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2015

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Dallo sviluppo al tribalismo

Quando, nel 1962, Claude Lévi-Strauss pubblicò «La pensée sauvage», proponendo come modello per l’Occidente le tribù primitive, molti lo considerarono appena una stravaganza del filosofo post-marxista. Eppure, ne «L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato» (1884), lo stesso Engels aveva già indicato il tribalismo come tappa ultima del processo evolutivo rivoluzionario, oltre il comunismo.

Nella tribù, scrisse Engels sviluppando uno schema di Marx, non esiste famiglia come noi la concepiamo, non esiste l’idea di proprietà privata, e nemmeno quella di Stato oppressore. Non esiste, cioè, nessuna fonte di “alienazione”. La società ugualitaria e libertaria post-comunista, concludeva, “sarà una risurrezione di quella tribale”. All’epoca, l’Occidente era in piena rivoluzione industriale, la tecnica trionfava ovunque, la Belle Époque stava sbocciando magnificamente e l’ottimismo regnava incontestato. Nessuno voleva sentir parlare di ritorno al tribalismo.

Nemmeno due guerre mondiali riuscirono ad ammorzare tale ottimismo. Nel 1962, data di pubblicazione di «La pensée sauvage», mentre si moltiplicavano dappertutto i “miracoli” economici, il mondo era nel pieno di un’era di grande prosperità economica e di relativa tranquillità politica, sotto l’egida della strapotenza statunitense. Il progresso sembrava inarrestabile, la modernità dava i suoi migliori frutti. L’Italia, per parlare di casa nostra, cresceva al ritmo del 5-6% annui.

Verso la fine del decennio, però, diverse voci cominciarono ad avvertire che tale ritmo di sviluppo era “insostenibile”: l’Occidente doveva frenare, anzi tornare indietro. L’uomo occidentale, si diceva, avrebbe dovuto riscoprire i valori dell’austerità, anzi della ristrettezza, abbandonando gli attuali modelli di sviluppo. I più avventati si azzardavano a presentare la tribù come il modello del futuro.

Questa volta, le voci provenivano non solo dai soliti settori dell’avanguardia rivoluzionaria, ma anche da importanti organismi internazionali come il Club di Roma, le Nazioni Unite e l’Internazionale Socialista. Anche gli argomenti erano diversi: non più elucubrazioni sull’evolversi del processo rivoluzionario, bensì constatazioni de facto riguardanti l’ambiente e il clima. Le conclusioni, comunque, erano le stesse: la modernità basata sullo sviluppo deve finire.

Non mancarono versioni “cattoliche” di tale ambientalismo, come la creation theology di P. Matthew Fox, che lavorò sulla scia di Teilhard de Chardin; oppure la “teologia indigena”, sviluppata sulla scia della Teologia della liberazione. Tutte e due furono a suo tempo condannate dalla Chiesa.

La situazione, però, sembra essere cambiata. Mentre le tesi del movimento ambientalista ormai guidano la politica di molti governi e di organismi internazionali, molte delle sue idee base hanno trovato il modo di insinuarsi in alcuni documenti ecclesiastici, anche recenti, acquisendo quindi una grande autorevolezza.

Qual’è la storia di questo ambientalismo? Come si è potuto passare dall’ideale di progresso a quello tribale?

Categoria: Ottobre 2015

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