Questi modelli andrebbero eliminati. Afferma Gro Harlem Brundtland: “Dobbiamo cambiare le tendenze e i modelli di consumo e di produzione. Dobbiamo renderci conto che noi, del mondo industrializzato, abbiamo aumentato il nostro tenore di vita con l’uso eccessivo delle risorse naturali”.

In una prima fase, gli impianti industriali andrebbero sottoposti a regole ambientali talmente stringenti da costringerli a chiudere. Linda Starke, del Centre for Our Common Future, organizzazione internazionale istituita a seguito del Rapporto Brundtland, ammette: “Le industrie nei paesi sviluppati dovranno essere modificate, o forse rottamate”.

Questo comporterebbe la fine dell’Occidente come noi lo conosciamo. Dichiarava Edward Goldsmith, premio Nobel Alternativo, direttore della rivista britannica “The Ecologist” e partecipante alla riunione di Rio: “Chi ha distrutto di più dovrà pagare di più. Sono i ricchi a dover pagare. Tutte le centrali nucleari vanno chiuse. Il mondo industriale non potrà sopravvivere a lungo. Così come l’Unione Sovietica è crollata, adesso deve crollare l’Occidente. Questo è ciò che noi, ecologisti, auspichiamo”.

 

Seconda tendenza: verso una “crescita negativa”

Ma questo freno allo sviluppo non basta. Agenda 21 lo afferma senza mezzi termini: “La modifica dei modelli di consumo richiederà una diminuzione della domanda”. Ciò che eufemisticamente chiama una “crescita negativa”. Prosegue Agenda 21: “Dobbiamo rivedere gli attuali concetti di crescita economica, ideando un nuovo concetto di ricchezza e di prosperità”.

Un documento distribuito a Rio, cita il pensatore socialista francese André Gorz: “L’unico modo per risolvere l’attuale situazione è procedere verso una crescita negativa. Questo è il vero obiettivo della moderna ecologia”.

 

Terza tendenza: emerge un’eco-dittatura

Ma che cosa accadrebbe se un Paese non è disposto a rispettare le severe regole ambientali emanate dall’ONU?

In un paper presentato a Rio, Hillary French, del Worldwatch Institute di Washington, ammetteva: “Sarà necessario imporre sanzioni per punire i Paesi che violano gli accordi”. Non meno esplicito l’ex primo ministro francese Michel Rocard nel suo intervento a Rio: “Non dobbiamo illuderci. La comunità internazionale dovrà essere in grado di esercitare una forte pressione su qualsiasi Paese mantenga impianti industriali che minacciano l’ambiente. (…) È necessario che gli strumenti internazionali che stiamo elaborando, alcuni dei quali saranno adottate a Rio, abbiano il potere di imporre sanzioni, e anche di espropriare qualsiasi impianto sia considerato inquinante”.

 

Quarta tendenza: un governo mondiale

Nella logica di questo eco-socialismo globale, gli organismi di controllo ambientale delle Nazioni Unite avrebbero una giurisdizione de facto su tutto il mondo, a prescindere dai confini nazionali. La II UNCED ha chiaramente stabilito che, poiché l’inquinamento non ha confini nazionali, nemmeno si può più parlare di sovranità nazionale. “In molti settori, tra cui quello ambientale – spiegava Maurice Strong – non è più possibile parlare di una sovranità esercitata da Stati-nazione”. Il presidente francese François Mitterrand, protagonista a Rio, fu altrettanto chiaro: “Dobbiamo ridurre il controllo dei Paesi sui propri territori, nel caso vengano accusati di danni all’ambiente”.

E, infatti, una delle proposte discusse a Rio fu la creazione di una forza militare di intervento veloce, i “Caschi Verdi”, per risolvere “situazioni ambientali” in tutto il mondo.

 

Quinta tendenza: la nuova lotta di classe

Una quinta tendenza emersa da Rio è un cambio nel concetto di lotta di classe, spiegato in dettaglio nel prossimo articolo.

Nel suo intervento al Forum Globale, il leader del Partito Verde brasiliano Fernando Gabeira, affermò: “Rio darà origine a una guerra tra il Nord e il Sud del pianeta. Le armi di questa guerra saranno: inquinamento, deforestazione, sovrappopolazione e la cappa d’ozono”.

Altrettanto chiaro Roberto Pereira Guimarães, rappresentante del governo brasiliano presso l’UNCED: “La grande sfida dello sviluppo sostenibile non è risolvere la questione ambientale, bensì quella sociale. Dobbiamo risolvere la contraddizione degli attuali modelli che generano una divisione tra ricchi e poveri”. Un documento diffuso ai giornalisti durante il Vertice di Rio affermava senza mezzi termini: “La questione ambientalista, nei nostri giorni, è fondamentalmente un problema di scontro fra paesi poveri e paesi ricchi”.

 

Sesta tendenza: accettazione delle religioni indigene e del modello tribale

La II UNCED di Rio diede grande risalto alle ONG, a scapito degli organismi ufficiali. Quasi settecento rappresentanti delle ONG sedevano all’Assemblea Generale. Tra questi spiccavano i rappresentanti delle “religioni tradizionali” e dei “popoli aborigeni”, presentati dall’ONU come tasselli fondamentali nella soluzione dei problemi ambientali: “Agenda 21 promuove i metodi e le conoscenze tradizionali dei popoli indigeni e delle loro comunità”.

Il sistema tribale aborigeno fu presentato nella II UNCED come modello di “ecosostenibilità”, e di “stile di consumo”. Leggiamo in un documento: “I popoli indigeni sono gli unici che sono riusciti a gestire un ambiente sostenibile nel corso di migliaia di anni”.

Non sorprende, quindi, che mentre si svolgeva la riunione ufficiale dell’ONU, su un colle vicino centinaia di “guide spirituali” – monaci buddisti, streghe, sciamani, devoti della New Age e via dicendo – realizzavano una sorta di happening esoterico intorno a un falò al ritmo di tamburi africani. A guidare gli incantesimi, nientedimeno che Hanne Strong, la moglie del Segretario generale dell’UNCED. “Il cerchio di fuoco rappresenta il regno della verità – spiegava Mrs. Strong – il falò il nesso col creatore. (…) Il nostro intento è di inviare energie di saggezza sull’Assemblea dell’ONU al fine di generare una rivoluzione spirituale”.

Lungi dallo sprezzare tale contributo, i leader dell’ONU lo accolsero come una “nuova forma di coscienza ambientale”, che sarebbe dovuta servire da fondamento per la “rivoluzione eco-industriale” che cercavano di lanciare. Leggiamo in un documento dell’UNCED: “La Terra è un’entità vivente, tutto ciò che contiene ha un’anima”. E anche Maurice Strong, nel suo discorso di apertura, citò a lungo la «Dichiarazione della Sacra Terra» emessa qualche giorno prima dalla “Conferenza Mistica dei Leader Spirituali”.

Questo riconoscimento ufficiale di credenze e di pratiche religiose esoteriche e tribali solleva seri interrogativi in merito alla sussistenza delle Nazioni Unite come organizzazione laica. E poi, cosa ci fa l’Internazionale Socialista, organismo anch’esso prettamente laico, fomentando le “religioni tradizionali” e il “modello aborigeno”?

 

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1976: La lucida previsione

 

Nel 1976, aggiornando il suo capolavoro del 1959 «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione», il prof. Plinio Corrêa de Oliveira accennava esplicitamente al tribalismo come modello della IV Rivoluzione, vale a dire, quella dopo la rivoluzione comunista:

“È impossibile prevedere, nella prospettiva marxista, come saranno la ventesima o la cinquantesima Rivoluzione. Però non è impossibile prevedere come sarà la IV Rivoluzione. Questa previsione l’hanno già fatta gli stessi marxisti.

“Essa dovrà essere il crollo della dittatura del proletariato in conseguenza di una nuova crisi, per cui lo Stato ipertrofizzato sarà vittima della sua stessa ipertrofia; e scomparirà, dando origine a uno stato di cose scientista e cooperativista, in cui — dicono i comunisti — l’uomo avrà raggiunto un grado di libertà, di uguaglianza e di fraternità fino a ora inimmaginabile.

“Come? È impossibile non chiedersi se la società tribale sognata dalle attuali correnti strutturaliste non dia una risposta a questa domanda. Lo strutturalismo vede nella vita tribale una sintesi illusoria tra l’apice della libertà individuale e del collettivismo accettato, in cui quest’ultimo finisce per divorare la libertà. In tale collettivismo, i diversi ‘io’ o le persone singole, con il loro pensiero, la loro volontà e i loro modi di essere, caratteristici e contrastanti, si fondono e si dissolvono — secondo loro — nella personalità collettiva della tribù che genera un modo di pensare, un modo di volere e un modo di essere massivamente comuni.

“Beninteso, la strada verso questo stato di cose deve passare attraverso la estinzione dei vecchi modelli di riflessione, volizione e sensibilità individuali, gradatamente sostituiti da forme di sensibilità, di pensiero e di deliberazione sempre più collettivi. Quindi la trasformazione deve avvenire soprattutto in questo campo.

“In che modo? Nelle tribù, la coesione tra i membri è assicurata soprattutto da un comune sentimento, da cui derivano abitudini comuni e un comune volere. In esse la ragione individuale rimane ridotta quasi a nulla, cioè ai primi e più elementari moti che il suo stato di atrofia le consente. ‘Pensiero selvaggio’, pensiero che non pensa e si volge soltanto al concreto. Questo è il prezzo della fusione collettivistica tribale. Lo stregone ha il compito di conservare questa vita psichica collettiva, attraverso culti totemici carichi di ‘messaggi’ confusi, ma ‘ricchi’ di fuochi fatui o perfino anche delle folgorazioni provenienti dal misterioso mondo della metapsichica o della parapsicologia. Con l’acquisizione di queste ‘ricchezze’ l’uomo compenserebbe l’atrofia della ragione.

“Proprio della ragione, in altri tempi ipertrofizzata dal libero esame, dal cartesianesimo, ecc., divinizzata dalla Rivoluzione francese, utilizzata fino al più aperto abuso in ogni scuola di pensiero comunista, e ora, infine, atrofizzata e resa schiava del totemismo metapsichico e parapsicologico. (...)

“Sono pure sintomatici gli elogi idilliaci, sempre più frequenti, di un tipo di ‘rivoluzione culturale’ generatrice di una società nuova post-industriale, ancora mal definita”.

(Plinio Corrêa de Oliveira, «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione», Luci sull’Est, Roma 1988, pp. 154-157)

Categoria: Ottobre 2015

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